Archive for maggio, 2006

LETTERA APERTA A LUCA VOLONTE’

On. Volonté,
mi chiamo Daniela Tuscano, ho 41 anni e insegno lettere in un istituto del Milanese.

Il deputato Udc Luca Volonté vuole un libro di giaculatorie da inviare agli italiani (a spese loro)…

Un amico sacerdote mi ha inoltrato la mail da Lei inviata con richiesta di giaculatorie da pubblicare in un libro.Il mio amico Le ha già risposto per le rime come meglio io non saprei fare. Però questa Sua ultima iniziativa [ http://www.cinziaricci.it/nosilence/deliri019.htm ] (dopo quel commento protervo, volgare, sprezzante sul sondaggio secondo il quale il 65% degli italiani sarebbe favorevole alle unioni civili, lesivo della dignità dei valdesi e, come al solito, ingiurioso verso i vostri odiatissimi gay) ha per me rappresentato la classica “goccia che fa traboccare il vaso”.Ne ho abbastanza di gente come Lei. Sono stanca, come cittadina e come cattolica, di vedermi “rappresentata” da clericali senza scrupoli, che non si peritano di allearsi con personaggi quanto più lontani dalla morale cristiana pur di combattere gli unici nemici che voi considerate tali: i “relativisti”, le donne che si autogestiscono, e naturalmente gli omosessuali.So bene che di queste persone, in quanto tali, non ve ne importa nulla. E proprio per questo trovo ancor più repellente che voi facciate leva sui sentimenti più bassi e discriminatori nei loro confronti nella speranza di accattare qualche voto in più e la compiacenza di alcuni alti prelati. Considero ripugnante l’atteggiamento di altera iattanza, tipico del resto delle frange cielline, verso l’ecumenismo, verso i “cattolici adulti” come li (ci) chiamate con irrisione. Non sta a Lei decidere chi ha fede e chi non l’ha. Trovo vergognoso che un partito politico si fregi di rappresentare la dottrina sociale della Chiesa, come già aveva tentato di fare il Suo esimio collega Bondi qualche mese fa.Mi riservo comunque anch’io, qualora dovesse ancora mancare di rispetto ai cattolici e/o ai cittadini che non la pensano come Lei, di agire nelle sedi opportune. Non è nemmeno questione di democrazia: è questione di rispetto.

Daniela Tuscano

27 maggio 2006 at 9:50 1 commento

AHMADINEJAD: IL PASSATO CHE RITORNA

Ahmadinejad (da rivistaonline)

Il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmandinejad, ha le idee chiare. Noi non combattiamo l’Occidente perché cristiano – aveva scritto pochi giorni fa in una lettera a Bush – ma perché “poco” cristiano o, peggio, miscredente; perché ha rinnegato la legge di Dio e dei suoi profeti per cedere alle lusinghe del materialismo e dell’immoralità. E del sionismo, naturalmente. Si vocifera voglia scrivere anche al Papa.
Toni pressoché identici a quelli usati poco tempo fa da az-Zarqawi: anche secondo il famigerato terrorista, gli occidentali vanno combattuti perché, al posto di Gesù, si sono messi ad adorare “l’Olocausto e l’omosessualità”. Tutto quanto nel colpevole silenzio di certa sinistra, dove anzi alcuni dei suoi giornali pubblicano senza vergogna (e con la scusa di contestare, essi pure, l’odiato “sionismo”) vignette antisemite. E mentre, a Milano, tombe ebraiche vengono profanate.
Ora l’esimio presidente ne ha pensata un’altra: far indossare una fascia gialla ai cittadini di fede ebraica, rossa ai cristiani e blu agli zoroastriani. Ci aspettiamo lo stesso trattamento per gli stranieri, i disabili, gli oppositori politici e via discorrendo. E le donne? Quelle no, sono già segregate per conto loro e per il semplice fatto di esistere.
Ripensandoci, però, questo copione ci sembra di averlo già letto. E sappiamo anche come è andata a finire. Se l’umanesimo è una dottrina universale, dovremmo ricordarci che gli anti-umanisti si annidano dappertutto: e noi non mancheremo di denunciarlo con tutti i mezzi legali a nostra disposizione.

Daniela Tuscano

24 maggio 2006 at 14:47 3 commenti

SAIA ALLA BINDI: “LESBICA!”

