Archive for novembre, 2005

FIACCOLE D’AMORE. In scena “Le luci di Laramie”: la diversità come ricchezza, per un mondo più umano

Una scenografia essenziale per “l’intimo racconto di un dolore e di una speranza”. Così si esprime la giovanissima Vania Mattioli a proposito de Le luci di Laramie, spettacolo teatrale che la vede protagonista assieme ad altri attori in un tour che, partito da Firenze, toccherà presto non solo le grandi città (Milano, Roma ecc.), ma anche la provincia, segno dell’attenzione riservata alle vitali, ma spesso dimenticate, realtà periferiche.

Del resto, proprio la periferia è lo sfondo in cui si dipana la vicenda. Una periferia americana, Laramie appunto, che però, con la sua storia di ordinario, banale e – proprio per questo – feroce razzismo è tragicamente simile alle periferie di qualsiasi altro paese del mondo. Il racconto di un dolore: vi si narra infatti la storia vera di Matthew Shepard, aggredito, torturato e ucciso 21enne esattamente sette anni fa (il 3 ottobre 1998) perché omosessuale.

Matthew Shepard (1976-1998)

La vita stessa di Matthew per James McKinney e Russel Henderson, gli assassini suoi coetanei, era un affronto intollerabile. Il giovane aveva osato dichiarare la sua omosessualità: decisamente troppo per James e Russel i quali, imbevuti di propaganda omofoba da parte di politici repubblicani, predicatori, paladini più o meno improvvisati della morale e della purezza, si trasformarono ben presto in “giusitizieri” il cui dovere era estirpare il male e la degenerazione, ovunque (e in chiunque) si annidasse. Matthew, ai loro occhi, era divenuto il simbolo vivente di quel male e di quella degenerazione. Non meritava più di vivere.

Un dolore, quello di Matthew, ben conosciuto in America e nei paesi anglofoni, ma ancora poco noto da noi, malgrado il valore paradigmatico dell’evento. La violenza anti-gay ha conosciuto una recrudescenza proprio nei mesi scorsi, in Italia, con l’omicidio dell’attore Paolo Seganti; per non parlare dell’Iran dove, in luglio, lo Stato ha mandato a morte due ragazzi di 18 e 16 anni macchiatisi del “delitto di omosessualità”.

“Il rispetto verso gli omosessuali ‘serve’ anche a chi omosessuale non è – sostiene Massimo Stinco, regista di Le luci di Laramie, – perché può aprire la mente e permettere a ogni individuo di spaziare e migliorare mentalmente”.

Ed eccoci, dunque, alla speranza: Le luci di Laramie indicano un sentire, e portano un messaggio. Sono parole semplici e oneste contro intolleranze e talvolta paure, lottano contro pregiudizi e cattiverie. Nel contempo mostrano che il ‘pre-giudizio’ spesso è pane di cui ognuno si nutre, solo per ordine naturale, – s’accalora Vania Mattioli. “Voglio dire, con questo, che Le luci di Laramie sono sì un messaggio contro l’omofobia, ma sono anche, e forse ancor più, un messaggio di umanità, di amore verso l’altro per il suo essere, non uomo o donna, ma umano; e sono una umana preghiera, affinché quel sentire ‘di pancia e di cuore’ che tutti ci accomuna possa finalmente trovare il suo vero valore”.

Un messaggio di tolleranza e di amore. Ma il teatro è davvero in grado di veicolare questi valori? Massimo Stinco, consideri il teatro e l’arte in generale un momento anche di “impegno civile”, come si diceva un tempo?

“Per quanto mi riguarda in passato non lo pensavo – ammette – ma ora direi di sì, assolutamente sì”.

