IL CARROZZONE VA AVANTI DA SE’… – 1

31 agosto 1977 at 8:23 20 commenti

La sera del 24/8/77 Renato Zero aveva presentato il suo nuovissimo spettacolo “Zerofobia” in una anonima sala da ballo della provincia emiliana. Il successo c’era stato, ma non era del tutto rapido […]). 

David Bowie, Alice Cooper, Rocky Horror Show… quanto di italiano c’è nel tuo spettacolo?


Nel mio show ci sono ventisei anni di vita, quindi credo che più italiano di questo si muoia. E ci sono le testimonianze di Renzo Arbore, Fabrizio Zampa, Romano Mussolini, il pianista, poi Loredana Bertè, Mia Martini, Patty Pravo, Alberigo Crocetta, Ornella Vanoni così potremmo andare avanti ‘na vita, ma chiedi a loro delle mie retate con la polizia, di queste cose qui. di quando andavo in giro al Piper dodici anni fa, vestito e truccato con la mia chitarra e con la mia rivoluzione già in atto. Quindi a me di Bowie, di Alice Cooper e di questi personaggi qui non mi interessa. Rimango stupito come ancora oggi in Italia si dia tanto peso a questi fenomeni, che forse neanche si capiscono, perché io sfido l’ottanta per cento degli italiani a comprendere solo una parola di quello che dicono questi signori. Non per sottovalutare l’italiano, ma perché ovviamente quello è un tipo di cultura che non è assimilabile con molta facilità. Se tu traduci i testi di Lou Reed scoprirai che è difficile per un inglese, e lo hanno confessato gli inglesi stessi, degli amici miei. Io quando mi sono premurato di chiarire certi significati, ad esempio nei testi di Bob Dylan e di altri, mi sono trovato veramente a una mancanza proprio di esplicazione da parte degli inglesi stessi, forse per il fatto che la lingua è molto ermetica. Esistono anche doppi significati, insiti nel tipo di espressività della lingua e di certi luoghi non comuni, oerchè il vocabolario britannico o americano cambiano da giorno a giorno, infatti esistono i linguaggi cockney e slang, che sono praticamente incomprensibili. A questo punto quindi viene spontaneo di dire: “Finiamola, facciamo un discorso italiano”, anche se io tutto sommato mi trucco e se ho avuto la sfortuna di venir fuori dopo questi personaggi, non è colpa mia. Forse è colpa degli italiani che mi accusano di somigliargli.

Non mi sembra però che il tuo spettacolo sia compreso da molti.

Perché c’erano molte risa e molta ilarità tra il pubblico. Ho trovato un pubblico stasera, stranamente. Dico stranamente perché questa zona per me c’è stata una delle prime che ho battuto, Nonantola… me le ricordo nell’infanzia della mia attività artistica. Sono rimasto quindi un po’ sconcertato questa sera nello scoprire che c’era… cioè era come se probabilmente tutti conoscessero le mie canzoni, tutti conoscessero il mio spettacolo e così via. Io ero dentro a cambiarmi, perché come hai visto, tra un pezzo e l’altro io cambio costume, identità, atmosfera e maschera. Di conseguenza ero dentro al mio bussolotto dove succede questa riffa dei cambiamenti, e praticamente ho sentito che durante i dialoghi della madre, dello psichiatra, della coscienza e dell’amante, c’erano dei brusii e queste cose qui. non credo possa arrivare un significato laddove c’è un po’ di casino e, tutto sommato, seguono soltanto le musiche, le canzoni, e non i testi. Ho avuto viceversa una grossa soddisfazione viceversa l’altro ieri alla Bussola Domani, dove ho trovato un pubblico che mi ha fatto piangere; questo te lo dico proprio umilmente, sinceramente. Li ho sentiti… erano terribilmente vicini, amici stupendi, che mi credevano, lontani proprio dal chiedersi di David Bowie. È stato bello anche l’altra volta, alla Bussola Domani, quando ho fatto lo spettacolo con Boney M. È un grosso risultato vero?

Sì comunque non pensi che il discorso che porti avanti col tuo spettacolo sia molto difficile da recepire in provincia?

