Archive for Gennaio 2002
GAY E CREDENTI, BINOMIO POSSIBILE – Don Pezzini: non respingiamo gli omosessuali
Per molti, anche tra gli omosessuali, rimane un argomento tabù. Altri lo affrontano con coraggio, superando steccati e ostruzionismi. Mai come nel caso degli omosessuali si nota un doloroso contrasto fra il (pre)giudizio e la realtà. Sui gay e le lesbiche pesano la condanna religiosa e lo stereotipo sociale. Oggi però numerosi cristiani, presa coscienza della loro omosessualità, non intendono più allontanarsi dalla Chiesa e, soprattutto, dalla fede. Ci occupiamo soprattutto di questi ultimi perché sono emarginati due volte: dalla comunità ecclesiastica in quanto omosessuali, dagli omosessuali in quanto credenti. A causa dell’ostilità della gerarchia, negli ultimi venticinque anni sono sorte varie associazioni, che per molti rappresentano il solo aggancio col mondo cattolico. Domenico Pezzini, saggista e docente universitario, è uno dei rari sacerdoti che si occupi della questione: negli anni ’80 ha fondato i gruppi Il Guado e
La Fonte. La sua testimonianza è preziosa per progredire nella conoscenza.- Com’è nata l’idea della comunità?“Per rispondere alle sollecitazioni di persone emarginate dall’ambiente ecclesiale, familiare, lavorativo. Ho voluto creare un clima sereno, che offrisse la possibilità di parlare di sé a chi, altrimenti, si sarebbe incontrato solo in bar, saune o palestre. È invece necessario interrogare ‘da cristiani’ il proprio io, anche per evitare che da una morale semplificata, la quale si ‘sbarazza’ di questo tema con poche frasi perentorie, se ne passi a un’altra eccessivamente personalistica. Solo una conoscenza a tutto tondo del nostro intimo consente di confrontarsi a tutto tondo con
la Parola di Dio”.- In cosa consiste il vostro lavoro?“Il Guado organizza incontri guidati o tenuti da conferenzieri, mentre i componenti della Fonte si autogestiscono. Commentiamo libri o documenti, non necessariamente di argomento religioso, cercando di rispondere alle suggestioni emerse e confrontandoci col vissuto personale. Ogni anno, poi, ci riuniamo presso una comunità di suore per riflettere e proporre iniziative”.- Per Ermanno Genre l’omosessualità è “un non-sapere perturbante”. Condivide?“Senza dubbio l’omosessualità incute paura, perché costringe l’individuo a mettersi in discussione nel profondo; se però partiamo dal presupposto che da un lato ci sono i ‘giusti’ e dall’altro gli ‘sgorbi’, non otterremo alcun risultato”.- La disinformazione provoca chiusure oltranziste, oppure curiosità morbose…“Ma quando smetteremo di considerare l’omosessualità una ‘macchia’ da cancellare, scopriremo che ognuno ha qualcosa da trasmettere e aggiungeremo un tassello alla comprensione dell’intera realtà umana”.- Secondo Virginia Woolf è necessaria “una stanza tutta per sé”: ma per aprirsi al mondo.“Infatti mi ribello se alcuni mi accusano di creare ghetti. È vero il contrario: riunisco persone che possano relazionarsi con tutti, omosessuali ed eterosessuali. Vogliamo offrire alla società il frutto del nostro lavoro”.- I rapporti con l’istituzione rimangono però difficili, immagino.“Il presente non è certo esaltante, ma in futuro potrebbe profilarsi una posizione più articolata. A livello di singole figure il tono è assai più rispettoso”.- Nel suo e in altri gruppi la componente femminile è decisamente minoritaria: forse perché le donne trovano un punto di coesione nell’esperienza femminista?“Pare di sì. Ho incontrato alcune ragazze con minori problemi di auto-accettazione poiché trovavano possibilità di esprimersi nel movimento delle donne. Io ho spesso analizzato libri di mistiche, sottolineando la loro spiritualità ‘fusionale’. Tuttavia non amo gli stereotipi e la mia visione è universalista”.- L’afflusso di immigrati di diverse culture e religioni porterà a suo parere vantaggi o difficoltà alla comunità omosessuale?
“Conosco parecchi islamici che non nutrono particolari pregiudizi e manifestano un atteggiamento tranquillo [ma per i governi di molti Paesi musulmani l’omosessualità è punita con la morte.. Il 13 gennaio 2006 l’imam della Grande Moschea di Roma ha comunque accettato di presenziare alla giornata di dialogo tra religioni e omosessualità, n.d.A.]. Con l’Africa nera e
la Cina, benché molto legate al concetto di famiglia, esistono occasioni di dialogo. Le contrapposizioni non hanno mai giovato a nessuno”.
