BENTORNATA, MITA MEDICI!

1 luglio 1999 at 10:08

Dopo un lungo silenzio, riprendo la collaborazione con “L’Urlo” in occasione di un avvenimento interessante organizzato da Lombardia Festival: la messa in scena de Il padre di August Strindberg. E non tanto, o non solo, per il fascino del grande drammaturgo svedese, quanto perché quest’occasione ha segnato il ritorno sulle scene di Mita Medici. Degno di nota che l’ex-soubrette si sia cimentata proprio con un testo violentemente aspro nei confronti delle donne. L’inquieto, cupo inconscio di Strindberg ha la densa fluidità dei dipinti di Munch, tanto diretto quanto impietoso nel descrivere la storia di un odio implacabile: quello tra i sessi. La recitazione femminile non può che essere scarna, severa, protestante: di parola, ma soprattutto di occhi. E quelli di Mita Medici mi sono sempre piaciuti molto. Forse questa figlia d’arte non è una grandissima attrice, ma è certo un’artista, nel senso che ha creato qualcosa: il tipo della donna libera e spregiudicata. Più avventurosa che aggressiva, forse coraggiosa, per non aver accettato compromessi con un mondo che le avrebbe tributato fama e onori rubandole, però, dignità e anima. La ricordo ancora nella Canzonissima ’72, lanciata come un astro verso una fulgida carriera, con le gambe infinite e le calze a rete e i capelli corvini e i fascinosi strass, “Io voglio vivere a ruota libera…”. A ruota libera allora proprio non si viveva, e la donna, nel paludato spettacolo per famiglie, non poteva che apparire bella come una fata, regina impalpabile, evanescente come il suo trono di nuvole. Niente affatto vera, in una parola. Ora, gli occhi di Mita erano forse troppo attenti, veri, pensosi; troppo conturbante l’intravista androginia del graziosissimo viso, su cui il tempo sembra, ancor oggi, essersi fermato; troppo schiette e carnali le labbra. Un che d’indomito, un’onda ribelle restava ancorata ai riccioli neri. Il suo aspetto così moderno, vincente solo in apparenza.

Un volto drammatico, che incarna le contraddizioni d’oggi, è indubbiamente un volto teatrale (ma si tratta d’una scelta coatta? sofferta? difficile? Controcorrente, ancora). Chissà se la rivedremo presto, Mita, se ci sarà concesso – come stavolta non è avvenuto – di parlare con lei, dei suoi amici artisti, delle donne d’una generazione in lotta, che non hanno ricevuto molto, ma che esistono ancora, del coraggio e della costanza, della forza che è mancata; dell’equilibrio fragile e precario e della vertigine che non ci abbandona mai, e che raggela gli animi, proprio come la madre del testo strindberghiano, dagli occhi asciutti e lucidi.

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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