No, no, io non continuerei a sottovalutare i provinciali o i meridionali, come si è fatto fino a oggi. Perché io ti garantisco, per esempio, non c’è pubblico migliore del meridionale. Il meridionale è molto difficile perché non ha certo la cultura dei nipoti di Agnelli o dei benestanti che possono mandare i figli dalle Orsoline o a studiare nei collegi costosissimi. Però volevo dire: un napoletano, per esempio, se tu lo metti di fronte a una realtà di palcoscenico anche di vita, scoprirai che, magari, mette più tempo ad entrare nel vivo di una situazione. Però io credo, e questo è vero che gli artisti che si sono imposti in meridione vivono vent’anni. Quel è il pubblico che sostiene Mina, Cementano, Edoardo De Filippo e tanti altri grossi personaggi del mondo dello spettacolo che sopravvivono nonostante il tempo? È proprio quello dei meridionali, lascia che te lo dica: è proprio così. Quindi voglio dire, anche in provincia… uno dice, sì in provincia so’ tutti ignoranti, è gente distratta. Non è vero perché la provincia è gente che lavora, che partecipa, forse in maniera molto più attiva del cittadino. Se tu vai a Milano per esempio, all’Odeon o in un altro teatro, al Lirico, vai a vedere un concerto dei Weather Report; tu scopri che c’è un pubblico che batte le mani, sì, ma con una tale indifferenza; cioè le batte nello stesso modo ai Weather Report e a… che te posso dì, a Orietta Berti. Hai capito? Non c’è una vivacità e una partecipazione in questi fenomeni. Sarà che loro sono talmente abituati e assuefatti alle novità che non hanno più bisogno… Per esempio il milanese che va a teatro tutte le sere e che può permettersi di andare a vedere delle cose eccezionali.Forse è anche la musica che è cambiata. ho visto in un pub che il vecchio buon Lord Sutch mandava in visibilio…

Lord Sutch so’ vent’anni che campa. Io me lo ricordo al Piper che andava in giro col foco, l’accetta e coreva, lo ricordo ch’ero bambino.

Ebbene, continua ad andare in giro con fuoco e accetta e suona il vecchio rock’n’roll e continua ad esaltare perché usa una musica comunicativa e semplice.

Un momento, io posso dirti che la musica ha la sua importanza, però se sotto la musica non c’è un significato letterario o peraltro di contenuto, credo che la musica non abbia… Io sono un musicista, mi scrivo le canzoni e quindi avrei già un post assicurato per essere compreso musicalmente, almeno. Invece non mi accontento e mi scrivo dei testi che a mio avviso non sono da buttar via, appartengono alla mia vita e quindi sono passi abbastanza importanti, soprattutto per uno come me che è abituato a vivere con 220 volts sotto i piedi ogni volta, perché per me è un’esperienza. Adesso non è che voglio farmene un vanto, anzi, mi sono probabilmente invecchiato precocemente proprio per questa ragione: che ho vissuto sempre con elettricità tutte le esperienze. Mentre per un ragazzo normale vivere un’esperienza è sempre una cosa che lascia il tempo che trova, io le ho proprio cercate fortemente queste cose.

Continuando questa analisi della musica, ti posso dire che Jimi Hendrix aveva i contenuti ed anche un rapporto emotivo col pubblico, grazie alla sua musica.

Per me Jimi Hendrix è stato un fenomeno, che fra l’altro stranamente non riusciva a sdoppiare il musicista dall’interprete, dal chitarrista: era tutto un insieme, fortunatamente per lui, perché per me è stato proprio un fenomeno in questo. Era lui l’anima di tutta la sua musica, non i suoi collaboratori o le case discografiche. Era lui. Faceva uno spettacolo e penso che abbia vissuto stranamente molto più di spettacolo che di dischi, perché i dischi di Jimi Hendrix si contano in confronto a quanti spettacoli lui è riuscito a portare avanti.

Comunque il music business si è accorto anche di lui.