– Non è dunque casuale che la tua compagnia sia composta in particolare da giovani…

“Anzitutto preciso che non lavoro propriamente con una ‘compagnia’. Oltre a essere un regista sono anche un insegnante di recitazione, e nell’ambito della scuola ho formato molti attori. Quando decido di montare un nuovo spettacolo organizzo una sorta di casting per poter scegliere i partecipanti. Ovviamente molti sono ex- allievi ormai diplomati. Anche in questo caso ho proceduto così: dopo aver tenuto un laboratorio estivo aperto a chiunque desiderasse cimentarsi su The Laramie Project, come familiarmente chiamiamo questo nostro lavoro, ho creato un gruppo di soli otto attori – per aderenza al testo originale – per far sì che la rappresentazione crescesse e fosse conosciuta. Non c’è dunque una vera e propria compagnia. Esiste però, da circa dieci anni, un’associazione culturale, la MMproduzioni, della quale sono fondatore e direttore artistico. L’associazione crea spettacoli legati soprattutto all’emozione, non necessariamente da rappresentare in teatro, ma anzi, spesso, in spazi ad esso alternativi. La MMproduzioni si è proposta, nel tempo e ancor oggi, di creare soprattutto spettacoli d’atmosfera, suggestivi, molto legati all’immagine e alla musica. Da alcuni anni MMproduzioni allestisce anche spettacoli a tematica gay”.

– Niente repertorio classico, mi par di capire…

“Sinceramente il repertorio classico è il meno rappresentato da noi. Ci orientiamo quasi esclusivamente su drammaturgia contemporanea o su adattamenti da romanzi o racconti. Scegliamo i testi in base all’ispirazione del momento, e così è avvenuto anche per Le luci di Laramie. Se troviamo un testo vicino alle nostre corde, un testo che ci appassiona, facciamo il possibile per portarlo in scena. E quasi sempre con un occhio rivolto al pubblico giovanile”.

– Hai detto, come Vania, che Laramie è nato da un “colpo di fulmine”…

“È stato un caso, come spesso succede per le cose che, alla fine, più ci appassionano. Amici australiani mi avevano parlato di questo testo dopo averlo rappresentato a Melbourne. Si mostravano assolutamente entusiasti: per questo ho ordinato lo scritto a New York, l’ho tradotto e ho organizzato un laboratorio di studio conclusosi con una prima performance. L’esito positivo mi ha stimolato a riprenderlo, ad ampliarlo, a creare un cast di attori appartenenti a generazioni diverse. Per ora il pubblico ha risposto veramente molto bene. Ne è rimasto commosso, colpito, anche sconvolto”.

– Visto che credi nella funzione “pedagogica” del teatro non hai mai pensato d’inscenare Laramie nelle scuole?

“La scuola è sicuramente un ambito interessantissimo al quale rivolgere la nostra esperienza e il nostro lavoro. ci stiamo muovendo per realizzare anche questo tipo di impegno che ci piacerebbe moltissimo concretizzare. Ancora non è stato possibile, soprattutto per i tempi ristretti, dato che il progetto è, per dirla anagraficamente, piuttosto giovane. Ma contiamo di farlo presto. Del resto credo che parecchi ragazzi vivano la propria omosessualità in modo a dir poco difficile. Anche per questo sto pensando a Le luci di Laramie e a Rainbow boys, tratto da un piccolo romanzo sui gay americani scritto da Alex Sanchez”.

– Negli incontri come parlereste di omosessualità e come la inserireste nel dibattito sui diritti civili?

“Sinceramente credo che oggi sia finalmente un po’ più facile parlare di omosessualità. Se ne parla ampiamente e non è più tabù né tantomeno qualcosa di così scandaloso. Lo era per me, durante i miei anni giovanili: era veramente una tematica che si preferiva tenere nascosta. Con i miei allievi dei corsi di teatro si parla spesso di omosessualità. Sanno tutto di me e non hanno mai mostrato resistenze. Ma indubbiamente non sarà sempre facile. Purtroppo penso che, durante il cammino, troveremo molte porte chiuse”.

– Ti sembra forse che, in Italia e/o nel mondo, si stia manifestando un rigurgito d’intollernaza verso i gay? Se sì, perché avviene?

“Come per tutte le cose di cui talvolta si abusa nel parlare o nel ‘mettere in vetrina’ probabilmente sì, si verificano parecchi casi d’intolleranza. Ma secondo me nel passato la situazione era assai più grave. Ad esempio guardo con molto orgoglio e piacere a certe situazioni culturali”.

– In linea generale cosa pensi della situazione del teatro e della cultura in Italia? L’attuale governo ha appena deciso tagli drastici in questo settore, attirandosi l’ira un po’ di tutti, dagli artisti al pubblico ai gestori di locali…

“Mi verrebbe spontaneo rispondere con un semplice ‘no comment’. Rispetto a molti altri paesi credo che in Italia non esista una cultura teatrale. è l’intero sistema ad essere sbagliato, siamo davvero troppo indietro. E ogni anno la situazione peggiora. Ancora oggi si considera il teatro, lo spettacolo, come qualcosa di non necessario”.

