Archive for aprile, 2005

SUL SOGLIO PONTIFICIO BENEDETTO XVI

L’avevamo scritto, ed è avvenuto: il nuovo Papa è il card. Ratzinger, che ha scelto il nome di Benedetto XVI. Qui sotto, qualche riflessione “a caldo”.

 

1) BENEDETTO XVI: LA GLORIA DELL’OLIVO. Quest’ultima è la definizione che, secondo la tradizione, spetta al nuovo pastore della Chiesa, Ratzinger appunto. La parola “olivo” aveva fatto pensare alla pace, o alla provenienza mediterranea del candidato. Si pensava, o si sperava, in un Papa che avrebbe continuato nella linea di dialogo con le altre civiltà, culture e religioni intrapresa con successo dal suo illustre predecessore. Ebbene, la scelta del nome è indovinata, certo non casuale: l’altro Benedetto, il XV (Giacomo della Chiesa) fu il pontefice della Grande Guerra, quello che definì il conflitto “un’inutile strage”. Il primo Papa “di pace” dell’èra contemporanea. Buon segno. E tuttavia.

2) L’ECUMENISMO. Quello di Wojtyla è sempre stato convinto e coraggioso, leale e schietto. Persino la sottoscritta, che non può esser certo imputabile di “papolatria”, non ha difficoltà a riconoscere che, soprattutto – ma non solo – nei momenti di massima tensione, quando i fantasmi della guerra ideologico-religiosa sembravano prendere corpo, bastava la presenza di Giovanni Paolo II a infondermi coraggio. “Meno male che c’è Karol”, “Speriamo intervenga Karol”, dicevo tra me e me. Papa Wojtyla era visto dai musulmani come un sincero amico, un interlocutore credibile e autorevole. Era l’uomo delle Giornate di Assisi, iniziate nel lontano 1986 (tra chi, in quel periodo, lo attaccò volgarmente per queste iniziative, ricordiamo i seguaci di mons. Lefebvre e gli esponenti d’un centro islamico milanese, che se la presero pure con l’emiro Abdel Wahib Pallavicini perché aveva accettato l’invito del Pontefice); era l’uomo che aveva cercato in tutti i modi di scongiurare i due conflitti del Golfo; era l’uomo del dialogo coi palestinesi. Evitando l’erronea, strumentale e semplicistica identificazione cristianesimo-Occidente aveva reso un gran servizio sia all’uno sia all’altro, o almeno limitato i danni. Scrivo così perché sarebbe stato assai meglio che alla sua voce si fossero unite quelle di governanti e “atei pensosi”, secondo la definizione d’un Pontefice remoto e dimenticato, il povero Paolo VI (e che nulla avevano in comune con gli “atei devoti” di oggi): ma di tutto ciò manco parlarne, naturalmente. Adesso tocca a Ratzinger.Da cardinale, egli ha paventato molto più di Wojtyla lo scontro di civiltà. Non per nulla a esultare per la sua elezione è stato Marcello Pera, coautore con lui di un dialogo a due voci  Senza radici – sul pericolo islamico e delle altre civiltà (e costumi) in generale. Certo, Pera non è Ratzinger (anzi viceversa, ma di questo parlerò dopo), ma si può giurare che il custode dell’ortodossia, se fosse stato al posto di Wojtyla, non si sarebbe tanto sbilanciato nel dialogo coi musulmani. La posizione nei confronti di Bush è sempre stata assai più accomodante.

3) IL “RELATIVISMO”. Nell’ultima omelia da cardinale, il nuovo Papa si è scagliato contro i “nuovi mali” del XXI secolo. A parte il solito ateismo, marxismo ecc., ha aggiunto il misticismo vago, l’offuscamento della Verità, ecc. Parole impaurite: questi pericoli, per certi versi, sono anche reali, ma bisogna vedere in che cosa, e soprattutto in chi, Benedetto XVI li identifica.