Per questo io difendo la musica italiana, perché ancora siamo a un livello… dopo la morte di Elvis Presley, uno si rende conto di quanto sia amara la realtà di un uomo come Elvis che non ha vissuto praticamente, perché era chiuso dentro una cassaforte piena di miliardi. Era anche costruito, per diventare uomo di miliardi, questo forse sì, ma aveva diritto, come qualsiasi altro essere umano, a vivere una vita artistica e umana al contempo dignitosa. È morto a quarantadue anni in una miseria di rapporti. Lo sai che in America, quando sei uno che vale seimila miliardi, non puoi neanche uscì de casa, perché ti linciano? Capito che voglio dire? E questo, lo trovi bello? Io preferisco stare in Italia dove siamo ancora ad un livello, non dico di maturità industriale riguardo ai dischi e la musica, ma se non altro abbiamo la possibilità di fare degli spettacoli e di avere un continuo contatto col pubblico, cosa che in America tu sai è difficilissimo. E poi il più delle volte non è possibile, perché in questi stadi di ventimila persone delle volte succedono delle situazioni per cui si rimanda la serata di giorno in giorno e poi l’artista arriva o con l’elicottero o non arriva proprio più. La morte di un certo tipo di musica è dovuta alla mancanza di obiettività e di estemporaneità che c’è nella musica stessa. Io sono nato, per esempio, proprio per portare un paragone italiano e siccome mi conosco, non parlerei mai di altri perché in questo caso io conosco me stesso e quindi mi sento di dare dei giudizi sulla mia persona. Voglio dirti che io sono nato in palcoscenico, non dai dischi e tu lo sai, perché non m’ha fatto né la RCA né la RAI, né i giornali e niente di tutto questo. M’ha fatto il pubblico e io sono forse il primo artista in Italia che è venuto fuori dallo spettacolo e questo lo trovo molto bello; molto più bello che sentirmi un fenomeno da copertina o da hit parade. Io faccio un tipo di discorso rock, se vuoi chiamarlo pop, chiamalo come vuoi tu, però è un discorso che mi lascia lo spazio per abbracciare certi tentativi. Per esempio “Tragico Samba”, non mi sarei mai sognato di inciderlo, un pezzo così, un samba? Un punto interrogativo grosso come una casa. Eppure a me… Voglio dire, nelle soddisfazioni di un artista c’è anche quella di riscoprirsi in certe espressioni musicali e non rimanere ancora per forza di cose al cliché. Claudio Baglioni ad esempio è uno che scrive in un certo modo e ho sentito quaranta pezzi di Claudio, anche se lo stimo molto, però sono tutti allo stesso livello. Non è che ci siano dei tentativi o un coraggio. Io lo stimo, torno a ripeterlo, però è bello che l’artista rischi ogni tanto, rischi la propria pelle, no? Io ho fatto questo spettacolo stasera col rischio. Ho rischiato, ho fatto uno spettacolo teatrale in un locale, con un testo, delle scenografie, delle cose che mi hanno costretto anche a vivere una dimensione un po’ disagiata, perché non in tutti i locali puoi montare le cose come vorresti. C’è un cavallo bianco che stasera non è entrato in scena perché non c’era posto. Ma la cosa più interessante che credo di aver fatto, senza farmene un vanto, ma che dimostra in pieno come bisogna delle volte rischiare se si vuole andare avanti, è presentare uno spettacolo completamente nuovo. Questa sera, se non sbaglio, non avete sentito né “Madame”, né “Inventi”, né “No mamma no” ed è giusto che sia così. Un artista non deve attaccarsi al successo, a chiedere l’applauso, rivangando magari un certo tipo di atmosfere, perché sa che il pubblico può essere preso sotto un aspetto sentimentale. Queste cose non le ho volute fare. Ho voluto fare “Zerofobia”, che è uno spettacolo completamente nuovo con tutto un repertorio nuovo, tanto è vero che ci sono due pezzi che non sono neanche su dischi, perché dovevano essere su Zerofobia e non c’entravano per un fatto di spazio e di economia di suono, perché avrei perso tre db. Ho dovuto eliminare “La favola mia” e “Chi più chi meno” che trovo siano belle.

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Comunque tu stai portando avanti un discorso tuo personale. fai gli spettacoli soprattutto per te. Hai una coreografia molto personale dietro e quindi ti costerà molto. Inevitabilmente sarai costretto ad abbandonare le sale da ballo per dedicarti a teatri e palasport, questo lo farai in un futuro, penso, anche perché la tua popolarità sta crescendo molto. Ti dedicherai a cose più in grande. Questo non porterà te stesso al di là di quel contatto col pubblico?

