LA SPERANZA E’ DONNA

1 dicembre 1995 at 13:12

Di questi tempi società e Chiesa navigano in acque perigliose. E le nostre parrocchie, sulla scia dell’ultima lettera del card. Martini, dei moniti del Papa all’Onu, della Carta pastorale della Caritas si sono impegnate per un dialogo alla pari con un prossimo sempre più sconosciuto, senza temere la sua diversità.

Ma cosa c’entra tutto questo con la recensione de Il volto femminile della storia (Piemme), ultimo libro di Cettina Militello (foto), la più illustre teologa vivente?

C’entra perché la donna è ancora, di fatto, il “diverso” da temere. Non mi addentrerò in disquisizioni dottrinali, ma è chiaro che il recente, “infallibile” veto papale al sacerdozio femminile incarna la schizofrenia di una Chiesa che, a noi ostile fino a tempi recentissimi, si dibatte ora fra l’improcrastinabile affermazione di una nostra pari dignità (vivaddio!) e il mantenimento di tradizioni e mentalità che, comunque le si motivi, rimangono inesorabilmente maschiliste. L’opera di Militello ci esorta a dialogare ancora, con calma, magari seduti sul bordo d’un fiume.

In termini amplissimi si tratta di un libro di alta divulgazione, appassionante come un romanzo. L’autrice passa in rassegna sessantun ritratti di donne nella Chiesa. Ci limiteremo a qualche cenno, ben sapendo che per molte di queste figure (Teresa d’Avila, S. Weil, E. Stein…) il riserbo è d’obbligo, data la loro grandezza. E questo è anche il criterio di Cettina.

Partendo dall’antichità e attraversando Medioevo e Rinascimento
la Militello arriva ai giorni nostri, inserendo, ogni volta, un cappello introduttivo sul periodo storico in questione. Sempre presente, però, è la donna in posizione subalterna e la differenza tra il messaggio liberante del Vangelo e l’arroganza di molti ecclesiastici ormai legati al potere, prima romano, poi imperiale, sempre maschile. Gli stessi discepoli di Cristo provenivano da una cultura patriarcale ed è quindi emblematico l’episodio di Tecla, la bella ed emancipata seguace di san Paolo la cui vicenda meglio ci fa comprendere la personalità stessa dell’Apostolo, senza dubbio figlio del suo tempo e fariseo ma, tutto sommato, non misogino.

Altra figura cara all’autrice è la ricca vedova Olimpia (conosciuta dagli storici anche come Olimpiade), amica e “sorella” di Giovanni Crisostomo e soprattutto diaconessa, personaggio frequente nell’antichità cristiana, via via emarginata con l’affermazione d’un potere clericale e celibe. Militello tocca qui un punto nodale del cristianesimo, la questione della verginità, sottolineando come tale scelta fosse – persino, fra mille contraddizioni, nel pensiero dei Padri – un fattore di emancipazione femminile, in un periodo in cui il matrimonio non costituiva affatto, per la donna (né, del resto, per l’uomo) il coronamento dell’amore, ma un mezzo per mantenere la specie, in cui la donna era solo una proprietà. Non per nulla molte “vergini” furono condannate come ribelli all’autorità (spesso, anche a quella paterna, e diversi padri eseguirono materialmente la condanna della figlia). Lo stesso convento salvaguardò, sotto certi aspetti, l’indipendenza delle donne, come dimostrano le riforme di Chiara d’Assisi o di Brigida, una proto-femminista che sognava una “doppia comunità monastica di uomini e di donne con una chiara leadership femminile”, e per questo osteggiata (ma a Mary Ward, di recente riabilitata dal Pontefice, toccò una sorte ben peggiore). Convento anche come luogo di cultura, se scorriamo l’affascinante vicenda della misteriosa Juana dela Cruz. Potente è poi la descrizione dell’illetterata Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, che non si pèrita di richiamare ai suoi doveri il Papa esule ad Avignone.

