LA PASSIONE ETICA DI ALLEN GINSBERG

1 giugno 1996 at 22:20

Il vecchio leone della poesia è tornato. All’incontro col Nostro, (male) organizzato lo scorso aprile a  Milano, il pubblico era straripante e giovane come a un concerto rock. Già, i leggendari giovani, che certa informazione insiste nel dipingere demotivati, indolenti, stanchi ecc., oggi, dopo sbandamenti e batoste, tra venditori di meraviglie e falsi profeti, sembrano nuovamente prediligere i “veri” ribelli, ancora disposti a lanciare un urlo di battaglia. Come spiegare altrimenti l’affetto, quasi la venerazione per il settantenne Allen Ginsberg da Newark (Usa), assente dall’Italia da moltissimi anni e che, per giunta, è stato uno dei padri della beat generation, complesso fenomeno letterario che, per i suoi legami con la cultura hippie e underground, parrebbe inevitabilmente fuori moda?

In realtà Ginsberg, con lo pseudo-intellettuale spinellato (la definizione è di Chiusano) cultore di Siddharta che, smessi i panni “floreali”, è andato a lavorare in banca, non ha proprio nulla da spartire. Abbiamo parlato di ulro di battaglia: e, se il nostro giornale si chiama così, lo dobbiamo anche a lui che per primo, nei puritani anni Cinquanta, denunciò a chiare lettere lo strisciante nazifascismo camuffato dietro le insegne del “benessere” e della società dei consumi nel suo poema più conosciuto, Urlo appunto (in inglese, Howl), che gli costò la galera. Il fatto, poi, che tale urlo si levasse da quell’abisso di perdizione chiamato San Francisco creò maggiori scompigli nella coscienza profonda del rispettabile cittadino medio. Toccò proprio al “reietto” Ginsberg, ebreo, figlio di una comunista morta pazza e, per giunta, omosessuale, smascherare la menzogna: è il Capitale con la sua morale spicciola, col suo pragmatico utilitarismo, a generare mostri, non il contrario. In un mondo miscredente, dove la disumanizzante mediocrità è spacciata per la più preziosa delle virtù, come stupirsi che l’aspirazione al cielo giunga proprio dall’escluso, dal “maledetto”?

Per questo, pensando a Ginsberg, non possiamo non parlare di passione etica: “Scrivo poesia perché Hitler uccise sei milioni di ebrei, io sono ebreo”, leggiamo nella sua recente Improvvisazione a Beijing. Ma non basta: dando concreta forma ai nostri fantasmi, egli fa emergere il “diverso” insito in noi. Nel leggere i versi di Ginsberg si resta affascinati e commossi dall’incanto – mai disgiunto, peraltro, dalla crudezza – che incredibilmente irraggiano cose o situazioni altrimenti sgradevoli, o vergognose, o banali. E se, per molti aspetti, la visione ginsberghiana della omosessualità è tributaria di Proust o Genet, per altri è affatto originale, direi gioiosa, e di una gioia neanche tanto panica, quanto… cristiana. Anzi, paolina: siamo tutti uniti nella colpa, per rinascere tutti alla grazia, una grazia totale e pura. Del resto, che Ginsberg sia così tenacemente antipagano e innamorato dell’uomo o, meglio, della Persona, altro termine caro al lessico cristiano (in Saluto cosmopoliti loda il prediletto Walt Whitman che “ha celebrato
la Persona”
) non lo dimostra solo la sua religiosità. Suo nemico è ora più che mai il Consumo il quale, stravolto in modo perverso il sogno mistico-egualitario degli anni Sessanta, ha partorito uno scetticismo amorale, alibi per il sorgere di una nuova destra e di nuove persecuzioni, di cui fanno le spese i… soliti deboli: donne, tossici, marginali…

Allen Ginsberg canta i suoi versi con una voce che ricorda Bob Marley e sembra uno Zarathustra invecchiato, impudicamente casto. Sapremo attingere dalla sua sfrontata saggezza?

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo”)

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