KOSOVO: IL GRANDE INGANNO

2 maggio 1999 at 16:29

“In guerra non ci sono né vincitori né vinti, solo morti”. È più di uno slogan, tanto duro quanto efficace, quello adottato dagli umanisti dopo l’intervento militare nei Balcani. È un urlo di ribellione. È il sangue che ribolle nelle viscere. È il rifiuto ancestrale e istintivo (il rifiuto di chi non ne può più) davanti alla satanica, totale e scoperta negazione della più profonda natura umana. Lo stravolgimento del linguaggio è il primo passo verso il regresso a una condizione pre-umana, belluina, irragionevole: e l’orrendo ossimoro “guerra umanitaria”, utilizzato dai governi per giustificare la loro presenza in Kosovo http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3763/1/148/, lo dimostra in pieno.

Taluni, ricorrendo a un eufemistico “missione di pace” tanto più ridicolo quanto più feroce, rendono ancor più grottesca questa distorsione di senso, che diventa poi stravolgimento di valori. Militari in “missione di pace” è, in effetti, un’espressione inaudita. Da che mondo è mondo, i militari fanno la guerra, non la pace. E la pace difesa con la forza delle armi è una contraddizione in termini.

Quasi quarant’anni fa don Lorenzo Milani (che la Chiesa colpevolmente non canonizza) aveva dimostrato che non esistono guerre “umanitarie”, né “giuste”, né tantomeno “di pace”. Le guerre scoppiano per un unico interesse, che non è la causa dell’umanità né la religione né la Patria: tutti questi non sono che pretesti per mascherare l’avidità e l’egoismo dei potenti.

Fino al secondo conflitto mondiale (e qualche decennio dopo) si considerava la guerra un fatto naturale o, almeno, inevitabile. “Ripudiata” dalla nostra Costituzione, sopravviveva ancora in qualche ministero (di civili nazioni europee). Non esisteva, infatti, il Ministero della Difesa, ma il Ministero della Guerra. I vocaboli non si usano a caso. Potente è l’effetto evocativo e psicologico che essi sono in grado di scatenare. Almeno sulla carta – e non era poco – sopravviveva la mentalità dell’aggressione, dello scontro violento non solo per dirimere i contrasti, ma anche per imporsi.

Oggi credevamo di aver imparato che è il tornaconto economico a scatenare le guerre. Ed è per questo, non in nome di un generico e astratto pacifismo, che gli umanisti non intendono appoggiare una “missione” scatenata per conto delle banche e delle multinazionali che vendono armi.

Permetteteci, almeno, di non starci. Lasciateci almeno conservare un briciolo di dignità. È un peccato grave giocare con le parole, usare l’intelligenza al servizio dell’errore.

Le nostre, di parole, sono sempre state chiare e inequivocabili: “No alla guerra; non una lira, non un uomo, non un voto alla guerra e ai partiti che l’hanno sostenuta; sì a un’Europa dei diritti umani”.

Sappiamo perfettamente che la situazione in Serbia era disastrosa. Lo era da anni, senza che a nessuno fosse mai venuto in mente di intraprendere “missioni di pace”, forse perché a quei tempi i vantaggi politico-finanziari non si erano delineati con sufficiente chiarezza. Già nel 1997 il “Bollettino del Movimento umanista” informava, unico in Italia (e, forse, non solo), della campagna non-violenta lanciata dal Presidente kosovaro Ibrahim Rugova, che voleva, in tal modo, rispondere alla recrudescenza della violenza nella regione della Yugoslavia a maggioranza albanese. “Di fronte alle ennesime ripercussioni della polizia serba contro le pacifiche manifestazioni degli studenti – si leggeva nel “Bollettino”  […] Rugova ha ribadito la scelta di campo non-violenta sua e del suo partito e ha dato grande rilievo alla lettera inviatagli da Paolo Vecchi, del Movimento umanista di Firenze, che, a nome di tutti gli umanisti, lo invitava a persistere nelle sue posizioni” (“Buone Nuove”, 16 gennaio gennaio 1998). Alla lettera fu dedicato un ampio servizio da parte della tv albanese.

E proprio in Serbia e in Kosovo, dal 1994 al 1997, gli umanisti avevano dato vita a “parlamenti inter-etnici e inter-religiosi”, dove si iniziavano a sperimentare nuove forme di partecipazione e di democrazia diretta, a partire cioè dal basso, dai problemi reali delle persone.

Ma i governi europei e americano hanno abbandonato Rugova al suo destino. Ed è suonata l’ora dei conflitti interni, dell’odio etnico e tribale, anch’esso atavico e primitivo, frutto avvelenato di un sistema sbagliato alle sue radici.

Il risultato è che, adesso, siamo di fronte a uno scenario infernale. “Il flusso migratorio non solo non è diminuito, ma è centuplicato ed esteso alla Macedonia e al Montenegro – avverte Giorgio

Schultze, coordinatore nazionale del Movimento umanista -, la grande opposizione democratica a Milosevic è totalmente zittita dal fragore dei nazionalismi, il conflitto etnico si è radicalizzato e interi popoli sono tenuti in ostaggio da minoranze e leader violenti e arroganti”. In più, laddove era stato costruito il tavolo del dialogo e dell’incontro oggi si erigono muri che riaprono le ferite mai rimarginate di due guerre mondiali.

Fin quando si penserà all’Europa soltanto in termini di fortezza militare e forziere economico le conseguenze non potranno essere che queste. Non si tratta di fatalità. Non si tratta di un “ordine naturale delle cose”. La natura, il sangue, ribollono nelle vene davanti a questi deliranti assunti. Un credente direbbe che i Dieci Comandamenti, inscritti nel cuore umano, gridano ora vendetta al cospetto di Dio.

No, la guerra non era inevitabile. Essa è la logica conseguenza di un sistema rivelatosi incapace di risolvere anche uno solo dei problemi sociali, economici ed etnici dell’Europa.

Alla riunione del 13 febbraio scorso i Partiti umanisti d’Europa hanno denunciato i governi, le formazioni politiche (al potere e all’opposizione) dei rispettivi Paesi per il furto e la privatizzazione della salute e dell’educazione, dei servizi essenziali, delle pensioni e dell’assistenza sociale. Hanno puntato il dito sull’aumento della disoccupazione, che ha provocato il ritorno di nuove forme di sfruttamento e di schiavismo. Hanno fatto sentire una voce forte e chiara contro la discriminazione razziale, religiosa, etnica e sessuale, nonché la costruzione di campi di concentramento e di detenzione per stranieri (quelli che, sempre per restare in tema di eufemismi, ci si ostina a chiamare “centri di prima accoglienza”).

All’alba del Terzo Millennio ci troviamo di fronte a un bivio storico. Lo ha riassunto efficacemente il già citato Schultze: o lasciamo che le scelte di fondo, comprese quelle che stanno compromettendo le nostre vite, vengano decise da questi signori, o ci assumiamo la responsabilità di iniziare il difficile cammino della costruzione di una nuova civiltà.

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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