4) IL GUARDIANO DELL’ORTODOSSIA. “Conservatore” non è parola dispregiativa, anzi. E’ neutra. Conserva il deposito della fede,
la Tradizione, che per la Chiesa cattolica riveste un’importanza fondamentale. Il punto è: saprà Ratzinger adattare la Tradizione ai tempi nuovi senza tradirla né snaturarla? Le doti ci sono (per questo ho scritto: Pera non è Ratzinger, nel senso che quest’ultimo è estremamente intelligente e senz’altro lo è assai di più del nostro burbanzoso Presidente del Senato).

5) DIRITTI… CIVILI? Per le donne, vedasi il mio articolo di qualche giorno fa. Non mi aspetto nulla. Per i gay, i documenti di Ratzinger (controfirmati da Wojtyla, ma redatti da lui) sono espliciti. In verità il Vaticano si è sempre pronunciato in termini molto netti, quando si trattava di stigmatizzare i comportamenti omosessuali, ma non è mai intervenuto per condannare gli atti di intolleranza e di violenza (anche in nome della religione) perpetrati nei loro confronti. In un testo redatto da Ratzinger nel 1986, anzi, sembra di capire che tali atti siano in fondo stati una comprensibile reazione alle provocazioni degli omosessuali stessi o alle legislazioni che tutelano alcuni loro diritti, quando anche i sassi sanno che questa minoranza è sempre stata perseguitata. In Europa gli ultimi a farlo esplicitamente furono i Nazisti, che inclusero gli omosessuali tra le “categorie” da sterminare insieme con ebrei, disabili, zingari, Testimoni di Geova, asociali, apolidi e oppositori politici. I gay furono anche le uniche vittime del Terzo Reich a non ricevere alcun indennizzo e in Germania federale, fino al 1978, restò in vigore il Paragrafo 175 di Himmler contro gli “atti omosessuali maschili”.

6) IL PAPA. Per tutte queste ragioni, Ratzinger è stato un cardinale che non ho amato. Ma ora è il Papa. Cosa voglio dire con questo? Che un Papa non è più lo stesso uomo di prima. Lo dissi pure in altra sede: “…Nel caso di Ratzinger o Ruini, infatti, può anche peggiorare”. Sì. Ma se così non fosse? Se proprio da un Papa conservatore, anzi reazionario, considerato di transizione, potesse invece nascere qualcosa di nuovo e di inaspettato? In fondo, anche Giovanni XXIII fu eletto a 78 anni con l’idea che sarebbe durato poco (e così fu, in termini di anni) e non avrebbe fatto nulla di importante. Pare che qualcuno avesse pure detto: “Votiamo Roncalli che è il più stupido di tutti”. Senza contare che le prime encicliche di Giovanni XXIII non destarono particolare attenzione: parlavano del culto del Rosario, cose così. Ed erano invece indispensabili, perché costituirono l’ossatura dottrinale per i testi maggiori e più diffusi. Non si comprendono questi senza quelli. Il Papa non è né un filantropo, né un politico, né un assistente sociale: e quando affronta temi d’attualità, lo fa con la forza dello Spirito. Guai se così non fosse. Così è accaduto per Roncalli, così è accaduto per Wojtyla.Ora c’è Ratzinger. Un Ratzinger che, non dimentichiamolo, fu uno dei grandi elettori di Giovanni XXIII e uno dei sostenitori del Concilio (solo in seguito approdò a posizioni più rigide). Un Ratzinger che non ha scritto solo documenti come quelli da me sopra citati, ma che è fine teologo e mente creativa. Pur con tutta la buona volontà, però, non riesco a trovare parallelismi col “Papa buono” che non siano quelli dell’età. Roncalli lo si ama pur senza conoscerlo; affezionarsi a Ratzinger sarà assai arduo. Ma non è detto sia impossibile. Ognuno manifesta a suo modo la propria originalità, il proprio carisma. Per il credente, poi, questo è un segno imperscrutabile e se Ratzinger realizzerà qualcosa di buono sarà la prova più che mai tangibile della grandezza di Dio…

Ad ogni modo, c’è Benedetto XVI, eletto da uomini anziani, impauriti, stanchi. Ma la Chiesa non è solo di uomini (maschi). Credo andrà tutto bene, anche con, o malgrado, Benedetto XVI.

