Archive for Ottobre 2006

COSI’ COME SONO – Figli Down, dono e ricchezza

Una donna sempre in movimento, allegra, con qualche vezzo nel vestire. “Sì, sono piuttosto vanitosa”, ammette candidamente Marianna Della Frera. Giovane, due occhi immensi spalancati sul mondo, mi accompagna nell’ampia sala che si affaccia sul giardino di una pianura lombarda ancora tutta da scoprire, fatta di colori cangianti, di botteghe artigiane, di piccole vite. Gloria, la figlia, ci accoglie con un sorriso aperto e disarmante. Ha quattro anni. “E’ una bambina vivace, dolce e affettuosa – spiega Marianna – e, nonostante sia così piccola, mostra già i segni di una grande determinazione e grinta. E’ il sole di ogni mattino e, per noi, è perfetta così com’è”.

La chiama “speciale”, Marianna. “Mentre altri la considerano diversa. Forse è stato proprio il suo arrivo, così improvviso e sconvolgente, che la rende così esclusiva ai miei occhi”, aggiunge.

Antoine Watteau, Gilles

Antoine Watteau, Gilles

 

La decisione di avere un bambino era maturata a poco a poco, dopo cinque anni di matrimonio. “Io e Roberto, mio marito, abbiamo scelto consapevolmente di diventare genitori. L’evento non si è fatto attendere e nell’arco di brevissimo tempo, la notizia della gravidanza”. Che è stata accolta con gioia e trepidazione, ma Marianna e Roberto ignoravano che, di lì a nove mesi, quei sentimenti sarebbero stati offuscati “da una semplice ma dolorosa parola: ‘Down’”.“La notizia, in un primo momento, ci ha scioccati. O, forse, solo spaventati: fino ad allora la sua diversità ci era del tutto sconosciuta e temevamo di non essere all’altezza della situazione”.Proprio da quell’istante, probabilmente, Gloria ha cominciato a trasmettere a Marianna e a Roberto quella forza che essi non pensavano di avere. Proprio in quell’istante Gloria ha lottato per avere il meglio, che quel cromosoma in più nel suo patrimonio genetico sembrava destinato a toglierle. “La condizione di Gloria è tuttora spiegata come un ‘incidente genetico’ e, come tale, impossibile da evitare. Un bambino su 850 nasce con la sindrome di Down”. Un “incidente” come tutte le nascite, in fondo, che – ricordava Ungaretti – sono “atti contro natura”: tentativi che l’uomo compie per uscire dalla condizione di minorità, in cui il ventre della madre lo trattiene e verso il quale è attratto per sempre. Ma il prezzo per crescere è recidere quel legame, o meglio, renderlo spirituale, ed è quanto accomuna Gloria a tutti i bambini e a tutti gli esseri umani di ogni tempo. Una lotta, quella di Gloria, più nuda perché più indifesa: “Abbiamo cominciato ad amarla da subito e, grazie alla nostra famiglia e ai nostri amici, in particolare grazie al loro affetto (sincero, non pietistico), ci siamo sentiti gratificati non solo come genitori, ma come persone”. Mentre Marianna prosegue il suo racconto, comprendo che la sua piccola Gloria ha infuso altra forza non solo in lei, ma in chi la circondava: ha spezzato le ipocrisie, col suo sorriso disarmato ha costretto ad abbandonare i languori dolciastri e, anche in questo caso, ha preteso e ottenuto il meglio: ha puntato, vogliamo dire, sulla qualità dell’amore. “Sì, tanto più che ci siamo ritrovati soli in questa impresa. Da parte dei medici, intendo, non abbiamo ricevuto alcuna attenzione. Nessuna informazione, nessuna risposta alle nostre domande. Mi sforzo di pensare che tutta questa incompetenza sia dovuta principalmente alla nostra realtà provinciale, ma, confrontandoci con altri genitori, ci siamo resi conto che il supporto manca un po’ dappertutto”, riflette Marianna. Il tono è sconsolato, ma non accusatore, come ci si aspetterebbe e come sarebbe giusto. Quell’assistenza che le è venuta a mancare, e di cui l’ignavia di ognuno di noi verrà punita senza misericordia, le è però stata offerta dalla rete di conoscenze, amicizie, affetti “qualificati” che Gloria ha cominciato a esigere da subito: “Gloria ha un fluido magico”, scherza Marianna.

La prima tappa è stato l’incontro con l’Associazione genitori e persone con sindrome di Down (Agpd, www.sindromedidown.it), che a tutt’oggi, per Marianna e Roberto, è un punto di riferimento anche per condividere esperienze e sentimenti con altri genitori. “Tutti volontari – confida Marianna – che hanno sentito l’esigenza di creare una struttura che potesse mettere a fuoco tutte le potenzialità della persona Down, per aiutare quest’ultima e i suoi genitori a integrarsi sempre più nella società”. Quella società che scarta ed esclude, ma che verrà sconfitta proprio dalla sua stessa, fredda selettività, contro cui sorgono sempre più, e da ogni parte, uomini e donne “di comunione”. “La nostra realtà è spesso circoscritta in luoghi comuni e immagini stereotipate – conferma Marianna -. Qui, come in altri campi, è fondamentale la comprensione della diversità come valore culturale. In tal senso ci si aspetterebbe una preparazione da parte della scuola, nella speranza che possa formare coscienze più attente, aperte e culturalmente preparate ad affrontare la vita, quella vera…”. La scuola è anch’essa affidata a volontari, amica. “Purtroppo, se la strada è questa, cerchiamo di percorrerla fino in fondo. Io mi propongo anche come parte attiva presso istituti e circoli”.

E così Gloria ha somministrato a Marianna e alla sua famiglia un’altra robusta “iniezione di forza”: la forza della consapevolezza. Sapere che la cosiddetta diversità non è qualcosa da nascondere, ma nemmeno da correggere: “per noi è perfetta così com’è”, significa infatti partire da un dato di totale realtà, essere immersi in un qui e ora assolutamente urgente e palpabile, quasi carnale, che pone domande precise, d’amore, di sapienza, di speranza, e che esige risposte altrettanto precise. Non è Gloria, non sono Marianna e Roberto, che devono in realtà integrarsi, ma è il mondo intero che dovrebbe fermarsi di fronte alla richiesta di un bambino, a una istanza di umanità. “Una società può dirsi civile solo se rispetta le minoranze”, diceva Gandhi; dopo questo incontro con Marianna non sono più così sicura su cosa veramente significhi “minoranza”. Forse l’ennesimo tradimento del nostro misero vocabolario, mentre negli occhi di Gloria, e in quelli di Marianna, si specchiano i volti di quei moltissimi che abbiamo relegato in un cantuccio della nostra cattiva coscienza. Ed è probabilmente per lo stesso motivo, per quella volontà e quella fatica di contenere, quasi di avvolgere quei moltissimi, che lo sguardo di Gloria e di Marianna è così vasto e abbacinante.

Daniela Tuscano 

 

 

 

TESTIMONIANZE (a cura di Donatella)

 

I miei tormenti di madre non finivano mai: apprensioni meno soffuse di quelle di una madre che hanno figli normali.
Io pensavo per Maria e i miei pensieri si aggiungevano a suoi, si sovrapponevano e li anticipavano.

maria e la mamma, foto P.Parenti Forse per Maria non sarebbe mai stato fonte di chissà quale conflitto interiore quel suo incedere un pò goffo o quella postura dimessa e geometricamente imperfetta, ma per me sì!
Io mi sentivo in diritto di attuare dei tentativi per far accrescere, ricercandole all’esterno, dei nuovi sistemi di comportamento che si occupassero del corpo affinchè fosse modulato all’armonia, allo stile, alla gentilezza e al buon gusto. Potevo ritenere che cambiare il suo rapporto con il corpo al fine di armonizzarlo l’avrebbe migliorata in quegli aspetti così abitudinari e necessari come camminare in modo ritmico e personalizzato o assumere delle posture comuni alla maggioranza.

A cinque anni Maria ha indossato scarpette e tutù e ha frequentato una scuola di danza e palestra.
La danza classica l’ha, in effetti, molto corretta e aiutata. Lei non no lo sa, ma è stato così.
Come il pattinaggio a rotelle. E chi se ne frega se Maria non ha fatto gare, ma sa pattinare, fa il suo bel percorso con il massimo del gusto.
E pensare che aveva una gran paura dei pattini.
Sa pattinare e a soffrirne maggioraramente è stato il suo culo.

Non è certo questione di culo, o non solo. No! E’ esposizione, rischio e coraggio. Spiegare, raccontare alle altre madri, ma prima ancora a Maria il senso, l’obiettivo e la speranza intesa come cura, terapia.

Se una cosa non escludeva l’altra il motivo era ed è che occorre abbattere innanzitutto il nostro immobilismo. Il mio, ma in particolare il suo che è una staticità simpatica e cromosomicamente naturale, come una spiccata tendenza al dolce far niente e quindi proiettata verso l’inevitabile regressione del corpo, della mente e dello spirito.

Il pattinaggio, fare judo, danza classica, sciare, nuotare, camminare, correrre, scalare gli alberi e suonare, suonare il flauto, conoscere, a sua insaputa, un linguaggio e un modo di comunicare mistico e globale, erano una cura. Come il tennis che impone tempismo, colpo d’occhio, rapidità e il superamento dell’ostacolo: la pallina colpita di dritto o di rovescio deve superare la rete e ricadere in un punto delimitato da segni bianchi.

Un cuore che pulsa

Una bambina, una ragazzina down che diventa atleta nel momento in cui tiene una racchetta in mano o inforca i pattini è fenomeno due volte ma riunciare alla funzione terapeutica sarebbe stato persino più avvilente e nulla e nessuno mi avrebbe distolto dal grande senso di colpa per non aver offerto e conferito, attraverso l’attività sportiva, quell’armonia e quello stile, anche di vita, di cui Maria aveva assoluta necessità. Un bisogno estetico che l’avrebbe contraddistinta per sempre.
Rosa e Maria, foto P.Parenti Badare all’infelicità o alla felicità di Maria avendo dei punti fermi a cui aggrapparmi e tendere, come una fede, come un dogma, che via via si trasforma e quasi si compromette con “il fare” nel coraggio di lottare, di sopravvivere e di far vivere mia figlia il più normalmente possibile, questo io facevo.