Dev´essere venuto del tutto spontaneo al molto onorevole senatore Maurizio Saia, di An, dare della ´´lesbica´´ al Ministro della Famiglia, Rosy Bindi. Si capisce: una donna non sposata, non inquadrabile nei canoni della bella oca, con idee proprie, e che addirittura ha dimostrato, lei cattolica praticante, un´attenzione verso realtà umane diverse dalla propria… Qualcosa non va. 2005 Casa montagnaIl neoministro della Famiglia Rosy Bindi

Anzi, molto. Anzi, troppo. Il peggio. E cosa c´è di peggio, per gli uomini come Saia, dell´omosessualità, anzi, del lesbismo? Quest´ultimo, se possibile, il peggio del peggio. E´ la cultura della destra moderna, che si definisce “liberale”.
Qualcuno minimizzerà: battutina folcloristica, come la simpatica barzelletta di Berlusconi sui malati di Aids, qualche anno fa. Sbagliato. Saia è semplicemente il frutto, ovvio e avvelenato, di più di un decennio di disprezzo, odio, insofferenza per le regole, machismo, volgarità e violenza sparso a piene mani da quella destra clerico-berlusconiana che si pretende liberale. Saia è l´equivalente delle barzellette maschiliste-aziendali di Berlusconi, dei ´´culattoni´´ di Tremaglia e di Calderoli, dei ´´froci´´ della Mussolini, dei ´´peccatori´´ di Buttiglione (e dei cardinali loro simpatizzanti).
Esprimo piena solidarietà all´onorevole Bindi e manifesto nel contempo la mia totale indignazione per l´ignoranza virulenta di una classe politica che considera ancora l´omosessualità un insulto e che deride le minoranze.
Vorrei inoltre che l´attuale maggioranza la smettesse con gli atteggiamenti vittimistici e non cerchi a tutti i costi il dialogo con personaggi di questo stampo, o che sommergono con bordate di fischi i senatori a vita (tra cui Rita Levi Montalcini, Ciampi e Andreotti, questi ultimi due l´ex presidente amato da tutti e il candidato della CdL per la presidenza del Senato), o che definiscono Enzo Biagi ´´un vecchio rancoroso´´ (Silvio Berlusconi). In democrazia il confronto è doveroso, ma dove non si mettano in discussione diritti umani fondamentali o, semplicemente, elementari regole di educazione. Se, come sosteneva Gandhi, il livello di civiltà si valuta da come si trattano le minoranze, non oso pensare a quale livello si trovi l´Italia in questo momento.

Daniela Tuscano

23 maggio 2006 at 9:24 1 commento

SAIA ALLA BINDI: “LESBICA!”

Vedi: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/23/saia-alla-bindi-lesbica/

23 maggio 2006 at 9:23

LA PASQUA DI NATALE. UN AMORE FORTE

18 maggio 2006. Leggo “Repubblica.it” e mi affretto a chiamare i miei amici: “Ragazzi, Pasquale è morto”.
“Ma non si chiamava così – replica più d’uno – il suo vero nome era Natale”. Già, Natale. Natale Morea. Una svista, la mia, motivata senza dubbio dalla fretta e dall’ora antelucana in cui comunico la notizia.
Ma mi rendo presto conto che questa spiegazione è insufficiente. E comincio a pensare che non si sia trattato di una semplice svista, ma di un lapsus.
Mai come nel suo caso, il nome reale e quello fittizio racchiudono il senso di un’esistenza. Natale, come dice la parola, era nato. E la sua nascita conteneva già un destino. Se “Natale” significa “nascita”, è pure vero che tale parola si applica soltanto a Cristo, al Cristo diventato uomo. Un uomo rifiutato dagli uomini, perseguitato dai potenti del tempo perché era lì, perché era venuto al mondo, perché dava fastidio. Costretto quindi a fuggire, e sistemato alla fine in una mangiatoia, perché non c’era posto per lui nell’albergo (Lc 2, 7).
Anche Natale era stato costretto a fuggire e si era sistemato infine agli angoli delle strade, perché non c’era posto per lui in quell’albergo di affetti chiamato famiglia. La sua Betlemme si chiamava Massafra, in provincia di Taranto, anch’esso il più piccolo fra i capoluoghi della Terra (Mt 2, 6). Anche per Natale, come per Cristo, la sua unica colpa era esser nato; ed esser nato indesiderato. Perché era omosessuale. Perché vestiva eccentrico. I suoi compaesani, novelli Erode, non potevano tollerarlo.
Chissà, forse nel suo vagabondare nell’Egitto delle metropoli vaste e buie, anche Natale, come Cristo, avrà incontrato una dozzina di compagni che ogni tanto lo ascoltavano. Lui non faceva miracoli, quelli non l’avranno chiamato Maestro. Ma può darsi dividessero con lui una crosta di pane avanzato, una lacrima di vino caduta da una coppa di chissà quali lauti banchetti “perbene”. Era quella la loro comunione.
Non andava in giro a risanare storpi, non ridonava la vista ai ciechi. Il suo amore si esplicitava, al più, nel calore di una notte. In un abbraccio rubato.
Natale non era griffato, non compariva in televisione, non sfilava ai Pride, ignorava il significato della parola Pacs. E non era nemmeno “gay”; perché i poveri – l’ha sottolineato con sarcasmo V. Luxuria – non sono gay, ma soltanto “ricchioni”.
Eppure quegli anonimi sorrisi che illuminavano le sue notti bastavano a scaldargli il cuore. Lo appagavano, lo facevano sentire in armonia con l’universo. Perché quello di Natale non era sesso. Era amore. Un amore costretto a farsi piccolo, a nascondersi, di cui si sarebbe dovuto vergognare; che qualche gran prete, chiuso nei suoi palazzi foderati d’oro, condannava senz’appello come “debole”; e che in lui, invece, continuava a pulsare come un torrente inesauribile, incontrollabile, e che ostinatamente veniva preservato intatto, puro, vergine. Forse, a volte, persino contro la volontà dello stesso Natale, che per sé non rivendicava nulla, reso vivo (e vivido) dall’umiltà di gesti umili e gratuiti. Perché svalutati. Perché misconosciuti.
E, invece, Natale l’amore lo conosceva. E quel suo amore era forte. “Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo”. Ricordava ancora, Natale, queste parole di san Paolo? Non lo sappiamo. Ma il suo cuore, lui sì, le ricordava benissimo. E le ricordò soprattutto quella sera, alla vigilia di un altro Natale, quando si frappose tra alcune ragazze e dei bruti che volevano violentarle. Mentre gli altri passanti, i leviti e i sacerdoti del consumo perbene, della festa sotto l’albero, scivolavano via con indifferenza, ansiosi di portare a casa dei loro rispettabili bambini dei rispettabili regali che il giorno dopo sarebbero stati rispettabilmente gettati via.
 Gennaio 2004: Morea riceve la visita delle ragazze salvate (da “Repubblica.it” )