A quest’ideologia del “fare”, grettamente materialistica, Massimo e i suoi amici contrappongono la filosofia dell’”essere”, la forza dello spirito che solo gli artisti, definiti da Giovanni Paolo II “collaboratori della creatività di Dio”, possono regalarci.

 

Daniela Tuscano (“Color Porpora” )

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2 novembre 2005 at 10:30

IN MARGINE A UN’INTERVISTA ALL’ABBE’ PIERRE

Lo scalpore suscitato dalle recenti dichiarazioni dell’Abbé Pierre in merito a sessualità dei preti, sacerdozio femminile e unioni gay è il chiaro indizio d’una crisi. Di linguaggio, innanzi tutto; e, conseguentemente, di una cultura e di una sensibilità comuni.

Queste ultime cominciano a vacillare con la reciproca incomprensione, a tutti i livelli. Le parole sono identiche, ma muta sensibilmente il loro significato, fino a esprimere concetti contrastanti l’uno con l’altro. La Babele del 2000 consiste appunto in questo “disancoramento verbale”.

Abbé PierreL’Abbé Pierre, al secolo Henri Grouès

Anche la cultura cristiana è, dunque, defraudata del suo lessico. E qui sta il vero motivo delle reazioni, scomposte e inopportune, alle affermazioni del celebre cappuccino.

“Ho ceduto, qualche rara volta, al piacere sessuale, ma vi ho poi rinunciato per mantener fede al mio sacerdozio”. Cosa può trovare di scandaloso un cristiano in queste parole? Il fatto che siano pronunciate da un prete? Ma il prete è innanzi tutto un uomo. Un uomo che ha posto la sua vita alla sequela di Cristo (“Fossi stato sposato, non avrei potuto dedicarmi totalmente al mio ministero”, ha puntualizzato l’Abbé), e che, in Cristo, trova la forza di superarsi e di amare, attraverso lui, tutti gli uomini. Tuttavia il cammino non esime da rischi, non annulla l’umana debolezza. È un male? Di una cosa siamo sicuri: il difetto, il fallimento, il peccato sono anch’essi strumenti di Dio quando, col loro manifestarsi, testimoniano della nostra insufficienza, dei nostri lati oscuri. L’esperienza del peccato (il cui significato originario è appunto “mancanza”) impedisce a chi la prova la tentazione dell’autocompiacimento. “Credo che esisteranno sempre preti con la vocazione al celibato”, ha detto ancora il frate. Con la sua confessione – dolorosa, immaginiamo – l’Abbé non ha insomma inteso negare il valore della castità in quanto tale; l’ha anzi riaffermato definendola “vocazione”. Si è solo domandato, alla luce della sua esperienza, se il celibato dei preti, divenuto norma solo nel Medioevo, possa essere imposto a tutti indistintamente in un contesto storico molto diverso; pensiamo al recente dibattito svoltosi al Sinodo dei vescovi, in cui si è presa in esame (per abbandonarla subito dopo, in verità) la possibilità dell’ordinazione di “viri probati”, uomini cioè che, pur sposati, possano far le veci dei sacerdoti almeno in determinate situazioni.

Si tratterebbe, oltretutto, di un ritorno alle origini del Cristianesimo; non va dimenticato che lo stesso Pietro, il primo Papa, era sposato, come la maggior parte degli Apostoli.

L’Abbé Pierre, quindi, ha parlato con umiltà e franchezza, ma soprattutto da vero cristiano; per questo, indipendentemente dal condividere o no le sue posizioni, chi si professa credente non dovrebbe provare alcuno scandalo, bensì interrogare la propria coscienza e le basi della propria fede.