No, no, assolutamente no. Te lo spiego subito. Io sono uno molto strano nel senso che, magari se c’è un attimino che potrei vivere una dimensione mia abbastanza giusta, a livello di organizzazione e di spettacoli anche economica, non la vivo. A febbraio sono stato male con una tonsillite e siccome erano saltate delle date in certi locali, allora i gestori s’erano messi a fare i capricci perché volevano recuperare queste date eccetera. Quando ti trovi di fronte a questo meccanismo, come dici tu, l’unica cosa da fare sai qual è? È scappare via e io sono scappato via. Sono stato cinque mesi lontano dai locali, non perché non volessi incontrare gli amici e fare gli spettacoli, esclusivamente perché a un certo punto, giustamente, scatta quella molla e bisogna fare molta attenzione a non fare uno spettacolo sulle punte. Capito che voglio dire? Aritmetico, cioè di dire: adesso vado su, canto il pezzo, io devo muovermi così. Quando arrivi a quel punto credo che ti convenga abbracciare la carriera di impiegato, è molto più dignitoso.

Tu, vista la tua individualità, avresti dovuto avere successo negli anni Sessanta, quando l’individualismo era più apprezzato. Oggi con tutta questa musica “disco” i giovani sono molto legati al monotono ritmo della musica che ballano.

Forse è quello che ha spinto la gente ad affezionarsi a me e alla mia musica: proprio perché potrebbe essere una boccata d’ossigeno e io me ne rendo conto. Anche a me dà molto fastidio accendere la radio e sentire “tututututututu” e poi cambiare stazione e “tututututututum”, cioè una cosa di questo tipo. Allora probabilmente, siccome non credo di essere uno di questi che fa le cose in serie, come si fanno alla Fiat, e allora può essere questa la chiave di un tipo di apprezzamento da parte del pubblico.

Sei quindi un emarginato.

Ma io non direi che è un discorso da emarginato. È un discorso probabilmente da giovane d’oggi. Gino Paoli, Umberto Bindi e Tenco quando cantavano quelle cose lì, se tu hai in mente esattamente quello che cantavano, anche loro erano emarginati perché il nome cantautore venne fuori con un odio, quasi, da parte della stampa e dell’opinione pubblica. Il cantautore allora era uno contrariato, era uno introverso, era uno inavvicinabile. Avevano questa etichetta di gente molto fuori, capito? Venivano considerati degli incompresi. Oggi che succede? S’è creato un altro fenomeno. Molti miei colleghi hanno abbracciato un’idea politica e si sono messi a fare un discorso forse un tantino troppo pesante per la musica, perché la musica soffriva dentro questo vestito. Questi credo non siano durati abbastanza per godere di un successo plateale, perché la maggior parte di loro non fanno più dischi, e, un altro fatto più grave, è che non li hanno fatti senatori.

Nel tuo spettacolo rimetti in discussione i soliti miti: coscienza, madre, patria etc.

Le simbologie di una vita che ho vissuto io: perché quella che hai visto stasera è la mia vita, con un padre rompicoglioni come quello che hai visto stasera, con una madre buona, ma fondamentalmente borghese, diciamo, mia madre… Sì, io ho portato in scena la mia vita, senza ombra di dubbio. Il meccanismo anche di questi manichini, che in fondo lo sono, perché se tu pensi: alle sette tutti a casa; il padre se non sei lì alle sette, te manda a letto senza cena. Cioè tutto questo meccanismo di una vita rigorosamente fatta di due mesi di villeggiatura, poi l’esame di riparazione a ottobre, perché chiaramente io non sono mai stato promosso. Infatti dopo l’asilo me so’ dato come un furetto perché vedevo che non era aria; non sarei mai stato un genio, nì. E allora tutta questa serie di circostanze m’ha portato soprattutto a spiegarmi con il pubblico, infatti il bello di questo spettacolo credo sia proprio una giusta confidenza a cuore aperto con il mio pubblico. Gli ho spiegato esattamente quello che sono.

Perché alla fine vieni ricoperto dal cielo?

Il cielo è sempre stato una cosa che m’ha fatto impazzire; non solo perché esiste, perché grande e perché ci ha le stelle o è nuvoloso, queste cose qui, ma perché ci fa rendere conto, a volte, che piccole entità che siamo e quanto siamo sciocchi delle volte a farci del male oppure a non valutare esattamente la grandezza nostra con il cielo. L’uomo e il cielo sposano divinamente, perché si parla di spirito in questo caso. Ma l’uomo gretto e meschino sotto una cappa di cielo non credo che sopravviverà molto.