Militello rende suggestivamente il legame tra donne ed esperienza mistica, ma dimostra come le stesse sappiano usare il cervello (in Teresa d’Avila e A. von Speyr l’unione tra mistica e razionalità si è realizzata in una sintesi mirabile). Tra le filosofe, cita Caterina d’Alessandria, Ildegarde di Bingen nonché la passionale Eloisa, a volte più lungimirante del compagno Abelardo. Ma significativo è il richiamo a Vittoria Colonna, a un tempo moglie – e, presto, vedova – innamorata, poetessa, pensatrice religiosa tanto acuta e “razionale” da aver ammaliato un genio notoriamente poco sensibile al fascino femminile come Michelangelo. La loro storia dimostra come anche la donna sia capace di phylia, l’amore situato su un piano personale profondo, che si credeva appannaggio dei soli uomini (uno splendido saggio apparso su “Communitas” nel marzo ’92 ha rilevato, fra l’altro, che quest’esaltazione dell’amicizia virile come la summa dell’affettività umana ha creato, per dirla con Luce Irigaray, una vera e propria “uomo-sessualità”).

L’autrice rifugge dall’agiografia: e la figura di una Teresa d’Avila attraente girovaga, innamorata d’un cugino e che, già autorevole badessa, rimprovera il frate che l’ha ritratta “brutta”, è così viva e umana che ci commuove.

Ma Cettina s’è occupata anche delle cosiddette devianti. È forse possibile un raffronto tra due figure distanti nel tempo, entrambe semi-sconosciute, l’una santa, l’altra “eretica”: Sorella Maria (1875-1961) e Guglielma (1210-81). La prima, religiosa, accoglie nel suo eremo emarginati, atei e scomunicati come Bonaiuti (veri intoccabili, per quei tempi!) in nome d’un amore divino che non può non essere profondamente umano, e intrattiene, ben prima del Concilio, rapporti prima epistolari e poi personali con un altro grande santo venuto da lontano, Gandhi. E come non considerare straordinariamente attuale l’aspirazione di Guglielma a un’età dello Spirito (in ebraico ruàh: femminile), in cui Cristiani, Ebrei e Musulmani si ritroveranno in pace ad adorare lo stesso Dio?

Per Militello il protagonista vero è comunque sempre Dio, suscitatore di carismi nuovi nella continuità. E se l’episodio della “strega” Gostanza mostra il più grave assalto del potere sulla donna al punto di volerla eliminare anche fisicamente, non più soltanto il convento, che se vissuto come imposizione può diventare un “inferno” (A. Tarabotti), ma il laicato caratterizza la spiritualità femminile contemporanea. M. Delbrèl, come già S. Weil, altra perfetta sintesi di genio, condivisione totale e – ce lo si permetta – “maternità” nel senso più vero del termine condivide nelle città industrializzate la vita degli operai marxisti e quei preti-operai che Pio XII condannerà.

Abbiamo scritto altrove che ci vorrà del tempo (non molto, speriamo) prima che
la Chiesa abbandoni il terrore del sesso, specie se femminile. Gianna Beretta Molla, eroica madre, è stata descritta dal marito, oltre che buona, “bella”. Era colta e sposa felice. Ci auguriamo che questa figura venga compresa profondamente senza inutili strumentalizzazioni, soprattutto da parte di chi – usiamo le parole di Militello – vuol renderla simbolo “di una maternità da perseguirsi ad ogni costo, quasi a dire che, se ha da sposarsi, la donna deve soprattutto fare figli… E qualche fondamento [molto, n.d.A.] questa tesi ce l’ha. La santità, però, sfugge anche alle dinamiche socio-ecclesiali che ne supportano lo stesso riconoscimento”. In realtà l’esempio di Gianna è una parabola dell’amore universale per la vita.

L’opera di Cettina Militello rappresenta dunque una “mano tesa”, e speriamo che qualcuno, non troppo tardi, la raccolga. Se l’aggettivo non suscitasse tristi ricordi direi che si tratta d’un libro provvidenziale.

 

Daniela Tuscano

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