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UN NUOVO ALBUM DI RENATO ZERO

S’intitola L’Imperfetto l’ultima fatica del cantautore romano, di recente passato alla milanese Sony Music dopo un sodalizio con la Bmg Ariola durato ben vent’anni, e segue di circa un anno il meditato, ma a tratti involuto, Quando non sei più di nessuno (contenente la discussa Ave Maria).E già in questo titolo si può comprendere una sfida nei confronti d’una cultura dominante che impone l’invincibilità, l’arroganza, il giovanilismo a tutti i costi e il disprezzo per qualsiasi forma di diversità. “Cadono simboli. Dottrine di comodo. Titoli acquisiti, false referenze. La retorica del comando e dell’obbedienza. È la fine dell’infallibilità… E quindi sei il soldatino senza patria e senza esercito, ma non per questo un disertore… E mentre i ‘maestri’ andranno a purificarsi le coscienze nel Gange dei ‘pentimenti’, tu come me, potrai ancora sentirti fiero di essere… l’IMPERFETTO”, scrive Renato Zero nell’introduzione.E soltanto in controluce chi vuole può trovarvi un accenno ad una casta e cattolica “diversità” artistica che, peraltro, ha salvato dai pericoli che poteva correre l’anima pura e tradizionalista di questo autore: pericoli da cui non è rimasto immune il “profeta” Celentano.

Mario Luzzatto Fegiz ha giustamente rilevato che, in questo disco, mancano (per fortuna) morbosità e doppi sensi; in compenso si trova lo Zero che punta il dito sulle storture d’una società senz’anima (in Roma malata l’artista canta il disagio di una metropoli che sembra aver perduto, anche nelle borgate a lui tanto care, quel minimo di umanità e di ansia di riscatto che le pervadevano), mentre si mostra assai diffidente verso il cosiddetto “nuovo” della Seconda Repubblica (Aria di pentimenti, Facce). Non manca poi un richiamo all’ecologia in L’ultimo guerriero; chi invece vuol ritrovare il Renato più classico e amabile non deve far altro che ascoltare brani intensi e partecipati quali Amando amando, Bella gioventù, Nei giardini che nessuno sa, Vento di ricordi e Chi.

Musicalmente, l’artista prosegue nella sua ricerca. Niente di rivoluzionario, intendiamoci: anzi, nell’amore per la melodia egli può a ben diritto porsi come autore di canzoni autenticamente italiane (non all’italiana), molto aiutato, in questo, dalla sua potente voce, che a volte viene in soccorso a soluzioni armoniche non proprio immediate. Insomma, un disco importante che si avvale peraltro – nella ritmata Digli no e in Felici e perdenti – dell’apporto dei bravi Baraonna, giovani che abbiamo potuto apprezzare nell’ultimo Festival di Sanremo; strano a dirsi, ma ogni tanto qualche buona proposta viene anche da lì.

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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1 settembre 1994 at 10:55 2 commenti


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