Archive for maggio, 2004

DANIELA, RENATO E… MILANO – Zero incontra i fans al “Corsera”

Cosa qualifica l’artista? Innanzi tutto la sua umiltà. La sua capacità di ascolto e di comprensione, perché solo quest’ultima fornisce linfa vitale per trasformare l’empatia in una poesia, in una canzone, in una musica. Una musica, una canzone, un’arte che dev’essere popolare per giungere a tutti e per parlare al cuore di ognuno. L’artista deve poi prenderti sul serio. Non deve, insomma, barare. L’artista può capire il divismo nei suoi confronti e, se è un bravo mercante di emozioni, come qualcun altro ha scritto, deve saperti sedurre (cioè, attrarti a sé). Al tempo stesso, però, sa che non può sfuggirti: anche tu lo puoi e lo devi attrarre. Il tempo a disposizione è poco. Ma è così prezioso. E quindi devi buttarti ed esprimergli ciò che senti realmente, chiedergli quello che davvero è importante per te. E (pensi) per lui. L’artista è uno in grado di farti sentire a tu per tu con lui anche se sei circondato/a da molta gente. L’artista non è quello che vive necessariamente quello che crea, ma che si nutre della esperienza degli altri come fosse sua. L’artista è colui/colei che ancora si meraviglia dell’imprevedibilità della vita e che non si piega alla logica del “mestiere”, fosse pure il mestiere della creatività. L’artista è, infine, quello che sa ridere di sé. Perché sa che il suo posto è il palcoscenico e che non c’è finzione più bella di quella di rivestire i panni di tutti senza pretendere di dispensare verità assolute. Il suo ruolo è quello del giullare, ma se non ci fosse questo giullare il mondo sarebbe più triste e più povero.

Il nervosismo che non ha mai raggiunto così alte intensità: ma dove s’è cacciato V.? Non l’ho mai desiderato così tanto come oggi. Nulla di romantico, ma V. aveva prenotato i posti per lui e per me, e temo che, se non arriva, non mi lasceranno passare. Un urlo di gioia, o di sollievo, quando intravedo la sua sagoma trafelata: “Ho fatto tardi in ospedale”, spiega con un rantolo. Non m’interessa più. E io che, fino a un momento prima, pregavo tutti i santi del Paradiso affinché fosse ritardata l’apertura del mitico “Sesamo”, inizio a battere i piedi: “Allora, ’sto portone lo aprite o no?!?”.
La personificazione dell’egoismo, o del delirio, boh, so che sto delirando e mi piace farlo.
Alle 17.30 in punto i sogni diventano realtà: sì, siamo proprio lì dentro, nell’accogliente Sala Montanelli, la cui gigantografia ci squadra perplessa. Cosa direbbe, se si trovasse da queste parti? Sicuramente che non c’è più religione (laica). Certo stiamo consumando un rito, ma pagano, quindi quella saletta mi ricorda la “Villa dei Misteri”… almeno, stando al mio grado di eccitazione!!!
Ci appostiamo in due comode poltroncine, a pochi metri dal piccolo palco, sedie a trespolo, hi-tech, senz’altro non delle più comode (Renato vi si dondolerà con una evidente sofferenza), una sfumatura sadica non manca. Ma abbiamo anche un’idea di familiarità. Che figata, di lì a poco arriverà Renato!!! Da dove entrerà? Si accettano scommesse: Vincenzo mi rivela che ha scelto la nostra posizione in base a calcoli raffinatissimi: “Fidati, lui passerà da questo corridoio [ne indica uno alla sua destra]… e noi lo becchiamo!”. Io, più illusa di lui, mi sono portata dietro un mare di carta (giornali & manifesti) con la segreta, ma non troppo, speranza di poterglieli consegnare; non ci riuscirò, ma nondimeno posso consegnare un po’ di fotocopie del mio articolo ai “sorcini” presenti. Se non altro mi servono per nuove amicizie…
“No, entra da sinistra”, assicura un’altra. “Macché, è già qui”, scuote il capo un terzo. E io: “Non avete capito nulla, guardate il soffitto, è aperto, si cala dall’alto!!!”. Meno male che c’è gente che ride anche alla battuta più cretina.
Siamo tanto occhiuti che non ci accorgiamo della cosa più logica, una porticina situata all’esatto opposto della nostra posizione e che mi fa comprendere quanto scarso sia il senso di strategia di V..
Da lì fa capolino un ragazzotto in maniche di camicia, il volto pallidissimo, magro, ma con la testa un po’ grossa e un’aria fra il trascurato e il coatto: Roberto, in una parola . Si appoggia con le spalle alla parete e resta lì a guardarsi intorno, serio, un po’ timido ma diretto. Ben diverso da un secondo giovanotto che appare subito dopo di lui e gli si appoggia accanto. Occhiali a specchio scuri, maglietta Nike, orecchini dorati, posa indolente, smorfia sprezzante, labbra tumide, molto tumide, le più tumide d’Europa: Mariano, naturalmente. Quando si leva gli occhiali, dopo aver soppesato l’effetto che fa, getta uno sguardo azzurro sulla folla. Non un sorriso, neppure uno…
Quando però è il momento, Renato è puntuale e per nulla Dio: e così diverso dal personaggio che entra nelle nostre case dal piccolo schermo. Sì, la prosa lambiccata è la stessa, i silenzi studiati, in vista dell’applauso, non mancano… però è anche, e soprattutto, un’altra cosa. Non è un pistolotto la sua risposta, anche se è vero che mi sono persa un po’ all’inizio…

Tanto si sa che, tra una sigaretta di troppo e una battuta pertinente (”…ma che c*** di domanda è?”…), l’amico ci rivela che 1) è sempre trasgressivo; 2) la guerra è una cosa brutta, da maschi; 3) il pensiero unico uccide la creatività; 4) ogni volta è la prima ma lui è molto sicuro, molto vero, molto maschio. Eccome! 