Daniela Tuscano (“L’Urlo”)
3 Gennaio 2002
ALLA RI-CERCA DI ZERO – Per molti uomini e donne Renato Zero è più di un cantante, lo amano e lo investono di significati rendendolo diverso da tutti gli altri interpreti
Avrei voluto scrivere questo articolo in compagnia di Renato Fiacchini, mi sarebbe bastato anche Renato Zero, visto che parlerò di lui, ma mi ritrovo in compagnia solo delle sue canzoni. I sorcini, “figli della solitudine affamati di poesia”, si sono riprodotti continuamente e hanno resistito ad ogni sorta di minaccia: alla moda, alle trasformazioni sociali e alle tappe artistiche di chi li “ha messi al mondo”. La mia è una osservazione critica delle dinamiche affettive che si sono sviluppate tra Renato Zero e i suoi fan; questa riflessione è fatta da chi da molti anni ha fatto oggetto dei suoi studi filosofici e psicologici anche Renato Zero con le sue canzoni.Il tema centrale che ho individuato nelle canzoni di Renato è lo scambio affettivo tra madre e figlio e tra il gruppo dei fratelli. E’ importante sottolineare che la componente materna e paterna è presente in molte persone a prescindere dal sesso di appartenenza ed è visibile nelle relazioni con gli altri. Parlare di componente materna non è tout court parlare di femminilità, ma è parlare dell’ approccio materno alla relazione che è simbolizzato dall’accudimento, dal mettersi a disposizione senza condizioni, dall’essere protettivi soprattutto con i più deboli, ecc. “Sotto quel tendone blu sei cresciuto e sei adesso un uomo tu”, sei quindi cresciuto perché protetto e nutrito da quel grembo fecondo ben simbolizzato dal tendone, che fa crescere tutti i suoi figli senza distinzioni e permette loro di amarsi. Ecco ricorrere lo scambio affettivo tra madre e figli e fratelli (tra loro). Renato Zero rappresenta una sorta di “passaggio” per tutti gli adolescenti che lo amano (e lo amavano) e trovano in lui la possibilità di attuare il distacco generazionale dalla loro famiglia. L’adolescenza è infatti un periodo di lotta per la separazione dalle figure genitoriali. L’impresa è molto difficile perché da un lato ci si vuole staccare per crescere e dall’altro si vuole rimanere protetti e accuditi. In realtà il distacco è solo apparente perché ci si trova tra le braccia di un’altra madre dall’apparenza trasgressiva, (specialmente il Renato prima maniera) ma che in realtà “dietro questa maschera c’è un uomo” che sente, vive, e ama in modo molto, molto tradizionale. La fiducia nei valori e nell’amore viene trasmessa al pubblico che è costituito in forma quasi esclusiva da sorcini diventati mamme e papà e dai loro figli.
Ritengo che la carriera artistica di Zero si possa dividere in due grandi momenti: il periodo giovanile della trasgressione e del forte bisogno di affermazione dove tutto veniva rappresentato (con abiti e trucco) come in un circo e una seconda fase più matura (dopo i primi anni ‘80) che lentamente e progressivamente porta all’abbandono del “travestimento” spettacolare per raggiungere un look sempre più convenzionale e dove il messaggio da trasmettere viene sempre più affidato alle parole delle canzoni. In quelle più vecchie è maggiormente presente la figura del fratello maggiore che mette in guardia dai pericoli in cui un giovane inesperto può incappare. Nei testi di Renato si nota l’evoluzione e la crescita, da ragazzo diventa adulto. La trasgressione delle canzoni più antiche come “Mi vendo” e “Triangolo”, per citarne due celebri, viene via via trasformandosi in nostalgia dei vissuti giovanili, non più rivivibili, nel gruppo dei pari; per es. “Angeli” in cui afferma: ”..ritornerei ancora in quel sacco a pelo contando con voi tutte le stelle del cielo”. I veri amici infatti sono quelli dell’infanzia e dell’adolescenza perché ciò che tiene uniti é il grande progetto comune della crescita, in epoche successive è molto più difficile e di ciò, Renato ne ha ormai la certezza nell’ultimo album:” Tanto poi gli amici non si fanno vivi più…chiamano se gli conviene. Un pronto soccorso casa mia…”
E’ presente nel percorso di crescita dell’autore l’invito a non lasciarsi mai andare e a combattere contro la noia (Resisti), il vuoto ideologico (Niente), la droga (.La tua idea………Pericolosamente amici) e a scoprire che dietro la maschera (Niente trucco, La facciata ) c’è lui e la sua realtà.