La domanda “dove mi porti mamma?” prevedeva un significato ben più ampio di quello in uso comunemente. Le mie “stravaganze” calzavano a pennello su Maria e mai la bambina mi è parsa a disagio oppure infastidita o, peggio ancora, sovraesposta a causa di una intensità agonistica spasmodica e frenetica. Maria non è mai andata in sovraallenamento ma, semmai, è riuscita ad apprendere da tutti gli insegnamenti che ogni maestro le ha saputo impartire. L’equliibrio dal maestro Lucio e ferree regole di comportamento che un’arte marziale impone. La grazia e le buone maniere, il rendersi conto di avere un corpo e di essere materia manipolabile che può “combinarsi” con l’etica e l’estetica.
Il sentirsi oggetto di forze naturali che ci fanno sbandare e andar di lato e i pattini o gli sci o l’acqua ci fanno rilevare che dobbiamo conoscere e padroneggiare la mente e il corpo sapendo gestire le nostre paure.
E la musica ci fa entrare, più di ogni altra cosa, nello spirito e nell’essenza di un mondo che possiamo solo avvertire.

Maria è una quattordicenne graziosa, sveglia, attenta ma è sempre così facile enfatizzare le sue cadute. Una “zuccata” di Maria non è omologabile a quella di una ragazzina “normale.” Non lo è per il modo in cui viene derisa, non lo è per la maniera con la quale ridono di lei. E’ la differenza della risata che sottolinea la diversità: Maria è scema.
Questo è quello che continua ad infastidirmi della società, perchè dipende anche dalle persone che sono intorno a noi che vogliono diabolicamente vedere “il diverso” dove il diverso non c’è più.
Maria ha solo desiderio “degli altri” per dare e ricevere, per stimolare ed essere stimolata, per imparare, apprendere ed insegnare.
Occhietti mongoli, occhietti a mandorla che vedono e sentono, gambe e braccia e mani, un cuore che pulsa e una mente e uno spirito che punta diritto verso gli obiettivi di tutti: vivere e morire nel migliore dei modi. Per esserci e per lasciare tracce di sé.


Io sapevo tutto.

Io sono un’insegnante di sostegno e mi occupo del disagio e dell’handicap. Io so che fu Langdon Down il primo, mi pare nel lontano 1866, a proporre una descrizione minuziosa dell’aspetto fisico e della condizione mentale dei bambini da lui considerati come rappresentanti immaturi della grande razza mongola, i “mongoloidi” appunto, e anche come modelli di una regressione verso una tipologia orientale primitiva.

Sara e Maria. Sara e Maria. Mio Dio. Sara è sempre stata così reattiva, sensibile ma al tempo stesso pragmatica. Dicono che mi assomigli molto. Sara ha saputo reagire nello spazio di un minuto e dallo strazio di un viso sgomento di un’ espressione devastata e lacerata è passata a tramutarsi in quei pochi secondi in forme che hanno assunto sostanza e contorni ben precisi. Lei che mi raccontava di quando avrebbe “passato” le sue cose alle sorelle e con lei avrebbe giocato, parlato, confidato e, a sua volta sarebbe stata confidente, è come se d’improvviso si fosse negata tutto questo. Sara è diventata guerriera. Maria era solo una bambina malata bisognosa di costanti e continue cure e lei era disposta a rinunciare a tutti i suoi sogni pur di aiutare sua sorella ad avere una vita.maria e saraEra come se Sara sapesse che la sua personale lotta, e la lotta di tutti noi, doveva essere combattuta non solo contro quel maledetto cromosoma ma soprattutto “contro” l’altra gente. E mio marito. Mio marito che avrebbe voluto il maschio si ritrovava un’altra figlia e perdippiù mongoloide. Un esserino minuto, malato e piangente. Gianni desiderava un maschio. Il desiderio non si è avverato ed è giunto un dolore fortissimo e il dolore si è trasformato in non accettazione. Gianni è maschio. Gianni è uomo. Ma una madre, una donna non può concepire, sì non può concepire, di non accettare. Questa dannata parola, questo verbo mi ha sempre fatto male. Accettare. Non accettare. Lottare non lottare. Sopportare non sopportare. Fare non fare. Ma non sono, forse due facce della stessa medaglia? E io, e noi, abbiamo lottato e lottiamo. L’abbiamo fatto e lo facciamo.Mi interessa cambiare le regole e non il cromosoma. Mi interessa modificare le modalità d’intervento sull’individuo nella società in quella comunità che, da subito, ha rifiutato e rigettato i sentimenti di una madre. Una madre che ha pensato, ha naturalmente pensato, che avrebbe dovuto vestire, accudire, nutrire per sempre una figlia. Era questo il mio futuro?Dopo tre giorni ero fuori dalla camera d’ospedale. Maria no. Maria era intubata. Aveva bisogno d’ossigeno. E già i medici, gli infermieri, gli ospedali. Tutto come cinqunt’anni fa. Routine solo routine. Per l’istituzione i percorsi dell’handicap non prevedono il cambiamento di schemi consolidati. No! Una madre non può nutrire delle speranze. Non deve avere speranza. Non deve credere di poter modificare il corso degli eventi. E così si ritiene che sia inutile prepararsi ad affrontare medicalmente una maternità diversa. Anzi la differenza è bandita e volgarizzata con l’indifferenza e quel devastante silenzio di tutte le persone oneste che creano, loro sì, la tragedia. E i medici sono persone oneste e i loro silenzi incompetenti e brutali hanno contribuito a farmi sentire madre di bambina handicappata.

 

 

8 comments 31 Ottobre 2006

IL SIGNIFICATO DELLA VITA

Un’esperienza controversa
Einstein dice: “Colui che considera la sua vita destituita di qualsiasi significato, non solo è infelice, ma è anche incapace di vivere”.  Egli parte dal presupposto che il conoscere il perché delle cose e soprattutto il senso della vita è l’assillo che affiora spesso nella ricerca dell’uomo. Nell’esperienza del singolo, nel suo impatto con la nascita, la morte, la sofferenza,. .. l’interrogativo si ripropone, magari con veemenza. Pertanto, è ragionevole e importante trovare un orientamento per la vita.

  Perché vivere?
Ogni uomo volendo ragionevolmente progettare la sua vita, va alla ricerca di un senso, di una ragione per agire. La domanda fondamentale è: Perché vivere?
Essa si fa ancora più pressante di fronte alle diverse  situazioni “insensate” ed assurde della creazione (la condizione transitoria delle creature: nascono, soffrono, muoiono, si eliminano a vicenda in nome dell’ecosistema, soccombono a causa di eventi catastrofici della natura) e della storia (le contraddizioni degli uomini espresse nel male che essi compiono: guerre, violenze, ingiustizie. ..).

Tre fattori determinanti
La definizione del senso della vita non può prescindere da tre fattori strettamente connessi alla vita:

a. Il fattore Alfa (= inizio): il senso del nascere

Da come l’uomo vive il problema della nascita, si determina il senso della vita.
Se la propria nascita è vista in senso positivo come atto d’amore, la vita appare più bella ed è vissuta più serenamente e con maggior senso.
Al contrario aumentano le difficoltà di accettazione di sé, degli altri…

Anche il modo di accogliere il proprio essere nati condiziona il modo di vivere.
Accettare di essere nati , infatti, vuol dire accettare di aver avuto un inizio, di essere definiti originariamente da un limite e da una fragilità, di non essere la propria origine, ma di venire da un altro. Vuol dire procedere da un dono, accettare fino in fondo di essere figli.

  b. Il fattore Beta (Bios = vita): il senso del vivere quotidiano
Dai valori che l’uomo pone a fondamento del suo vivere quotidiano  ne derivano scelte concrete che definiscono il senso delle cose che fa.

  c. Il fattore Omega (= fine): il senso del morire
l dono del vivere comprende anche la morte. Vivere è anche accettare di morire. Ed è ultimamente di fronte alla morte che l’uomo è chiamato a decidersi. Da come egli risolve il problema della morte ne viene il senso della vita.

ASSUMERE LA MORTE E’ CONDIZIONE PER VIVERE

1. Come ti collochi in questo momento di fronte alla morte?

* Dopo le prime reazioni iniziali, ti riesce di soffermarti sul “pensare alla morte”, ma resta un qualcosa di puramente mentale e ne prendi subito le distanze: la morte non ti riguarda perché è altro da te (o almeno lo presumi).

2. La “tua” morte la senti amica o nemica?
- fai fatica a percepirla come “tua”, eppure ti appartiene poiché è una certezza della tua vita.
- dinanzi alla “tua” morte puoi ribellarti e combatterla, ma ti ritroverai sconfitto e travolto.
- con la “tua” morte devi invece familiarizzare e sentirla compagna, perché è parte di te stesso. Essa è garanzia di crescita e di vita.

* Convivere e amare la propria morte significa imparare a vivere.
La morte ultima, definitiva, con la M maiuscola è il momento finale di altre morti (morte simbolica).

3. Esempio paradigmatico: il grembo della madre.
Il feto nel grembo della madre vive per nove mesi in uno stato permanente di beatitudine e di benessere.
Il cordone ombelicale gli garantisce il passaggio del nutrimento necessario ancor prima di avvertirne il bisogno.
Il liquido amniotico è l’ambiente ideale a temperatura costante, senza scompensi e disagi di sorta.
La placenta appare come il bozzolo della sicurezza e della protezione contro ogni fattore negativo esterno.
Il feto si trova in uno stato di “paradiso terrestre” e “vive da Dio”.
Eppure, pur in questo stato di felicità, il bisogno di nascere chiede rottura, frantumazione, morte.
Il bambino che viene alla luce distrugge in qualche modo il suo “mondo incantato” portandosi appresso i segni di questa morte. Nasce sporco, lercio, coperto di sangue, segno di una lotta violenta.
L’angoscia del soffocamento, prima esperienza della morte simbolica, lo spinge all’urlo disperato che gli dà vita (piange). Con l’apertura  e l’attivazione dei polmoni viene definitivamente consegnato al mondo reale.
Quando lo stato di benessere nasconde e cancella la “necessità del morire” urge provvedere dall’esterno, con il taglio cesareo, decisione di farlo morire alla situazione precedente per poterlo vedere rinato alla vita.
Il permanere oltre ogni limite in questo stato di beatitudine e non accettare la morte simbolica, porta inesorabilmente nella Morte definitiva.

  4. L’inizio della vita: la fase orale sensoria, fiducia o sfiducia fondamentale.
Il bambino nel suo rapporto privilegiato con la madre (seno, latte, nutrimento) entra a contatto con il mondo. Trovando nella madre una presenza d’attenzione e d’amore matura in sè certezza intima di benessere interiore, fiducia nella vita e ottimismo, premessa di relazioni positive. Ma il mondo non finisce nell’orizzonte della madre, deve accettare il progressivo distacco da lei (morire) per rinascere alla realtà familiare.

