CHIESA OKKUPATA! Anche noi fra gli immigrati di San Bernardino alle Ossa

1 dicembre 1996 at 9:44

Una domenica, la prima di Avvento, fredda e uggiosa. Una pioggerellina maligna ha cominciato a battere insistente quando siamo giunte presso l’antico tempio di manzoniana memoria. Ed ecco gli occupanti. Degli originari sessanta, ne abbiamo trovati solo quindici: era ancora presto, ma hanno voluto sgomberare il campo per permettere ai fedeli l’accesso alla chiesa. Sfiniti e delusi, ci hanno pregato di non fotografarli: “Comprendeteci, non mangiamo né dormiamo da due giorni, ci sentiamo impresentabili”. “E poi”, ha soggiunto un giovane magrebino, “proprio ieri ne è comparsa su un quotidiano una mia: di profilo, scura, insomma brutta. E poiché porto la barba, avranno di sicuro pensato: ecco un terrorista…”. “Non siamo dei provocatori”, gli ha fatto eco un terzo. “Fossimo nel nostro Paese, avremmo occupato una moschea. Anche le moschee offrono rifugio ai poveri… e noi siamo poveri. Molto poveri”. E già qui s’impongono alcune riflessioni. Per moltissimi anni, e ancor oggi nei Paesi in via di sviluppo, il luogo di culto è servito anche come casa e rifugio per chi non aveva niente e nessuno. Una chiesa “occupata” nel ricco Occidente mostra come ancora una volta il povero sia qui, tra noi, a lanciare le sue sfide. I cristiani possono ora toccare con mano quegli emarginati di cui, per troppo tempo, hanno stancamente sentito parlare con le orecchie foderate e il portafogli ben stretto. Ma è innegabile che, malgrado le rassicurazioni spesso in buona fede, questi immigrati (che qualcuno ha frettolosamente paragonato ai “sans papiers” parigini, benché costoro, giova ricordarlo, siano tutti in possesso di regolare permesso di soggiorno e sovente di un lavoro, pur se sotto-pagato) hanno voluto lanciare un segnale forte. Hanno, insomma, compreso che l’unica istituzione potenzialmente credibile resta la Chiesa. Si sono resi conto, prima di molti nostri concittadini, che lo Stato làtita.

È vero, come ha puntualizzato mons. Mezzanotti nell’omelia, che non spetta alla Chiesa risolvere certi problemi, ma poiché “chi di dovere” non fa nulla oltre a sbraitare contro i barbari invasori e a gettare – letteralmente – la croce sui poveri volontari, non ci si dovrebbe stupire se ecclesiastici e loro collaboratori denuncino queste gravissime mancanze. Non è questione d’ingerenza, ma di serietà.

Abbiamo assistito alla Messa insieme con gli immigrati, pregando con loro come lo stesso mons. Mezzanotti ha fatto qualche giorno prima. “La nostra chiesa non è mai stata così pulita”, ha sottolineato il religioso lodando la solerzia degli occupanti, che hanno fatto proprio di tutto per cancellare le tracce del… loro passaggio. La malafede, poi, rovina sempre tutto: il “barbuto” di cui sopra ci ha mostrato una foto del “Giornale” nella quale comparivano un paio di scarpe impolverate, con relativo commento: i musulmani, in chiesa, si sfilano le scarpe come in moschea per imporre il proprio credo (e a tale notizia il battagliero fascista Prosperini ha annunciato che, per ritorsione, entrerà in moschea con le scarpe)! “Solo che” ha soggiunto uno dei nostri interlocutori “quelle scarpe non appartenevano a noi, ma a un operaio”: la chiesa, infatti, è da tempo in ristrutturazione…

Naturalmente i problemi esistono e non possono essere liquidati da vuoti proclami sulla fratellanza universale. La comunicazione è spesso difficile anche con chi è ben disposto, perché alla fine si tratta di avvicinare persone reali, con pregi e difetti, spesso pervase da rancori antichi e mal sopiti, sospettose verso gli “eredi” dei colonialisti. Occorrono concreti gesti di umiltà e buona volontà, senza arrendersi alla prima sconfitta (e magari… alla seconda). Per questo il card. Martini sogna “una nuova Toledo”, una città cioè in cui, come nella Spagna dell’antichità, cristiani, musulmani ed ebrei convivano pacificamente facendo della loro differenza un motivo di arricchimento e non di scontro, per giungere a una comprensione più piena dell’essere umano. È quanto tentiamo di fare anche noi, conosciuti infatti da molti degli occupanti (“Umanisti? Ecco la spazzatura!”, ha scherzato un egiziano dopo le presentazioni dato che alcuni amici, nei giorni precedenti, avevano provveduto allo smaltimento rifiuti).

Comunque, alla fine si è giunti a una sorta di accordo e l’occupazione finirà presto. Quella effettiva, intendiamo. Ma, se ci si ostina a rimandare il problema, cosa succederà? Ci sembra che il tempo a nostra disposizione sia quasi scaduto. È ora di svegliarsi!

 

Daniela Tuscano ( “L’Urlo” – ha collaborato Cristina De Mas)

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