GLI UMANISTI CHIAMANO, BRESSO RISPONDE – Ursula Barzaghi tra noi

1 febbraio 1997 at 21:03 1 commento

30 novembre 1996, libreria Gulliver, Bresso: battesimo di fuoco per le iniziative culturali dell’”Urlo”. L’esperimento è riuscito e, come umanisti, ci riteniamo quattro volte soddisfatti: sia perché Ursula Barzaghi, autrice di Senza vergogna, una storia di coraggio contro l’Aids (Sonda), ha accettato con entusiasmo il nostro invito, sia Arturo Calaminici ha subito creduto nella nostra proposta, sia perché i bressesi vi hanno aderito. E soprattutto perché abbiamo contribuito a incrinare il muro dell’indifferenza riguardo a situazioni che possono capitare a ognuno di noi.

Ursula Barzaghi non è una scrittrice, ma una madre di buona famiglia borghese. “Di solito, quando si parla di Aids, pensiamo a situazioni di grande disagio”, ha affermato, invece la malattia è molto ‘democratica’, non fa distinzioni di ceto sociale. Ursula aveva tre figli molto amati, di cui uno gay. “Un fatto che può avvenire all’interno di ogni famiglia, ha puntualizzato. “Io non so perché mio figlio fosse omosessuale”. Con queste semplici parole Barzaghi ha messo in crisi tante false certezze che ancora gravano sui gay, prima fra tutte il fatto che la loro sia una condizione “scelta” e dettata dal “vizio”. Eppure, gran parte della collettività nutre sentimenti ostili, se non addirittura odio, per questa minoranza. E non ci riferiamo solo ai clericali. Nel suo libro, infatti, Ursula racconta di aver incontrato cattolici animati da autentica carità, accanto a giornalisti “liberal” bigotti e spietati.

Non solo denuncia, però. Ursula Barzaghi non alza mai la voce. Ha il volto sereno e fiero di chi ha sofferto per amore e, per amore, vuol continuare a lottare. Il suo libro è un canto lieve e cristallino alla vita, e questo è il motivo del suo grande successo soprattutto nelle scuole. In esso si parla di educazione, prevenzione e solidarietà, non solo all’interno della famiglia, ma da parte di amici, vicini e semplici sconosciuti.

Un “miracolo” che si è in parte ripetuto in questa serata di metà autunno. Quasi senza accorgercene, ci siamo sentiti tutti più uniti, legati allo stesso destino, e consapevoli che, spesso, bastano poche parole per abbattere assurde e secolari barriere.

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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  • 1. danielebausi  |  1 febbraio 2004 alle 15:26