  5. L’adolescenza: l’io ideale e l’io reale.
L’adolescente vive una grande confusione: il suo io ideale si confonde frequentemente con l’io reale. C’è sovrapposizione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che realmente è. Il suo “fantasma” tende a far scomparire la persona reale.
Per l’adolescente rinascere significa morire al proprio “fantasma” e far posto a se stessi (conoscenza e accettazione di sè), dire continuamente la verità di sé a se stessi.
Il Vangelo dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma per amare gli altri in modo autentico è indispensabile prima amare se stessi in modo vero. Ciò è molto difficile e faticoso, lacerante e talvolta sconvolgente.
Basta un esempio: quanto mi ferisce in un momento di scontro con una persona che amo il sentirmi dire qualcosa di negativo! La reazione immediata è quella della rottura: per alcuni giorni non le rivolgo più la parola. Eppure in quel momento l’amico ti dice la verità. Non lo fa in circostanze normali poiché teme che tu non capisca, non sia disposto a riconoscere la verità su di te e, inoltre, non vuol rischiare di perdere la tua amicizia. Devi riconoscere che troppe volte le relazioni d’amicizia sono una sorta di “fiera delle ambiguità”.

  6. I “vuoti di felicità”.
La vita del feto nel grembo della madre è beatitudine e benessere. Il nascere chiede di morire a questa situazione, di accettare la propria nudità (l’insufficienza, il non bastare a se stesso) e trovare fuori di sé ciò che lo completa. La nuova nascita esige un cammino lento e progressivo.
Il bambino inizialmente riempie il suo vuoto di felicità con la presenza totalizzante della madre, poi si incontra con l’affetto del padre e dei familiari.
Man mano cresce si accorge che questo non gli basta, cerca gli amici, ma anche questi non sono in grado di colmare tutti i vuoti di felicità. La solitudine gli è sempre in qualche modo compagna.
Trova l’amato/a del cuore in un incontro esaltante e sconvolgente, si innamora e decide di viver con lui/lei. Eppure anche nell’esperienza dell’amore più grande rimangono “vuoti di felicità”.
L’uomo scopre di aver una fame e sete infinite di felicità, che nessun suo simile può saziare in quanto ognuno è limitato e non può divenire il tutto per l’altro.
L’uomo dunque si mette in ricerca di Dio, l’unico capace di colmare ogni “vuoto di felicità” poiché lui solo è il Tutto.

  7. Gli “assaggi di felicità”.

  8. La  morte e la rinascita finale.
Il processo continuo di morte-rinascita conduce l’uomo alla vecchiaia in modo sereno. L’esperienza della morte fisica è assunta e accettata come momento ultimo della vita da vivere con dignità.
Ma rimane nel cuore dell’uomo un ultimo interrogativo: “Questa morte finale è il grande imbroglio, una fregatura della natura o l’ultimo passaggio verso una rinascita definitiva?” .
La ricerca continua attraverso l’analisi di due ipotesi contrapposte.
L’ipotesi atea afferma che la morte è definitiva, è la fine di tutto, è decadimento nel baratro del nulla.
L’ipotesi religiosa crede che la morte è il passaggio verso una vita eterna in cui l’amore di sè e degli altri sarà pieno.

(A cura di Donatella)

6 comments 31 Ottobre 2006

NONVIOLENZA (ancora) IN MOVIMENTO – Sempre e solo “no” alle guerre

Anche noi abbiamo partecipato al seminario del Movimento NonViolento svoltosi il 21-22 ottobre a Verona, presso i Padri comboniani http://nonviolenti.org/content/view/495/2/.Scopo dell’incontro non era solo presentare e confrontare le esperienze dei singoli gruppi sul difficile e contrastato cammino della pace; ma anche quello più immediato di “contarsi”, di valutare cioè le proprie forze.Mai come in questo momento ci siamo resi conto di essere impopolari. I grandi media ci ignorano.  Parlare di pace e di non-violenza è diventato più che mai scandaloso. In fondo, “grazie” alla campagna orchestrata dai mezzi di comunicazione più importanti, l’opinione pubblica ha praticamente finito per accettare l’idea della democrazia da esportare a colpi di cannone come unica e valida alternativa al terrorismo dilagante. Chi si ostina a cercare altre vie viene tacciato come minimo di ingenuità, quando non è accusato apertamente di simpatizzare per i terroristi.Portiamo avanti molte iniziative, sia all’interno della nostra città, sia in un contesto più ampio. Ormai – ha osservato un partecipante – non possiamo prescindere dall’”internazionalità” del nostro agire.Siamo oscurati, e qualche volta, forse, contribuiamo senza volerlo a questo oscuramento.Quando incontriamo difficoltà nel comunicare fra noi, quando si tratta di coordinare le forze. Il pensiero di fondere un unico gruppo di lotta, eterogeneo certo, ma con finalità comuni, è la vera sfida da vincere. Matteo Valpiana, coordinatore dell’incontro e direttore di “Azione NonViolenta”, l’ha precisato con molta chiarezza.

Abbiamo dalla nostra Capitini, Tolstoj, Gandhi, don Milani… Non dobbiamo dimenticarcene!

daniverona3.jpgNoi rappresentavamo rispettivamente il Partito e il Movimento Umanista.Abbiamo distribuito volantini per la manifestazione del  2 dicembre 2006 a Milano www.simbolodellapace.net. L’intervento pubblico, a cura di Daniela, verteva principalmente sul Disarmo, i forum di Milano e Lisbona, le campagne d’appoggio umano in Africa e l’azione nelle scuole,  dove siamo presenti con seminari per studenti e insegnanti.Abbiamo riposato nell’ ostello della gioventù Villa Francescatti,  luogo pulito e  decoroso, con uno splendido chiostro del XII secolo.

danidona2.jpg

Ma il “senso” ultimo dell’incontro, nonché un sorriso di profonda speranza, l’abbiamo trovato nel…regolamento. La cappella Comboni situata a un dipresso, si leggeva infatti, è aperta a tutti i giorni, ma con una particolarità: dalle  7 alle  9 e  dalle 18 alle  20 dal lunedì  al  giovedì per  i  credenti  di  tutte  le  religioni; mentre il venerdì è a  disposizione dei  fedeli dell’Islam,  il  sabato degli  ebrei e  la domenica dei  cristiani…! In barba ai teocon, un mondo diverso è davvero a portata di mano.Sia  essa giusta, santa, umanitaria, chirurgica, difensiva, offensiva, legittima, illegittima o  preventiva… la  guerra, fatta da  chiunque, per  qualunque motivo, con  qualsiasi arma, è  sempre e  comunque il  più  grande crimine contro l’umanità! 

Daniela Tuscano e  Donatella  Camatta (nelle foto: l’intervento di Daniela al seminario; Daniela e Donatella sorridenti a Verona. Vedi anche http://www.silo.ws/ e http://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/zanotelli-il-capitalismo-e-peccato/)

 

 

11 comments 29 Ottobre 2006

BRUNO LAUZI SCRIVE A “MISTER PARKINSON”. L’ultima sfida del piccolo-grande artista

Egregio Signore, non è con piacere che le scrivo questa lettera, ma d’altra parte avrei dovuto parlarle a quattr’occhi, affrontarla di persona, sopportare quel suo subdolo modo di fare che è quanto c’è di peggio per far perdere la pazienza anche ad un santo, figuriamoci a me.

Le scrivo, come può notare, col computer, perché la mia calligrafia s’è fatta illeggibile e così minuscola che i miei collaboratori devono usare la lente d’ingrandimento per riuscire a decifrarla…

Perché le scrivo? È presto detto: io ho superato con una certa disinvoltura l’imbarazzo che lei (l’ho scritto senza maiuscola, non la merita) mi ha creato chiedendo pubblicamente la mia mano ed ovviamente ottenendola. Convivere con un ufficiale inglese a riposo, già condannato nel Punjab per ripetuti tentativi di violenza neurologica su qualunque essere di qualunque specie (le cose si vengono a sapere, come vede…) non è stato facile, la mia è una famiglia è all’antica e non ha apprezzato.

MA ORA LEI STA ESAGERANDO, signore, glielo devo dire. Quando è troppo è troppo, e il troppo stroppia! C’è un proverbio arabo che dice: «Se hai un amico di miele non lo leccare tutto», INVECE LEI S’APPROFITTA D’OGNI RILASSATEZZA, DELL’ABBASSAMENTO DELLA GUARDIA NELLA BATTAGLIA QUOTIDIANA, ci proibisce di pensare ad altro, contando sulla superficialità con cui io ho affrontato l’insorgere del male… si sa, gli artisti sono farfalloni incoscienti… no, vecchio caprone, non le sarà facile, né con me né con gli altri, la Resistenza è cominciata. Perché, vede, io e i miei fratelli e sorelle malati abbiamo tante cose da fare, una vita da portare avanti meglio di così!

D’ora in avanti prometto che starò più attento ai consigli dei miei dottori, e che mi impegnerò maggiormente nell’aiutarli nella raccolta dei fondi necessari per la ricerca. Anzi sul tema della solidarietà mi ci gioco una mano, la mano che, pitturata e serigrafata fa da piedistallo ad una poesia contro di lei, colonnello dei miei stivali, funzionando da incentivo a dare… già, poiché a chiunque faccia un’offerta per la ricerca verrà inviata «LA MANO» come ricordo e memento…

Siamo in tanti, tante mani si leveranno contro di lei e cercheranno di restituirle colpo su colpo fino a quando non riusciranno ad acchiapparla per la collottola e mandarla all’Inferno cui appartiene, bestiaccia immonda, sterco del demonio, nostra croce senza delizie… Parola mia, di questo omino per molti un po’ buffo, per altri un po’ patetico, ma che vive il sogno di poterla, un giorno non lontano, prendere a schiaffi. A mano ferma. Mi stia male e a non rivederla.
 