Musicalmente, qual è il gruppo o l’artista che preferisci in assoluto?

Ray Charles. Lo trovo completo, lo trovo un interprete eccezionale a tutti i livelli. Io ho sentito una sua cosa che m’ha fatto veramente accapponare la pelle. Ho sentito un pezzo suo, molto funky, cantato da un uomo come lui che c’ha sessant’anni, con una vitalità e uno swing che fa spavento. Il pezzo si chiama “Livin’ in the city” ed è di Stevie Wonder. Dopo Ray Charles vedo senz’altro i Beatles. 

Senza firma (“Popster”)

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ZERO IN IPOCRISIA IL CARROZZONE VA AVANTI DA SE’… – 2

20 commenti Add your own

  • 1. Daniele  |  5 ottobre 2006 alle 10:31

    Oddio che salto nel tempo che ho fatto. Ho rivisto i miei anni, i miei disagi, i miei sogni e le mie gioie tutte in un solo colpo. Ogni domanda un flash-back della mia vita. Com’erano diversi quegli anni e come ero diverso io.
    Per ogni paillette che cadeva era un passo in più nella mia coscenza, un mano in più che mi aiutava a rialzarmi. Penso a quei tempi con nostalgia e forse con una punta di malinconia e rammarico. Il sogno di una notte, le note di quella canzone e quell’amico che sedeva accanto a me nel primo banco e che non mi ha mai dimenticato.
    Grazie Renato per tutto questo.

    Rispondi
  • 2. renato  |  5 ottobre 2006 alle 12:34

    è un bel reperto e trovo che sia sincero (all’epoca)

    Rispondi
  • 3. laura  |  5 ottobre 2006 alle 14:59

    Bello e pieno di spunti interessanti. Sincero, come può esserlo un artista (un poeta, uno scrittore… un cantautore). La sincerità dell’arte, che gioca sempre con qualche maschera.
    Il Renato che purtroppo io non ho mai visto, ma anche il Renato di oggi.
    Forse il Renato di oggi è solo un pò più disilluso. O forse cerca altre vie per raccontare la sua storia, per metterla in scena. Con meno ingenuità e un po’ più di attenzione allo “spettacolo”.
    La parte che mi ha colpita di più è quella sul “coraggio” dell’artista. E’ proprio vero, alcuni cantanti non si mettono mai in gioco, trovano la loro linea e la portano avanti per tutta la vita. In Renato c’è più voglia di sperimentare, di stupire, di trovare nuove vie d’espressione. Questo dà alle sue canzoni una certa discontinuità, è vero, a volte può anche stupire o allontanare i fans. Ma è una scelta coraggiosa: in fondo, è solo provando che si può andare avanti. Che si può crescere.
    Quando non si prova più a crescere (non si sbaglia più), si è diventati vecchi.
    Ecco, è questo che spero: che Renato continui ad andare avanti, che non si fermi troppo presto. Per lui, e per chi ci ha creduto.

    Rispondi
  • 4. kiazero78  |  5 ottobre 2006 alle 15:24

    carissima daniela tuscano io ho letto questa intervista a me ha lasciato un pò attizzosa con le domande dei signori che rivolgevano le cose al mitoico renatino zero . per me renato è e sempre resterà un grande maestro della musica italiana di tutti i tempi,io non sopporto come viene insultato tuttora anche adesso che siamo ormai nel terzo millennio,io ho dei parenti che al suo nome mi didono:.a me viene una rabbia dentro che gli dico:.

    BHE ORA VADO E NATURALMENTE COME DICE……

    “NON DIMENTICATEMI HE…..”

    “GRANDIIIIIIIIIIII???????????”

