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A PROPOSITO DI UN DOCUMENTO DELLE CHIESE SULL’AIDS

È ormai quasi un anno che il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) ha redatto un testo dal titolo HIV/AIDS: la risposta delle chiese, pubblicato da “Il Regno” il 1° novembre 1996. Lo scritto, ampio e documentato, è diviso in sette parti. Chi lo ha letto ne ha riconosciuto la fondamentale importanza.Come mai, allora, nessuno ne ha parlato?

Forse perché, da quando Magic Johnson è “guarito” http://biografie.leonardo.it/biografia.htm?BioID=603&biografia=Magic+Johnson, parlare ancora di Aids è diventato inutile, anzi, fuori moda. Poco importa se, malgrado i peraltro sottaciuti progressi in campo scientifico, si continua a morirne: la morte è stata estromessa dalla nostra società. Al limite continua a riguardare i milioni di africani, asiatici od occidentali poveri (che non hanno i soldi per pagarsi i medicinali di Magic), e così le malattie ad essa connesse. Inoltre, il documento in questione usa vocaboli come misericordia, carità, reciproco sostegno. Non lancia anatemi contro i “viziosi”. Osa chiamare in causa le responsabilità dei governi. Adesso cominciamo a vederci chiaro, adesso capiamo perché è passato sotto silenzio.

Secondo i suoi autori, la lotta all’Aids esige infatti un collegamento non solo tra le Chiese, ma anche e soprattutto fra gli Stati: i sieropositivi e i malati – si legge – per paura vengono allontanati e privati dei diritti. Il turismo sessuale, su cui molti Paesi prosperano, è una delle principali cause della diffusione del male. I firmatari lamentano anche la mancanza di un’educazione efficace, di una più forte presenza e responsabilità delle donne, di corsi di formazione e prevenzione contro il sesso a pagamento. Occorre pertanto – essi concludono – un cambiamento radicale di mentalità, che ponga al centro la persona.

Personalmente non credo che l’interesse verso il Papa ostentato da molta stampa debba ingannare. Da più parti si sente parlare di rinascita della spiritualità: ma di quale spiritualità stiamo parlando? Quale cristianesimo ci propongono i grandi media? Quello arcigno del card. Biffi, che non perde occasione per tuonare contro le femmine abortiste e peccatrici? Quello di teologi come Gino Concetti, che dalle pagine dell’”Osservatore Romano” lancia infuocati dardi contro gli omosessuali che assediano la Chiesa e attentano alla famiglia? Quello, insomma, delle crociate moralizzatrici?

Ma è questo il cristianesimo? Di sicuro, è quello che amano mostrarci. Perché un cristianesimo di questo tipo tranquillizza. Tranquillizza le gerarchie, che non vogliono mettere in discussione il loro potere; e tranquillizza certi laici che, in crisi d’identità davanti alle sfide del mondo moderno, tendono ad arroccarsi in una sorta di “municipalismo confessionale” e di moralismo senza fede.

Tranquillizza, in ultima istanza, tutti quelli che, da opposti versanti, non intendono stravolgere le regole della società in cui vivono, perché vi si trovano benissimo. I sciuri, i ricchi, sempre a posto, loro”, commentava Giovanni Testori. Infatti. Quando salute e prosperità sono garantite, ci si può pure sbizzarrire a contare le pagliuzze nell’occhio del vicino; tanto, alle nostre travi, nessuno baderà.

Sarà sempre più comodo prendersela con un “libertino” (e non importa se poi questo “libertino” proviene da Paesi disagiati e ignora le più elementari regole della prevenzione) o con un drogato, piuttosto che affrontare le vere cause di tanti mali odierni. Perché dell’Aids, come di altri problemi (disoccupazione, fame, miseria), siamo responsabili tutti noi, è responsabile un sistema – di cui siamo parte integrante – che non diffonde cultura, che permette odiose discriminazioni verso le donne, che chiude gli occhi davanti al genocidio del 90% del pianeta, salvo poi rispondere con la violenza quando questo 90% tenta di riconquistare almeno una parte di quel che il 10% gli ha sottratto con l’inganno.

E il cristianesimo, lungi dall’accettare questo stato di cose, non può che condannarlo senza mezzi termini, tanto è agli antipodi dei suoi princìpi. Ma di tutto quanto, è meglio tacere. Lo stesso Papa, così celebrato, non piace più quando denuncia le storture di un sistema imperniato sull’idolatria del denaro e della guerra. I numerosissimi cristiani impegnati nel sociale non fanno notizia, non sono “simpatici”, risultano anche sospetti: se si prodigano troppo a favore dei poveri (di qualsiasi tipo di poveri) è già pronta, per loro, l’accusa di cripto-comunismo, di compromesso coi “devianti”, ecc.

Non sempre la Chiesa ha saputo rendersene conto, confondendo la moralità col moralismo e lasciandosi così strumentalizzare dal potere. Il documento del Cec lo riconosce con onestà. Occorre superare – dicono i suoi autori – la diffusa visione pessimistica per cui l’uomo tende al male e ha sempre bisogno di una guida che lo corregga. Ciò non comporta nessuna astratta idealizzazione, né cancella la realtà del nostro limite. Del resto, sappiamo anche noi che senza valori etici non si dà società pienamente umana; ma sappiamo pure che, senza ascoltare il vissuto concreto delle persone, questi “valori” si trasformano ben presto in tirannia, in pesi insopportabili. La tragedia dell’Aids ha aperto così tanti e gravi interrogativi sull’esistenza, e sul modo di viverla degnamente, che sarebbe imperdonabile rispondere con formule desuete, non che con una nuova caccia alle streghe. “Desideriamo evitare – scrivono ancora gli estensori del testo – qualunque insinuazione rispetto al fatto che l’HIV/AIDS, così come ogni altra malattia, sia una diretta ‘punizione’ di Dio […] e, se riconosciamo che il matrimonio è il luogo primario dell’espressione della sessualità nelle sue dimensioni, molti […] hanno veramente sperimentato che la loro stessa vita è stata arricchita dalla testimonianza di persone colpite da HIV/AIDS”.

Anche quella di certi prelati italiani? A sentire le dichiarazioni del vescovo Maggiolini (sopra), si direbbe proprio di no [commentando alcune dichiarazioni del premio Nobel (!) James Watson, il presule così si è espresso: “Ho letto che James Watson propone l’aborto per i feti portatori del gene dell’omosessualità. Non è dunque solo la Chiesa parruccona che giudica l’omosessualità un disordine“, n.d.A.]; poiché la discriminazione non conosce confini, e induce a sragionare. Di qui, e solo di qui, nascono gli odi, i razzismi, i fondamentalismi. Biblicamente, stiamo peccando di “durezza di cuore”: per quanto tempo ancora ci permetteremo di giocare con la vita nostra e altrui?

 

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

 

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1 novembre 1997 at 23:13


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