Bruno Lauzi (http://www.brunolauzi.com/lettera.html)

N. B.: Bruno Lauzi, 69 anni, si è spento questa notte a Milano. Da tempo lottava contro il Parkinson. Vedi anche Associazione Italiana Parkinsoniani, http://www.brunolauzi.com/gruppi%20aip.html e http://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/24/piergiorgio-in-nome-dellumanita/)

8 comments 25 Ottobre 2006

LIBERATE GABRIELE TORSELLO!

torsello01.jpgLa redazione di Information Guerrilla si unisce alla famiglia del reporter italiano Gabriele Torsello chiedendo la sua immediata liberazione. Gabriele Torsello è stato rapito in Afghanistan il 12 Ottobre, mentre si recava a Kabul. Era partito da Lashkargah nel sud del paese, dove si trova l’ospedale italiano di Emergency e viaggiava a bordo di un autobus pubblico in direzione Kabul. Nella capitale afghana non è mai arrivato. Cinque uomini armati lo hanno prelevato con la forza insieme al suo interprete afghano. I rapitori chiedono cose che non possono ottenere con il rapimento di Garbiele, anzi è vero il contrario. Il lavoro di Gabrielle Torsello in Afghanistan è stato prezioso per mantenere accesa l’attenzione sull’Afghanistan, un paese da anni sottoposto a una criminale occupazione militare straniera. Garbiele si è recato in Afghanistan per testimoniare la drammatica realtà dell’Afghanistan e aveva avuto contatti positivi con i Talebani con i quali aveva visitato un villaggio raso al suolo dalle truppe straniere. Questo rapimento non giova a coloro che vogliono la fine dell’occupazione militare e non giova soprattutto ai civili afghani e a tutte quelle persone che sono le vere vittime della guerra, spesso dimenticate dai media e dai governi occidentali. Non giova neppure all’immagine dei musulmani perché l’Islam vieta di rapire e di mancare di rispetto a una persona che è venuta in pace e in particolare durante il mese di Ramadan. Lo ha ribadito anche il noto islamista Tariq Ramadan che ha dichiarato: “Niente, niente in assoluto può giustificare i rapimenti e i sequestri di donne, bambini e uomini innocenti”. Garbiele Torsello, secondo quanto dichiarato sul sito PeaceReporter, si era convertito all’Islam con il nome di Kash e aveva frequentato a Londra la moschea di Regent’s Park. A rivelare questi dettagli è Nazir Ahmed primo Lord di origine pakistana a sedere nel parlamento britannico. Il barone Nazi Ahmed ha dichiarato: “Ho conosciuto ‘Kash’ otto anni fa, quando si è presentato a me con il suo lavoro fotografico sul Kashmir. Da subito ho apprezzato il suo occhio attento e compassionevole delle ingiustizie e del dolore di questa popolazione. Per questo ho scritto la prefazione al suo libro ‘The heart of Kashmir’, presentato tre anni fa alla House of Lords. Se lei mi chiede che tipo è Kash, io posso garantirle che Kash è una persona fantastica, un uomo eccezionale.”
I Talebani dal canto loro hanno smentito di essere gli autori del rapimento. Questi particolari gettano un’ombra su questo rapimento, i suoi autori e i mandanti. Noi crediamo che ancora una volta l’informazione indipendente sia stata la principale vittima di questi anni di guerre imposte sotto il falso pretesto della esportazione della democrazia. Il lavoro di Gabriele Torsello serviva e serve a non farci dimenticare l’inutilità della guerra. Mettere a repentaglio la sua vita non giova a nessuno, giova solo a chi vorrebbe mantenere il buio sulla realtà dell’Afghanistan. Il nostro appello si rivolge non solo ai suoi rapitori ma anche a chiunque possa contribuire alla sua liberazione. Siamo contro la guerra e contro l’occupazione militare in Afghanistan e vorremmo che le nostre truppe tornassero a casa e per questo siamo dalla parte di Garbiele e chiediamo che venga liberato.
La redazione di Information Guerrilla, 22 ottobre 2006

Scusate il disturbo: Gabriele Torsello libero!

di Gennaro Carotenuto
– Rapiscono Giuliana Sgrena, emerita compagna del collettivo del Manifesto e agiamo come un sol’uomo, ci indigniamo, denunciamo, sfiaccoliamo. Rapiscono un Gabriele Torsello qualsiasi e a nove giorni di distanza, con la vita dell’ostaggio in serio pericolo, non si vede una bandierina della pace in giro

Prima del sequestro Torsello era appena tornato da Musa Qala, distrutta dai bombardamenti della Nato

Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. E’ stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c’era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi crateri. Persino l’ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione.

(“Information Guerrilla” )

11 comments 23 Ottobre 2006

YUNUS: NOI SIAMO DI PIU’ – Il Nobel all’inventore del microcredito

Muhammed Yunus

Muhammad Yunus, del Bangladesh, ha fondato il microcredito nel 1976

Solo pochi giorni fa lamentavo la disattenzione dei media verso Muhammad Yunus, e immediatamente dopo, quasi a rispondermi, la lieta notizia: a Yunus è stato conferito il Nobel per la Pace!

E’ arrivato tardi. Ma è arrivato.

Sugli eterni scontenti, sui puritani da salotto, non mi soffermo nemmeno. Quelli che scuotono il capo sull’inutilità dei premi, ma non muoverebbero un dito per aiutare il vicino di casa, continuino a rodersi dall’invidia per il distratto silenzio di cui è circondata la loro vuota esistenza.

Noi, invece, ci rallegriamo. Un premio è un semplice simbolo. Ma di simboli abbiamo anche bisogno, e quello di Yunus è fondamentale. Per molti motivi.

1) Yunus è un uomo in cui tutti vogliamo, dobbiamo riconoscerci. Che quell’uomo sia un musulmano, in un momento come l’attuale, non è cosa da poco. Se ha dimostrato che l’umanità trascende l’appartenenza religiosa, ha dimostrato, ancor più, che l’appartenenza religiosa ha potenziato la sua umanità. Ed è un’appartenenza religiosa islamica, che nessun folle kamikaze potrà mai annebbiare. Muhammad Yunus non è, infatti, un musulmano moderato. E’ un musulmano e basta. E noi avvertiamo, confusamente ma con certezza, che la verità, non soltanto la ragione (ma entrambe fuse insieme), stanno dalla sua parte. Il suo credo è universale come tutti gli altri credi.

2) Il suo credo non lo concepisce prete. Lo spinge a vivere nel mondo con intensità. Ma questo non gli ha impedito un autentico slancio missionario.

3) La conseguenza di questo “vivere nel mondo”, ai giorni nostri, nel suo caso si è coniugata addirittura col capitalismo. E questo è il terzo, ma più importante messaggio che Yunus ci lancia.

Solo gli ottusi e i clericali di ogni religione credono davvero che il male del nostro secolo è il “relativismo” e il libertinaggio sessuale. Il vero, profondo peccato del secolo è il Consumo. Per molti anni i credi organizzati hanno combattuto le dittature comuniste e l’ateismo di Stato, non accorgendosi – l’avrebbe confessato lo stesso Giovanni Paolo II – di un altro ateismo, più subdolo e strisciante, che ufficialmente non negava Dio, ma ne svuotava dal di dentro il significato profondo: quello, appunto, delle società consumistiche e capitalistiche.

Pier Paolo Pasolini, nell’incompiuto Petrolio, tratteggiava uno scenario apocalittico di un Medioevo prossimo venturo dove il Capitale aveva distrutto tutto, ogni valore, ogni istituzione, ogni uomo; significativamente uno dei suoi capitoli era intitolato Fine della Chiesa.

Davanti a questo mostro divoratore, nulla sembrava resistere. Solidarietà, dialogo, ricerca, mutuo aiuto, tutto scompariva di fronte all’onnipotenza di questo moderno Leviatano. L’uomo vale l’oggetto, è l’oggetto, teorizzavano i suoi apologhi. Dategli la soddisfazione materiale, e vedrete come vi benedirà in faccia. Homo homini lupus, noi tecnologizzati in fondo viviamo ancora nel Seicento. Il consumismo, nella sua stessa essenza, ha una visione estremamente pessimistica dell’essere umano.

Muhammad Yunus ha comprovato che non è vero. Che si può essere uomini autentici – non bestie né oggetti – non solo vivendo nella società dei consumi, ma operando in essa. In prima persona. E non nel solito modo appiccicoso, dolciastro, insopportabile dei tanti, troppi riccastri che pretendono di acquistare tutto, anche il Paradiso, con strombazzate “beneficenze” che hanno il solo scopo di mantenere lo status quo.

“L’assistenzialismo è dannoso – ha proclamato Yunus senza mezzi termini – perché costringe il povero a restare nel suo stato, ad accontentarsi della sua condizione. Un povero ‘assistito’ non sarà mai protagonista della sua vita”.

I teorici dell’uomo-lupo, i “realisti” e il loro antiumanesimo, sono rimasti sconfitti e scornati. E proprio in seno al loro pesante, fastoso mondo. Yunus ha dimostrato che l’oggetto non è l’uomo, ma che l’uomo può servirsi anche di quell’oggetto (nel nostro caso, il capitalismo) per fare il bene, quello vero. In che modo? Semplice: fidandosi dei propri simili.

E, quando si guarda il mondo con questi occhi, i nostri simili sono proprio tutti. E tutte. L’azione di Yunus verte principalmente sulle donne, “perché tra i poveri sono le più povere, perché sono le maggiori vittime dell’analfabetismo, della violenza, della miseria. Migliorando la salute delle donne, si contribuisce alla diffusione della pace e della democrazia.

Parole di un capitalista, maschio, musulmano. E le parole, si sa, restano. Le chiacchiere, invece, svaniscono in un assordante nulla.

Daniela Tuscano

3 comments 16 Ottobre 2006

C’E’ UN’”ALTRA” CHIESA CHE SOFFRE… – Riflessioni in margine al Convegno di Verona

La Strage degli Innocenti, Cappella degli Innocenti, di P. Ottino (1578-1630)Sta per aprirsi, a Verona, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo http://www.chiesacattolica.it/cci_new/PagineCCI/index.jsp?idPagina=2836:  quarto Convegno Ecclesiale Nazionale e “appuntamento  decennale – si legge nella Presentazionericco di significato nel cammino della Chiesa italiana, che si colloca nell’orizzonte degli orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.

Appuntamento che però, come tutti gli eventi di questo tipo, rischia di perdere di vista la concreta realtà non solo ecclesiastica, ma sociale; specialmente in un periodo come questo, in cui l’esigenza di una rievangelizzazione si coniuga, presso le gerarchie ecclesiastiche, con una politica di contrapposizione verso precisi individui o gruppi, considerati tout court responsabili della decadenza e della scristianizzazione dell’Occidente. Si sta tornando, o forse si è già tornati, a un clima preconciliare, e non si parla più di Chiesa “nel” mondo contemporaneo, ma di Chiesa “e” mondo contemporaneo, quasi a indicare due entità divise e spesso contrarie. I segni dei tempi, come ha notato ieri Edmondo Berselli su “Repubblica”, sono letti come spie di decadenza morale, culturale e religiosa, in un clima da tardo Impero; non si riconosce in essi alcun tratto positivo, non li si ritiene portatori di nessun nuovo afflato religioso, anche quando dicano di ispirarsi direttamente al cristianesimo.