    BACI KIAZERO78(CHIARA FIALDINI)

    Rispondi
  • 5. filomena  |  5 ottobre 2006 alle 20:21

    bbbeelllllllllllllllloooooooo che grande che sei a trovare queste chicche storiche… peccato che non riesco a stamparlo

    ma ci riproverò domani… intanto lo inoltro… baci grandi Filo

    Rispondi
  • 6. azul  |  5 ottobre 2006 alle 20:23

    il solito renato………….
    ieri…
    oggi…
    domani…
    e sempreeeeeeee….
    aldila dil tempo.
    unico… eterno… vero… sincero…
    simplicimente…
    zerooooooooooooooooooooooooooooooooo—
    grazie…
    ciao niiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

    Rispondi
  • 7. GIADAZERO84  |  6 ottobre 2006 alle 11:56

    Bellissima questa intervista!
    Grazie ad essa ho vissuto cose che non ho potuto vivere per motivi di età. Ho assaporato un pò il Renato degli anni ’70.
    E’ bello leggere un Renato così!
    GRAZIE!!!

    Rispondi
  • 8. la.favolamia  |  6 ottobre 2006 alle 13:17

    bellissimo!!!….un intervista che solo renato zero può fare in questo modo!!!è grandeeeee!!!!

    Rispondi
  • 9. Roberta*64  |  7 ottobre 2006 alle 14:42

    Bella davvero questa intervista Daniela. Un pezzo da conservare nel mio archivio personale. grazie

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  8 ottobre 2006 alle 8:09

    Sembra che ieri, al concerto di Bologna, sia stato fantastico. Ha cantato Piazza Grande in coppia con Dalla, poi La vita è un dono e un medley di Mi vendo-Triangolo-Morire qui. Tranne La vita è un dono è una scelta azzeccatissima, davvero un peccato non essere lì, poi un utente del Forum ha messo il link di Col tempo sai, cover di Léo Ferré eseguita dal Nostro con Andrea Mingardi… eccolo: http://www.yousendit.com/transfer.php?action=download&ufid=480A832E271798E3 . Buon ascolto! 😉

    Rispondi
  • 11. laura  |  8 ottobre 2006 alle 17:03

    Questa volta non sono d’accordo con te! A me “la vita è un dono” piace molto, anzi, mi commuove proprio. Forse, oltre e più della canzone in sé, quello che mi tocca è il ricordo che le associo. Comunque ogni volta è un’emozione.
    Adoravo anche Léo Ferré. Ho conosciuto la sua musica quando viveva qui nel Chianti. Voce splendida e personalità splendida.
    Perciò la serata di Bologna sarebbe proprio stata per me… peccato.

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  9 ottobre 2006 alle 12:27

    Meno male che ogni tanto dissentiamo… sennò sai che monotonia? Un abbraccio 🙂

    Rispondi
  • 13. Stordyta  |  9 ottobre 2006 alle 13:32

    Sono stato cinque mesi lontano dai locali, non perché non volessi incontrare gli amici e fare gli spettacoli, esclusivamente perché a un certo punto, giustamente, scatta quella molla e bisogna fare molta attenzione a non fare uno spettacolo sulle punte. Capito che voglio dire? Aritmetico, cioè di dire: adesso vado su, canto il pezzo, io devo muovermi così. Quando arrivi a quel punto credo che ti convenga abbracciare la carriera di impiegato, è molto più dignitoso.

    Semplicemente questo uomo lo amo e lo amerò sempre…e se fino ad oggi nn ha abbracciato la carriera dell’impiegato …un motivo ci sarà no?? nn ha mai smesso di emozionarsi e di farci sognare..GRANDE RENATO!!

    Rispondi
  • 14. PetaloSs  |  9 ottobre 2006 alle 13:44

    Primo punto… sono completamente d’accordo con quello che diceva renato, io nn l’ho mai assomigliato a Bowie ne come tipo di musica ne come tipo di personaggio… come personaggio forse era meglio accostabile a Boy George, ma il suo modo di fare musica l’ho sempre trovato molto personale e del tutto italiano, vero anche che alcuni testi americani (ed inglesi) sono intraducibili e poveri di significato.. i cantautori sembra quasi che vogliano stupire con queste frasi enigmatiche.. a me fanno venire noia, quindi mi concentro + sull’esecuzione del brano e sulla musicalità. (Hoibò! nella seconda domanda Renato dice ciò che ho detto io… pazzesco, giuro che sto leggendo e commentando a tappe).

