Pestepovertà

1 ottobre 1996 at 10:06 Lascia un commento

Nel panorama spesso desolante del cinema italiano spicca un piccolo grande film che merita d’esser visto a tutti i costi: Hotel Paura dell’esordiente Renato De Maria, interpretato da Sergio Castellitto e Isabella Ferrari.

Narra la tragedia di un uomo che, insieme con l’impiego, perde il rispetto degli altri, la casa, la moglie e il figlio, per fare i conti, nell’emarginazione, con una piaga della nostra società: la miseria. Assistiamo quindi alla metamorfosi di un borghese, Carlo Ruggeri alias Castellitto, che si trasforma pian piano in emarginato. E inizia ad accorgersi del mutare del mondo attorno a lui, sente su di sé gli sguardi maligni, poi il disprezzo, poi il rifiuto. Da principio prova a ribellarsi, poi finisce per considerarsi egli stesso un parassita e un anormale. A un certo punto, la fosca storia di Ruggeri-Castellitto si volge a un interludio amoroso con una sorprendente Isabella Ferrari nei panni di una barbona piena di bontà, poi si chiude senza svelarne l’epilogo.

Difficile prevedere successi d’incasso per la coraggiosa pellicola di De Maria. La motivazione è nella frase-chiave del film: “Non sono pazzo, non sono drogato, non bevo. Sono solo disoccupato”.

Oggi infatti, dai mass-media, la povertà è scomparsa. Tutti stiamo bene, siamo felici, tonici, impegnati, giovani, belli ed efficienti. La povertà è l’unico vero tabù, l’incubo rimosso da tutti in una società fondata sul potere del denaro.

In fondo, è sempre stato così. Quest’avversione – quest’odio, anzi – è talmente radicata che potremmo definirla “la madre di tutti i razzismi”. Essa ha motivazioni psicologiche profonde. Il povero disturba, è “brutto”, anti-estetico, sporco, ci rammenta lo squallore dei sacrifici, dei panni stesi sulle ringhiere, l’odore delle mense popolari, un passato che a tutti i costi vogliamo rimuovere. Ma, soprattutto, ricorda la nostra finitezza, il nostro limite, la nostra decadenza fisica e morale. Il povero è in noi, il povero siamo noi. Il povero è la sentinella del nostro dolore. E il nostro dolore, la nostra angoscia è la morte. Guarda il caso, la seconda “grande assente” dal dibattito contemporaneo.

Non è tutto qui, naturalmente. I poveri esistono. Incombono, diremmo. E non parliamo solo degli extra-comunitari che bussano alle porte delle nostre case. Non v’ha dubbio che le società opulente sconteranno il peccato mortale di aver lasciato languire la maggior parte della popolazione del globo. Ciò nondimeno – e il film di De Maria lo denuncia a chiare lettere – la povertà è ormai un fenomeno anche italiano. È molto diversa la disoccupazione che attanaglia i Paesi meno avanzati tecnologicamente da quella che sta sorgendo dalle nostre parti. Se la prima può essere spiegata con una carenza di produttività, la seconda, paradossalmente, è causata da un eccesso di produttività. Il guaio è che tale produttività è dovuta all’aumento della tecnologia e della robotizzazione, che permette alle aziende di guadagnare di più riducendo il personale. L’uomo non è più considerato un “bene” necessario per il buon andamento dell’economia.

Nel Documento umanista pubblicato in questi anni si parla dell’importanza che per noi riveste la partecipazione del lavoratore non solo nel guadagno e nel rischio condiviso con il capitale ma, soprattutto, nella gestione dell’impresa e nella destinazione degli investimenti. Un tema che nessuno, oggi, mette in discussione. A nessuno viene in mente che, se cresce la produttività e cala la richiesta di personale, i primi a diventare superflui sono proprio i manager e le banche. Si accetta, o si subisce, il dato bruto dell’aumento della tecnologia con la conseguente, “inevitabile” contrazione dell’impiego, e tale “fatalità” è accettata da tutti.

Invece il fatto che sempre più persone resteranno senza lavoro non dà agli umanisti una sensazione di peccato. Il problema non è che la gente rimanga disoccupata, perché il “valore” di un individuo non si misura da ciò che fa, ma da ciò che è. Che oggi cambi il modo di lavorare e/o di produrre, e che un domani non si lavori più, non ci scandalizza. Da quando esiste, l’essere umano sembra votato al cambiamento, al miglioramento di sé e delle condizioni in cui vive. Ma il punto sta proprio qui. È la presente organizzazione sociale (non i lavoratori) a dimostrarsi inadeguata, anzi, primitiva rispetto allo sviluppo dell’essere umano. Si sta asfissiando l’essere umano.

Le conseguenze sono immaginabili. In quest’asfissia, oggettiva e soggettiva, assisteremo a un aumento non solo della povertà materiale, ma dei suicidi, della depressione sociale, dei conflitti, cui si risponderà, già si risponde, con la repressione e la violenza. Fino a quando?

Fino a quando crederemo di non avere dei diritti, fino a quando considereremo la povertà un fenomeno tanto più “naturale” quanto più odioso e insopportabile?

Ogni essere umano, per il semplice fatto di nascere, ha diritto alla salute, alla casa, all’educazione. Nasce, non importa se è disoccupato o no. Perfino le Nazioni Unite riconoscono, sulla carta, questi diritti umani fondamentali. Se un sistema non è in grado di garantirli, quel sistema è inumano e illegale.

 

Daniela Tuscano e Nez Percé

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