Daniela Tuscano (“Strade Nuove” )

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20 aprile 2005 at 11:38

il “nostro” wojtyla

Papa Wojtyla si è spento ieri sera (2 aprile 2005, n.d.r.) alle 21.37. Cosa provo in questo momento? Difficile rispondere. Avendolo  conosciuto dall’inizio della sua umana storia come successore alla Cattedra di Pietro devo ringraziarlo per due cose. Una è per aver scritto quel meraviglioso libro Varcare le soglie della speranza, testo che ho regalato a tanti miei amici e che mi ha fatto riscoprire quella fede, o meglio, quella “Cristianità”, che avevo messo in un cantuccio ma che era pronta a risvegliarsi alla prima chiamata.La seconda è un’immagine che tengo nel cuore. Anzi, pensandoci, sono due: la prima è alla Valle dei Templi ad Agrigento, quando, parlando ai fedeli delle colpe della mafia disse, con tono da Padre giustamente severo, “…Convertitevi !!!!”. Quel “convertitevi” era una spada sulla testa di quei malviventi che hanno reso la mia stupenda terra un posto da cui fuggire, da cui emigrare, ed insieme una speranza per chi, come me e come la maggioranza di noi, e’ vittima di questa mala pianta.Poi l’immagine già stanca di un Papa presso il Muro del Pianto, con quel foglio di carta in mano a chiedere scusa dei peccati della Chiesa verso la popolazione ebrea. Quanta serietà, quanta autorevolezza e santità in queste immagini. Solo chi come me o come chi crede veramente, può capirla. 

(Massimo – Trapani)  Papa Wojtyla mi ha lasciato tanta pace. Mi emozionava vederlo con i bambini in braccio e quando meditava in montagna, solo con sé stesso. L’ho amato moltissimo come uomo. Ha lottato per molti diritti umani, si è battuto contro la guerra. Ma non potrei dire che mi abbia fatto sentire
la Chiesa più vicina. Continuo anzi a frequentare la chiesa quando non ci sono Messe; solo, com’era solo lui. Non mi ha fatto sentire la presenza della Chiesa che continuo a frequentare quando non ci sono messe. Per certi versi Wojtyla è stato un tramite di quelle “regole” che
la Chiesa da sempre ha imposto
. I cardinali che lui ha eletto si sono spesso rivelati rigidi, giudici, estremamente severi nel condannare stili di vita che non conoscevano nemmeno da vicino. Non so, forse non era in suo potere cambiarle; in tal caso, mi dispiace non ci sia riuscito.
 
(Catturato 2004 – Firenze) 

Papa Wojtyla ha compiuto un miracolo, l’ultimo miracolo, proprio con la sua morte. Anzi, con la sua agonia. Le telecamere impietose l’hanno ripreso quando cercava disperatamente (e inutilmente) di parlare. Non ci è riuscito. Solo un suono inarticolato è uscito dalle sue labbra, un suono profondo, cavernoso, inintelligibile, tremendo. Eppure in quei momenti, quelle telecamere impietose si sono in qualche modo “umanizzate”. Il Papa mediatico era diventato un martire secentesco, denso di pathos e di lotta interiore. Nel suo corpo ha riflesso una spiritualità intensissima. Papa Wojtyla era un mistico. Ma era anche un uomo di polso. Di identità.  Apprezzava il Concilio, ma ne ha impedito le derive “sociologiche”. In questo è forse stato più “tridentino”. Ma ha cercato di riportare Cristo al centro della storia umana. Ha condannato i totalitarismi nazista e comunista, ha chiesto perdono per gli errori del passato, ha ripudiato la guerra come strumento per dirimere i conflitti, si è battuto strenuamente contro la pena di morte (il primo atto clamoroso, cui ne seguirono molti altri purtroppo non sempre coronati da successo, è stato l’appello in favore di Paula Cooper). È stata una figura forte che non ha avuto paura di mostrarsi debole. Di questo lo ringraziamo profondamente.