Non riesco neppure a fare la foto di gruppo, vabbè, pazienza. Quando tutto si conclude esco, e V. si fa venire un’altra brillante idea: spiana la mano per fare ala al passaggio della macchina, “così lo vediamo da vicino”. Stavolta ci azzecca. L’auto di Renato effettivamente ci sfiora, lui fa ciao con la mano, davanti a lui l’autista con Roberto, accanto a lui Mariano con un mazzo di fiori gialli che in precedenza qualcuno gli aveva consegnato (infatti li teneva in mano mentre confabulava con Fiacchini jr, ed è stato l’unico istante in cui l’ho visto sorridere; ma non a noi). Ma…! Renato saluta solo V., hai voglia a picchiare sul finestrino ma lui si trova più vicino… e si prende un bel sorriso dagli occhialoni neri.Taciti, soli, senza compagnia, torniamo sui nostri passi, non senza prima aver tentato un vano blitz all’albergo Diana (ma voci ufficiose dicono che il Nostro si è trasferito in piazzale Lotto), e alfine mi reco in un’antica drogheria che ancora ospita il cuore intatto della Milano vera: il celeberrimo “Tombon de San Marc”… mi avvio al parcheggio… 6,25 euro per tutto il pomeriggio, un sorrisino verde, ma è una di quelle dolci sere in cui si commetterebbe qualsiasi pazzia…

Daniela Tuscano

(Foto tratte da “Corriere.it/vivimilano”. La prima in alto è la sottoscritta. 🙂 Le restanti foto e il video completo dell’intervista sono al link http://www.corriere.it/vivimilano/speciali/2004/05_Maggio/25/zero.shtml)

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26 maggio 2004 at 10:42 5 commenti

L’ALTRA – Gabriella Ferri, il nostro cuore

Mi sono ben guardata dal leggere qualsiasi articolo sulla morte di Gabriella Ferri. Dopo la prima, sconvolgente notizia, ho cercato, per quanto possibile, di evitare persino i titoli, già grondanti sciacallesca morbosità, riguardo alle opposte tesi suicidio-disgrazia. Avrei desiderato stringerla sul cuore, la “mia” Gabriella, come un tesoro prezioso, o una bimba amata; avrei desiderato chiudere gli occhi sul suo volto acceso, di quel sole brutale e periferico anni Cinquanta, e sfogare il pianto commosso e liberatorio che, ogni volta, mi suscitavano le sue canzoni. Eppure un’intestazione è riuscita ad attrarmi; non a caso, forse, risaltava su un piccolo quotidiano meridionale: Gabriella Ferri, l’altra “Mamma Roma”. L’”altra”, non dopo, ma a fianco, di Anna Magnani, a siglare l’indissolubile legame fra le due artiste e la loro città. E l’appartenenza di Gabriella a Roma era contenuta nell’indimenticabile Sempre, che si srotolava sulla melodia come su un letto o su un triclinio. Con la languida, struggente e sguaiata tenerezza di chi ha subìto troppi parti, troppe violenze, troppe sofferenze. In quel Sempre cadenzato, di disincantata monotonia, si trovava l’eco dolente di un’innocenza rubata, di un’umanità senza voce. L’elegia dell’abbandono, ma anche la schiettezza della passione, diretta, franca, brutale. Quella vivezza rustica che, agli occhi di Pasolini, faceva sembrare le romane così simili a uomini travestiti.

Gabriella stessa contribuiva a dissacrare il mito della femminilità convenzionale: sia sfoggiando, poco più che ragazza, il corpo flessuoso avvolto in un miniabito, e dimenandosi sulle note di un pezzo beat; sia quando calcava le scene in bombetta e frac, col volto biaccato e le mani sollevate a ventaglio, strana Réjane di Trastevere. Luci e ombre della città “magnifica e crudele” che Gabriella rifletteva stupendamente sul suo corpo d’argilla. Ma l’ambiguità non appartiene forse a tutti noi, non è la vita stessa? E quelle “mantellate” che si accartocciavano sui gradini delle chiese barocche erano poi così dissimili da quelle che, oggi, accalcano le mense francescane? “Mantellate” con lavori dai nomi forse più nobili; insegnanti o impiegate; che non si chiamano più solo Fatima o Myriam, ma Patrizia e Luciana; e che malgrado ciò, oggi come ieri, campano ai margini di una società cosiddetta “opulenta”, che non le considera e non le prevede.

Per loro, per tutti noi cantava Gabriella. Per un mondo sommerso, ma reale. Lei ci ha lasciati, ma noi ci siamo. Noi vogliamo combattere l’indifferenza e l’egoismo. E mica ci rassegniamo, a questo schifo.

Daniela Tuscano (www.libreriadelledonne.it)

1 maggio 2004 at 10:43


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