59 a 41, le percentuali della vergogna

15 aprile 2005 at 10:26 Lascia un commento

Chiedo perdono ai lettori per le frivolezze che mi accingo a scrivere.

Non parlerò, infatti, di relativismo, di morale, di laicismo e di nemici della Cristianità: di tutti quei pericoli, cioè, che assillano il nostro disgraziato Occidente “senza radici” e “senza identità”. Deve trattarsi proprio di rischi seri, visto che hanno fatto passare in secondo piano anche la guerra e non passa giorno senza che il governo “cattolico” li evochi con toni angosciatissimi. Io, invece – e, lo ripeto, me ne rammarico – sono rimasta sconvolta da un articolo riguardante curiose statistiche che mi è capitato fra le mani qualche giorno fa.

Ebbene: secondo tali statistiche, il 41% dei bimbi statunitensi non disporrebbe di cibo, mentre il 59% degli adulti è da considerarsi “clinicamente obeso”: mangerebbe, cioè, troppo.

Gli Usa sono il Paese più industrializzato del mondo e, nel contempo, quello in cui si trovano più grassi e più morti di fame. Probabilmente, per ovviare a questo dramma, basterebbero gesti semplicissimi. Se solo una parte del cibo in eccesso venisse destinata a quei bambini, tutti staremmo meglio: di sicuro non morirebbe nessuno.

Ma non accade. Siamo troppo egoisti e indifferenti per comprendere questa banalità. Preferiamo complicarci la vita, ci dà più gusto, ci fa sentire “protagonisti”, anche se non si sa bene di cosa. Persino il malessere può rappresentare un modo di distinguerci dall’ordinarietà quotidiana. Abbiamo così poca considerazione di noi stessi da cercare il senso dell’esistenza in qualche orrido feticcio. Fosse pure il cibo, o l’eccesso di cibo. D’altronde proprio l’eccesso sta alla base dell’ideologia materialistica: apparire, stupire sempre, in positivo o in negativo non importa. Purché ci si “mostri”. Noi non siamo nient’altro che il nostro involucro. L’anima non c’è. Questo è il Vangelo del Consumismo, con le sue regole ferree cui sottostiamo scrupolosi. Fino a sacrificarci.

Questa è la nostra vera religione.

La fame dei bimbi americani, come quella degli ottocento milioni di individui che soffrono di malnutrizione è – c’informa
la Fao – frutto di una scelta ponderata. È il risultato di una precisa  politica, non del caso o del destino. È un flagello evitabilissimo, come certe malattie e l’inquinamento ambientale.

Si sciorinano dati, si avviano campagne di sensibilizzazione, ma nessuno si scandalizza per le tonnellate di alimenti letteralmente distrutti dalle nazioni del decantato “Primo Mondo” per mantenere, secondo una crudele legge di mercato, i prezzi elevati.

L’economia mondiale non soffre di carestia: al contrario, soffre di un eccesso di produzione. Tale produzione, però, resta nei Paesi ricchi. Una minima parte dei cereali serve per nutrire il bestiame da macellare. Non sarebbe più semplice sfruttare direttamente quel grano?, mi chiederete. Rispondo che sì, sarebbe più semplice. Però non lo si fa.

L’Unione europea spende ogni anno decine di miliardi (e trentacinquemila i soli Stati Uniti) per impedire lo svilupparsi di un’agricoltura più variata, anche se meno intensiva. Lo scopo è sempre lo stesso: mantenere i prezzi d’acquisto a un livello esorbitante. Per carità: mica è un peccato voler guadagnare di più.

D’accordo – obietterete ancora voi – ma con la produzione in eccesso (con la sola produzione in eccesso, si badi bene) si potrebbe tranquillamente sfamare il resto dell’umanità. E a questo punto meritate una sculacciata, perché dimostrate di non aver imparato la lezione di Catechismo Consumista. Vendere ai Paesi poveri il prodotto in surplus, infatti, non rende. Dunque, non conviene. Dunque, non serve. Impossibile sfuggire a questo stringente sillogismo. Qual è dunque la soluzione? Questa, e adesso non lamentatevi della sua difficoltà, perché è al contrario semplicissima: chi ha fame, se la tenga.

Delusi? Ma il meraviglioso liberismo è tutto qui. Ed è il migliore dei mondi possibili: ce lo ripete ogni santo giorno il cavalier B., anche perché i suoi stessi avversari hanno, in fondo, accettato quelle regole. E per favore non attaccate con la lagna, gli scrupoli, i sensi di colpa e tutte le altre fesserie da comunistacci impenitenti o da frati (del dissenso, beninteso!) zoccolanti. Questo è il nostro mondo, così l’abbiamo voluto, così siamo noi: costretti a ingozzarci fino a schiattare o a mendicare per raccogliere qualche merendina scartata, o la farina sprecata, o il pane vecchio. Siamo ciò che mangiamo, e chi non mangia, letteralmente, non c’è.

Ma non voglio farvi perdere ancora tempo, gentili lettori. Si torni pure a tuonare contro gli immorali e i Saraceni.

 

Daniela Tuscano (grazie a Nez Percé)

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