(Gianni – Milano)  Il Papa è stato il grande amico di noi bambini. Quando, nel 1994, scrisse la sua Lettera ai bambini, io avevo dieci anni. Ricordo l’emozione che mi attraversò: il Papa ha scritto per me! Per una piccola bambina! E ci diceva che eravamo importanti, che dovevamo aiutarlo nella preghiera. Che Gesù prediligeva i bambini perché puri di cuore.Leggevo quelle parole e mi sembrava di sentire la sua voce, la voce di un nonno che mi teneva sulle ginocchia. Avevo in mente quelle parole quando, molti anni dopo, lo sentii parlare contro la guerra. Nelle nostre parrocchie, su sua ispirazione, nacque un giornalino realizzato dai ragazzi: “Il Corriere della Pace”. Ci siamo molto impegnati nel volontariato, ci ha aperto gli occhi sul dramma di popolazioni lontane. Ci ha fatto capire che “lontane” non erano, che ognuno è davvero nostro fratello/sorella.Papa Wojtyla amava la famiglia, aveva un occhio di riguardo verso i piccoli: non solo noi bambini, ma gli anziani, i disabili. Grazie, “nonno” Giovanni Paolo. Noi, bambini di ieri e di oggi, non ti dimenticheremo.

 (Luisa – Bresso) Papa Wojtyla, sei stato grande. Lo dicono tutti, in particolare la tv. La tv ha frugato spudoratamente nella tua vita. Tu eri il grande comunicatore, eri abituato alle telecamere. E tutti sono accorsi da te, tutti hanno fatto a gara per vederti un minuto, per essere lì da te.Sono una donna, una donna che, come tale, non può fare il prete: l’hai scritto proprio tu, affermando che questo è il volere di Dio. In più, sono divorziata. Solo io conosco quel che ho sofferto. ma Non posso accostarmi alla comunione, perché arrecherei scandalo nel popolo di Dio.Sei stato il Papa di tutti, ma mons. Romero fu lasciato solo. So che poi lo inscrivesti tra i martiri della fede. Ma allora non lo ascoltasti, credesti alle accuse di “comunismo” che gli rivolsero gli americani.Sei stato il Papa di tutti, ma chi usava il preservativo era un materialista e un lassista, anche se viveva in una baraccopoli africana a rischio altissimo di Aids.Sei stato il Papa di tutti, non dei divorziati, delle donne, degli “irregolari”. Tu hai parlato a molti, io avrei voluto qualche volta essere ascoltata. Non approvata: ascoltata. Chissà che non mi ascolti ora, nel segreto e nel silenzio, lontano dai clamori mediatici. Anch’io ho pregato per te, ma in una piccola chiesa, lontana da tutti. Non so quanto fosse riserbo, quanto fosse vergogna per la mia “imperfezione”. E forse ora, nel mondo senza tempo, ti arriverà la mia flebile voce.  

(Roberta – Milano)  