Solo chi non comprende più il linguaggio del Vangelo può dunque aver confuso le sue asserzioni come una giustificazione del lassismo (magari con il volgare ammiccamento del “così fan tutti”). E a chi, come il costernato card. Tonini (il quale, a tal proposito, ha esclamato testualmente: “Mi è crollato un mito”), si angustia per la “confusione” arrecata tra il popolo di Dio, si potrebbe obiettare che il popolo di Dio è spesso più maturo e misericordioso dei suoi pastori e non dev’esser sempre tenuto in uno stato di “minorità spirituale”. È chiaro che il pastore deve dare il buon esempio. Ma è altrettanto chiaro che il pastore scelto da Dio è, evangelicamente parlando, anche “servo inutile”; anch’egli soggetto a cadute e bisognoso di comprensione e di correzione fraterna. L’Abbé avrebbe potuto tener nascosto questo suo segreto, o avrebbe potuto rivelarlo al suo confessore, come ha suggerito il card. Tonini. Forse sì, avrebbe potuto. Forse la sua decisione non è stata la migliore. Ma è stata senza dubbio la più onesta, la più ardita anche. Rivolgendosi idealmente a tutto il mondo, l’Abbé, uomo fra gli uomini e non rigida incarnazione d’una fede astratta e pura, ha dimostrato fiducia e ha rivolto un appello. E, chissà, una richiesta d’aiuto: agli uomini, a Dio; agli uomini in quanto figli di Dio.

Mentre assai più netto è stato il giudizio sull’ordinazione delle donne (“Penso si tratti principalmente di una questione di mentalità… Il sacerdozio femminile, inoltre, permetterebbe di risolvere in parte la crisi delle vocazioni e della penuria di preti”), si deve, a mio parere, porre sullo stesso livello la questione delle unioni omosessuali, da lui chiamate “alleanze” e non “patti”, forse per non dare al suo discorso una valenza politica, ma unicamente religiosa (“Suggerisco di parlare di ‘alleanze’ omosessuali e non di matrimoni, poiché ciò creerebbe un trauma e una destabilizzazione sociale forte[1]”. L’Abbé ha rivelato di “comprendere” il desiderio delle coppie omosessuali “di veder riconosciuto il loro amore dalla società” e ha ricordato che “il suo segretario, il padre Peretti, ha contribuito a fondare l’associazione di omosessuali cristiani David et Jonathan”. Riguardo a tali questioni, il card. Tonini si è domandato “quali titoli abbia l’Abbé per parlare in tale maniera”.

Noi potremmo contro-replicare a Tonini quali titoli abbia lui, e i suoi confratelli maschi, per legiferare sulla donna e decretare la sua perenne esclusione dal ministero sacerdotale. Sui gay è forse vero (e forse no) che l’Abbé “non ha titoli” per parlare. Può sbagliare, come ha sbagliato in passato per altre questioni importanti (si pensi allo sgradevolissimo equivoco sull’antisemitismo, poi rientrato, ma sempre doloroso). Certamente – e lo ha riconosciuto lo stesso Abbé – le coppie omosessuali dovrebbero dimostrare di saper garantire non solo a sé stesse, ma alla società intera quell’apporto di umanità, oblatività, rispetto dell’altro, serietà e stabilità richieste a qualsiasi coppia degna di questo nome. È possibile e, soprattutto, tali coppie desiderano realmente tutto ciò? Non lo sappiamo; sappiamo solo, come l’Abbé, che per apprezzare e (ri)vivere pienamente quella creatività affettiva offerta dal cristianesimo, senza rimanere impigliati nel rigido aut-aut coppia-astinenza occorrono un’educazione, un accompagnamento e un ascolto attenti al vissuto delle persone, siano esse omosessuali oppure no. In tal senso ci chiediamo perché il card. Tonini non abbia rivolto le stesse critiche a mons. Maggiolini, quando ha paragonato, e lo ha fatto in più di un’occasione, le unioni gay a quelle tra cavalli, precisando poi che si trattava di una “semplice battuta per designare relazioni prive di ogni valore”. Quali “titoli” aveva, mons. Maggiolini, per parlare in quel modo?

Per ora, restano le parole dell’Abbé Pierre. Parole umane, tremanti e fragili. Ma anche parole cristiane, tenere e vibranti. Parole da comprendere, non da violentare ai nostri capricci. Parole arcane e sublimi, dietro cui comunque s’intravvede una luce. Come recitava un antico santino: “Anche se Tu ti nascondi ai miei occhi, il mio cuore osserva il tuo spuntare da lontano”.

Daniela Tuscano (“Emmanuele” )

1 novembre 2005 at 20:55


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