Archive for marzo, 2005

INTERVISTA A PASQUALE QUARANTA

Pasquale Quaranta © gianlucafaruolo.comPasquale Quaranta non ha bisogno di presentazioni. Giovane e già affermato divulgatore, collaboratore di “Babilonia” e animatore di un gruppo di gay credenti (sito Internet: http://www.p40.it/ ), è assurto recentemente alle cronache per la pubblicazione di un libro, L’uomo che Gesù amava (in collaborazione con Gianni De Martino), che ha suscitato grande interesse, ma anche scandalo presso gli ecclesiastici e i politici più retrivi. Lo abbiamo incontrato.

– L’ossessione per la sessualità, da parte della cultura e delle Chiese, fa dimenticare la totalità della persona. Quindi la domanda che sto per rivolgerti può risultare banale o irritante, ma non posso tacerla. Per molti credenti scoprirsi omosessuali è più difficile che per un laico, o almeno così si pensa. E’ avvenuto così anche per te? E quanto ha pesato vivere questa condizione nel Sud?

“Voglio raccontarti un episodio. Ho frequentato la Scuola Cattolica per otto anni, scuole medie e liceo. Ricordo che un insegnante, un giorno, portò in classe un raccoglitore di fotografie in cui erano raccolte le immagini di persone defunte delle quali aveva celebrato il funerale. Sfogliando lo schedario trovai la foto di un ragazzo sulla trentina. Ero incuriosito dalla grafica della prece, particolarmente curata, così chiesi: ‘Lui chi è?’. Eravamo in classe e a voce alta, davanti a tutti, padre Antonio mi rispose con sufficienza: ‘Ah… quello era un omosessuale che stava con un uomo tedesco, è morto di Aids: la giusta punizione di Dio’. Avevo diciassette anni”.

– Di te si è diffusamente parlato a proposito dell’omelia che tenesti a Foggia due anni fa. Cos’è avvenuto in seguito? I fedeli ti hanno accolto?

“Le parole di quella notte fluttuano nel web, molti mi scrivono: ‘Bravo, hai avuto coraggio!’, altri pensano che la mia sia una battaglia persa in partenza, però mi sostengono. Altri ancora dicono: ‘Satana si è impossessato del tuo cuore’. La comunità rignanese si è stretta intorno a me e mia madre, quella notte fui ospitato da una famiglia meravigliosa. Quello che mi sembra rilevante è che i fedeli abbiano preso pubblicamente posizione in difesa di don Fabrizio Longhi, il sacerdote cattolico che mi invitò a parlare, costituendo anche comitati spontanei. Un’azione significativa di come la Chiesa cattolica, dal basso, riconosce e rivendica un membro della sua comunità nonostante gli anatemi del Vaticano”.

La celebre scrittrice (cattolica) Radclyffe Hall, nel Pozzo della solitudine, scrive: “Era senz’altro vero che gli ‘invertiti’ (il termine è suo… scriveva nel ’28) erano spesso religiosi; ma, nel loro caso, andare in chiesa era una sorta di debolezza; se sentivano di avere davvero bisogno della religione, avrebbero fatto meglio a considerarsi una religione in sé stessi”. Concordi con questa considerazione o la ritieni superata? A me sembra che gli omosessuali abbiano conciliato, o stiano conciliando, entrambe le cose, la devozione alla Chiesa e l’amore di sé. Forse, paradossalmente, anche per l’ostracismo subìto dalla Chiesa stessa. Che ne pensi?

“Mi sembra che la citazione della Hall rifletta i sentimenti di ‘odio e amore’ che le persone omosessuali credenti nutrono per sé stesse e per la Chiesa. Coevo di Radclyffe Hall era Jean Cocteau che un anno prima della Hall, nel 1927, pubblicava in Francia Il libro bianco dove parlava del suo ‘…amore dell’amore e della libertà ne rimane ferito’ a causa della Chiesa e della società francese che condanna l’’insolito’. Oggi gli omosessuali cattolici, o comunque cristiani, credenti, ecc. stanno imparando a distinguere la Chiesa come ‘popolo di Dio’ dalla gerarchia, stanno imparando a fare l’amore con il proprio partner senza inutili e lagnose colpevolizzazioni. È bene dire-bene o benedire questo amore perché quando è ricambiato è proprio un dono di Dio! Averne consapevolezza può aiutare molte persone a vivere meglio la propria spiritualità e le proprie relazioni. Non si può vivere senza un’idea positiva di sé stessi”.