Giovanni Paolo II è stato il mio Papa. Il Papa delle Giornate della Gioventù, dei grandi raduni, il pastore da seguire nella mia crescita spirituale. È strano però il fatto che questo Papa mi abbia aiutato di più ultimamente che nel periodo del suo grande vigore. In un’età adulta come la mia, dove ci si trova più disillusi e a dover fare i conti con problemi concreti e a volte duri da accettare, vedere quel corpo piegato, sofferente, quasi schiacciato, mi ha infuso un coraggio immenso. Non ho mai visto di buon occhio la gerarchia ecclesiastica, ma in questo Papa ho visto il Cristo sofferente sulla Croce. Un uomo che ha capito che la vita vale nella sua pienezza, sia quando siamo sani e belli, sia quando il dolore e la sofferenza ci umiliano il fisico. In una società come la nostra che ha rimosso completamente il dolore e la morte, il Papa è stato una bandiera, un esempio vivente di Cristo che redime il mondo con la sua testimonianza costante e invincibile. La morte, come dicono le Scritture, non ha avuto nessuna vittoria.Il suo peregrinare in mezzo ai poveri del mondo ha trovato compimento nell’ultima sua agonia. Povero e sofferente, ma comunque “grande” nel suo ultimo momento di vita.Wojtyla è stato anche il Papa dell’ecumenismo. Colui che mi ha fatto scoprire che in ogni religione c’è una verità. Cercare il bene comune, portare più cose possibili nella grande “cesta” del Bene. Saper apprezzare la vita e l’uomo. Sapere che Dio ha “assicurato” ogni essere umano… incontrare tutti, guardare tutti negli occhi. Il Papa ha insegnato che l’amore è “di più”. L’ho sentito vicino quando mi trovavo a fare attività presso i Down, la parte tenera della mia vita. E la sua frase “Non abbiate paura” me la ripeto ogni mattina, quando mi alzo dal letto. Ora so che anche Lui mi aiuta a vincere le mie paure.Però… sono gay. Qui casca l’asino, come si dice. Ero a Roma al Gay Pride nel luglio 2000. Provai un immenso dolore quando il giorno dopo, all’Angelus, il Papa parlò di cortei di dubbia moralità. Mi sentii ferito, come cristiano e come uomo. Avrei preferito un silenzio, non quelle parole.La morale sessuale nella Chiesa è un tema scottante, dove tutti si sentono dalla parte del giusto. Sei etero? Sposato? Perfetto! Sei un cristiano modello. Ti vuoi costruire un rapporto tipo Barbie e Ken? Ti benedico, sei nel giusto. Sei single? C’è qualcosa che non va… Sei gay? Il tuo peccato grida vendetta al cospetto di Dio. Come può il Dio dell’Amore condannare l’amore? Su questo Wojtyla è stato molto duro, forse troppo. Capisco che i tempi della Chiesa sono molto lunghi, ma non si dovrebbe negare l’Amore di Dio a nessun uomo, nessuno. L’attuale cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze, un tempo era vescovo di Gubbio e con lui ho tuttora un rapporto molto bello, anche se ora quasi sempre epistolare. Nel settembre scorso andai a trovarlo e gli parlai di me. Lui sa tutto di me. Mi ha dato delle cose da leggere, una sua catechesi molto bella e in più mi consigliò una cosa. Sdraiati – mi ha detto – su un bel prato, quando c’è il sole. Guarda quanti fili d’erba, quanti fiori, quanti piccoli insetti… tutti, tutti diversi tra loro, ognuno con la propria funzione. Perché dovrei sdraiarmi, replicai. Mi rispose: perché ti sentirai piccolo e avvertirai il calore della madre terra. Forse è questo che vorrei dalla Chiesa, sentirmi accettato come Gesù sicuramente mi accetta. Ma gli uomini, o meglio, i maschi costruiscono tutto a loro immagine e somiglianza.Tornando al Papa, confesso di conoscere poco le sue encicliche, se non i passi più importanti di alcune. Ho i suoi libri, le sue preghiere che leggo frequentemente. Mi riprometto di ovviare alle mie lacune. 

(Giuliano – Gubbio) 

