FIACCOLE D’AMORE. In scena “Le luci di Laramie”: la diversità come ricchezza, per un mondo più umano

2 novembre 2005 at 10:30

Una scenografia essenziale per “l’intimo racconto di un dolore e di una speranza”. Così si esprime la giovanissima Vania Mattioli a proposito de Le luci di Laramie, spettacolo teatrale che la vede protagonista assieme ad altri attori in un tour che, partito da Firenze, toccherà presto non solo le grandi città (Milano, Roma ecc.), ma anche la provincia, segno dell’attenzione riservata alle vitali, ma spesso dimenticate, realtà periferiche.

Del resto, proprio la periferia è lo sfondo in cui si dipana la vicenda. Una periferia americana, Laramie appunto, che però, con la sua storia di ordinario, banale e – proprio per questo – feroce razzismo è tragicamente simile alle periferie di qualsiasi altro paese del mondo. Il racconto di un dolore: vi si narra infatti la storia vera di Matthew Shepard, aggredito, torturato e ucciso 21enne esattamente sette anni fa (il 3 ottobre 1998) perché omosessuale.

Matthew Shepard (1976-1998)

La vita stessa di Matthew per James McKinney e Russel Henderson, gli assassini suoi coetanei, era un affronto intollerabile. Il giovane aveva osato dichiarare la sua omosessualità: decisamente troppo per James e Russel i quali, imbevuti di propaganda omofoba da parte di politici repubblicani, predicatori, paladini più o meno improvvisati della morale e della purezza, si trasformarono ben presto in “giusitizieri” il cui dovere era estirpare il male e la degenerazione, ovunque (e in chiunque) si annidasse. Matthew, ai loro occhi, era divenuto il simbolo vivente di quel male e di quella degenerazione. Non meritava più di vivere.

Un dolore, quello di Matthew, ben conosciuto in America e nei paesi anglofoni, ma ancora poco noto da noi, malgrado il valore paradigmatico dell’evento. La violenza anti-gay ha conosciuto una recrudescenza proprio nei mesi scorsi, in Italia, con l’omicidio dell’attore Paolo Seganti; per non parlare dell’Iran dove, in luglio, lo Stato ha mandato a morte due ragazzi di 18 e 16 anni macchiatisi del “delitto di omosessualità”.

“Il rispetto verso gli omosessuali ‘serve’ anche a chi omosessuale non è – sostiene Massimo Stinco, regista di Le luci di Laramie, – perché può aprire la mente e permettere a ogni individuo di spaziare e migliorare mentalmente”.

Ed eccoci, dunque, alla speranza: Le luci di Laramie indicano un sentire, e portano un messaggio. Sono parole semplici e oneste contro intolleranze e talvolta paure, lottano contro pregiudizi e cattiverie. Nel contempo mostrano che il ‘pre-giudizio’ spesso è pane di cui ognuno si nutre, solo per ordine naturale, – s’accalora Vania Mattioli. “Voglio dire, con questo, che Le luci di Laramie sono sì un messaggio contro l’omofobia, ma sono anche, e forse ancor più, un messaggio di umanità, di amore verso l’altro per il suo essere, non uomo o donna, ma umano; e sono una umana preghiera, affinché quel sentire ‘di pancia e di cuore’ che tutti ci accomuna possa finalmente trovare il suo vero valore”.

Un messaggio di tolleranza e di amore. Ma il teatro è davvero in grado di veicolare questi valori? Massimo Stinco, consideri il teatro e l’arte in generale un momento anche di “impegno civile”, come si diceva un tempo?

“Per quanto mi riguarda in passato non lo pensavo – ammette – ma ora direi di sì, assolutamente sì”.

– Non è dunque casuale che la tua compagnia sia composta in particolare da giovani…

“Anzitutto preciso che non lavoro propriamente con una ‘compagnia’. Oltre a essere un regista sono anche un insegnante di recitazione, e nell’ambito della scuola ho formato molti attori. Quando decido di montare un nuovo spettacolo organizzo una sorta di casting per poter scegliere i partecipanti. Ovviamente molti sono ex- allievi ormai diplomati. Anche in questo caso ho proceduto così: dopo aver tenuto un laboratorio estivo aperto a chiunque desiderasse cimentarsi su The Laramie Project, come familiarmente chiamiamo questo nostro lavoro, ho creato un gruppo di soli otto attori – per aderenza al testo originale – per far sì che la rappresentazione crescesse e fosse conosciuta. Non c’è dunque una vera e propria compagnia. Esiste però, da circa dieci anni, un’associazione culturale, la MMproduzioni, della quale sono fondatore e direttore artistico. L’associazione crea spettacoli legati soprattutto all’emozione, non necessariamente da rappresentare in teatro, ma anzi, spesso, in spazi ad esso alternativi. La MMproduzioni si è proposta, nel tempo e ancor oggi, di creare soprattutto spettacoli d’atmosfera, suggestivi, molto legati all’immagine e alla musica. Da alcuni anni MMproduzioni allestisce anche spettacoli a tematica gay”.