La Chiesa gerarchica ha individuato nelle femministe, nei laici (almeno in quelli “non sani”, come curiosamente vengono definiti), nei “relativisti”, nei gay (tutti, senza distinzione) i nuovi nemici portatori di una cultura anti-cristiana, anti-famiglia, priva di valori e punti di riferimento. Non sorprende pertanto che, in quest’ottica e sotto certe forme, essa abbia quasi mostrato di “comprendere” la reazione fondamentalista. Anche il famigerato discorso di Marcello Pera all’applauditissimo (dai ciellini) Meeting di Rimini 2005 http://www.magna-carta.it/riforme%20e%20garanzie/0090_Pera.asp andava in questa direzione.

Il fondato timore è che, con questo clima e simili premesse, non si porga la dovuta e umile attenzione a mondi e percorsi spesso molto lontani, se non addirittura opposti, a quelli presentati dai media, teorizzati da eminenti studiosi nei loro rarefatti e lontani eremi, o inficiati dal pregiudizio. Leggiamo che tra i relatori saranno presenti Savino Pezzotta, Lorenzo Ornaghi, Paola Bignardi e Raffaella Iafrate: siamo sicuri che siano le persone più adatte per parlare (e per rappresentare) gli sfaccettati aspetti della vita lavorativa, pastorale, affettiva, teologica?

Le Chiese locali hanno risposto al documento preparatorio http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2005-06/20-16/Tracciariflessione.rtf loro sottoposto alcuni mesi fa nei modi più vari. Si sono mosse anche le Comunità di base e tutti quei gruppi che sperano di essere ascoltati nella loro tangibile e quotidiana esperienza. Non riteniamo giusto venga dimenticata o addirittura ignorata. E’ giusto si sappia che la Chiesa non è solo la gerarchia, che il “mondo contemporaneo” non è semplicemente male e corruzione, che anche fra i “dannati della Terra”, verso i quali Gesù sempre ha mostrato sollecitudine, c’è uno spazio per l’ascolto, la preghiera, l’altruismo, la pietà.

E noi, noi non li lasceremo soli.

Daniela Tuscano (nell’immagine, P. Ottino, La strage degli innocenti, Verona, chiesa di S. Stefano; tratto da www.verona.com. Per firmare l’Appello alla Chiesa italiana: http://appelli.arcoiris.tv/convegnoverona/. Vedi anche commenti 1 – 2 – 3 – 13 e http://danielatuscano.wordpress.com/2005/04/20/sul-soglio-pontificio-benedetto-xvi/)

27 comments 12 Ottobre 2006

CIAO NI’! – Un film sognato (Zerofobia)

Il seguente articolo mi è stato trasmesso dalla mia amica Ellyr. Non è stato purtroppo possibile rintracciarne la data di redazione né il titolo preciso, ma soltanto l’autore/autrice, ed è un vero peccato.  Ringrazio comunque Ellyr per questo bel “regalo”. (D. T.)

Con questa sentita dedica del Divino Renato (da sempre maternamente incline all’enfasi ecumenico-messianica nei messaggi ai suoi adorati “sorcini”, sia che si tratti delle immancabili note di copertina di un LP che di un accorato proclama sul palco), e con in sottofondo le malinconiche note della leggendaria e dolente Il Carrozzone, ha inizio Ciao Nì!, il lungometraggio di enorme successo che fu interamente ideato ed interpretato dallo stesso Zero nel lontano 1979 (con regia di Paolo Poeti e la collaborazione di un giovane Neri Parenti come aiuto regista), un cultissimo mai abbastanza celebrato, e che noi in questa sede non possiamo in alcun modo ignorare! imageUn esperimento gustoso e bizzarro, una storia fantasiosa, curiosa, ma anche autobiografica, certamente celebrativa del personaggio “Renato Zero” nel periodo della sua massima popolarità, quando la “Zerofollia” impazzava in tutta Italia (io stessa lo vidi all’epoca, restandone stranita: era/è un delirio..) e la graffiante zerotrilogia del cantante romano (i favolosi Zerofobia, Zerolandia, ed EroZero) aveva contagiato un po’ tutti. Zero aveva già avuto esperienze cinematografiche (inizia giovanissimo in TV, ove è sempre stato piuttosto attivo e presente, fra i Collettoni di Rita Pavone, e come comparsa ne La Bambolona, grottesca e cattivissima commedia all’italiana di Franco Giraldi, con uno strepitoso Tognazzi; prosegue poi con Fellini, che lo utilizzò in Satyricon, Roma e infine Casanova 70, e col cameo inosservato de La Mala Ordina di Di Leo; per non parlare della clamorosa futura prova offerta come voce di Jack Skeleton in Nightmare Before Christmas di Tim Burton) e teatrali (il musical Hair, per non dimenticare poi quel gioiello sepolto che è stato Orfeo 9, la rock opera di Tito Schipa Jr. dove interpretava magistralmente il “Mercante Della Felicità” – di prossima trattazione su Mondo Culto), e queste prove sicuramente lo aiutarono ad affrontare con adeguata professionalità questo stravagante lavoro per il grande schermo. Un film musicale? Anche, dal momento che molte delle sue hit sono qui puntualmente interpretate live, quasi come se il film fosse poi alla fine un videoconcerto. In realtà rimane però difficile da descrivere (“… trovargli unaaa colloooocazioneee!” – in tutta la pellicola, spartana, non v’è traccia di girato in esterni..) e incomprensibile/indigesto a chi non ama Zero: potrebbe intendersi come una sorta di pazzesco, strambo psychotrhiller musicato, imbevuto di kafkiane suggestioni, teatro off anni ‘70, commedia, uno spruzzo di glitter, molta ironia e, naturalmente, quintalate di egocentrica Zerofollia… vissuta, sofferta e contagiata da Lui, il grande Renato, qui a buon diritto da considerarsi come il Frank-N-Furter de noantri!! La storia, concepita in chiave squisitamente favolistica, ha tutta l’intenzione di gettare uno sguardo fantasiosamente verosimile sulla vita dello stesso Renato Zero Artista. All’interno della vicenda il nostro, infatti, è un applauditissimo divo pop amato da orde di fans che lo seguono ovunque e che lo subissano puntualmente di valanghe di lettere adoranti. Per accontentare i suoi “sorcini”, Zero si esibisce in continui spettacoli, percorrendo le vie del mondo su di un gigantesco carrozzone da circo trainato da cavalli, in compagnia della sua fidatissima crew: Dollaro (Carlo Monni, fresco di Berlinguer Ti Voglio Bene), un invadente e irascibile manager che funge anche da cocchiere; Super Io (Enzo Rinaldi – ricordate il Babbo Natale dei biscotti Bistefani e il maturo “maialone” di tante opere di Tinto Brass?), un panciuto psichiatra golosissimo di cioccolatini col “complesso dell’abbandono”; Mignolo, un saltellante segretario muto; e infine Zucchero, non certo il Fornaciari, ma una fidatissima governate-costumista (Nerina Montagnani, la mitica Natalina della pubblicità Lavazza con Manfredi). E’ l’inizio di un nuovo frenetico giorno di tournée in quel bizzarro circo che è il carrozzone di Zero, e il Divino giace addormentato nella sua stanza-capsula, adagiato mollemente sul suo glitterato letto rotondo, con un pesante make up e indosso sontuose vesti di paillettes porporate, in una mise che ricorda prepotentemente la Regina crudele di Biancaneve. A svegliarlo solertemente è il suo segretario Mignolo che, come sempre, lo cosparge del solito carico quotidiano di lettere di fans. Zero, destatosi dal suo torpore, però non pare sentirsi molto bene, è preoccupato per la sua voce che quella mattina si è rivelata inspiegabilmente flebile ed arrochita: come può in queste condizioni affrontare un nuovo concerto? Bisogna dunque trovare alla svelta un rimedio. Zero fa quindi chiamare il fidato psichiatra Super Io che, accorso al suo capezzale, subito fa dipendere la patologia dalla strana natura sessuale di Zero: “E’ il solito fatto psicosomatico che frega la vita a voi “polimorfi perversi!” sentenzia, e il nostro lo ripaga immediatamente con uno schiaffetto stizzito… Eggià perché lui detesta sentirsi chiamare “polimorfo perverso”! Subito dopo accorre la materna Zucchero che, conoscendo le reali necessità del suo protetto, intuisce che l’unico rimedio per “tirare su” Zero è “L’Udienza”. “Le Udienze” erano convegni d’amore, indifferentemente con uomini o donne, cui Renato puntualmente si sottoponeva, e che molto spesso si erano rivelati una vera panacea per ogni male. Dollaro, il manager cocchiere, è però assolutamente contrario a questo genere di “rimedi”, da considerarsi veri attentati all’incolumità del cantante, e lo invita a scegliere una buona volta a cosa rinunciare, a suoi servigi di guardia del corpo o a questi presunti convegni d’amore. Zero chiaramente opta per la prima alternativa e manda via il collerico manager, dal momento che non può certamente rinunciare ai suoi adorati svaghi. Vengono perciò prontamente convocati per l’”Udienza” dei bei ragazzoni, nella fattispecie dei corazzieri, che vengono quindi edotti da Super Io sull’importanza dell’incontro con l’Artista: “L’Udienza è un appuntamento prezioso che Zero concede solo a chi lo ama e chi è riamato da lui. Voi siete stati prescelti fra molti, conserverete il grande privilegio di questi attimi nel vostro cuore”. Mentre Renato è affaccendato con i corazzieri, nella stanza di Super Io si sentono riecheggiare da lontano dei potenti gorgheggi; è evidente dunque allo psichiatra che i benefici effetti dell’Udienza hanno risolto i problemi vocali del su assistito: “Lo dicevo io che era un fatto psico-sodom… ehemm, psicosomatico!”. Tutto è risolto, e Zero è pronto per esibirsi in un nuovo concerto.

Il cantante esegue La favola mia: è un video tratto dal film Ciao nì.