In questi giorni, nei mass-media, si sono sprecate le analisi dotte e semi-dotte sul pontificato di Giovanni Paolo II. Chi si profondeva in elogi sperticati, chi criticava sempre e comunque, chi già scommetteva, con spavalderia da giocatore d’azzardo, sull’identità del prossimo Papa. Noi abbiamo preferito lasciar spazio alla “gente”. Tra i vari appellativi coi quali i vaticanisti più o meno accreditati hanno designato Wojtyla c’è stato, infatti, anche quello di “Papa della gente”. E allora diamo voce a questa “gente”, facciamole diventare “persone”, quelle persone che Wojtyla amava incontrare ogni volta che poteva, o che gli era concesso.Le lettere pubblicate sono solo una piccola parte di quelle giunte in redazione, ma ognuna di esse palesa un sentimento diverso: dolore, ringraziamento, speranza, attesa. Possiamo fissare alcuni punti.Wojtyla ha saputo toccare i cuori. Sia di chi lo ha approvato, sia di chi si è sentito talora ferito dai suoi atti. Wojtyla è stato, con ogni probabilità, un santo. Un santo molto virile. Un san Giorgio in lotta contro il drago, eppure non un asceta. Wojtyla aveva bisogno del contatto umano, un bisogno fisico. E questo bisogno è stato recepito e ricambiato. La sua stessa maschilità è stata un segno tangibile delle certezze che incarnava. Non era per me, quella maschilità. Il mio non è il “Signore degli eserciti”. Ma molti, in questi tempi vacui, hanno trovato un sicuro appiglio in quella maschilità. Viene da domandarsi fino a che punto fosse frutto di un’adesione matura e consapevole o uno smarrimento di fronte alla dissoluzione di tante figure e simboli.“Ora come faremo? Ora dobbiamo continuare”. Questa sembra una delle più alte lezioni di Wojtyla: non credersi mai indispensabili. Wojtyla ha voluto mettere di nuovo Cristo al centro dell’uomo, come qualcuno ha scritto. “Dobbiamo continuare” significa esattamente questo:
la Chiesa esiste, continuerà a esistere finché lo vorrà il suo Fondatore. Che è Cristo e non il Papa. Wojtyla ha cercato di dimostrarlo.
Wojtyla è stato percepito come il Papa dei diritti umani, il Papa della pace. La pace per la quale digiunare. Il suo appello in questo senso è stato di potenza biblica. Ricordo di avervi aderito con entusiasmo, e di essermi accorta che veramente il digiuno per Dio (come per qualsiasi altra nobile causa) era efficace sia per l’anima sia per il corpo: mi ha ricordato che “non di solo pane” ecc.La pace “pietrificata” degli ultimi giorni, quando ormai non parlava più, e comunicava solo col suo corpo lacerato. Ma quanto più viva di tante maschere urlatrici che si illudono di reggere le sorti del mondo. Se, finora, il mondo non è scivolato in quel gorgo fatale insensatamente chiamato “scontro di civiltà” lo si deve in gran parte, starei per dire soltanto, a lui. L’avevo scritto altrove: tra gli “importanti” il Papa era l’unico a tenere alta la bandiera del confronto sereno e cordiale. Poi ci sono le anime “ferite” di/da questo pontificato. Anime ferite che, però, si sentono profondamente cristiane. Non desiderano – ci par di capire – una Chiesa su misura, o addirittura nessuna Chiesa. Volevano che Wojtyla fosse anche il “loro” pastore. Di sicuro, appaiono molto diverse da come le dipingono certi pastori senza misericordia. Forse è stato solo un problema di linguaggio. Forse è mancato solo il dialogo, forse i grandi eventi hanno oscurato le piccole storie. D’altro lato anche questo “limite” ha reso Wojtyla più vero, in positivo e in negativo. Senza dubbio, con queste anime, i problemi sono rimasti aperti.Giovanni Paolo II è stato un Papa “totale”, nel senso che ha cercato di essere dappertutto, si è occupato di tutto, cercando di imprimere dappertutto un’identità cristiana (essenzialmente tridentina: concordiamo con Gianni). Per questo motivo il compito del suo successore sarà particolarmente arduo. Arduo e silente. Meditativo. Semplice. (Permetteteci di esprimere, anche noi, un piccolo desiderio.) Necessariamente diverso, pur nella continuità. Wojtyla ha proseguito il cammino tracciato da Giovanni XXIII su alcuni temi; su altri, per ritrovare le anime “ferite”, la strada è tutta da percorrere. In quest’ultimo caso, un’elezione di Ratzinger o Ruini potrebbe peggiorare la situazione.

Ma mi scuso per aver ceduto, anch’io, alla tentazione del pronostico. E proseguo, con speranza, il mio piccolo viaggio.

Daniela Tuscano

15 aprile 2005 at 15:23 Lascia un commento

59 a 41, le percentuali della vergogna

Chiedo perdono ai lettori per le frivolezze che mi accingo a scrivere.

Non parlerò, infatti, di relativismo, di morale, di laicismo e di nemici della Cristianità: di tutti quei pericoli, cioè, che assillano il nostro disgraziato Occidente “senza radici” e “senza identità”. Deve trattarsi proprio di rischi seri, visto che hanno fatto passare in secondo piano anche la guerra e non passa giorno senza che il governo “cattolico” li evochi con toni angosciatissimi. Io, invece – e, lo ripeto, me ne rammarico – sono rimasta sconvolta da un articolo riguardante curiose statistiche che mi è capitato fra le mani qualche giorno fa.

Ebbene: secondo tali statistiche, il 41% dei bimbi statunitensi non disporrebbe di cibo, mentre il 59% degli adulti è da considerarsi “clinicamente obeso”: mangerebbe, cioè, troppo.

