COSÌ LONTANI, COSÌ VICINI. Calmi (Caritas): attenti allo strapotere del capitale

1 settembre 2000 at 11:07

Honduras, estate 2000. un fuoristrada, un autista, tre uomini, un paesaggio scabro e silenzioso. Fa caldo, è notte e in giro non si scorge anima viva. Ma chissà quanti occhi dietro le logore impannate e i fatiscenti edifici vuoti. L’uomo ha tolto la catenella al portafogli. Non teme per il magro contenuto, quanto per quel comunissimo oggetto di metallo: se, nel tentativo di derubarlo, lo strattonassero, potrebbe ferirsi seriamente. O peggio. È accaduto a molti.Non è l’inizio d’un avvincente thriller, ma una realtà che il bressese Roberto Calmi, esponente della Caritas ambrosiana, ha vissuto direttamente e che ci racconta per la prima volta in esclusiva.

– Perché l’Honduras?

CALMI: “La Caritas nazionale, com’è ormai consuetudine, organizza gruppi di lavoro che operano in luoghi particolarmente difficili. Quest’anno è stato scelto l’Honduras perché si trattava di utilizzare i fondi e le risorse affluiti in occasione dell’uragano Mitch [che nel 1998 devastò il Paese, n.d.A.]. Non bisognava più coprire un’emergenza, ma sfruttare i fondi residui per progetti di sviluppo, in omaggio alla volontà dei benefattori.
La Caritas italiana ha messo a disposizione due operatori e un capo-programmatore, ai quali è stato affiancato il sottoscritto. Abbiamo girato in lungo e in largo”.

– Come si presenta il Paese?

“Definire l’Honduras un ‘Paese’ sembra un eufemismo. È un… posto (non saprei chiamarlo in altro modo) dove chi ha denaro spadroneggia, chi non ha nulla – ed è la maggioranza – non conta. Zero”.

– Ma ci saranno delle risorse: sì o no?

“L’agricoltura, per esempio. Esistono due tipi di contadini: i campesinhos e i campenhos. I primi sono proprietari del loro fondo, possono sfruttarlo, coltivarlo eccetera. Solo che la terra a disposizione è pochissima e situata in zone a rischio, vuoi perché in pendenza, vuoi perché vicina ai fiumi; e le piene, che si verificano ogni due anni, distruggono in molti casi il raccolto”.

– E i campenhos?

“I campenhos non sono proprietari, lavorano sul terreno altrui. E quando dico ‘altrui’, parlo del colosso americano Dole, uno dei maggiori produttori di banane al mondo. Quasi tutta l’area coltivabile è appannaggio della Dole: uno dei grossi problemi dell’Honduras è infatti il latifondo. Naturalmente è superfluo spiegare le condizioni in cui i campenhos lavorano e quanto sono pagati…”

– Orientativamente…?

“Quattro, cinquecentomila lire al mese”.

– Non c’è scampo dunque? O Dole, o morte?

“No, un momento. L’Honduras è ricco di giacimenti auriferi. Controllati però dal capitale statunitense e canadese. Tuttavia, le miniere abbondano di personale perché ai lavoratori è assicurato un tetto… fin quando non si ammalano. Infatti, ai primi sintomi di silicosi (un cancro ai polmoni che colpisce chi lavora in miniera, n.d.r.) si viene impietosamente sfrattati. Cacciati via. Gettati in strada”.Roberto Calmi sospira: “Un effetto della globalizzazione è la nascita delle maquillas, definiti ‘stabili manifatturieri’… ma, in verità, nessuno sa bene di cosa si tratti perché godono di una sorta di extra-territorialità e sono inaccessibili agli osservatori. È certo che vi si perpetrano violenze d’ogni tipo, specialmente ai danni delle ragazze. Molte di loro si vedono costrette a lasciare il paesello d’origine per cercarsi un lavoro, e finiscono per trovarlo in questi fantomatici ‘stabili manifatturieri’, dove molestie e stupri sono all’ordine del giorno. Naturalmente non esiste alcun tipo di protezione sindacale: manca persino il tempo per rifocillarsi”.

– Altri problemi?

“Tutti. L’analfabetismo interessa il 40% della popolazione giovane. Anzi, da questo punto di vista l’Honduras è, dopo Tahiti, il secondo dei Paesi più arretrati dell’intero continente americano. Violenza, fame e droga (importata dagli Stati Uniti) sono autentiche piaghe sociali. E poi, inutile dirlo, l’Aids imperversa”.

– Nessuna prevenzione, vero?

“Lo Stato cura gli interessi dei latifondisti e dell’esercito. Agisce come se la malattia non esistesse (lo stesso avviene nel Kenya di padre Zanotelli, dove si nascondono le cifre di morti per Aids per timore di perdere turisti, n.d.r.). Non vorrei sembrare partigiano, ma chi fa una vera opera di sensibilizzazione è proprio la Caritas locale, molto attiva dopo lo scoppio dell’uragano. In certe diocesi si organizzano collette per l’acquisto dei medicinali più costosi. Esistono poi gli evangelici (protestanti, n.d.A.), forse poco incisivi sul versante sociale, e le sètte: queste ultime si preoccupano soltanto di aumentare il numero degli affiliati, che d’altronde cresce a dismisura, perché la disperazione è tanta e ci si aggrappa a tutto”.

– Ma so che la lista non è completa.

“Disboscamento selvaggio. L’uragano (che uragano poi non era: parliamo di una pioggia battente, che ha continuato a scrosciare incessantemente per giorni e giorni) ha provocato danni spaventosi perché il terreno non era più protetto dalla vegetazione. Ora, sappiamo che la foresta equatoriale non si rinnova: una volta estirpata, non c’è più niente da fare. Non credo però che la soluzione sia vicina: il Brasile ha appena progettato un piano per il disboscamento dell’Amazzonia. La metà del polmone verde della Terra andrà in fumo”.

– A molti (e il recente vertice dell’Aja lo ha dimostrato) parrà l’ultimo dei problemi.

“Eh sì, anche se le cose sono strettamente correlate… anche qui, in Europa, cominciamo ad avvertire i cambiamenti climatici dovuti alla distruzione dell’ambiente naturale”.

– Che cosa ti fa sperare?

“La speranza è nella gente. Specie dopo l’’uragano’ c’è molto lavoro nelle comunità di base e le persone hanno voglia di combattere, di resistere. Tutto quanto ci riempie di conforto. Nonostante tutto la vita continua, tenace”.

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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