Inizia così la serata, sempre nel suo “Grimilde look”, con La Favola Mia (“… E mi vesto da Re perché tu siaaa, tu sia il Re di una notte di magiaaaa…”, canzone manifesto da Zerolandia - e una delle sue migliori, aggiungo… N.d.Ste), e quindi con la schizofrenica Io Uguale Io (“… Questa faccia qui,questo corpo qui… Ma è sicuro che sia IO??! Io voglio un identikit, carta e matita presto io sono qui!!”). Rientrato nelle sue stanze, Renato dedica un po’ del suo tempo alla lettura delle letterine dei suoi “sorcini”, rimanendone deliziato, quand’ecco improvvisamente sopraggiungere la crisi! In una delle missive legge un’inquietante minaccia di morte da parte di un fantomatico individuo: “Ti conosco mascherina, ti conosco come me stesso… Conosco la tua colpa. Ti seguirò come un’ombra nel buio e ti ucciderò alle prime luci della ribalta. (firmato) Ciao Nì!”. Il messaggio getta il nostro nel panico: chi può volerlo morto? Perché? E’ necessario dare un volto a chi vuole attentare alla sua vita, e a questo proposito un consulto con Super Io è più che mai urgente. Lo psichiatra suggerisce di partire per un viaggio a ritroso nella sua vita, scavando nell’ inconscio, e far così riaffiorare le esperienze più remote e spiacevoli nel tentativo di scovare il colpevole. “Ciao Nì! Espressione dialettale da sempre appartenuta a Zero, sicuramente nata in ambito familiare…”, afferma lo studioso, e ciò induce il poveretto a sospettare che siano stati proprio i suoi genitori a volerlo morto. Caduto in onirico trance d’analisi, scorge un’allibita infermiera che non sa se apporre un fiocco blu o rosa su di una culla, quella che fu sua evidentemente. Incontra i suoi genitori: un padre decisamente “frou frou”, e una madre inflessibile ed autoritaria ai quali Zero rimprovera aspramente di non essersi mai preoccupati di averlo indirizzato verso un’identità sessuale definita. Ma non è nelle loro mancanze che dev’essere trovata la mano del presunto futuro assassino, Renato è più che certo che i suoi genitori non c’entrino nulla in questa faccenda. Un altro concerto è alle porte e, visti i pericoli sempre agguato, in camerino si dibatte sulla convenienza di entrare in scena o meno. Per rimediare alla depressione dell’Artista, era stata persino indetta una nuova “Udienza” (questa volta con delle procaci ballerine in topless, tutte piume stile “Crazy Horse”), ma stavolta a dare immediato coraggio e forza al nostro è il giubilante pubblico in delirio e in attesa che gremisce la platea… “Renato! Renato! Renato!”. E lui, già pazzescamente agghindato con una mise rosso fuoco con ali spaziali, non può che sentenziare fra se e sé: “Impossibile non andare, aaaaaaassolutamente impossibbbile. NON E’ VERO??!”… E irrompe sul palco regalando ai sorcini un’incandescente performance di Sesso O Esse. Al successivo cambio di costumi, Zero trova però un altro inquietante segno della presenza del temuto assassino nel suo camerino: una finta mano mozza con un biglietto riportante il solito sinistro saluto Ciao Nì!. Sempre più scosso, porge sdegnato la lugubre manina a Dollaro, negligente guardia del corpo, ma lo show “must go on”, il pubblico è caldo e non c’è tempo per rimuginare, così si riparte con una nuova canzone, l’accorata Fermati (una proto-citazione dell’Estasiante leit-motiv di Pierre L’Ineffabile? N.d.R). A metà spettacolo Zero convoca i fidati sottoposti per discutere velocemente sul da farsi: non servono corpetti merlettati, tutine impaillettate anti-proiettile; qualsiasi momento può essere quello fatale per l’omicidio. Come dice rocambolescamente Renato: “Costui, costei, costoro… Costosi, costanti… L’ASSASSINO, INSOMMA! entra ed esce da questo Carrozzone come e quando vuole!”. Ma la folla dei fedelissimi e adoranti sorcini acclama da lontano il suo nome sempre più forte,e tanto basta al nostro per favellare messianico ancora una volta: “E io dovrei rinunciare all’amore di tanti per l’odio di uno solo? IO VADO!”.

 

Ed eccolo nuovamente infiammare la folla cantando Chi Sei, stavolta vestito unicamente di un’attillatissima salopette a strisce modello Ape Magà. A fine serata, dopo lo show, il sonno cattura finalmente Zero, e i fantasmi del suo passato affiorano più minacciosi che mai. Ricorda di quand’era bambino, nel cortile della scuola dove gli altri compagni si esercitavano in virili giochi marziali, mentre lui, truccatissimo, si specchiava nell’acqua di un pozzo pettinandosi la già allora lunghissima chioma corvina. Nel tentativo di dare un volto all’assassino, scavando nel passato, ricorda una spietata religiosa omofoba, Suor Incatenata (Victoria Zinny, poi signora Girone…), che lo disprezzava con tutte le forze per le sue aberranti inclinazioni. Lo insultava e lo tagliava co un inquietante crocefisso/coltello a serramanico, per poi gettarsi su di lui e succhiargli il sangue vampirosamente famelica. Pertanto Zero (ormai adulto) decide di affrontare ora l’antica nemica ed appare così, quasi come una sorta di Arcangelo Gabriele, alla suora che sembra ora, a distanza di anni, redenta, pentita del crudele comportamento inflittogli da bambino; e anzi si proclama sua fan accanita. Perciò è evidente nella mante del nostro che neanche Suor Incatenata può essere il suo attentatore. Nel movimentatissimo Carrozzone lo spettacolo continua con una avanspettacolare e divertentissima performance di Triangolo, ma nuove minacciose tracce vengono rinvenute nel camerino a fine esibizione, stavolta pare che l’assassino abbia lasciato una strana giarrettiera, che Renato mostra prontamente a Super Io. Con l’aiuto dello psichiatra, si abbandona quindi nuovamente ai ricordi; per qualche motivo quel vezzoso indumento intimo gli fa ricordare i giorni delle naja e quell’odioso, dispotico sergente che tanto lo tiranneggiava. “Mi ha sempre odiato! Eggià… Le reclute non avevano occhi che per me!” irrompe non senza una punta d’orgoglio Zero, ma in fondo alla sua mente ricorda che il virilissimo soldato in realtà era più incline ai suoi gusti di quanto avesse mai potuto sospettare poiché, a ben rimembrare, era solito fare la calzetta e amava anch’egli indossare indumenti femminili sotto la mimetica. Fugati i sospetti anche sul sergente, l’Artista continua il suo show e dopo una sentitissima performance della concitata Nascondimi (sfoggiando qui uno dei suoi costumi migliori, la celebre tutina nera attillata con le guglie glitterate come da copertina di EroZero),image accese le luci in teatro, si accorge che non c’è nessuno a vederlo. Indispettito più che mai per essersi esibito “a vuoto”, sfoga tutta la sua furente rabbia su Dollaro che, per scongiurare qualsiasi eventuale agguato dell’assassino, aveva pensato bene di far evacuare la platea.
Ormai è il tracollo, Renato sente di non poter più resistere in quello stato di perenne minaccia e pericolo: deve poter distendere i suoi nervi, e quale rimedio migliore se non un’Udienza? Liquidato in malomodo Dollaro (“Vatti a fare un briscolone, PLEASE!”) che aveva cercato per l’ennesima volta di dissuaderlo dal partecipare a simili “rendez-vous”, il nostro si unisce a un gruppo di freakkettonissimi ragazzi e ragazze proto dark, i quali, su sottofondo delle circensi note di Manichini, lo attendevano nella sua alcova. imageParte la clownesca performance di Sbattiamoci (“Dai su sbattiamoci… Tanto per conoscerci di più!… Provo io e poi provi anche tu!” ) e quindi, come si conviene ad ogni popstar di richiamo, arriva per Zero il momento dell’incontro con i media. Un cronista pettegolo da strapazzo lo subissa di pruriginosi commenti: “Renato Zero: morboso, androgino, ermafrodito, bisessuale, eterosessuale… Ed anche un po’ polimorfo perverso!”. E l’Artista, all’ennesimo “polimorfo perverso” affibbiatogli, frena a stento l’istinto di colpire
l’indelicato giornalista con il solito schiaffetto stizzito, e lascia correre; ma l’altro non accenna a smettere di fare illazioni, e anzi chiama un plotone di illustri scienziati al fine di esaminare da vicino questa bizzarra popstar. Fra tutti gli scienziati accorsi ve n’è uno particolarmente preso da Zero, che non smette mai di fissarlo con allucinato interesse, e che lo stesso cantante aveva notato con una certa preoccupazione, visto che neanche per un momento gli avrebbe poi tolto gli occhi di dosso durante una teatralissima ed enfatica esibizione di Sogni Di Latta. A questo punto i sospetti del nostro cadono sullo spiritato luminare e così, preso il coraggio a due mani, decide di fargli visita nella sua oscura dimora. In una notte buia e tempestosa, tra pioggia, tuoni e fulmini, Renato giunge nel lugubre castello dello scienziato pazzo (e qui si sconfina in pieno territorio Rocky Horror Picture Show!) e lo sorprende nell’immancabile laboratorio, tra alambicchi fumanti e strane pozioni. Lo accusa immediatamente senza mezzi termini di essere il misterioso vessatore: “Tutto il tuo interesse per me non era un caso… Sei tu ‘Ciao Nì!’ “. Lo scienziato non nega uno smodato interesse, ma si difende fermamente dalle accuse, il suo è un interessamento puramente scientifico: egli anziché disprezzare l’ambigua natura di Zero ne è invece fortemente attratto, e per di più vorrebbe dar vita in laboratorio a un perfetto esemplare di creatura ermafrodita, ma ahimè molti dei passati esperimenti avevano fallito nell’intento e a prova degli insuccessi viene fatto chiamare un nano deforme che, uscito improvvisamente dalle segrete del castello, suscita la materna compassione del cantante. I discorsi del luminare si fanno quindi sempre più sinistri e preoccupanti, allorché afferma di voler trattenere Renato per sottoporlo ad approfonditi esami al fine di conoscere finalmente la sua preziosa struttura molecolare. La reazione è repentina e risoluta: disarmato il minaccioso scienziato, il nostro dà fuoco al laboratorio e fugge via dal castello maledetto. Una crepuscolare esibizione di Uomo, No! precede un’altra notte di incubi per il poveretto, che nel suo sonno agitato arriva persino a sospettare dei fidati attendenti, forse troppo esasperati dai suoi continui capricci.

