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FORTISSIMAMENTE LELLA. La Costa a Bresso

Vedi https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/fortissimamente-lella-la-costa-a-bresso-gennaio-1996/

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20 gennaio 1996 at 13:41

FORTISSIMAMENTE LELLA – La Costa a Bresso

Tutto esaurito, o quasi. Il successo, il 12 dicembre, de La daga nel loden, l’ultimo spettacolo di Lella Costa (un condensato rutilante, a tratti persino barocco, dei suoi più celebri monologhi) ha confermato una volta di più l’affetto e la simpatia dei bressesi per questa attrice che, disponibile come sempre, ci ha rilasciato una dedica e concesso l’intervista che qui sotto riportiamo.

– Sappiamo che tu giri molto l’hinterland: trovi un contatto migliore col pubblico?

LELLA COSTA: “Non credo si possano fare delle generalizzazioni. Ma ritengo che chi vive in provincia abbia lo stesso diritto dei ‘metropolitani’ a fruire di valide e autonome proposte artistico-culturali. Purtroppo, per varie difficoltà, le persone si sentono quasi obbligate ad andare a Milano; trovo quindi encomiabile lo sforzo delle associazioni periferiche di proporre un contatto fra artista e pubblico più diretto e personalizzato”.

– Tu hai vissuto il Sessantotto. Quali le principali differenze tra la tua generazione e quella attuale?

“Di sicuro i ventenni attuali sono diversi da noi: ogni generazione porta con sé qualcosa di nuovo, di unico, di creativo. Le nostre battaglie erano molto più quotidiane e concrete; oggi certe libertà sono acquisite, i giovani non hanno bisogno di paladini, né di tutori, né di modelli da imitare. Bisogna confrontarsi, ma è nocivo sparare a zero, come spesso sento fare, sull’eredità lasciata dai ‘sessantottini’. Ragazzi: noi vi abbiamo lasciato quello che abbiamo potuto e non vi dico cosa avevamo trovato… ognuno faccia i conti con quel che ha. Non mi piacciono queste colpevolizzazioni vicendevoli. Soprattutto non si deve mai dire: ‘Voi giovani avete delle belle illusioni, ma il mondo non cambierà mai…’. Cambiare è possibile, invece, è l’unica certezza che non verrà meno mai! Ci sarà sempre qualcuno che si ribellerà, a suo modo, allo status quo”.

– Il fatto è che molti giovani sembrano rassegnati in partenza…

“Certo, sono nati in un’epoca in cui i valori, gli esempi e i modelli presentati erano francamente deprimenti: benessere, soldi, apparenza… Molti esultano: sono morte le ideologie, che bello! Io dico: bello un…”

– …corno.

“Avrei detto altro. In realtà, esiste in tutti noi un bisogno di ‘alto’, e di ‘altro’, che inevitabilmente deve trovare appagamento. Non saranno le vecchie ideologie? Benissimo, ne nasceranno di nuove”.

– Viva l’utopia, abbasso l’utopismo…

“Fare si può, anche ad alti livelli. Pensiamo al volontariato: tutti credono che Muccioli fosse l’unico baluardo contro la tossicodipendenza. Non è vero, io conosco gente che lavora in comunità di base, anche religiose, il cui principio ispiratore non è la repressione ma la relazione terapeutica. E tutto ciò concretamente, senza clamore.

“D’altro lato ci sono quelli che hanno recepito il linguaggio familiare, sociale e culturale dell’’ognuno pensi per sé, tanto non c’è niente per cui valga la pensa di…’, però come diceva Robert Frost, da me citato in un altro spettacolo, ‘non bisognerebbe mai accontentarsi di quello che abbiamo a portata di mano, altrimenti a cosa servirebbe il cielo?’. È così che nascono sogni di felicità”.

– Cosa pensi delle difficoltà che incontrano i giovani ad aggregarsi e a dare sfogo alla loro creatività?

