ISLAM E PACE, ISLAM È PACE

1 aprile 2002 at 20:51

Questo il titolo del secondo appuntamento realizzato dal Forum di Bresso, con la partecipazione di Abdallah Kabakebbji e Sumaya Albarq, rispettivamente presidente e segretaria dei Giovani musulmani italiani (www.giovanimusulmani.it), coadiuvati da un rappresentante di Amani, associazione che promuove il dialogo tra le culture. “I musulmani – ha esordito Abdallah – non sono un’entità monolitica. Un islamico marocchino è diverso da un indonesiano. E quest’ultimo si differenzia da me, nato a Damasco, ma giunto in Italia a sei mesi. Anche presso di noi esiste un dibattito molto forte, assistiamo a conflitti generazionali, pluralità di dottrine… Ciò che ci unisce sono i pilastri della fede: unicità di Dio; fiducia nel suo profeta Muhammad (Maometto, n.d.r.); obbedienza alla Sharia, la legge islamica”. E la religione, ha soggiunto Sumaya, non può essere considerata un pericolo: “La radice della parola Islam significa ‘pace’. Il Corano, il nostro libro sacro, vieta le conversioni forzate. E dobbiamo rispettare le leggi dello Stato che ci ospita, cui il nostro credo, peraltro, non arreca fastidi”. Le cinque preghiere quotidiane del musulmano sono assai brevi, e possono essere posticipate se il tempo manca. “Siamo poi obbligati a rispettare le religioni altrui, soprattutto quelle professate da ebrei e cristiani, che il Corano chiama ‘gente del Libro’ perché entrambi hanno un testo sacro: la Bibbia e il Vangelo”. Abdallah ha ricordato che chi non rispetta il proprio vicino non è un vero credente: Un tratto ci accomuna tutti: l’umanità. Similmente, colpire una parte dell’umanità, o un solo uomo, è colpire l’umanità intera. Per questo la pace va costruita, e non si mantiene senza giustizia: “Come occidentali, non possiamo dimenticare le sofferenze del resto del mondo, causate, in parte, dal nostro stile di vita. Altrimenti lasciamo spazio ai terroristi, che fanno leva sulla disperazione per strumentalizzare la religione e scatenare l’odio nei confronti di noi, musulmani pacifici, che siamo la maggior parte.

Molti però, fra i presenti, hanno domandato perché in Islam esiste una legge così dura, la Sharia, che prevede la lapidazione delle adultere, cone le vicende di Safiya e di Amina [Safiya Husseini e Amina Lawal, condannate a morte come adultere da un tribunale islamico nigeriano composto interamente da uomini, si sono poi salvate grazie a una massiccia mobilitazione femminile di tutto il mondo, che ha obbligato i rispettivi governi e l’Onu a intervenire in favore delle due donne. n.d.A.] hanno tristemente dimostrato. Secondo Sumaya, invece, in quei casi la Sharia non è stata affatto applicata: “Innanzi tutto essa sostiene che una donna violentata non può mai essere condannata. Due soli casi sono considerati prove schiaccianti: la confessione, o l’atto visto e documentato da quattro testimoni, cosa difficilissima. Inoltre la punizione non deve avvenire in pubblico, ma in segreto”. I musulmani, ha ammesso Sumaya, non si sono mobilitati a sufficienza contro questa errata interpretazione della Sharia. Il bisogno di difendersi dagli attacchi continui spesso spinge a un’eccessiva indulgenza verso i propri sbagli. “D’altro canto, la legge evolve con l’individuo e i tempi. Certo, verso le donne vengono perpetrate molte ingiustizie: ma è un problema che riguarda la coscienza personale ha soggiunto Abdallah. – Davanti a Dio, uomini e donne sono pari. Entrambi possono lavorare, votare, dedicarsi al commercio: ad ogni modo i ruoli non sempre combaciano. Sull’annoso problema del higiàb (velo e abito lungo islamico, n.d.r.) così si è espressa Sumaya: Higiàb deriva da un verbo che significa nascondere, celare. Il velo salvaguarda la donna come persona, costringe a non considerarla soltanto un oggetto”. Noi riteniamo comunque, di là dalla buona fede dei singoli, che all’interno dell’Islam ci sia effettivamente un grosso scontro tra fondamentalisti e rinnovatori, e che le donne siano le prime a pagare lo scotto di questa battaglia. Non sarà facile, per molti musulmani, fare i conti seriamente con la modernità e con la propria storia. Già si vedono, si sono visti, i segni di una vera e propria schizofrenia culturale e religiosa (di là dall’interpretazione più o meno corretta della Sharia, è il concetto stesso di lapidazione che dev’essere estirpato), da cui senza dubbio si uscirà, anche se il cammino sarà impervio perché il clima socio-culturale (da una parte e dall’altra) non è favorevole. La lotta più dura, in ogni caso, sarà quella contro i propri fantasmi, il proprio paesaggio di formazione, una concezione fissa e rigida della natura umana che assilla molte religioni. Ma per questo ci sembra doveroso rispondere affermativamente all’appello di Abdallah e Sumaya, partire dalle nostre comuni umanità, promuovendo nel contempo il calore delle diverse culture. Perché siamo, prima di tutto, persone.

 

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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