SE LA DONNA DIVENTA UN PROBLEMA

1 dicembre 2002 at 11:47

Nei giorni successivi al trionfo elettorale, gli islamici turchi hanno rinnovato la domanda di adesione alla Ue. Da anni la Turchia è in lista d’attesa, e da anni gli statisti europei respingono le sue richieste, con ragioni a volte valide, a volte francamente ridicole. Per ora non ci addentreremo nella questione, come non ci permettiamo di formulare un giudizio preventivo sul partito di Recep Tayyip Erdogan (sotto), che dovrà essere valutato in base alle azioni. Una sua dichiarazione proprio all’indomani della vittoria, comunque, ci sembra interessante per la rubrica che trattiamo. Gli islamici si sono infatti battuti per la “libertà” femminile di… indossare il velo. L’attuale Costituzione turca lo vieta espressamente. Interrogato sulla questione, Erdogan ha così risposto: “È vero, ma prometto che risolveremo questo problema. Il fatto che quello femminile sia considerato un problema è, al tempo stesso, illuminante e preoccupante.

Precisiamo: non ci spaventa il velo come tale. Benché più radicato nella tradizione che nella religione, in sé non ha (o può non avere) alcun valore oggettivo. Esso costituisce però uno dei tanti linguaggi non verbali che veicolano un certo messaggio. E, per quanto ci si ricami sopra, è bene ricordare che il velo è nato come simbolo visibile della subalternità delle donne, identificate col corpo (il maschio è lo spirito) e considerate “altro” rispetto alla “perfezione” dell’uomo. Nell’ottica di quest’ultimo la diversità non è una ricchezza, ma un pericolo o, almeno, un problema (ed eccoci a Erdogan): bisogna nasconderlo, coprirlo. Con tutto ciò, il genio femminile si è spesso appropriato di un marchio imposto dall’uomo ribaltandone il significato originario. Così, da segno tangibile di sottomissione, il velo è diventato per alcune donne immagine di sacertà, in qualche caso di protezione; talvolta esse vi ricorrono per esprimere il loro rifiuto del modello occidentale, o piuttosto dei suoi cascami, che propongono, a loro volta, una figura femminile svilita e ridotta a oggetto. È una sensibilità che va rispettata se presa con coscienza piana e matura (non indotta cioè dai vari padri, mariti, fratelli, figli o… Stato). Che una donna decida di velarsi o indossare la minigonna, lavorare fuori casa o tra le mura domestiche, dedicarsi alla famiglia o allo studio, è affar suo. La dignità femminile si può misurare solo dalla consapevolezza che la donna ha del suo valore, dei suoi diritti, della sua dignità e della sua uguaglianza – pur nella diversità – con l’uomo.

Molte donne hanno votato Erdogan. Può darsi abbiano visto in lui il portatore di quella “sensibilità” di cui sopra. Decisivo si è dimostrato il riavvicinamento all’Islam, non solo – o non tanto – per fedeltà religiosa, ma per motivi culturali. In senso positivo, determinate dimostrazioni simboleggiano la ricerca di una propria identità, che eviti di copiare supinamente i modelli occidentali e attinga a un sapere ricco di storia, ritenuto anch’esso in grado di fornire insegnamenti validi per l’umanità intera. C’è, però, un’altra questione.

Anche se molto difficilmente la Turchia si trasformerà in uno Stato teocratico sul modello dell’Iran di Khomeini (d’altronde, à quoi bon?), a un livello generale si può dire che molte donne diventano complici dei loro oppressori, sia eleggendoli, sia tacendo o giustificando i loro soprusi. Il motivo, a prima vista inspiegabile, è in realtà semplice e profondo. L’inferiorità femminile (fisica, sessuale, intellettuale, religiosa…) è stata sancita nella notte dei tempi e, nelle epoche successive, talmente ribadita, attuata, persino benedetta, da sembrare ormai naturale anche alle donne. L’introiezione della colpa è, del resto, tipica di tutte le categorie oppresse: su quest’argomento la Libreria delle Donne di Milano ha prodotto anni fa un documento, dal titolo Non credere di avere dei diritti, di assoluto valore. È quindi probabile che chi promette demagogicamente un “ritorno alla purezza”  facendo leva su una concezione naturalistica dell’esistenza, che vuole ruoli distinti e definiti per uomini e donne, tocchi le corde di quel mai sopito senso di colpa e appaia, in un primo momento, rassicurante (dopo tutto, ogni crescita presuppone un certo grado di sofferenza, e a volte preferiamo crogiolarci nei nostri guai piuttosto che accettare la sfida del cambiamento). Non è forse il caso di Erdogan. Ma se il leader turco vuol incarnare il cambiamento nel rispetto della migliore tradizione cominci a usare meglio il vocabolario, e impari che “donna” e “problema” non sono sinonimi.

 

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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SE LA DONNA DIVENTA UN PROBLEMA “SANTO” FEMMINISMO…


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