Natale ri-nacque quella sera vicina a Natale. Fissò quelle ragazze indifese. E, fissatole, le amò. Poteva amarle perché sapeva amare, le amava da omosessuale, ossia da essere umano. E così Natale-Maddalena, Natale il Samaritano, aveva visto altri esseri umani come lui e li aveva difesi. Ricevendo come ricompensa una gragnuola di pugni e sprangate e la perdita di un occhio.
Solo allora qualcuno si ricordò di lui. Dal letto d’ospedale continuava a fissare, senza poter più parlare, le ragazze che aveva salvato e che ora lo assistevano, mentre qualcun altro gli appuntava sul petto la medaglia d’oro al Valor Civile che il presidente Ciampi gli aveva conferito.
Dicono che Natale l’avesse tenuta stretta fino all’altra notte, quando il suo cuore ha ceduto. Natale, ri-nato una notte vicina a Natale, se n’è andato in tempo di Pasqua. Il suo passaggio all’altra riva si è compiuto. Cristo è diventato uomo, e lui è diventato Pasquale. Cioè, Cristo.
Tre cose sono importanti, dice ancora san Paolo: fede, speranza e amore. E aggiunge: la fede finisce, la speranza finisce; solo l’amore dura in eterno. No, non era stata una svista, la mia.

Daniela Tuscano (“Color Porpora” )

19 maggio 2006 at 13:56 1 commento

ANTISEMITISMO, NESSUNA AMBIGUITA’

“Antisemitismo” è espressione generica. Designa il razzismo verso gli ebrei ma, etimologicamente parlando, semiti sono anche gli arabi in quanto “discendenti di Sem” (uno dei figli di Noè il quale, secondo la Bibbia, si stanziò in quella zona oggi chiamata Medio Oriente).Riguardo agli ebrei nello specifico, si dovrebbe parlare, più precisamente, di anti-giudaismo; in ogni caso, accettiamo la prima definizione, e non solo perché di uso comune. È infatti esistito per molto tempo, presso alcuni cattolici e nella stessa Chiesa, un accentuato anti-giudaismo, esecrabile sia di per sé, sia perché ha impedito ai cristiani una più convinta resistenza alla barbarie nazista; tuttavia esso conduceva la sua polemica da un punto di vista strettamente religioso (gli ebrei erano disprezzati come popolo “deicida” che si ostinava a non convertirsi al Vangelo) e gli era completamente estraneo il concetto di razza, termine, quest’ultimo, elaborato “scientificamente” in ambienti laici intrisi di Positivismo e Darwinismo sociale. Antisemitismo, quindi. Che assume mille forme e sembra rinascere dalle sue stesse ceneri. Per questo motivo è stata istituita la Giornata della Memoria che, a partire dal 2000, viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno “per non dimenticare”.

