A ORIENTE, UNA STELLA. Grazia Deledda e le altre

1 settembre 1995 at 10:25 1 commento

Mi piacerebbe che a parlare compiutamente della donna (anzi, delle donne) fossero anche uomini. Non che ciò non avvenga in assoluto: anzi, quando ad aver diritto di parola erano soltanto i maschi, miriadi di libri sono stati scritti, soprattutto per dimostrare, prima filosoficamente, poi teologicamente, poi… scientificamente, che la subordinazione femminile era giusta, se non necessaria.

Come reazione, nel recentissimo passato le femministe hanno rivendicato l’esclusivo diritto di dissertare su di sé. Ora che anche tale periodo sembrerebbe superato (e lo è di fatto) avviene l’inquietante, anacronistico e intollerabile fenomeno per cui il razzismo, la globalizzazione del pianeta ecc. vengono avvertiti come problemi di tutta l’umanità, mentre la “donna” rappresenta ancora una sorta di enclave protetta (?). C’è la “pagina della donna”, che l’uomo ovviamente non legge – anni fa un periodico femminile lanciò addirittura il quotidiano per la donna, lasciando capire, anche dall’eloquentissima pubblicità che lo corredava, che i quotidiani “seri” li leggono solo gli uomini -, e c’è la cultura delle donne, considerata comunemente una sub-cultura o, al più, qualcosa d’élitario.

Di fatto, la Cultura per eccellenza continua a essere quella maschile, sessuata e sessista, ma non ce ne accorgiamo più. Al contrario di quanto affermava il delirante testo d’un infelice autore, sesso e potere non vanno affatto d’accordo, non in società immature come la nostra, dove certi temi erano un tempo tabù e adesso – distorta in malafede l’ansia liberatoria del ’68 – è neutralizzato da una mercificazione borghese, di cui fanno naturalmente le spese le donne e che non merita né comprensione, né rispetto.

Il potere è invece sessuofobo, in quanto, come ordine costituito, non tollera la carica dirompente, l’originalità e l’irrazionalità di ogni atto sessuale. Se non può cancellarlo, lo incasella entro limiti ben definiti e guai a superarli. Pur nato da una volontà sessuata, il potere, il sentire maschile ha cercato, e vi è riuscito, di apparire “neutro”, per assurgere alla dignità di sentire umano universale.

Ora, possiamo riflettere su una donna di cultura prescindendo dal fatto che sia donna? Si dovrebbe, lo so, ma è possibile, specialmente se si tratta di una donna del passato? Il Novecento italiano ha conosciuto una fioritura di scrittrici più o meno valide, ma tutte accomunate da una sofferenza. È vero che, nei secoli, la fantasia femminile è rimasta isterilita e come raggelata, ma il suo nucleo interiore, benché ripetutamente disprezzato dagli uomini come prova di fragilità, ancora sopravvive. La scrittrice sarda Grazia Deledda (foto), recentemente rivalutata dalla critica, è stata testimone di questa sofferenza, ma anche di un’ansia di riscatto. I suoi personaggi cono quasi tutte donne che vivono in un Sud arcaico e profondo, esse stesse misteriose ed enigmatiche, che lottano, e per lo più perdono, per affermare – anche inconsapevolmente, ed è questo, in fondo, che affascina di più – il diritto a esistere. Anche ad amare, certo: ad amare e a godere. Non vi riescono non per punizione divina, né per un “tradimento” di stampo verghiano, ma, assai più laidamente, per un contesto storico ostile. Se molte di queste donne, semplici, quasi elementari, a volte, aspirano a una felicità terrena e sensuale, il concetto dell’inferiorità supinamente accolta subisce un colpo mortale.
La Deledda amava profondamente gli uomini, voleva sposarsi e ci riuscì, pur con qualche difficoltà; eppure, nel postumo Cosima, scrisse: “Ci sono molte donne che vivono nel ricordo di un amore fantastico, e l’amore vero è per esse un mistero grande e ineffabile come quello della divinità”. Tristemente, l’amore non gestito “alla pari” ha creato un’idolatria per l’uomo (maschio). Con le povere e spuntate armi dell’amore senza sesso, dell’amore-sacrificio o goffo romanticume, le donne hanno saputo giungere al Duemila. Forse, se oggi ammiriamo con rispetto lo splendido pube femminile che l’uomo Courbet ritrasse un secolo fa, lo dobbiamo anche alle inquiete isolane di Grazia Deledda.

 

Daniela Tuscano

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Entry filed under: arte e cultura, Bresso, Milano e... dintorni, dalla parte di lei.

LE RADICI DEL FUTURO LA SPERANZA E’ DONNA

1 commento Add your own

  • 1. Petalo Ss  |  18 ottobre 2006 alle 21:50

    Quest’anno ricorre il sett’antesimo dalla sua morte e in Sardegna verrà molto celebrata e nn solo dai centri di cultura, scuole ed università, ma proprio da chiunque e a Nuoro, sua città, ci saranno anche megafeste…
    Il nobel è stato strameritato per diversi motivi.. nn solo per la sua fantasia ed indiscussa capacità di scrittrice.. ma anche per la sua forza umana che l’ha fatta emergere nella vita.. ricordiamo che la famiglia nn era d’accordo sull’istruzione femminile, Grazia si è costruita da sola, è diventata scrittrice, donna e si è pure sposata con un romano per fuggire nella capitale dove è entrata in realtà diverse che l’hanno fatta crescere dal punto di vista di narratrice… consiglio a chi nn l’ha già fatto di avere la voglia di leggersi COSIMA (QUASI GRAZIA) che è il suo romanzo postumo nonchè autobiografia.
    Bene sono contento che sia estimata anche da voi, state pur certi che quando ritornerò a Nuoro e andrò nella chiesetta della solitudine che si trova nel parco delle rimembranze ai piedi del monte Ortobene, le rivolgerò un pensiero anche da parte vostra.

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