    Secondo punto.. gli spettacoli che offriva negli anni 70 Zero erano sicuramente qualcosa di assurdo, nn solo per l’epoca, ma anche oggi.. psichedelici per luci e costumi… sicuramente sembrava di assistere ad un teatrino alla MANGIAFUOCO, dove l’illusione di mescolava alla realtà, e ci si sentiva come trasportati in un’altra dimensione… io parlo per sensazioni provate guardando le vecchie registrazioni… a quell’epoca stavo iniziando a parlare.. quindi sono facilmente smentibile da chi quei momenti li ha vissuti dal vivo.
    Concordo sulla divisione meridionali/settentrionali.. hehehe gli amici del nord nn me ne vogliano 🙂

    Renato, umilmente, diceva che i suoi testi nn erano da buttare via.. per chi invece li ha ascoltati e fatti suoi hanno avuto importanza quasi incredibile.. che fascino…

    Altro punto, mi piace il paragone tra musica italiana e oltre oceano.. anche se ormai nel 2000 i nostri artisti italiani nn è che si discostino poi molto da quelli americani.. laura papassini (così la chiamiamo in sardegna rifacendoci a dei dolci tipici nostrani) insegni.
    Mi piace anche quando parla di avere osato nei generi musicali e non… Claudio Baglioni forse nn ne sentiva l’esigenza, visto che esprimeva ciò che sentiva dentro.. e poco importa se i prodotti erano tutti simili… c’è chi osa e chi no… basta che il risultato sia vincente.

    Mi incuriosisce quando si parla della nascente musica dance, Renato parla di gente che si stanca del ritmo monotono… eppure da li a poco avrebbe spopolato da noi mettendo in ombra nn solo lui ma una sfilza di artisti meritevoli che sono cmq ritornati alla ribalta una volta cessata questo assurdo turbinio (xò che ricordi).

    “Perché alla fine vieni ricoperto dal cielo?
    Il cielo è sempre stato una cosa che m’ha fatto impazzire; non solo perché esiste, perché grande e perché ci ha le stelle o è nuvoloso, queste cose qui, ma perché ci fa rendere conto, a volte, che piccole entità che siamo e quanto siamo sciocchi delle volte a farci del male oppure a non valutare esattamente la grandezza nostra con il cielo. L’uomo e il cielo sposano divinamente, perché si parla di spirito in questo caso. Ma l’uomo gretto e meschino sotto una cappa di cielo non credo che sopravviverà molto.”
    C’è da commentare?

    Rispondi
  • 15. giancarlo  |  9 ottobre 2006 alle 15:13

    Eh sì qualche millennio fa avevo letto e forse ho ancora da qualche parte il ritaglio di questa intervista…
    Non pare proprio più lui, quando dice che si allontanava dai locali per non fare uno spettacolo “aritmetico”… c’avete in mente Natale in Vaticano??? se non era aritmetico quello…
    vabbè… è un vecchio mio malumore…

    Rispondi
  • 16. PetaloSs  |  9 ottobre 2006 alle 16:00

    Giancarlo… ti dico solo che era INEVITABILE.. lascia perdere i malumori e facciamoci una sana risata delle cadute di gusto che fa un essere umano anche se di chiama Renato Zero

    Rispondi
  • 17. danielatuscano  |  9 ottobre 2006 alle 17:18

    Ok, Petalo, ok… ti diamo questo bel 10 (però, pensavo preferissi lo… “ZERO”!!!! 😀 ).

    Nemmeno io lo trovavo simile a Bowie. Grandissimo artista quest’ultimo, per carità, possiedo diversi suoi dischi, anche se l’ho sempre preferito nei panni del rocker che in quelli “sperimentali” ad esempio con Eno… Strano (o forse no), a me Eno è sempre piaciuto moltissimo (tranne che nella fase degli Airport), però in coppia con Bowie non mi convinceva.

    Sarà perché il musicista inglese è già un temperamento freddo, ma con l’elettronica diventava addirittura algido.