– Niente repertorio classico, mi par di capire…

“Sinceramente il repertorio classico è il meno rappresentato da noi. Ci orientiamo quasi esclusivamente su drammaturgia contemporanea o su adattamenti da romanzi o racconti. Scegliamo i testi in base all’ispirazione del momento, e così è avvenuto anche per Le luci di Laramie. Se troviamo un testo vicino alle nostre corde, un testo che ci appassiona, facciamo il possibile per portarlo in scena. E quasi sempre con un occhio rivolto al pubblico giovanile”.

– Hai detto, come Vania, che Laramie è nato da un “colpo di fulmine”…

“È stato un caso, come spesso succede per le cose che, alla fine, più ci appassionano. Amici australiani mi avevano parlato di questo testo dopo averlo rappresentato a Melbourne. Si mostravano assolutamente entusiasti: per questo ho ordinato lo scritto a New York, l’ho tradotto e ho organizzato un laboratorio di studio conclusosi con una prima performance. L’esito positivo mi ha stimolato a riprenderlo, ad ampliarlo, a creare un cast di attori appartenenti a generazioni diverse. Per ora il pubblico ha risposto veramente molto bene. Ne è rimasto commosso, colpito, anche sconvolto”.

– Visto che credi nella funzione “pedagogica” del teatro non hai mai pensato d’inscenare Laramie nelle scuole?

“La scuola è sicuramente un ambito interessantissimo al quale rivolgere la nostra esperienza e il nostro lavoro. ci stiamo muovendo per realizzare anche questo tipo di impegno che ci piacerebbe moltissimo concretizzare. Ancora non è stato possibile, soprattutto per i tempi ristretti, dato che il progetto è, per dirla anagraficamente, piuttosto giovane. Ma contiamo di farlo presto. Del resto credo che parecchi ragazzi vivano la propria omosessualità in modo a dir poco difficile. Anche per questo sto pensando a Le luci di Laramie e a Rainbow boys, tratto da un piccolo romanzo sui gay americani scritto da Alex Sanchez”.

– Negli incontri come parlereste di omosessualità e come la inserireste nel dibattito sui diritti civili?

“Sinceramente credo che oggi sia finalmente un po’ più facile parlare di omosessualità. Se ne parla ampiamente e non è più tabù né tantomeno qualcosa di così scandaloso. Lo era per me, durante i miei anni giovanili: era veramente una tematica che si preferiva tenere nascosta. Con i miei allievi dei corsi di teatro si parla spesso di omosessualità. Sanno tutto di me e non hanno mai mostrato resistenze. Ma indubbiamente non sarà sempre facile. Purtroppo penso che, durante il cammino, troveremo molte porte chiuse”.

– Ti sembra forse che, in Italia e/o nel mondo, si stia manifestando un rigurgito d’intollernaza verso i gay? Se sì, perché avviene?

“Come per tutte le cose di cui talvolta si abusa nel parlare o nel ‘mettere in vetrina’ probabilmente sì, si verificano parecchi casi d’intolleranza. Ma secondo me nel passato la situazione era assai più grave. Ad esempio guardo con molto orgoglio e piacere a certe situazioni culturali”.

– In linea generale cosa pensi della situazione del teatro e della cultura in Italia? L’attuale governo ha appena deciso tagli drastici in questo settore, attirandosi l’ira un po’ di tutti, dagli artisti al pubblico ai gestori di locali…

“Mi verrebbe spontaneo rispondere con un semplice ‘no comment’. Rispetto a molti altri paesi credo che in Italia non esista una cultura teatrale. è l’intero sistema ad essere sbagliato, siamo davvero troppo indietro. E ogni anno la situazione peggiora. Ancora oggi si considera il teatro, lo spettacolo, come qualcosa di non necessario”.

A quest’ideologia del “fare”, grettamente materialistica, Massimo e i suoi amici contrappongono la filosofia dell’”essere”, la forza dello spirito che solo gli artisti, definiti da Giovanni Paolo II “collaboratori della creatività di Dio”, possono regalarci.

 

Daniela Tuscano (“Color Porpora” )

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