Qualcuno, forse non proprio in buona fede, comincia a obiettare che l’appuntamento rischia di diventare una celebrazione retorica (detto per inciso, questo qualcuno non si sogna di criticare la parata delle Forze Armate che, da molti anni, esalta la retorica delle armi…); indubbiamente il rischio esiste, ma soltanto se consideriamo la Shoah un ricordo del passato, senza nessun legame con la situazione attuale. Sono pertanto fondamentali quelle iniziative che, in occasione della Giornata, non si limitano a parlare dello sterminio degli ebrei, ma rievocano persecuzioni che, pur perpetrate dai nazisti stessi, restano a tutt’oggi poco conosciute: quelle contro gli oppositori politici e religiosi, i disabili, gli “asociali” (chi sa dirmi cosa significhi questa parola, alzi la mano!), i polacchi, i Testimoni di Geova, gli zingari, i “diversi” d’ogni tipo. Ci si accorgerà facilmente che molti di questi gruppi subiscono a tutt’oggi discriminazioni e violenze, spesso brutali. Ritengo comunque che non si debba mai perdere di vista la specificità ebraica, o si corre il serio pericolo di non comprendere il significato profondo dell’Olocausto. Dagli ebrei il razzismo ha sempre fatto discendere tutto il male del mondo e gli ebrei sono stati considerati indegni di esistere non per loro comportamenti o convinzioni, ma per il fatto stesso d’esser nati. In altre parole: è incontestabile che l’antisemita odi pure gli arabi come gli africani, gli indiani, i cinesi e, in genere, tutti i popoli “non ariani”, così come le “categorie” di cui sopra; ma è altrettanto incontestabile che, al vertice della sua piramide di odio stiano sempre e solo gli ebrei, summa di tutte le “devianze” appena ricordate.

Dimenticando l’unicità ebraica e le sue motivazioni storico-psicologiche, si può giungere ad affermare che gli ebrei sono stati perseguitati come altri diversi, presenti e passati (streghe, eretici…); che, pertanto, la loro sciagura è stata, per dir così, “normale”, pur se condannabile. È la posizione speculare a quella dei cosiddetti storici revisionisti, che negano la Shoah affermando che i campi di concentramento sono esistiti in tutte le guerre. Si tratta di nazisti camuffati alla meno peggio, che mentono sapendo di mentire; ma sta prendendo piede, subdolamente, un’altra forma di antisemitismo che, pur mossa da intenti apparentemente “nobili”, lambisce proprio alcuni ambienti che, per la loro storia e i loro valori, dovrebbero costituire l’opposto di ogni discriminazione: mi riferisco al giudizio su Israele espresso da certe frange progressiste, e ripenso agli incresciosi episodi del recentissimo passato, dall’ incendio di bandiere israeliane da parte di alcuni autonomi alla vignetta di “Liberazione” del 13 maggio scorso, che ha provocato una giusta indignazione presso gli ebrei italiani.

In esse sopravvive, talora si manifesta con violenza, un terzo-mondismo mitico, di matrice post-sessantottesca, che vede nei popoli del Medio Oriente, segnatamente in quello palestinese, i simboli dei popoli oppressi, dei perseguitati per la loro diversità proprio come lo furono gli ebrei di un tempo, mentre gli israeliani di oggi sono visti come spietati colonizzatori, capitalisti, teste d’ariete degli interessi statunitensi nell’area. E ciò è stato spesso vero, lo è ancora oggi; gli è che dalla condanna del comportamento sciagurato di certi governanti israeliani taluni passano alla condanna di Israele nel suo complesso, e automaticamente alla condanna di buona parte degli ebrei del mondo, se non altro perché, a differenza di anni fa, oggi questi ultimi sostengono il sionismo. Anzi il sionismo, il movimento fondato alla fine dell’Ottocento dall’ungherese Theodor Herzl, viene considerato tout court un fascismo teocratico, dimenticando che esso nacque come reazione di difesa alla montante marea anti-ebraica che stava dilagando in Europa. Certo le parole di Herzl verso gli arabi – specie se decontestualizzate – sono oggi del tutto inaccettabili, come inaccettabile è stato l’abuso che alcuni dirigenti israeliani ne hanno fatto per giustificare le occupazioni e gli eccidi del ’67,’82 e 2000, tanto per citare gli episodi più gravi. Ma sostenere, come da più parti “di sinistra” si tende a fare, che gli ebrei in Palestina sono stati colonizzatori al pari dei Francesi in Algeria o degli Inglesi in India è un’idiozia colossale.

Perché, se i crimini dei governanti vanno stigmatizzati (tenendo anche presente la pressione sotto cui da quelle parti costantemente si vive), non si può nemmeno tacere sulle sofferenze che i governi arabi hanno imposto ai loro concittadini ebrei prima della costruzione d’Israele; che molti (anche in ambito non arabo, ma fondamentalista: si pensi a Khomeini) negli anni Quaranta erano filo-tedeschi, compreso il Gran Muftì di Gerusalemme amico personale di Mussolini; che hanno risposto con la guerra e il terrorismo a ripetute profferte di coabitazione pacifica (anni 1946-47); che Sadat ha pagato con la vita la sua rinuncia alla guerra con Israele; che l’odio contro il nemico “sionista” è insegnato in tutte le scuole arabe, e non solo religiose; che il “laico” Arafat, fino a metà degli anni ’80, si pronunciava per la distruzione dello Stato ebraico e che ha appoggiato Saddam nella prima Guerra del Golfo…

È storia poco nota, ed è comprensibile la reticenza di questi progressisti a parlarne perché, oggi, le popolazioni arabe sono a loro volta esposte a una sistematica campagna di odio e diffamazione da parte di Bush e paesi satelliti. Gli umanisti sempre si sono pronunciati per una soluzione del conflitto israelo-palestinese che tenesse conto degli interessi di entrambi i popoli e sempre hanno dato risalto alle iniziative di pace nate in ambienti non solo europei, ma anche e soprattutto autoctoni. Chi scrive è personalmente solidale anche con il popolo palestinese, che giustamente invoca da anni uno Stato suo. Ma l’onestà intellettuale m’impedisce il silenzio davanti a banalizzazioni che, se poi provengono dai circoli più vivi e pulsanti del paese, rischiano di ottundere persino le coscienze più sensibili.

