“SANTO” FEMMINISMO…

1 novembre 2003 at 21:46

“Famiglia Cristiana” ha chiuso il 2002 parlando d’un Manifesto del nuovo femminismo redatto da Olimpia Tarzia, segretaria generale del Movimento per la Vita. L’obiettivo è prevenire l’aborto tenendo conto delle reali esigenze della donna. Fortunatamente da anni, per molte cristiane, la parola femminismo non è più un tabù; stupisce, però, che ora non esiti a usarla un’associazione che, assieme a Cl, appartiene alla frangia più tradizionalista e retriva del cattolicesimo. Nel 1981 il Movimento per la Vita promosse – e perse – un referendum contro la legge 194, che permette fra l’altro l’aborto assistito, con toni non solo visceralmente anti-femministi (un manifesto di quei tempi recitava, testuale: “Le femministe dicono: ‘Lo faccio e lo disfo’, ma un bambino non è un golfino”), ma profondamente misogini. La donna che rifiutava la maternità veniva stigmatizzata come un’assassina che rinunciava all’unico ruolo in grado di dare un senso alla sua esistenza: l’essere madre, appunto. Da una veloce indagine sui convegni – presieduti quesi sempre da uomini – susseguitisi sull’argomento, ho rilevato che si parlava di dignità del nascituro, di personalità dell’embrione, e soltanto in un caso della donna, sempre però intesa come madre (emblematico il tema di un incontro: Madre e figlio, un’unica entità da amare). Non è superfluo ricordare che, prima della 194, nulla era stato fatto, nella società e nella Chiesa, per scongiurare l’aborto, e le donne che vi ricorrevano (non di rado obbligate da famiglie, mariti, fidanzati e aggressori) rischiavano la vita nelle mani di megere armate di sinistri ferri da calza. L’impressione delle femministe era che, col pretesto di difendere la vita nascente, si volessero soffocare tutti i tentativi, giusti o sbagliati, delle donne per uscire dalla condizione di asservimento. E perciò coniarono il loro slogan più sconvolgente e provocatorio: “Se lo facessero gli uomini, l’aborto sarebbe già un sacramento!”.

Donne cattoliche “clandestinamente” ordinate.

A distanza di anni la condanna dell’aborto permane, ma la Chiesa si è fatta, almeno all’apparenza,  più comprensiva verso le donne che lo praticano (e le donne in genere). Ha riconosciuto e condannato la corresponsabilità maschile. Ha pure ammesso – senza peraltro attuare alcuna promozione femminile all’interno dell’istituzione – la legittimità, in taluni casi la “provvidenzialità” del femminismo (Giovanni Paolo II, lett. ap. Mulieris Dignitatem). Il significato stesso della parola si è evoluto e non designa più solo le militanti in senso stretto. Le donna cristiane hanno attinto proficuamente dagli insegnamenti del femminismo laico; del resto, già il papa Giovanni XXIII aveva individuato nel cristianesimo – senza escludere altre tradizioni religiose – le basi della dignità femminile. Grazie a questa osmosi, è possibile oggi vedere donne contenporaneamente femministe e contrarie all’aborto; e non solo. Pertanto non si può escludere che, anche in seno al Movimento per la Vita (come, in Islàm, per le donne che indossano volutamente il velo), nasca, perché no?, un “nuovo femminismo” come recita il succitato Manifesto. Un femminismo che si forma in un contesto culturale del tutto ostile alla sua nascita sarebbe una bella sfida. La questione, naturalmente, è tutta da approfondire; ma in periodi tesi come quello attuale, in cui riemergono varie forme di reazionarismo (dallo “scontro di civiltà” agli odi razziali, alle guerre di religione), non è chi non veda pure un arrogante tentativo di riscossa maschile, che va dalla riproposizione della donna-oggetto sui mass-media, alla costante esclusione femminile dai libri scolastici, alla brutalità di certi omicidi contro mogli, fidanzate o inermi ragazzine – troppi per essere casuali – per non parlare di lapidazioni, mutilazioni sessuali, divieto di studiare e altri odiosi crimini perpetrati a nostro danno in molte parti del mondo. Che la consapevolezza della propria dignità venga da separatiste intransigenti o da pie paladine della maternità conta poco, se si parte dall’idea che la donna è persona.

Il mio inguaribile ottimismo, però, è scalfito ogni tanto da dubbi. Io parto sempre dalla buona fede di ognuno, e guai se così non fosse. Spero quindi che dietro l’idea di Tarzia (parlamentare del centro-destra) non si nasconda qualche altro proposito. Il proposito, cioè, di sfruttare alcune parole-chiave del femminismo per condurre, in realtà, una politica profondamente anti-femminista. I clericali non sono nuovi a questi giochetti, e Cl ne è solo l’esempio più recente. Non vorremmo che, con la scusa di distinguere tra un femminismo “sano” e uno “estremista”, si miri a smantellare tutta la politica a favore delle donne. E non mi riferisco tanto (o solo) all’aborto, cui personalmente mi oppongo, ma a un’intera visione del mondo e della società che il femminismo ha elaborato in lunghi anni di lotte e che ha portato a un’autentica rivoluzione in tutti i campi del vivere civile. Una rivoluzione da cui, si badi bene, non si può tornare indietro, con buona pace di terribili patriarche e neo-reazionari alla riscossa.

Daniela Tuscano (“L’Urlo” )

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