“Probabilmente mi renderò impopolare, ma credo di scorgere nei giovani un atteggiamento da ‘assistiti’, dovuto anche al fatto che pochi di loro, arrivati a vent’anni, hanno dovuto conquistare qualcosa da sé. Molti di più, invece, raggiungono in così breve tempo spazi tanto privilegiati all’interno della famiglia da far ritenere naturale che tutto ciò che si desidera venga dato. Questo atteggiamento, però, rende perennemente ‘figli’. Quello che mi sembra manchi rispetto alla mia generazione è la dimensione del collettivo, del costruire qualcosa assieme: penso quindi sia estremamente utile vivere fuori della famiglia, condividendo magari una casa con altre persone: serve ad imparare, non senza sacrifici, a vivere e a confrontarsi con gli altri, serve a crescere. Occorre crearseli gli spazi, inventarseli, senza per questo mettersi contro
la Pubblica sicurezza. Fare, insomma, e non aspettare che ciò che si desidera sia fatto!”

– Sembra che gli artisti, oggi, abbiano preso il posto dei politici.

“È che oggi si spettacolarizza la politica col pretesto di rispondere a un’esigenza profonda del pubblico. Gli artisti esercitano un indubbio carisma e godono di molto seguito. Io però credo, parafrasando Brecht, che infelicissima è la nazione che ha bisogno di comici. La confusione di ruoli è sempre pericolosa, perché poi ci vengono demandati compiti che non siamo in grado di assolvere. Non siamo teorici, siamo autorizzati a dire anche delle cazzate… la responsabilità è inaudita, non possiamo diventare dei maitre-à-penser”.

– Tu sei una pioniera dell’umorismo al femminile. Alla fine dei tuoi spettacoli compare però sempre una nota malinconica. È una tua caratteristica o vuoi dimostrare che, alla fin fine, le donne sono “serie”?

“È una mia caratteristica, ma credo che la serietà sia tipica della vita, non delle donne. Coi miei limiti, ritengo di dovermi occupare anche di argomenti che non possono essere liquidati con una semplice battuta. Per esempio, il tema del mio prossimo spettacolo sarà la guerra in tutte le sue espressioni: la nostra vita è un conflitto continuo, uno può essere pacifista fino allo stremo ma poi si trova necessariamente a combattere delle battaglie, perciò mi son detta: proviamo a parlarne.

“È inevitabile scivolare verso la malinconia, ma sono convinta che si possano trattare temi seri, e seriamente, anche in modo ‘leggero’”.

– Abbiamo saputo che, in Brianza, il Movimento per
la Vita ha invitato la cittadinanza a boicottare il tuo spettacolo, definendoti “abortista”…

– Una settimana prima dello spettacolo, a biglietti già venduti (curioso, vero, che questi militanti “pro-vita” siano quasi tutti uomini? – n.d.A.), mi ha violentemente attaccata poiché mi esibivo in un teatro parrocchiale, avvilendo fra l’altro, oltre me, sia parroco mio amico, sia i ragazzi che avevano organizzato lo spettacolo, e…”

– Ecco, Lella. Oggi anche le donne cattoliche rivendicano pari dignità con l’uomo. Può esserci un legame con le laiche anche su una questione tanto scottante?

“Certo che c’è, ma taluni partono dal presupposto, veramente offensivo e criminoso, che alle donne ‘piaccia’ abortire; siccome, invece, le donne sono le prime ad essere contrarie all’aborto e, se vi ricorrono, è perché vi sono costrette, è importante capirsi sul significato delle parole e dei valori e sul rispetto delle persone e della vita, a partire da quella che c’è già… solo così potremo superare certi schemi. Io credo che le donne ci riuscirebbero, se solo le si lasciasse fare… Ricordo che se la legge sulla violenza sessuale non viene sbloccata adesso, salta [saltò per l’ostruzionismo della destra; la violenza sessuale venne considerata reato contro la persona solo nel 1996, n.d.A.]. E questo credo non comporti nessun tipo di femminismo: è il minimo ricordare di essere delle persone, però siamo ancora qui…”.

Grazie, Lella, per la tua umanità.

 

Daniela Tuscano (ha collaborato Simona Casonato)

1 gennaio 1996 at 22:23


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