Ma è davanti allo specchio della toilette che un bel giorno Zero riesce a sbrogliare il bandolo di questa intricatissima matassa e a capire finalmente tutto. Intento a imbellettarsi, vede improvvisamente la sua immagine riflessa sdoppiarsi e parlargli come per effetto di qualche strano sortilegio… “Ciao Nì! Sono IO il tuo pericolo!… La parte “normale” di te. Non sopporto più queste tue ciprie, non hai più tempo da dedicarmi immerso come sei nel tuo successo. Ti odio e voglio vederti morto!”. Sorpreso da questa rivelazione, consapevole che chi voleva attentare alla sua vita altri non era che egli stesso, o meglio, la parte di sé ancora in conflitto con il lato più trasgressivo e ambiguo della sua natura, Renato prende coraggio e ribatte al suo alter ego: “Sei un essere abietto e depravato, la normalità di cui parli non è altro che il riflesso di me stesso. Se io voglio, mi alzo e tu SPARISCI!”. Ma il malefico doppelganger al di là dello specchio vuole portare a termine il suo proposito di morte e, alzatosi, tende un arco dorato per scoccare una freccia letale. Ma il Renato Zero Artista, con tutte le sue stravaganze e il suo straripante Ego, alla fine ha la meglio e, scagliando un mattone contro lo specchio, infrange, uccidendola per sempre, quella distruttiva parte “normale” di sé che lo aveva sempre odiato. La pace ritorna finalmente nel Carrozzone e il Divino Renato, gettatosi alle spalle quell’ormai inutile lettera minatoria, corre verso il suo adorato pubblico regalando una liberatoria e scanzonata Baratto.

Andrea “Plonk” Galvan (“Mondo Culto” )

28 comments 11 Ottobre 2006

FONDAMENTALISTI: GLI ATEI D’OGGI


Clicca per ingrandireGott mit uns di Giuliano Montaldo, 1969 (da http://www.budterence.tk/)

In questo periodo si moltiplicano le riflessioni sul fondamentalismo, il più frequente (e tragicamente alla ribalta) di matrice islamica, anche se rigurgiti revanscisti si individuano in tutte le aree culturali (i cosiddetti “cristiani rinati” di Bush, chiamati anche teo-con, e gli“atei devoti”). Risorgono, insomma, quelli che Luigi Capuana definiva “gli ‘ismi’ contemporanei” e che, pur nella specificità delle situazioni, presentano tratti comuni.A proposito del fondamentalismo islamico si è detto, ad esempio, che trova terreno fertile nella miseria socio-economica e culturale in cui versano molti paesi mediorientali (e non solo), retti da governanti corrotti e spietati. Altri hanno puntato il dito sulla fallita integrazione europea degli extracomunitari, costretti a vivere ai margini di un “paese dei balocchi” cui non riescono ad accedere, e che si volgono così verso un’identità culturale “forte”, la sola che permetta loro di darsi un’identità e li faccia uscire dal magma indistinto e spersonalizzante in cui vengono confinati. In altre parole, si tratta dell’eterna voglia di “branco”, di un desiderio disperato e agghiacciante di “essere qualcosa” con “qualcuno”, in un mondo orwelliano che non offre spazio al singolo.Analisi, queste, che non lasciano tuttavia pienamente soddisfatti. Si possono davvero spiegare questi fenomeni con le sole categorie della sociologia, mutuate dal Positivismo? E come inserire, in questo contesto, quegli occidentali, soprattutto giovani, che, pur non provenendo da ambienti chiusi e disagiati, ma anzi talvolta culturalmente elevati e “progressisti” – il caso di Johnny il Talebano è solo il più noto – abbracciano la causa del terrorismo jihadista?Prima di rispondere a queste domande, è necessario aprire una parentesi sulla natura dei fondamentalismi.I fautori dello scontro di civiltà ne fanno un discorso, per dir così, culturale. Pur essendo numericamente in pochi, esercitano un forte impatto sulla collettività non soltanto perché dispongono di grandi mezzi – in Italia, le invettive di Oriana Fallaci trovano regolarmente un posto d’onore sulle pagine del “Corriere della Sera” – , ma perché la loro proposta risulta in effetti più allettante, pare rispondere meglio a quel bisogno di spiegazioni “ultime” e “definitive” di cui oggi si avverte particolare bisogno. Il terrorismo, secondo loro, non è uno stravolgimento dell’Islam, è l’Islam stesso; l’odio per l’infedele, il rifiuto della democrazia, la violenza sono i pilastri (anzi, il sesto e nascosto pilastro) della religione musulmana. Un musulmano, quindi, non può che essere terrorista, o simpatizzare per i terroristi.Di qui la teoria dello scontro di civiltà, che tanto attrae e affascina. Attrae e affascina al punto di non rendersi conto che nessuno oserebbe chiamare “civiltà” stili di vita che propugnano contro-valori come quelli sopra elencati. Senza contare che una “civiltà” siffatta sarebbe implosa, necessariamente, da moltissimo tempo. Così il Nazismo, aveva sì tra i suoi obiettivi la distruzione fisica dell’altro e del diverso, ma anche la propria; in quanto anti-umanesimo per eccellenza, il Nazismo non poteva non rivolgersi anche, se non, in ultima analisi, soprattutto, con l’altro-in-sé, contro sé stesso. L’ossessiva ricerca di Hitler per rintracciare sue eventuali ascendenze ebraiche, il suo stesso suicidio, simbolico oltre che reale, ne sono l’inequivocabile conferma. Allo stesso modo, il terrorismo jihadista non si accontenta di individuare i suoi bersagli nell’odiato Occidente, ma anche e soprattutto fra gli stessi musulmani “traditori”, compromessi o semplicemente nella gente comune, quella che, come tutti noi, respinge la violenza, in particolare se rivolta verso innocenti.I teo-con difatti ignorano, sia per effettiva non-conoscenza dei fatti, sia perché ritengono la cosa poco importante, che le prime vittime dei terroristi sono gli stessi correligionari di questi ultimi. E che l’Islam è sempre stato “anche” Occidente ed Europa (basti pensare al nome “Maghreb”, che designa i paesi arabi nordafricani di religione musulmana e che, nella lingua madre, significa appunto “Ovest”, “tramonto”): il contributo offerto dai musulmani arabi ed europei, soprattutto spagnoli, nel campo matematico – algebra è parola araba, lo zero è stato inventato dall’illustre Muhammad bin Ahmad – , filosofico, religioso (Avicenna, Averroè e moltissimi altri), linguistico. Del resto, il Dante ridotto da Oriana Fallaci a una sorta di bandiera della cultura laica e occidentale si era ispirato alla salita all’ultimo cielo di Maometto per la stesura del suo Paradiso e mostrava di conoscere assai bene, e certo molto di più della convulsa libellista contemporanea, la riflessione teologica e culturale dell’Islam.Parlare di scontro di civiltà è pertanto sciocco e insensato, per la banalissima ragione che l’Islam NON è il terrorismo come l’Europa NON era il Nazismo che pure è nato e fiorito da quelle parti. Il fatto che i propugnatori di questa teoria, pur godendo dell’appoggio delle masse impaurite e, per ragioni di marketing, dei grandi media, siano in realtà snobbati dalla cultura degna di questo nome non è dovuto, come essi lamentano in palese malafede, alla presunta egemonia culturale delle sinistre o dei radical-pacifisti, ma dal fatto che il postulato da cui essi partono è insostenibile non appena si abbia l’intenzione di andare oltre le proprie paure, pregiudizi, ignoranze. La “filosofia” dei teo-con verrà semmai studiata, un domani, da un mero punto di vista sociologico e, se si vuole, di costume, ma non certo da quello culturale, che è inesistente.Ciò non significa, peraltro, che l’Islam non abbia gravissimi problemi al suo interno, e che la riflessione teologica e filosofica degli intellettuali di matrice islamica abbia subìto una cristallizzazione perniciosa (e anacronistica) ormai da molti secoli. Lo ha rilevato, in una lucida analisi, lo studioso algerino Khaled Fouad Allam, puntualizzando fra l’altro che nei Paesi musulmani è mancata una Rivoluzione simile a quella francese, che avrebbe dovuto manifestarsi però con le caratteristiche proprie di quelle culture. La timidezza nell’esegesi del Corano, poi, il considerarlo un testo “increato”, e come tale immodificabile perché disceso direttamente da Dio, con tutto ciò che questa valutazione comporta, è uno dei risultati più devastanti di tale cristallizzazione.Non è però nostra intenzione approfondire un discorso che merita altra attenzione nelle sedi opportune. Per tornare alla domanda iniziale: tenuto conto di tutti questi fattori, com’è possibile che non soltanto un islamico non integrato, ma anche un europeo di buoni studi, si trasformi in spietato miliziano islamista?Un intervento su “Repubblica” di questi giorni ne individuava i motivi nella mancanza di punti di riferimento, di valori forti, di sicurezza, e, potremmo aggiungere, nella noia, nel non-senso, in particolare nell’eterna tentazione dell’uomo per il “possesso”.Cosa intendiamo per “possesso”? In primo luogo, il rifiuto del limite e della finitudine, caratteristiche, queste, fondanti della natura umana, ma che, altrettanto naturalmente, fatichiamo moltissimo ad accettare. Il limite e la finitudine comportano l’accettazione di una realtà che ci compenetra, ma al tempo stesso ci trascende. Significano cioè l’accettazione del dubbio, non inteso come mero scetticismo, ma nel senso del confronto dialettico, di accettazione dell’umanità dell’altro; un credente parlerebbe di “mistero”. Un mistero che non necessariamente deve rimanere velato, al contrario (non a caso il Cristianesimo e l’Islam sono definite “religioni rivelate”): ma lo svelamento può avvenire soltanto accettando, paradossalmente, quella finitudine e quel limite appena menzionati. È questo il significato profondo dell’umiltà. “[In san Paolo] alla ragione dell’uomo… viene riconosciuta una capacità che sembra superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, lett. enc. circa i rapporti tra fede e ragione, 1998); “L’acquisto del sapere è un dovere religioso, tanto per il musulmano quanto per la musulmana. Ricercate il sapere dalla culla alla bara, poiché Allah conduce sulla via del Paradiso chi si è messo alla ricerca del sapere” (hadith del profeta Mohammed, in Insegnamenti). Tuttavia, queste vette possono essere raggiunte solo se si assume il dato di realtà che non siamo arbitri assoluti del nostro destino e che non tutto è così chiaro, lampante e “ordinato” come vorremmo.Il fondamentalista agisce in modo diametralmente opposto. La realtà “finita” gli fa paura; lo spettro della morte, del nulla, lo assilla come un incubo. Le contraddizioni del mondo, le complessità di un’umanità frantumata e multiforme, lo stravolgimento delle certezze nelle quali è nato e cresciuto, lo gettano in uno stato di grande ansia. Il fondamentalista, direbbe uno psicoterapeuta, attua allora una regressione edipica in un ventre materno, ma con forti caratteristiche virili, alla ricerca di una serra calda e conosciuta dove qualcun altro pensa per lui e gli dà regole precise, una Weltanschauung dove tutto è perfettamente spiegabile e ordinato, e dove non c’è spazio per deviazioni che altererebbero irrimediabilmente il suo universo così simile alla sfera di cristallo immaginata dai pensatori medievali. Non è neanche, la sua, una fuga all’indietro, ma una puerile illusione, destinata come tale a rimanere sempre frustrata (anche in ciò si spiega la “vocazione al martirio” dei kamikaze, del tutto simile alla tendenza suicida del Nazismo) per il semplice motivo che un’età dell’oro nella storia umana non è mai esistita.Ed ecco spiegati gli strali contro l’Occidente lassista e corrotto e la demonizzazione soprattutto di alcune categorie da sempre oppresse (le donne e i “diversi”), che, con le loro richieste di diritti, distruggono questa fragilissima “sfera di cristallo” da cui osservare il mondo senza esser lambiti dal suo indecifrabile caos.E il fondamentalista educato nel rispetto delle culture e delle opinioni?In verità, si tratta di un falso problema. Accettare il dialogo non significa mettere tutto sullo stesso piano; apprezzare la cultura dell’altro non implica svalutare o negare la propria; accettare la diversità non vuol dire negare la differenza; non esiste vera democrazia senza eticità. Anche il radicalismo di cui si parla attualmente a proposito di certi governanti è, in tal senso, un fondamentalismo, perché come quest’ultimo non tien conto della realtà umana ma si basa solo su sé stesso, riducendo il mondo circostante a un miscuglio indistinto dove si agitano tante bolle che si dissolvono in torbidi vapori.Nel primo caso, il rifiuto del limite e dell’altro; nel secondo, la negazione di questo limite e di questo altro; ma il risultato non cambia: chiusura; violenza; angoscia; incapacità di distinguere il bene dal male, con conseguente ideologia del sospetto verso tutto e verso tutti. In ogni straniero si vedrà un potenziale terrorista; in ogni occidentale uno sfruttatore e un infedele; in ogni donna una ribelle da domare e schiacciare; non si comprenderà la differenza tra un diritto e una pretesa; e così via, in una spirale che si arresterà soltanto con l’annientamento totale.Grande è poi la menzogna e l’infingardaggine dei fondamentalisti. Essi mostrano sempre una realtà parziale, manichea, dai contorni (troppo) ben definiti. Si guardano bene dal parlare di Annalena Tonelli, di mons. Locati, persino di Benedetta e Fiaz che, col loro amore, costituivano la smentita incarnata ai seminatori di odio. Men che meno parlano di Muhammad Yunus. Se ne guardano bene, e d’altro canto la mitezza di questi martiri non si cura della chiassosa grancassa mediatica di cui spudoratamente si servono i nuovi devoti. Ma poi accade l’imprevisto: accade che, spesso, i testimoni della mitezza paghino con la vita la loro autentica fedeltà ai principi in cui credono. Allora la loro esistenza risalta cristallina, allora come un lampo la loro luce fende le nebbie di un’ignoranza pervicace, e, insieme alla vergogna imperdonabile per non aver ascoltato la loro brezza in mezzo a tanta burrasca, captiamo che dietro le immagini e i simboli c’è un’epifania, una rivelazione che nessun “carceriere di Dio” potrà mai segregare. Annalena, mons. Luigi, Muhammad sono, e sono stati luce non malgrado la loro fede, ma per la loro fede. Annalena e mons. Luigi credevano al dialogo perché avevano una profonda fiducia nelle loro convinzioni. Muhammad Yunus aiuta le donne povere del mondo perché è musulmano, e perché è un uomo. In ogni uomo e donna essi vedono Dio.I fondamentalisti, in Dio vedono solamente sé stessi. Essi elevano ad assoluto spicchi di realtà: ben a ragione si può affermare che i veri “relativisti” sono proprio loro, perché del tutto auto-referenziali; parafrasando Silo, cercano di imporre ad altri il loro paesaggio febbricitante. Gli ha fatto eco il Presidente del Senegal, che ha definito la teoria dello scontro di civiltà “un anti-umanesimo travestito da cultura”.Alla base del fondamentalismo non c’è, dunque, nulla di religioso. Al contrario: esso testimonia esigenze molto materiali, anzi, materialistiche, tanto sono pregne di istinti primordiali e belluini. Il fondamentalismo si fonda non sulla fede in Dio, ma sulla totale miscredenza in Dio, nella sua missione salvatrice e misericordiosa contenuta – giova ripeterlo – in TUTTE le religioni, e, conseguentemente, nel rifiuto totale verso l’uomo.

