L’ALTRA – Gabriella Ferri, il nostro cuore

1 maggio 2004 at 10:43

Mi sono ben guardata dal leggere qualsiasi articolo sulla morte di Gabriella Ferri. Dopo la prima, sconvolgente notizia, ho cercato, per quanto possibile, di evitare persino i titoli, già grondanti sciacallesca morbosità, riguardo alle opposte tesi suicidio-disgrazia. Avrei desiderato stringerla sul cuore, la “mia” Gabriella, come un tesoro prezioso, o una bimba amata; avrei desiderato chiudere gli occhi sul suo volto acceso, di quel sole brutale e periferico anni Cinquanta, e sfogare il pianto commosso e liberatorio che, ogni volta, mi suscitavano le sue canzoni. Eppure un’intestazione è riuscita ad attrarmi; non a caso, forse, risaltava su un piccolo quotidiano meridionale: Gabriella Ferri, l’altra “Mamma Roma”. L’”altra”, non dopo, ma a fianco, di Anna Magnani, a siglare l’indissolubile legame fra le due artiste e la loro città. E l’appartenenza di Gabriella a Roma era contenuta nell’indimenticabile Sempre, che si srotolava sulla melodia come su un letto o su un triclinio. Con la languida, struggente e sguaiata tenerezza di chi ha subìto troppi parti, troppe violenze, troppe sofferenze. In quel Sempre cadenzato, di disincantata monotonia, si trovava l’eco dolente di un’innocenza rubata, di un’umanità senza voce. L’elegia dell’abbandono, ma anche la schiettezza della passione, diretta, franca, brutale. Quella vivezza rustica che, agli occhi di Pasolini, faceva sembrare le romane così simili a uomini travestiti.

Gabriella stessa contribuiva a dissacrare il mito della femminilità convenzionale: sia sfoggiando, poco più che ragazza, il corpo flessuoso avvolto in un miniabito, e dimenandosi sulle note di un pezzo beat; sia quando calcava le scene in bombetta e frac, col volto biaccato e le mani sollevate a ventaglio, strana Réjane di Trastevere. Luci e ombre della città “magnifica e crudele” che Gabriella rifletteva stupendamente sul suo corpo d’argilla. Ma l’ambiguità non appartiene forse a tutti noi, non è la vita stessa? E quelle “mantellate” che si accartocciavano sui gradini delle chiese barocche erano poi così dissimili da quelle che, oggi, accalcano le mense francescane? “Mantellate” con lavori dai nomi forse più nobili; insegnanti o impiegate; che non si chiamano più solo Fatima o Myriam, ma Patrizia e Luciana; e che malgrado ciò, oggi come ieri, campano ai margini di una società cosiddetta “opulenta”, che non le considera e non le prevede.

Per loro, per tutti noi cantava Gabriella. Per un mondo sommerso, ma reale. Lei ci ha lasciati, ma noi ci siamo. Noi vogliamo combattere l’indifferenza e l’egoismo. E mica ci rassegniamo, a questo schifo.

Daniela Tuscano (www.libreriadelledonne.it)

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