Archive for aprile, 2004

“LA PASSIONE DI CRISTO”, IL VANGELO SECONDO MEL

Mel Gibson ha girato un film sulla passione di Cristo che ha fatto molto discutere. Tanti l’hanno apprezzato, tanti l’hanno detestato, solo a pochi è rimasto indifferente. E il fatto è stato commentato in modo positivo sia dai sostenitori, sia dai contestatori dell’opera. “Così si parla di Cristo”, era (ed è) il commento più diffuso.
A me pare logico, e anche banale, che, dopo un film su Gesù (anzi, sulla sua passione), oltretutto ad alto budget e accompagnato da una poderosa campagna pubblicitaria condita con uno strascico di polemiche altrettanto poderoso, come minimo ci si soffermi a riflettere su quel Nazareno. Che cosa ci si aspettava? Il silenzio? Ma se tra i suoi fan ci sono le Legioni di Cristo, potenti cardinali, autorevoli esponenti del cattolicesimo tridentino (da noi, Cesare Cavalleri di “Studi Cattolici” e il noto divulgatore Vittorio Messori) e, si dice, persino il Papa!…
Fatta questa premessa, ecco le mie impressioni.

Rosalinda, che brava
Non sono un’esperta cinefila. Peggio: al cinema vado pochissimo (questione di soldi). Quel che credo di apprezzare si rifà al mio senso estetico, e conti per quel che puo’ contare. Dunque, commento musicale di grande suggestione. Fotografia impeccabile. Volti espressivi, a cominciare dall’interprete di Gesù, il bell’attore Jim Caviezel, fino alla Madonna-Morgenstern per giungere a Pilato, Barabba ecc. Peraltro se, come spiegherò più avanti, l’espressività non è di per sé una qualifica positiva, ma solo un dato, l’affermazione non vale per Rosalinda Celentano, assolutamente perfetta ed efficace nel ruolo di diavolo quanto mai androgino, anche nella voce.

La licenza poetica…
Alcuni hanno lamentato delle imperfezioni nella rilettura di Gibson, prima fra tutte quella croce portata per intero (anche col palo verticale) che sarebbe un’inesattezza storica, come pure l’inchiodatura delle mani anziché dei polsi. Altri hanno trovato ridicolo il latino dei soldati romani. In questi casi, concordo con la spiegazione fornita dallo stesso Gibson. Il quale – dice – ha voluto da un lato rispettare l’iconografia tradizionale, dall’altro conferire, al contrario, veridicità a certe scene, poiché in effetti non ci si poteva aspettare che rozzi militari si esprimessero nella lingua di Virgilio.
Non sarebbe la prima volta, del resto. La grande stampa ha strombazzato, tra le presunte “novità” del film, proprio il fatto che la lingua usata dai protagonisti era la stessa parlata ai tempi di Gesù. Ma non si tratta affatto di una novità. Anni fa il compianto Derek Jarman girò, a basso costo (ma con la seducente colonna sonora di Brian Eno e un cameo di Lindsay Kemp), un film intitolato Sebastiane in cui si narrava appunto la vicenda del martire un tempo molto venerato e raffigurato nei dipinti (era, per intenderci, il giovanotto legato a una colonna e trafitto da frecce). Nell’opera, in cui recitava quasi sempre nudo un giovanissimo Leonardo Treviglio, gli attori erano quasi tutti inglesi o americani per cui si poteva udire “Pug-nate” per “Combattete” in quello strano, buffo modo che hanno gli anglofoni di pronunciare (o meglio, di non pronunciare) il gruppo “gn”. A parte ciò, un film meraviglioso. E di nicchia ormai. Mentre The Passion

…e l’arbitrio molto prosaico
Mel Gibson ripercorre gli ultimi istanti di Gesù (un Gesù molto maschio, virile, che soffre sì, ma compostamente, vigoroso come un Braveheart, alla stessa maniera della Madre e dell’amato discepolo Giovanni, poche, asciutte e, a dispetto degli intenti del regista, stoiche lacrime: è evidente che a Mel non piacciono le sguaiataggini femminili), ripercorre quei momenti, dicevo, attingendo a tutt’e quattro le fonti dei Vangeli: sarà stato forse inevitabile per un film – tuttavia Pasolini vi aveva rinunciato -, ma non v’ha dubbio che si è trattato di un’operazione pericolosissima. Il pericolo è quello di prendere dalle narrazioni quello che piace di più, decontestualizzarlo e fargli dire ciò che si vuole. Atteggiamento tipico, d’altronde, dei molti predicatori apocalittico-reazionari che furoreggiano nell’America di Bush e ai cui richiami il pio Gibson è molto sensibile.
E allora, passi per il giovinetto che nell’originale (di Marco) fugge nudo dopo un tentativo di arresto e che nel film pudicamente rimane abbigliato di una specie di sotto-tunica; la tradizione lo identifica con Marco stesso; qui diventa Giovanni l’apostolo; ma vabbè. Passi anche quel “Gesma” che nell’opera di Mel è il ladrone cattivo e che, negli apocrifi, si chiama invece Gesta, Disma o Tito ed è al contrario identificato col buono; passi molto, molto, molto meno la condanna radicale, razzista, ignobile e imperdonabile che il crociato Gibson muove all’intero popolo ebraico che il film fa inequivocabilmente passare come deicida, in ossequio a quell’anti-giudaismo di matrice ahimè cristiana che ha permeato i catechismi fino all’avvento di papa Giovanni (non dimentichiamo che Gibson rifiuta il Vaticano II).

Il film di Gibson e’ antisemita
Vediamo perché.