Daniela Tuscano (“Tempi di Fraternità”, 1 ottobre 2006 – Poi 407142113_7d89e2973f_m.jpg del 6 giugno 2007 col titolo Fondamentalisti: miscredenti d’oggi)

3 comments 3 Ottobre 2006

I TERRORISTI ISLAMICI NON SONO MAI ESISTITI

Un commento di Pirani avverso alla tesi del complotto di cui si parlava qualche giorno prima in http://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/25/11-settembre-bush-ha-mentito-il-documentato-atto-daccusa-del-guardiano-delle-twin-towers/.

In un articolo sull´11 settembre (“Repubblica” del 20/9) pur ribadendo una condanna senza appello della guerra in Iraq, sostenevo l´aberrazione delle interpretazioni, basate su presunte rivelazioni secondo le quali sarebbero stati Bush e i suoi accoliti ad escogitare il crollo delle Torri Gemelle al fine di instaurare un regime autoritario negli Stati Uniti e scatenare una serie di aggressioni in Medio Oriente. Trovavo, perciò, criticabilissime le trasmissioni televisive che ne amplificavano il messaggio. Non era, peraltro, ancora stata trasmessa la puntata di Report su Raitre del 24 settembre dove, la pur bravissima e da me stimatissima Milena Gabanelli, dava man forte, ahimè, anche lei, ai «cospirazionisti» col supporto del filmato Confronting the evidence, prodotto da Jimmy Walter, un miliardario americano evidentemente antisemita, inteso a dimostrare che gli attentati furono una terribile messinscena organizzata da Bush e dai servizi israeliani. Credo, perciò, necessario tornare sulla questione, anche per rispetto a quei lettori, che, in seguito alle trasmissioni, mi hanno chiesto ragione della mia posizione (Sandro Pierucci di Macerata e altri) o, addirittura, accusato di essermi affiancato a «una banda di criminali, indegni di appartenere al consorzio umano che ha condannato a morte in un forno a tasto teleguidato tremila persone e tanti poveri iracheni per incrementare il business della guerra» (Guglielma Pacciardi di Livorno).
Vorrei, peraltro, ricordare un precedente, raccontato sulle nostre colonne (12/9) da Alexander Stille, che ha spiegato come in contrapposizione ai filmati fintamente oggettivi sull´11 settembre, escogitati contro Bush, ve ne siano altri fabbricati dalla destra e diffusi per ore sulle reti televisive nei quali, mescolando personaggi e avvenimenti reali con personaggi della fiction e accadimenti mai verificati, viene «provata» la responsabilità «documentata» di Clinton nella mancata cattura di Bin Laden. Le trasmissioni, ci ricorda Stille, hanno mostrato personaggi reali intenti a dire e fare cose che non hanno mai né detto né fatto. La conclusione è che in seguito a tutti questi finti «documentari» televisivi un terzo degli americani crede alla fola che Saddam Hussein fosse direttamente coinvolto nell´attacco alle Torri, mentre un altro terzo che si è bevuto la versione dei teorici del complotto, dilagante su internet, si è convinto del coinvolgimento del governo di Washington nel crollo dell´11 settembre.
Con il lodevole tentativo di fare chiarezza, almeno da noi, Enrico Deaglio, ha dedicato l´ultimo numero del suo intelligente “Diario” (29/9) settimanale a dimostrare come la teoria del complotto sia «una boiata pazzesca», malgrado il tono di fasulla oggettività scientifica che accompagna le «rivelazioni». Il disvelamento si avvale di una minuziosa opera di verifica, con la consultazione di 300 esperti in varie discipline, condotta da “Popular Mechanics”, una pubblicazione centenaria di divulgazione tecnica e scientifica edita dalla Hearst Corp. Prima di addentrarsi sui vari punti Deaglio premette quella che per ogni persona dotata di buon senso dovrebbe essere la prova-regina: la trasmissione andata in onda su al Jazeera in cui Bin Laden in persona vantava l´attentato, presentando i dettagli della sua preparazione, i testamenti filmati dei dirottatori, il loro addestramento per impadronirsi dell´aereo con i famosi coltellini. Anche lui, al Qaeda e tutti i kamikaze del fondamentalismo recitano la loro parte a servizio della Cia e del Mossad? Ma veniamo alla documentazione del “Diario” (costa 3 euro e ne suggerisco l´acquisto) che segue punto per punto lo schema dei «complottisti» e che in questa sede posso solo elencare: I) Il mancato intervento dei caccia fu dovuto alla macchinosa procedura di comunicazione in vigore tra aviazione civile e militare, alle regole d´ingaggio, concepite ai tempi della guerra fredda contro un attacco esterno, al divieto di attaccare aerei dirottati (nessuno pensava alla trasformazione del dirottamento in atto di guerra II) Sulla caduta delle Torri centinaia di esperti in demolizioni spiegano dettagliatamente come i crolli non si possano addebitare a cariche collocate in precedenza (tesi del complotto) ma al calore provocato dall´incendio del cherosene dei Boeing. III) Completamente smontata è la tesi che il Pentagono sia stato colpito da un missile.
I «cospirazionisti» hanno risposto a “Popular Mechanics” negandone alla radice la credibilità, visto che si tratta di una pubblicazione edita da «sionisti, massoni e agenti della Cia». I terroristi islamici, dunque, non sono mai esistiti.

Mario Pirani (“la Repubblica” )

6 comments 2 Ottobre 2006

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