Ciò spinge a guardare oltre le semplici apparenze. Il pericolo della droga è uno dei temi più trattati nelle sue canzoni, é il mettere in guardia i ragazzi dalla seduzione pericolosa, la seduzione di una madre negativa che porta ad una dipendenza mortale tanto che “sulla pelle del tuo ultimo fratello innocente c’era rimasto un buco solamente”. A ciò si contrappone la madre positiva che ti rassicura per cui “non ti appenderei a quel laccio emostatico, tu mi detesterai ma io ti salverei”. Osservando la messa in scena degli spettacoli, mi è nata la concreta consapevolezza che Renato drammatizza la quotidianità. Le simbolizzazioni arrivano in modo subliminale al pubblico che inconsciamente percepisce l’autenticità del messaggio comunicativo. Ad esempio la canzone “Non sparare” sia nel contenuto verbale che figurativo affronta il problema della caccia e della sua crudeltà. Al di là del contenuto manifesto, al primo livello simbolico v’è una richiesta di non tarpare le ali della libera espressione di sé, ma ad una lettura seconda e più approfondita della simbologia notiamo qualcosa di molto più importante e significativo per i nostri interessi, ossia: le ali del grande uccello rappresentano le braccia della madre che tiene protetti i suoi cuccioli e il cacciatore non è altro che il padre che in modo molto doloroso vuole strappare i figli dalla protezione materna. Si tratta qui di una figura paterna negativa che non crea l’ordine nel confuso habitat materno, ma che violentemente crede di aiutare il figlio e invece lo sottomette con il suo strapotere fallico/maschile.
Chissà quanti ragazzi hanno vissuto questa lacerante realtà! Certamente come Renato la drammatizzò dava la speranza di uscirne meno malconci se solo si fosse riusciti a sensibilizzare questo padre! “Non sparare vecchio cacciatore, hai volato mai, l’hai fatto mai?”. E’ come dire:” Se sei stato libero di esprimere te stesso, se hai provato, non puoi uccidere la mia libertà”. E’ un chiaro invito a tutti i padri che non sono stati in grado, o non hanno voluto, lasciar “volare” i loro figli. Questa tematica viene ripresa esplicitamente molti anni dopo in Anima Grande:”…se hanno un figlio a colori lottano contro di lui per appiattirgli i pensieri”.
Questa affermazione è molto intensa perché racchiude anni di lotta per l’affermazione di ogni diversità. Sappiamo come molti genitori purtroppo non riescano, al contrario di Anima Grande (suo padre), ad accettare di avere un figlio colorato in un mondo in bianco e nero: mettono in atto la loro “castrazione cromatica” impedendo la libera espressione del sé ai loro figli. Ai concerti di Zero, chiunque si senta, per qualunque motivo, diverso, sa di essere capito, accettato e amato: ”...per noi diversi, per noi che siamo tanti, per noi che forse sembriamo strani, ma che in fondo siamo così umani. Prestateci un sogno lasciateci ancora tentare, perché questa notte sia eterna, perché sia una notte d’amore.” E altrove:”.. a voi che basta un sorriso una stretta di mano e a me che basta dirvi vi amo”.. Col passare del tempo, la simbologia dell’abbraccio materno del grande uccello ha lasciato posto ad un più essenziale auto-abbraccio dopo aver indicato i vari settori del pubblico, ma il mettersi a disposizione è continuo: “ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi” e ancora “prenditi quello che ti servirà, del mio cuore il battito migliore”. Spesso l’aspetto materno appare intrecciato con il desiderio di lotta giovanile contro i difetti della società: l’ipocrisia, l’ingiustizia e gli abusi, così appare come una madre che lotta per assicurare, almeno idealmente, una vita più vivibile ai suoi figli. Negli ultimi anni si nota un avvicinamento all’alterità metafisica più intenso e mistico. La canzone Ave Maria, con la sua richiesta d’intercessione, ne è un esempio eloquente. In questo approccio c’è un cambiamento radicale rispetto alla visione precedente di una divinità più immanente, dove Renato invitava i sorcini a ricercare Dio “magari in un cuore, in un atto d’amore, nel tuo immenso io…”. Ora il nostro Renato ha perso un po’ di questa forza protettiva ed ha bisogno lui stesso di protezione. Dalla madre premurosa che accudisce e protegge sotto le proprie ali, accettando pregi e difetti dei suoi figli e ascoltando le loro richieste, trapela la figura di una madre stanca e forse un po’ sfiduciata, che chiede ella stessa accudimento.Non sappiamo quanto Renato Fiacchini sia davvero materno, sicuramente lo è Renato Zero sul palcoscenico ed è questo che ho voluto osservare. E’, e soprattutto è stato, un personaggio unico
forse perché ha messo sul palcoscenico se stesso. Resta il fatto che interpretarlo una Madre non vuole essere un tentativo di riduzionismo, sarebbe troppo banale credere che questo importante aspetto sia l’unico motivo di tanto e duraturo successo. Renato Zero non sarebbe stato tale se non avesse avuto quel quid che ha fatto di lui quello che è. Certo è che Renato Fiacchini ha saputo, e forse ha dovuto, tirar fuori il “tesoro” che aveva custodito dentro di sé (Renato Zero), quella parte che sarebbe stato difficile imprigionare :”Sono stato chiuso in barattolo per vent’anni e trentamila secoli…” Questa seconda nascita gli ha permesso di diventare uno dei più grandi e originali interpreti della musica leggera italiana. La mia ri-cerca di Zero si conclude qui, con la speranza di ri-trovarlo.
Maria Giovanna Farina (“Babilonia” ) – Grazie a Ellyr e a Giuseppe Franco
7 comments 1 Gennaio 2002