– Che Caifa non fosse propriamente una brava persona è arcinoto. Che i sacerdoti del tempo (come, d’altra parte, non pochi di quello attuale) non riconoscessero i profeti lo è altrettanto. Non perché fossero ebrei, però. Perché erano uomini di potere. E il potere, da che mondo è mondo, ottenebra anche gli spiriti più acuti. Non a caso Maria nel Magnificat (Vangelo di s. Luca) glorifica Dio perché ha “rovesciato i potenti”, non i sacerdoti ebrei, alla cui scuola lo stesso Gesù era cresciuto e la cui legge egli non ha mai detto di voler rinnegare, ma di portare a compimento.

 

Tutto quanto, nel film di Gibson, non solo non traspare, ma è anzi occultato ad arte. Dicevo dell’espressività: ebbene, il pur bravissimo Caifa-Sbragia si muove con la tronfia goffaggine del vecchio ottuso, gli uomini del sinedrio (e pure la gente comune) sono raffigurati con nasi adunchi e palandrane ridicole, non un dubbio li sfiora mai, Satana si aggira presso di loro, ma mai presso i Romani (a parte la fugace apparizione vicino al fustigatore, e ti credo!, mirante a dimostrare semmai la cattiveria del singolo, non certo quella dell’intero popolo). Il Barabba liberato è un bruto idiota che gli stessi sacerdoti hanno schifo ad avvicinare, ed è chiaro come il sole il messaggio per cui solo la perfidia più scellerata (i “perfidi Giudei”, appunto) poteva preferire quello scimunito al bel santo martoriato.

 

– Le figure positive di ebrei, che pure non mancano nei Vangeli, sono qui del tutto assenti. Non un accenno a Nicodemo e a Giuseppe d’Arimatea (il primo, addirittura un sacerdote!). Davvero strano trattandosi di un film sulla passione, visto che in Matteo depone il corpo di Gesù nel suo sepolcro e in Giovanni il buon Nicodemo ne profuma il cadavere con aloe e mirra. Non un accenno, nei flash-back che rievocano la vicenda terrena del Signore, delle sue cene a casa di farisei (ma ovviamente ampia la digressione sull’adultera salvata, indoviniamo da chi?). E Gesù stesso non sembra affatto un figlio d’Israele, ma un alieno piombato da chissà quale lontana galassia a portare un verbo incomprensibile.

 

– Pilato appare come il classico funzionario che ne ha piene le scatole di quella terra inospitale e di quel popolo ribelle e visionario. Una rappresentazione probabilmente vicinissima alla realtà. Eppure anche questo potente, come quasi tutti i Romani, è tormentato da dubbi amletici, lui poverino vorrebbe anche liberarlo, quel Gesù, sua moglie non solo se lo sogna di notte (episodio riportato in Matteo), ma assiste anche le pie donne nel loro dolore, porta loro panni per asciugare il sangue del fustigato, continua a seguire con sguardo accorato e insieme ammonitore quell’in fondo povero Cristo (ognuno ha le sue croci) del marito che a momenti getta la lorica alle ortiche e si fa battezzare. Vicende, queste ultime, inventate di sana pianta, che rafforzano l’immagine del pagano dal cuore di burro costretto al misfatto dalla canaglia ebraica.


– Nel film Pilato, col pianto in gola naturalmente, fa frustare Gesù e poi lo ripresenta al popolo. Ma non è vero. Non lo dico io, ma i Vangeli: Gesù fu frustato e subito dopo condotto al Calvario. Mel si prende questa… libertà per dimostrare, una volta di più, che gli sporchi giudei non si fermano davanti a niente, neppure in presenza di quel poveraccio ridotto ai minimi termini.

 

Si dice che Mel abbia letto molti libri dopo la conversione, sia un credente serio, di tutto rispetto. Impossibile pertanto che ignori le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio, storico ebreo latinizzato. Giuseppe ci dà un bel ritrattino di Pilato: uomo crudele e sanguinario, che soffoco’ senza pietà tre o quattro rivolte del “nostro” (degli ebrei) popolo, inetto e corrotto, e che condannò Cristo, “uomo giusto”. Pare, nondimeno, che in Palestina venissero spediti proprio quei funzionari che in patria si fossero dimostrati stolidi e brutali. Lo raccontano storici seri. Gibson no.


– Erode è un mollacchione femmineo e concusso, d’accordo. Il suo interrogatorio-burla è tratto ancora da Luca. Ma Gibson, guarda il caso, omette il seguito di quell’interrogatorio: che cioè, in seguito a quell’episodio, Erode e Pilato, da nemici che erano, divennero amici; chissà quante sghignazzate si saranno fatti ripensando a quel povero pazzo Galileo, prima naturalmente di dimenticarselo del tutto fra agi, sollazzi e noia.

 

– Last but not least, Gesù muore e si squarcia non il velo del Tempio, com’è descritto in Matteo 27, 51-52, a significare – leggo dagli esegeti, non invento – il disvelamento di Dio a tutti gli uomini (non “a molti”, come non casualmente recita Cristo nell’analessi sull’eucaristia), ma l’intero Tempio, logicamente coi sacerdoti dentro, ai quali solo in extremis si concede una lacrimetta di coccodrillo che non risolve un bel niente. Chiaro il messaggio: l’ebraismo è morto, il nuovo popolo eletto è un altro.

Altro avrei da aggiungere, ma vi ho tediato abbastanza. Come concludere? Dal 7 aprile abbiamo un quinto Vangelo, il Vangelo secondo Mel. Dio ci scampi dai profeti armati.

Daniela Tuscano

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20 aprile 2004 at 12:11 Lascia un commento


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