    Tornando a Renatino, Petalo preferisce accostarlo a Boy George, io invece, se proprio bisogna per forza trovargli un corrispettivo inglese, l’ho sempre associato di più a Freddie Mercury, sia per la carnalità dell’impatto scenico e del rapporto col pubblico (Freddie, non dimentichiamolo, era armeno-persiano), sia, forse, per (in parte) la storia personale. Freddie era un personaggio “caldo”, barocco, eccessivo, mediterraneo: proprio come Renato. Bowie no, era (ed è) del tutto inglese, col Nostro non c’azzecca niente…

    Con questo paragone mi trovo in buona compagnia: il riferimento è a Paolo Bonolis. Intervistato su cosa pensasse di Renato – con cui cinque anni fa conduceva Un disco per l’estate -, il presentatore, noto musicofilo, rispondeva: “Nella mia vita ho avuto un solo mito, i Queen. Quando ho visto Renato fare le prove, l’altra sera, mi è parso Freddie Mercury a Wimbledon”. Mica pizza e fichi…

    Ad ogni modo, Petalo ha ragione da vendere: questa mania di trovare per forza un corrispettivo straniero – anzi, inglese o americano – ai nostri artisti per “nobilitarli” denota un provincialismo e una disistima di sé assolutamente sconfortanti. Anch’io infatti, malgrado le similitudini che si possono trovare fra R. e i colleghi anglofoni – perché di certo non gli è inferiore -, penso che il Nostro sia un personaggio tipicamente e principalmente, visceralmente italiano; ma tutto quanto non è affatto riduttivo; al contrario, visto che – e anche qui concordo con Petalo, mi sa che ci sposiamo… 😉 – i testi di Zero, e di altri nostri cantautori, sono mediamente assai migliori di quelli stranieri. La nostra forza sta nelle parole. Purtroppo l’italiano è conosciuto solo in Italia. Appena però ho un po’ di tempo, riporterò qui un bell’articolo di “Raro!” risalente al 1993, intitolato Renato ZeroStraniero. Sono certa che farà la gioia di Petalo. 🙂

    Renato ha scritto, soprattutto nella prima fase della sua carriera, molti pezzi dance. Non si è dimostrato snob come una parte dei nostri autori, diciamo così, impegnati, non ha mai dimenticato che una canzone deve soprattutto divertire e non trasformarsi in un comizio con sottofondo musicale. Ciò nonostante è riuscito a veicolare messaggi spesso seri e importanti, ed è un peccato che taluni, sia critici sia pubblico, si siano fermati solo alle apparenze e ai pregiudizi senza osservare col dovuto distacco, ma anche obiettività, i testi non di rado intensi del nostro Renato.

    E’ pure vero quel che dice Petalo a proposito del teatrino-Mangiafuoco: la sensazione era quella (a quell’epoca io parlavo già, fin troppo… 😉 ). E si trattava di qualcosa d’irripetibile, adesso anche Zero ha un po’ ceduto alla logica “baglioniana” che denunciava agli inizi: basta che il risultato sia vincente. E in questo ci metto pure l’ormai famigerato concerto dal Papa, Giancà, nemmeno io l’ho mandato giù ma ormai l’ha fatto… chissà se ci capiterà mai di incrociarlo a faccia a faccia e finalmente sfogare tutto quanto ci siamo tenuti dentro???? Ihihih, aspetta e spera.
    Dicevo che Renato ha avuto il grande merito di non sconfinare nell’intellettualismo, ma di rendere pregevole il prodotto popolare. Potrei aggiungere altro, ma lo riservo per un futuro articolo. Bacions!!!

    Rispondi
  • 18. PetaloSs  |  10 ottobre 2006 alle 0:13

    si si infatti preferisco lo zero, ma se c’è un bel 1 davanti lo preferisco ancora di +

    Rispondi
  • 19. Jonny  |  26 ottobre 2006 alle 12:57

    Qualcuno direbbe: ognuno fa il brodo con la carne che ha.
    Un tempo Renato aveva le ossa, oggi probabilmenet il brodo neanche se lo ricorda più….
    Questo è l’autentico Renato Zero.
    Insomma: non ce lo vedo proprio, in questa fase della sua carriera artistica, a darsi malato per cinque mesi…
    E in fondo il triplo cd che è in arrivo è una testimonianza diretta che i tempi cambiano per tutti……….

    Rispondi
  • 20. elisabetta  |  27 ottobre 2006 alle 16:53

    Che dire? Insomma…. Non ci sono più parole per descrivere Renatino.. L’ uomo, l’ artista che è…
    Che ci ha fatto piangere, ridere, sognare, sperare….
    E continua a farlo!!

    Grazie Renato!!!

    …….E A TUTTI, BUONE NOTE!!!!

    Rispondi

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