IN MARGINE A UN’INTERVISTA ALL’ABBE’ PIERRE

1 novembre 2005 at 20:55

Lo scalpore suscitato dalle recenti dichiarazioni dell’Abbé Pierre in merito a sessualità dei preti, sacerdozio femminile e unioni gay è il chiaro indizio d’una crisi. Di linguaggio, innanzi tutto; e, conseguentemente, di una cultura e di una sensibilità comuni.

Queste ultime cominciano a vacillare con la reciproca incomprensione, a tutti i livelli. Le parole sono identiche, ma muta sensibilmente il loro significato, fino a esprimere concetti contrastanti l’uno con l’altro. La Babele del 2000 consiste appunto in questo “disancoramento verbale”.

Abbé PierreL’Abbé Pierre, al secolo Henri Grouès

Anche la cultura cristiana è, dunque, defraudata del suo lessico. E qui sta il vero motivo delle reazioni, scomposte e inopportune, alle affermazioni del celebre cappuccino.

“Ho ceduto, qualche rara volta, al piacere sessuale, ma vi ho poi rinunciato per mantener fede al mio sacerdozio”. Cosa può trovare di scandaloso un cristiano in queste parole? Il fatto che siano pronunciate da un prete? Ma il prete è innanzi tutto un uomo. Un uomo che ha posto la sua vita alla sequela di Cristo (“Fossi stato sposato, non avrei potuto dedicarmi totalmente al mio ministero”, ha puntualizzato l’Abbé), e che, in Cristo, trova la forza di superarsi e di amare, attraverso lui, tutti gli uomini. Tuttavia il cammino non esime da rischi, non annulla l’umana debolezza. È un male? Di una cosa siamo sicuri: il difetto, il fallimento, il peccato sono anch’essi strumenti di Dio quando, col loro manifestarsi, testimoniano della nostra insufficienza, dei nostri lati oscuri. L’esperienza del peccato (il cui significato originario è appunto “mancanza”) impedisce a chi la prova la tentazione dell’autocompiacimento. “Credo che esisteranno sempre preti con la vocazione al celibato”, ha detto ancora il frate. Con la sua confessione – dolorosa, immaginiamo – l’Abbé non ha insomma inteso negare il valore della castità in quanto tale; l’ha anzi riaffermato definendola “vocazione”. Si è solo domandato, alla luce della sua esperienza, se il celibato dei preti, divenuto norma solo nel Medioevo, possa essere imposto a tutti indistintamente in un contesto storico molto diverso; pensiamo al recente dibattito svoltosi al Sinodo dei vescovi, in cui si è presa in esame (per abbandonarla subito dopo, in verità) la possibilità dell’ordinazione di “viri probati”, uomini cioè che, pur sposati, possano far le veci dei sacerdoti almeno in determinate situazioni.

Si tratterebbe, oltretutto, di un ritorno alle origini del Cristianesimo; non va dimenticato che lo stesso Pietro, il primo Papa, era sposato, come la maggior parte degli Apostoli.

L’Abbé Pierre, quindi, ha parlato con umiltà e franchezza, ma soprattutto da vero cristiano; per questo, indipendentemente dal condividere o no le sue posizioni, chi si professa credente non dovrebbe provare alcuno scandalo, bensì interrogare la propria coscienza e le basi della propria fede.