– Sei coautore con Gianni De Martino del libro L’uomo che Gesù amava, fatto oggetto di volgari polemiche da parte di alcuni rappresentanti religiosi e politici. Vuoi spiegarci com’è andata e il perché di questi attacchi?

“A Salerno la presentazione del libro ha suscitato le ire di An e di un membro della Caritas, che hanno strumentalizzato il testo senza neanche leggerlo. Pazienza. L’uomo che Gesù amava non è un libro sul ‘Gesù gay’, com’è stato detto. È piuttosto un saggio su un Gesù davvero intrepido, umano e virile perché non sessuofobico, non clericale e non paranoico-sacrificale, un saggio sull’atteggiamento della politica italiana sul tema delle omosessualità. Può piacere o non, come tutti i libri, ma deve essere letto e meditato con calma prima di essere giudicato”.

– Qualcosa nella Chiesa sta però cambiando, forse anche nella gerarchia. Mons. Migliore, per esempio, in occasione della Giornata della Memoria ha citato per la prima volta anche gli omosessuali tra le vittime del nazismo. E’ un fatto isolato o un segnale incoraggiante e forse, malgrado gli anatemi ufficiali, “benedetto” tacitamente dall’alto?

“Sono fatti isolati che tuttavia attestano (e mi vengono in mente anche le considerazioni sulla famiglia di mons. Micciché, vescovo di Trapani) che qualcosa dal basso raggiunge anche l’alto. Dobbiamo stare attenti però a non esaltare delle ovvietà, come è successo nel caso della dichiarazione del vescovo di Ivrea che, a ben riflettere, è in linea con Ratzinger. Manca sempre il discorso in positivo sulla vocazione, sulla bellezza umana ed evangelica del vissuto di quelle persone lesbiche e gay che vivono in modo gratificante il loro amore”.

– Il dibattito sulla (omo)sessualità di Gesù non è nuovo. Don Franco Barbero ha osservato che i gay non hanno bisogno di un Cristo omosessuale, quanto piuttosto di un uomo completo, libero, amoroso e accogliente. Sei d’accordo?

“A me sembra importante ribadire che Gesù è un esempio di amore, e che Dio non fa ‘pezzi’ sbagliati”.

– Ogni tanto, però, io mi trovo a pensare che, se Gesù decidesse di incarnarsi ora, molto probabilmente sceglierebbe proprio di essere omosessuale, o, meglio, di essere donna. Qual è il tuo parere in proposito?

“Gesù stava bene anche con gli ultimi. Se si incarnasse oggi credo che starebbe tra le ‘maledette’ e i ‘maledetti’ di questi tempi, starebbe vicino a lesbiche, gay, trans in cerca di un Dio migliore, vicino alle donne certo, ai preti innamorati, alle donne innamorate di preti, ai divorziati e risposati, ecc.”.

– Mesi fa hai scritto un bell’articolo su “Babilonia” riguardante Renato Zero. Sappiamo che sei anche un “sorcino”. Vuoi spiegarmi il perché di questa tua passione per un personaggio che, pur avendo giocato con rara maestria con l’ambiguità, non può esser definito tale?

