Archive for agosto, 2004

ENZO E’ MORTO. SCONFITTA DELL’UMANITA’

E’ finita. Ed è finita nel peggiore dei modi. Prima che i soliti tg-videogame ci ragguaglino, con sadico piacere, sui particolari della morte di Enzo Baldoni [vedi Semi di speranza qui a fianco, n.d.A.], rammaricati da non poter offrire agli spettatori paganti un così degno spettacolo, sono arrivati i soliti commenti dei politici.

Il giornalista assassinato Enzo Baldoni Sdegno, barbarie, orrore ecc. E “atto inumano”, secondo Berlusconi.Che, anche in questa circostanza, tragicamente, grottescamente sbaglia. Atto purtroppo umano, troppo umano, da sembrare quasi… bestiale. Enzo, si dice, ha tentato di resistere. È stato ferito, quindi sgozzato (speriamo non peggio, se così si può dire). E non c’è nulla di ferino in tutto ciò.  È un atto premeditato, pertanto umanissimo. Quel ferimento significava: “Non te la cavi così a buon mercato. Voglio che tu ti renda conto di come stai per crepare. Voglio che si sappia che ti ho denudato della tua dignità, che ti sacrifico come un agnello”. Prima la ferita, poi il nulla. Un consapevole nulla.Gli islamisti che hanno massacrato Baldoni non potevano essere sensibili ai richiami dei figli del giornalista, alla sua storia e sensibilità, perché queste categorie scompaiono quando non si riconosca nell’altro l’appartenenza alla tua stessa specie. Baldoni non era un uomo, per loro. Era un occidentale. Ciò bastava e avanzava per ucciderlo.Bin Laden mesi fa, in uno dei suoi deliranti comunicati, diceva press’a poco così: se voi (occidentali) ve ne andate dall’Iraq e dalle nostre terre, noi non vi perseguitiamo. Mentiva sapendo di mentire, perché Bin Laden non è affatto un resistente, è uno che mira a soggiogare il mondo intero. È tout court la versione orientale di Hitler, quando diceva di volere per sé un semplice “spazio vitale”. E qualcuno, purtroppo, gli credette. Come qualche sedicente “progressista” ha mostrato di credere, o comunque di non ritenere del tutto assurde le richieste dello sceicco e dei suoi emuli.Naturalmente non si poteva accettare l’ultimatum dei terroristi. Ma evitare d’invadere l’Iraq si poteva. Si poteva evitare di cannoneggiarlo, ostinandosi a ripetere che i soldati stavano lì per giocare a mosca cieca coi bimbi iracheni (magari davvero ciechi quelli, per qualche granata “amica”). Baldoni e i volontari seri, queste cose le sapevano benissimo. E ciò nonostante ha affrontato il pericolo. Ne è rimasto schiacciato. Perché era un eroe, come qualcuno in vena di retorica già si affretta ad affermare? O perché era un irresponsabile, anzi, un “pirlacchione”, come in modo ben più canagliesco ha affermato l’ineffabile Vittorio Feltri su “Libero” (dal pudore)? Enzo era, leggiamo, “curioso”. Sembra una motivazione frivola, e invece prova il suo immenso amore per l’umanità, il suo mistero, che a volte può essere crudele e violento, ma che vale la pena di esplorare. Enzo certo sapeva che l’essere umano è capace delle azioni più sublimi e della più efferata barbarie. Lo sapeva, eppure era sicuro che l’amore avrebbe vinto.L’umanità esce sconfitta da questo primo round con la morte, sconfitta da un mostro che essa stessa, con lucido e freddo ragionamento, ha creato. Ma vogliamo credere che l’ultima parola non sia questa. Perché lo ha detto Gandhi:“I dittatori e la violenza sono sempre finiti male”.

Lui è morto, le sue idee ancora no. Ciao Enzo.

Daniela Tuscano (nelle foto: Enzo Baldoni, www.unimondo.org, e Muhammad, l’iracheno mutilato degli arti inferiori che Baldoni riuscì a salvare,www.titanio.iobloggo.com)

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27 agosto 2004 at 10:37 14 commenti

LAURA BETTI 1934-2004

A volte non bisognerebbe ascoltare le proprie “voci di dentro”.