Daniela Tuscano

19 maggio 2006 at 7:10 4 commenti

AMICIZIA E’… IMPEGNO – Daniela Tuscano e Donatella Camatta (parte I)

(Milano. Donatella arriva un po’ in ritardo all’appuntamento al Centro umanista “Color Porpora”. È appena uscita dal lavoro ed è reduce dalla marcia per la pace che svoltasi  a Roma il 18 marzo scorso. Trafelata, in costante attività, trasmette un entusiasmo quasi “carnale”. È bello incontrarla.) 

DANIELA – Pensavo che stavolta ci avresti rinunciato… 

DONATELLA – A cosa?  DANIELA – A Roma! DONATELLA – No, impossibile. Era importante andarci, anzi necessario. DANIELA – Perché necessario?  DONATELLA – Perché dobbiamo anche vederci, ogni tanto. Voglio dire, noi, il popolo della pace. Non mi piace molto il termine “pacifisti”.  DANIELA – Neanche a me. DONATELLA – E poi, naturalmente, si ha voglia anche di incontrare altri umanisti, che operano in città diverse. Noi siamo partiti da Milano in cinquanta. La manifestazione è stata grandiosa. Peccato che il giorno dopo ci fosse lo sciopero dei giornali. Guarda un po’, gli unici che non hanno aderito erano quelli di destra, e secondo te di cosa hanno parlato? (sorriso ironico) DANIELA – Di “lui” [Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dal 2001 all’aprile 2006]?  DONATELLA – Risposta esatta. Quindi, la manifestazione non c’è stata. Noi siamo spariti. Puff! (risate)  DANIELA – Ma farlo, serve ancora? DONATELLA – Serve eccome. Lo fai perché lo senti. È stata, comunque, un successo. Sai cosa mi dà fastidio? Che la pace abbia una bandiera. Non fraintendermi, noi umanisti abbiamo una collocazione precisa, e quella collocazione non è certo a destra… DANIELA – Beh, non avevo dubbi… (risate)  DONATELLA – Sì, però… valori come la pace non hanno – non dovrebbero avere – colore politico. Per questo mi hanno disturbato le tante bandiere dei partiti. Era come se ci si volesse appropriare di una manifestazione aperta a tutti. Una spia di questa “partitizzazione” della pace era anche l’assenza di giovani che non appartenessero ai centri sociali…  DANIELA – Non sono venuti? DONATELLA – Tu sai che i più attivi siamo noi, i 40-50enni. Ma un motivo c’è. Il senso di sconfitta che pervade un po’ questa gioventù. Il crimine più grande che si sia potuto perpetrare ai loro danni, è privarli della capacità di sognare. Confondere il sogno con l’illusione è la vera colpa di questa società. Non si parte nemmeno, perché ci si sente già sconfitti, perché manca la curiosità, forse. La cosa più importante è la curiosità. DANIELA – Si parla di pigrizia mentale, ed è vero. Però è vero anche il contrario, si vorrebbe uscire da una determinata situazione e non si sa come fare.