“Renato Zero canta l’amore universale. In modo simile a san Paolo, anche per Renato ‘non c’è più né giudeo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna’. Renato è troppo avanti. Non posso tacere, da militante gay, che avrei preferito una presa di posizione pubblica e chiara sulle omosessualità, anche una testimonianza, senza tanti giri di parole. Alle volte il ‘non dirsi’ è un alibi che spinge uomini e donne a essere ‘tutto e niente’, a nascondere le proprie relazioni, a rendere invisibile l’amore che vivono con i loro rispettivi partner. Spesso sento dire da lesbiche e gay che non accettano ancora la propria omosessualità (l’omofobia, ahinoi, è interiorizzata anche dalle persone omosex): ‘Ma io non sono gay/lesbica, io sono una persona, sono anche uno/a studente/ssa di…, un/a musicista, un/a appassionato/a d’arte, ecc.’. Bella scoperta! Dirsi gay, dirsi lesbica è rivendicare dei diritti, lottare per un cambiamento culturale in una società che ci presume tutte e tutti etero. Struzzi che non siamo altro! Comunque il grande Renato ha spezzato più di una lancia a favore del movimento gay, pensiamo a Onda gay, ed ha inferto duri colpi a quel muro di omertà che copriva il puritanesimo italiano degli anni ’70, pensiamo a Triangolo. Indipendentemente dal nostro orientamento sessuale dovremmo, secondo me, ringraziarlo”.

Daniela Tuscano (http://www.p40.it/pasquale-quaranta-gesu-stava-bene-con-gli-ultimi)

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20 marzo 2005 at 17:33 1 commento

INTERVISTA A PASQUALE QUARANTA

Vedi https://danielatuscano.wordpress.com/2005/03/20/intervista-a-pasquale-quaranta/

20 marzo 2005 at 17:33

E’ “STATO” LUI. Il sacrificio di Nicola Calipari

“E non venite a dirci fu un errore

e non venite a dir fatalità

non offendete il familiar dolore

abbiate il coraggio della verità

e rispettate chi per altrui si immola

non sporcate il nome di Nicola

                                          

Non diteci del buio della sera

non diteci avvisati non si è

non offendete professione e onore

di chi vien decorato al valore

di chi sulle ali della pace vola

rispettate il gesto di Nicola!…”

(Franco Trincale – Milano)

Crediamo non ci siano parole più adatte per ricordare il timido eroe del Sismi. Parole semplici, dirette. Parole che non si sprecano. Con Calipari http://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_Calipari, vocaboli come “onore”, “valore” e “professione” perdono tutta la loro patina retorica, falsa e impolverata e riacquistano significato e luce. In fondo anche questo è un miracolo: un miracolo civile. Con Calipari abbiamo ritrovato l’orgoglio di essere italiani, di appartenere allo Stato italiano. Abbiamo persino – e ha proprio del miracoloso – riacquistato fiducia nei nostri Servizi segreti, che da sempre godevano di una pessima fama. La parola Sismi aveva un suono sinistro. Eppure nel Sismi c’erano persone come Nicola Calipari, che lo riscattavano facendo semplicemente il loro dovere. Nel silenzio. Nel segreto del silenzio. Calipari, con ogni probabilità, non poteva che lavorare lì. Perché il suo segreto coincideva col pudore, con quella ritrosia un po’ infantile un po’ ombrosa, tipicamente mediterranea, che faceva capolino nei suoi sorrisi accennati, gli unici che adesso, e per sempre, rimarranno stampati nelle nostre menti.

Nicola, o meglio, il dottor Nicola Calipari – uno di noi, certo, ma verso il quale non si può non provare quella deferenza affettuosa che sentiamo nascere all’improvviso per un’Istituzione amica – è diventato famoso solo dopo la morte. Era logico: eroe della rinuncia non poteva che comunicare con l’assenza fisica e con la presenza spirituale. Non era lo Stato etico; era l’etica dello Stato. Il primo, mostro abominevole evocato da sciagurati aruspici; la seconda, vitale per formare cittadini – e quindi uomini – degni, e fieri di sé.

Ora lo Stato per cui il dottor Calipari, si è immolato deve “rispettare il suo gesto”. Può farlo solo cercando, senza stancarsi mai, la verità su quella sciagurata notte. Nicola, lo sappiamo, non può morire. Ma senza onorare Nicola, sarebbe lo Stato a suggellare la propria ignobile fine.

 

Daniela Tuscano

7 marzo 2005 at 10:31


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