Gli Usa sono il Paese più industrializzato del mondo e, nel contempo, quello in cui si trovano più grassi e più morti di fame. Probabilmente, per ovviare a questo dramma, basterebbero gesti semplicissimi. Se solo una parte del cibo in eccesso venisse destinata a quei bambini, tutti staremmo meglio: di sicuro non morirebbe nessuno.

Ma non accade. Siamo troppo egoisti e indifferenti per comprendere questa banalità. Preferiamo complicarci la vita, ci dà più gusto, ci fa sentire “protagonisti”, anche se non si sa bene di cosa. Persino il malessere può rappresentare un modo di distinguerci dall’ordinarietà quotidiana. Abbiamo così poca considerazione di noi stessi da cercare il senso dell’esistenza in qualche orrido feticcio. Fosse pure il cibo, o l’eccesso di cibo. D’altronde proprio l’eccesso sta alla base dell’ideologia materialistica: apparire, stupire sempre, in positivo o in negativo non importa. Purché ci si “mostri”. Noi non siamo nient’altro che il nostro involucro. L’anima non c’è. Questo è il Vangelo del Consumismo, con le sue regole ferree cui sottostiamo scrupolosi. Fino a sacrificarci.

Questa è la nostra vera religione.

La fame dei bimbi americani, come quella degli ottocento milioni di individui che soffrono di malnutrizione è – c’informa
la Fao – frutto di una scelta ponderata. È il risultato di una precisa  politica, non del caso o del destino. È un flagello evitabilissimo, come certe malattie e l’inquinamento ambientale.

Si sciorinano dati, si avviano campagne di sensibilizzazione, ma nessuno si scandalizza per le tonnellate di alimenti letteralmente distrutti dalle nazioni del decantato “Primo Mondo” per mantenere, secondo una crudele legge di mercato, i prezzi elevati.

L’economia mondiale non soffre di carestia: al contrario, soffre di un eccesso di produzione. Tale produzione, però, resta nei Paesi ricchi. Una minima parte dei cereali serve per nutrire il bestiame da macellare. Non sarebbe più semplice sfruttare direttamente quel grano?, mi chiederete. Rispondo che sì, sarebbe più semplice. Però non lo si fa.

L’Unione europea spende ogni anno decine di miliardi (e trentacinquemila i soli Stati Uniti) per impedire lo svilupparsi di un’agricoltura più variata, anche se meno intensiva. Lo scopo è sempre lo stesso: mantenere i prezzi d’acquisto a un livello esorbitante. Per carità: mica è un peccato voler guadagnare di più.

D’accordo – obietterete ancora voi – ma con la produzione in eccesso (con la sola produzione in eccesso, si badi bene) si potrebbe tranquillamente sfamare il resto dell’umanità. E a questo punto meritate una sculacciata, perché dimostrate di non aver imparato la lezione di Catechismo Consumista. Vendere ai Paesi poveri il prodotto in surplus, infatti, non rende. Dunque, non conviene. Dunque, non serve. Impossibile sfuggire a questo stringente sillogismo. Qual è dunque la soluzione? Questa, e adesso non lamentatevi della sua difficoltà, perché è al contrario semplicissima: chi ha fame, se la tenga.

Delusi? Ma il meraviglioso liberismo è tutto qui. Ed è il migliore dei mondi possibili: ce lo ripete ogni santo giorno il cavalier B., anche perché i suoi stessi avversari hanno, in fondo, accettato quelle regole. E per favore non attaccate con la lagna, gli scrupoli, i sensi di colpa e tutte le altre fesserie da comunistacci impenitenti o da frati (del dissenso, beninteso!) zoccolanti. Questo è il nostro mondo, così l’abbiamo voluto, così siamo noi: costretti a ingozzarci fino a schiattare o a mendicare per raccogliere qualche merendina scartata, o la farina sprecata, o il pane vecchio. Siamo ciò che mangiamo, e chi non mangia, letteralmente, non c’è.

Ma non voglio farvi perdere ancora tempo, gentili lettori. Si torni pure a tuonare contro gli immorali e i Saraceni.

 

Daniela Tuscano (grazie a Nez Percé)

15 aprile 2005 at 10:26 Lascia un commento


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