“Adoro Laura Betti”, avevo scritto poco tempo fa a un amico, “e un mio sogno nel cassetto sarebbe intervistarla… prima che sia troppo tardi. E ora, purtroppo, è tardi. Non conoscero’, né intervistero’ mai Laura.

Perché scrissi quella frase così infelice ma, soprattutto, premonitrice? Ignoravo il suo recente stato di salute. L’ultima volta che l’avevo vista era stato sul set di un film: il suo. L’ultimo. Bellissimo, struggente, che già mi era parso l’estremo atto d’amore verso l’uomo della sua vita, quel Pier Paolo Pasolini a cui giustamente era affiancata ma che forse, involontariamente, aveva finito per appannarne un poco lo spessore artistico.

Se ci riflettiamo, puo’ sembrare paradossale. Nelle foto che li ritraggono insieme, lui è sempre timido, remissivo, quasi succube della irruente fisicità di lei. Ho davanti a me un vecchio servizio del “Corriere della Sera”. Titolo: Con Laura Betti, la fidanzata. Pier Paolo si sporge appena dal tavolo d’un ristorante, lo sguardo attento e umile verso il suo interlocutore; Laura, giovane, bella e già un po’ pingue, addossata al suo braccio che lo avvolge con la morbida ma implacabile tenerezza di una tigre innamorata. Non guarda nessuno in particolare, pare solo sincerarsi dell’appartenenza ideale del suo amico inseparabile. Ho rivisto Laura nel suo ultimo film da regista, ho scritto. Ma non è vero. Non c’era lei. C’era Franco Citti, su una panchina solitaria, con gli occhi sofferenti da cucine economiche, c’era il figlio-amico-amante Ninetto nel giorno del funerale di P.P.P., grondante lacrime vere, percio’ smarrite e senza ritegno. C’erano ragazzetti che sembravano tolti dai documentari di Pasolini sulle borgate degli anni ’50, solo che questi erano del Duemila e stavano ancora li’. C’era, insomma, un’Italia autentica, marginale, che un tempo si nascondeva perché si temeva la povertà e oggi si occulta perché offende il senso estetico delle nuove, dinamiche metropoli da bere. Eppure era li’, intatta, impoetica, dura e ribelle nella sua estrema debolezza e abbandono. In questa sua realtà, in questo suo sussistere malgrado tutto, nell’ingiustizia di questo suo vivere o esistere a quel modo, in quei volti e in quelle situazioni, vedevo Laura.Laura Betti sprigionava autenticità. Era donna, uomo, vitalità. Disperata vitalità, ma anche gioia di vivere e di godersi la vita. Laura Betti è stata cantante, attrice (di prim’ordine: non solo con Pasolini, ma con Rossellini, Bertolucci, e fra poco la rivedremo con Capolicchio), showgirl, con un espressionismo troppo affettuoso per risultare tragico, semmai lirico ed elegiaco. Federico Fellini ricordava che, anni prima, lui e Pier Paolo avevano vagato una notte intera per cercare il possibile modello della “Bomba”, la prostituta sguaiata dal gran cuore e dalle forme enormi, senza trovarla. Forse era impossibile perché, per quanto riguarda Pier Paolo, la sua “Bomba” c’era già e si chiamava Laura Betti, un capolavoro di umanità che non ammetteva repliche. La donna spregiudicata che conservava tutte le carte dell’amato come una fragile fidanzatina il cui amore è morto in guerra, l’interprete scandalosa di tanti film contro-corrente, la regista rigorosa che osservava la vita tenera e implacabile nei suoi sorrisi khmer, ora se n’è andata. Aveva settant’anni e, forse, ne dimostrava di più; tutti quelli che l’esistenza le aveva sputato addosso come pietre scabre. Ma proprio in quest’ultima caduta, in quest’apparente sconfitta, in questa manifesta debolezza, nel vuoto lasciato, sta la sua grandiosità: la sua modernità, una protagonista del Novecento.

Daniela Tuscano (nella foto: Laura Betti con Pasolini, www.muspe.unibo.it)

1 agosto 2004 at 11:20 Lascia un commento


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