DONATELLA – Manca la comunicazione. I giovani presenti, ho notato, si ritrovavano anche per sfogarsi e per scambiare quattro chiacchiere. Non che sia un peccato, anzi, ma è la dimostrazione del profondo senso di solitudine, di accerchiamento quasi, che molti hanno dentro. Si dice: bisogna pensare ai problemi pratici, il resto viene dopo. No, il resto viene prima. I problemi pratici, e nessuno come me li conosce, si possono risolvere solo con una visione d’insieme, e con l’insieme – persone reali, concrete – del mondo che ci circonda. La praticità non è rinchiudersi nell’egoismo e pensare che gli altri sono nemici da cui guardarsi, ma vivere e viversi ogni giorno, stimolando le responsabilità e l’auto-stima. E poi si organizza anche la gioia…  DANIELA – Organizzare la gioia? In che senso, Donatella? DONATELLA – Vedi, queste manifestazioni da un po’ di tempo hanno perso quel carattere “ieratico” e un po’ cupo che le contraddistingueva. Ricorderai le nostre lunghe “passeggiate” per Milano poco prima dello scoppio della guerra… DANIELA – Le ricordo e sono magnifiche. Fra l’altro, in quei momenti ne approfittavo per guardarmi un po’ intorno, per osservare Milano “da turista”. È strano, ma da manifestante vivevo una sorta di sdoppiamento: da un lato ero in mezzo a un gruppo, facevo la mia parte, mettevo la mia energia e il mio impegno, dall’altro mi ponevo nei panni della gente che mi osservava, e vedevo questi enormi palazzi, questo cielo spesso cupo, ma ancora “così bello quando è bello”, che mi sovrastavano e sembravano, anch’essi, contemplarmi dalla loro diseredata austerità. E mi stupivo di scoprire le volute liberty di un cancello, il volto d’una vecchietta dietro la finestra appannata… una città che, malgrado tutto, viveva. Forse non t’interessa… (sorriso)  DONATELLA – M’interessa eccome, invece. È anche questa curiosità, curiosità per l’esistenza, sentirsi parte di una storia, di un cammino. Dicevo appunto di quest’organizzazione della gioia… le manifestazioni per la pace hanno accomunato tanta gente diversa, alla fine si ballava, si cantava… questa volta si è rimasti un po’ nel solco della vecchia tradizione. Per organizzare la gioia occorrono rispetto dell’altro, disciplina, elasticità. A Roma, più che stanchezza, io ho avvertito impazienza.  DANIELA – Impazienza? DONATELLA – Impazienza che questa situazione finisca, noia per i personaggi che si ostinano a prolungarla all’infinito. Anche loro hanno un obiettivo: importare in Italia l’idea americana, o meglio, statunitense: indebolimento dei sindacati fino al loro sostanziale smantellamento, tagli alle spese sociali e alla cosa pubblica. Il risultato qual è? La dittatura. Non una dittatura visibile, di carne e ossa, come poteva essere quella fascista… DANIELA – …ma che, se non altro, si poteva descrivere, definire. Oggi la dittatura non può che essere “morbida”, in realtà insidiosa, perfida, proprio perché impalpabile, evanescente: come la manifestazione oscurata, non la si vede, quindi non c’è.  DONATELLA – È la filosofia dell’apparenza. Lo Stato Parallelo. Per contro, io stessa ho adottato quel sistema: di certi personaggi meglio non parlare. Li si contrasta smentendoli sul loro stesso terreno. Poiché essi hanno già vinto quando li si nomina spesso: non importa se in bene o in male. In questo periodo i giornali sono stati pieni degli show improvvisati, magliette colorate, gare a chi la sparava più grossa, da parte dei nostri… diciamo così… politici (risate), e i problemi veri sono scomparsi.   DANIELA – Etimologicamente: “privato” significa “tolto” a qualcuno. DONATELLA – E nessuno parla dei costi di questa guerra: ai quali si sono sacrificati l’istruzione, la sanità, i trasporti. S’innesca una spirale perversa: i cittadini stanno sempre peggio, non si sa più di chi fidarsi. Io dico sempre che si vive tra l’incubo del terrorismo e l’angoscia della povertà. DANIELA – Carlo [Olivieri, della segreteria programmatica Partito umanista, n.d.r.] aveva visto giusto in questo senso, e non solo in questo, per la verità (risate): di fronte al susseguirsi sempre più frequente di massacri e d’incertezza, la lucidità tende ad abbassarsi e la mente a semplificare. Il risultato potrebbe essere il non veder più una realtà pure palese: i conflitti tra interessi economici, la lotta per il petrolio, la crudeltà dell’economia di mercato, l’estrema miseria e l’estrema ricchezza, i torti e le frustrazioni nazionali, le differenze a volte abissali tra valori e modi di vita diversi. DONATELLA – Proprio nell’ultimo numero di “Color Porpora” abbiamo pubblicato un intervento di William Strangio a proposito delle vignette anti-islamiche [nel febbraio 2006 un giornale danese pubblicò vignette satiriche in cui il profeta Mohammed era raffigurato come un terrorista. Ciò provocò la protesta di molti islamici e dei loro governi. L’allora Ministro per le Riforme italiano, Roberto Calderoli, per provocazione sfoggiò in tv una maglietta che riproduceva quelle immagini, affermando di voler denunciare i torti subiti dai cristiani nei paesi musulmani. A seguito di una grave crisi istituzionale con