    Luca aveva 33 anni quando ci ha lasciati!
    Ma la sua energia è ancora dentro tutti coloro che l’hanno conosciuto.
    Come a me e a Matteo.
    Io e Matteo siamo due volontari di una pubblica assistenza di Firenze,e ci venne chiesto se volevamo fare un servizio di assistenza domiciliare in una casa vicino a dove abitavamo noi. L’impegno era soltanto per due volte alla settimana e si trattava di preparare la cena, se lo sapevamo
    fare, oppure andare a fare la spesa, perché questa persona viveva sola e non poteva uscire perché malata. Noi dovevamo occuparcene solo due volte alla settimana perché negli altri giorni c’erano altri volontari a svolgere questo servizio, ma eravamo liberi di farlo ogni volta che volevamo.
    Così io e Matteo accettammo; in fondo bastava organizzarci per chi dei due andava a comprare le cose mentre l’altro preparava la cena. Sarà la solita vecchina o vecchino solo senza famiglia, o con la famiglia che se ne fregava.
    Dissi a Matteo: “perché non facciamo un salto domenica sera a vedere un pò com?è la situazione? Così ci organizziamo di conseguenza?”. E così la domenica andammo a l’indirizzo che ci avevano dato. Aprimmo con le chiavi perché ci erano state date dall’organizzazione in quanto il padrone di casa appunto, non sempre era in grado di venire ad aprire. Entrando ci trovammo
    in un piccolo salottino molto accogliente, con un gran divano che prendeva tutta la parete e dava di fronte alle finestre che davano su un piccolo giardino molto ben curato. In un angolo, su una sedia a dondolo c’era un ragazzo molto giovane, con una sigaretta tra le dita, molto magro e pallido.
    Ci disse buonasera e io e Matteo ci guardammo un pò stupiti. Si presentò dicendo di chiamarsi Luca e che era lui il bisognoso di assistenza perché malato di aids e se questo ci avesse creato un qualche tipo di problema, lui avrebbe capito e richiesto altre persone. Io, superato il primo momento d’imbarazzo, mi avvicinai e mi presentai e gli dissi che per quanto mi riguardava
    non ci sarebbero stati problemi. Non ci furono neanche per Matteo. Così cominciò la nostra avventura con Luca. Cominciammo ad andare due volte, poi diventarono tre, poi quattro, tutte le domeniche sere restavamo a cena con lui. Divenne la nostra vita. E noi la sua. Non passava momento libero che non fossimo con Luca. Aveva lasciato i genitori a 20 anni per andare
    a vivere da solo con il suo compagno, ma tutto in gran segreto, perché i genitori rifiutavano totalmente l’idea di avere un figlio gay. Quando andavano a trovarlo, doveva cacciare di casa il compagno perché se lo avessero visto in compagnia di un uomo, da solo in casa, sarebbe successo il finimondo.
    Questo è durato per 10 anni, fino a quando il suo compagno è morto per aids. Aveva contratto la malattia due anni prima che morisse il suo compagno, e per i tre anni che sono seguiti prima della sua morte, aveva tagliato i ponti con tutti. I genitori, sono venuti a sapere che il loro figlio era gay e pure malato, soltanto dopo la morte del compagno, perché glielo ha
    detto lui stesso. Da quel momento i genitori non sono più esistiti per Luca, non si sono fatti più ne vedere ne sentire e Luca, di conseguenza,ha cambiato serratura alla porta e annullato il contratto telefonico. Comunicava solo con il cellulare. Quando ha cominciato a stare molto male si era rivolto alla nostra associazione per chiedere se poteva avere assistenza domiciliare.
    Così siamo entrati in gioco noi. Tra noi era nato un legame fortissimo; un’amicizia senza limiti. Matteo aveva due videoregistratori e uno lo portò a casa di Luca. Io ho circa 500 film, ogni volta che andavamo gli facevamo scegliere sempre tra tre film di genere diverso. Nei periodi che stava meglio
    e aveva voglia di uscire, lo portavamo al cinema, sua grande passione, in giro per la Toscana.
    Poi cucinavamo di tutto facendo un gran casino, e lui rideva come un matto.
    Per l’unico Natale passato insieme, gli comprammo l’albero e anche il regalo.
    L’albero non lo aveva più fatto da quando era mancato il suo compagno. Anche l’ultimo dell’anno lo passammo insieme. Anche di sesso parlavamo. Ci raccontava di quando ogni tanto riusciva ad avere un’erezione, ed era festa. Non aveva avuto più rapporti dal giorno in cui era rimasto solo. Così, ogni tanto, fra i film da scegliere c’era anche quello porno. Se riusciva ad avere un’erezione ci chiedeva se volevamo masturbarci insieme, e lo facevamo. Tra noi erano caduti tutti muri. Eravamo diventati una famiglia. Ma cosa importante, eravamo riusciti a farlo sorridere di nuovo. Diventammo anche la voce dello scandalo per gli inquilini. Quel via vai di uomini in casa. Se incrociavamo qualcuno, non ci salutavano o ti guardavano di traverso. Poi venne Aprile. Quella sera, quando arrivammo noi, lo trovammo a letto. Non riusciva neanche a parlare. Trovai il numero di telefono del medico e lo
    chiamai subito. Mi disse che era stato la mattina e che era una nuova crisi. Di dargli quelle medicine di sempre e che se Dio avesse voluto, si sarebbe ripreso. Non si riprese più. Quella notte noi rimanemmo lì. Io nel letto con lui, Matteo sul divano.
    Nella notte ci lasciò. Andai a svegliare Matteo per avvisarlo. Chiamò il medico per avvertirlo e corse subito. Poi di nuovo facemmo il nostro lavoro.
    Lo lavammo, lo vestimmo e aspettammo quelli che lo portassero via. Solo quando arrivò l’ambulanza per portarlo via, quelli del primo piano chiesero
    cosa era successo. Per mia fortuna, non avevo voglia di parlare, se no non so se sarei riuscito a controllarmi. Neanche Matteo rispose. Dopo che l’ambulanza si fu allontanata, io e Matteo ci guardammo negli occhi gonfi di pianto e della notte insonne. Fece una cosa che li per li mi sorprese. Matteo in quel momento, nel giardino, davanti a quegli occhi curiosi e indifferenti, mi baciò. Matteo non è gay, e solo più tardi capii che quel bacio era per Luca, per provocazione a quella gente che per quei 7 mesi che noi eravamo stati lì, non si erano mai presentati a chiedere se aveva bisogno di qualcosa. Questa storia ci ha lasciato una grande ferita, che ha portato me e Matteo a non vedersi quasi più. Io non faccio volontariato da quasi due anni. Matteo lo sento ogni tanto per telefono. Ci incontriamo il giorno del compleanno di Luca per andare insieme a messa. Non essendo parenti, non abbiamo saputo neanche dov’è sepolto, anche se forse dentro di noi, in realtà non lo vogliamo sapere.
    Preferiamo ricordarlo nella nostra intimità. Per Matteo è stata la prima esperienza con una persona sofferente che poi è morta. Per me invece la seconda. Il 2 gennaio del 1991 ho perso mia madre per leucemia. Cinque anni ho vissuto con questa realtà prima che lei se ne andasse, lasciandomi questa grande forza, questo spirito e questa sensibilità. Grazie a lei ho potuto trovare la forza di aiutare Luca. Grazie mamma!

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