Solo chi non comprende più il linguaggio del Vangelo può dunque aver confuso le sue asserzioni come una giustificazione del lassismo (magari con il volgare ammiccamento del “così fan tutti”). E a chi, come il costernato card. Tonini (il quale, a tal proposito, ha esclamato testualmente: “Mi è crollato un mito”), si angustia per la “confusione” arrecata tra il popolo di Dio, si potrebbe obiettare che il popolo di Dio è spesso più maturo e misericordioso dei suoi pastori e non dev’esser sempre tenuto in uno stato di “minorità spirituale”. È chiaro che il pastore deve dare il buon esempio. Ma è altrettanto chiaro che il pastore scelto da Dio è, evangelicamente parlando, anche “servo inutile”; anch’egli soggetto a cadute e bisognoso di comprensione e di correzione fraterna. L’Abbé avrebbe potuto tener nascosto questo suo segreto, o avrebbe potuto rivelarlo al suo confessore, come ha suggerito il card. Tonini. Forse sì, avrebbe potuto. Forse la sua decisione non è stata la migliore. Ma è stata senza dubbio la più onesta, la più ardita anche. Rivolgendosi idealmente a tutto il mondo, l’Abbé, uomo fra gli uomini e non rigida incarnazione d’una fede astratta e pura, ha dimostrato fiducia e ha rivolto un appello. E, chissà, una richiesta d’aiuto: agli uomini, a Dio; agli uomini in quanto figli di Dio.

Mentre assai più netto è stato il giudizio sull’ordinazione delle donne (“Penso si tratti principalmente di una questione di mentalità… Il sacerdozio femminile, inoltre, permetterebbe di risolvere in parte la crisi delle vocazioni e della penuria di preti”), si deve, a mio parere, porre sullo stesso livello la questione delle unioni omosessuali, da lui chiamate “alleanze” e non “patti”, forse per non dare al suo discorso una valenza politica, ma unicamente religiosa (“Suggerisco di parlare di ‘alleanze’ omosessuali e non di matrimoni, poiché ciò creerebbe un trauma e una destabilizzazione sociale forte[1]”. L’Abbé ha rivelato di “comprendere” il desiderio delle coppie omosessuali “di veder riconosciuto il loro amore dalla società” e ha ricordato che “il suo segretario, il padre Peretti, ha contribuito a fondare l’associazione di omosessuali cristiani David et Jonathan”. Riguardo a tali questioni, il card. Tonini si è domandato “quali titoli abbia l’Abbé per parlare in tale maniera”.

Noi potremmo contro-replicare a Tonini quali titoli abbia lui, e i suoi confratelli maschi, per legiferare sulla donna e decretare la sua perenne esclusione dal ministero sacerdotale. Sui gay è forse vero (e forse no) che l’Abbé “non ha titoli” per parlare. Può sbagliare, come ha sbagliato in passato per altre questioni importanti (si pensi allo sgradevolissimo equivoco sull’antisemitismo, poi rientrato, ma sempre doloroso). Certamente – e lo ha riconosciuto lo stesso Abbé – le coppie omosessuali dovrebbero dimostrare di saper garantire non solo a sé stesse, ma alla società intera quell’apporto di umanità, oblatività, rispetto dell’altro, serietà e stabilità richieste a qualsiasi coppia degna di questo nome. È possibile e, soprattutto, tali coppie desiderano realmente tutto ciò? Non lo sappiamo; sappiamo solo, come l’Abbé, che per apprezzare e (ri)vivere pienamente quella creatività affettiva offerta dal cristianesimo, senza rimanere impigliati nel rigido aut-aut coppia-astinenza occorrono un’educazione, un accompagnamento e un ascolto attenti al vissuto delle persone, siano esse omosessuali oppure no. In tal senso ci chiediamo perché il card. Tonini non abbia rivolto le stesse critiche a mons. Maggiolini, quando ha paragonato, e lo ha fatto in più di un’occasione, le unioni gay a quelle tra cavalli, precisando poi che si trattava di una “semplice battuta per designare relazioni prive di ogni valore”. Quali “titoli” aveva, mons. Maggiolini, per parlare in quel modo?

Per ora, restano le parole dell’Abbé Pierre. Parole umane, tremanti e fragili. Ma anche parole cristiane, tenere e vibranti. Parole da comprendere, non da violentare ai nostri capricci. Parole arcane e sublimi, dietro cui comunque s’intravvede una luce. Come recitava un antico santino: “Anche se Tu ti nascondi ai miei occhi, il mio cuore osserva il tuo spuntare da lontano”.

Daniela Tuscano (“Emmanuele” )

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