la Libia, Calderoli fu poi costretto a dimettersi, n.d.r.]
. da parte di un giornale danese. William è palestinese e vive in Italia da molti anni, è un bel “meticcio” che piacerebbe molto al nostro Presidente del Senato [il riferimento è all’espressione usata dal sen. Marcello Pera il 21 agosto 2006, davanti alla folla di ciellini plaudenti del Meeting di Rimini:  “In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all’immigrazione e si diventa meticci. È necessaria un’alleanza seria e salda fra laici e credenti per riaffermare la nostra identità occidentale, democratica e liberale perché contro di noi è stata dichiarata una ‘guerra santa’”
, n.d.r.]. Si può dire che William assommi in sé le sensibilità occidentale e orientale. Ed è stato esplicito: la pubblicazione delle vignette, in Occidente, è stata considerata come esercizio della libertà d’espressione; presso i musulmani, la cui religiosità impregna ogni lato dell’esistenza, quelle immagini non erano null’altro che una gratuita provocazione. Da non dimenticare poi il ruolo dei governi: nella maggior parte del cosiddetto “mondo islamico” si tratta di dittature. Questa è la percezione, la concezione di governo che hanno molti musulmani. Percezione che essi trasferiscono anche nei riguardi dei governi occidentali. Di qui la pretesa di scuse non tanto al giornale, ma appunto al governo danese stesso. Naturalmente poi la questione è stata strumentalizzata in molti Paesi mediorientali: William era rimasto colpito dal fatto che a Damasco fosse stato dato alle fiamme il consolato danese…
DANIELA – Motivo?  DONATELLA – Perché in Siria, e in special modo nella capitale, è impossibile venga organizzata una manifestazione spontanea e i servizi di sicurezza controllano del tutto ogni forma di dissenso. Lo stesso è accaduto in Pakistan, dove è stata assaltata un’ambasciata americana che, con la questione, non c’entrava nulla, e in Nigeria, dove le proteste sono state l’occasione per riprendere gli atti di violenza contro la comunità cristiana. Da noi ha pensato Calderoli a soffiare sul fuoco. DANIELA – Riguardo alla Siria è vero, mi fai pensare che molti anni fa, quando avevo un fidanzato siriano, ricevevo sue lettere col timbro della censura. Non è che facessimo attività di dissenso (risate), eppure lui mi raccomandava caldamente, ogni volta che ripartiva per il suo Paese: mi raccomando, nelle lettere, niente politica! DONATELLA – Ah, un fidanzato siriano? E dove l’avevi beccato? (risate)  DANIELA – In Francia. Sai, nel corso di una vacanza studio, a Tours… DONATELLA – Sì, so cosa succede nelle vacanze studio. Dovrò fare attenzione con i miei figli. (risate) DANIELA – A parte gli scherzi e gli amorazzi (risate), il quadro che emerge è piuttosto inquietante e non fa che avvalorare le tesi da noi sempre sostenute: far leva sulla paura e sull’odio, esasperare il bisogno di sicurezza fino a trasformarlo in una vera e propria fobia: sia dei nemici esterni, sia di quelli interni. È un metodo brutale e disonesto, ma potrebbe funzionare, proprio perché ci si trova in una situazione quanto mai delicata, fluida, dove è difficile mantenere i nervi saldi e la tentazione di rispondere alla violenza con la violenza diventa molto forte. A ciò contribuiscono in maniera determinante i mass-media, davanti ai quali, te lo confesso, la mia insofferenza cresce: sono diventati veri e propri contenitori dell’orrore, sembra facciano a gara per mostrare i lati peggiori dell’umanità… DONATELLA – Togli il “sembra”, è così. Per questo parlo di impazienza: la paura, l’odio e la violenza fanno anch’esse parte dell’essere umano, ma non significa ne siano le caratteristiche fondanti. Ci sono, sono nostre contraddizioni, come altre. Ma noi siamo, e meritiamo, ben di più. Se “inoculate” in dosi massicce queste contraddizioni provocano una crisi di rigetto; non solo, ma, a lungo andare, ci avvelenano, ci auto-distruggono, non ci fanno certo diventare migliori come invece avviene per le azioni che producono unità e coerenza. Il disegno è abbastanza chiaro: fomentare il massimo di dis-umanizzazione possibile, anche attraverso una campagna mediatica dove le azioni unitive vengono sottovalutate o del tutto taciute.  

(19 marzo 2006 – segue)

8 maggio 2006 at 15:17

AMICIZIA E’… IMPEGNO – Daniela Tuscano e Donatella Camatta (parte II)

(segue dalla pag. precedente)

 

DANIELA – Se ti capita leggi la risposta di mons. Valentinetti, di Pax Christi, all’untuoso opuscolo di Bondi [che esortava i parroci a votare Forza Italia, n.d.r.]: ti renderai conto di quanti sacerdoti, religiosi, semplici credenti provano malessere per questi teo-cojons

 

DONATELLA – Teo… che?

 

DANIELA – Teo-cojons. Ti piace?

 

DONATELLA – Bel neologismo, complimenti… (risate)

 

DANIELA – Ecco, sono stufi di questi teo-cojons e frastornati per il silenzio-assenso delle gerarchie. A mano a mano che le elezioni si avvicinano e il risultato per la destra si fa incerto, esse come loro abitudine cominciano a prendere le distanze… anche se io temo… ma vabbè… Ad ogni modo Papa, Ruini & Co. in segreto continuano a tifare Berlusconi. Ho conservato ancora un’intervista del “Corriere” al cardinale, subito dopo l’elezione di Ratzinger; naturalmente Sua Eminenza non si schierava in modo esplicito, ciò nondimeno si struggeva in sperticati elogi circa la “rinascita spirituale”, secondo lui, dell’America di Bush, arrivando a individuare “un fondo di verità tra Ratzinger e il neo-conservatorismo Usa”. E “fondo di verità”, in linguaggio ecclesiale, significa comunanza d’intenti. Questo lo credo anch’io. Credo cioè che davvero Bush e il Papa siano animati dalla stessa… sensibilità. Solo che per me è un male, per lui una benedizione. Nel conservatorismo teocratico di Bush egli scorge nientemeno che “un afflato cristiano del quale non si può non tenere conto, e che punta a testimoniare e proporre la fede in Cristo e proporre la visione cristiana dell’uomo”. Dunque, per Ruini, Bush avrebbe una “visione cristiana dell’uomo”! Il fatto è che i veri problemi per la Chiesa ratzingeriana non sono né la guerra, né il terrorismo, né lo sfruttamento dei Paesi poveri ecc., ma l’aborto, i Pacs, gli omosessuali… Bush è duramente contrario a tutte queste cose e ciò basta e avanza per considerarlo un sant’uomo. Non è la prima volta che sbagliano. Ma questi signori se la cavano sempre.

 

DONATELLA – Per forza!

 

DANIELA – Tra le “voci dal sottosuolo” mi ha molto colpito quella di una signora, che da un sito si sfogava così: “Sono sposata da 45 anni con lo stesso uomo. Sono nipote di un sacerdote. Sono veramente frastornata dal dilagare di questa falsa cristianità”. Devo aggiungere altro?

 

DONATELLA – No, non credo. Si ha tutto l’interesse a non mostrarlo. E ci confinano nel silenzio delle nostre case. Questo isolamento totale, questo “bozzolo” in cui ci si rinchiude. Il deserto nella città e della città, come io lo chiamo. Non so se hai mai fatto questo esperimento: mezz’ora di telegiornale da sola, in casa. E’ un lasso di tempo sufficiente per una massiccia “lezione” di xenofobia, ultra-liberismo, terrorismo… e terrorista non è solo quello che ammazza in senso proprio.

 

DANIELA – Si tende da un lato a dividere, dall’altro a nascondere, dall’altro ancora a temere. Poi, fatalmente, i possibili incontri si trasformano in duelli sanguinosi…

 

DONATELLA – Qualche esempio. Noi andiamo a Roma per un obiettivo, troviamo altre persone e scambiamo le esperienze. Non è la stessa cosa che leggerlo in una mail. E parlo di una relazione meno impersonale di una notizia su un quotidiano. Quell’incontro, dunque, mi serve per guardare in faccia la realtà, e anche per sfatare certi miti. Ti racconto un episodio. Nel nostro gruppo c’era un ragazzo boliviano. Un cavaliere, un po’ all’antica… come tutti i sudamericani, gentili, affabili, protettivi con le donne. E’ stato l’unico della brigata cui fosse venuta l’idea di portare dei biscotti , “per addolcire la giornata” spiegò (sorriso). E non si limitò a offrirli a noi, ma li distribuì a tutti quelli che stavano intorno. Ce n’erano molti dei centri sociali. Mi ha impressionato il disappunto di un tale tutto borchiato e col piercing al naso il quale, benché fosse così conciato, sembrava infastidito dal mio amico! E tu dovresti essere quello “aperto”, che combatte il razzismo…? Perché poi questa gente è identificata coi no-global, e in generale col movimento per la pace, e rovinano tutto il nostro lavoro, com’è accaduto di recente a Milano [nella prima metà di marzo corso Buenos Aires visse una giornata di guerriglia urbana: nuclei di autonomi (o presunti tali) attaccarono la manifestazione della Fiamma Tricolore, movimento neo-fascista e anti-semita, e ne approfittarono anche per assaltare alcuni banchini di Alleanza nazionale. I danni maggiori li subirono però i commercianti, i cui negozi furono messi a sacco. Contro questi atti vandalici, strumentalizzati dalla destra di governo, si levò una fortissima indignazione popolare, n.d.r.]. 

 

DANIELA – Però nessuno ricorda che i primi a provocare sono stati i neo-fascisti, e che la loro manifestazione fosse stata autorizzata è un’aggravante. Le idee della Fiamma Tricolore sono note a tutti. Perché permettergli di proclamarle? L’apologia di fascismo e razzismo non sono forse vietate dalla legge italiana?

Quella loro manifestazione era stata addirittura programmata per il 27 gennaio, Giorno della Memoria. L’avevano fatto apposta, per irridere la Shoah. Anche il luogo, piazzale Loreto, non era scelto a caso.

 

DONATELLA – Su questo siamo perfettamente d’accordo. Non sto demonizzando i centri sociali e giustificando i fascisti, per carità. Fra l’altro non mi pare proprio che il Leoncavallo [il più antico e discusso centro sociale milanese, n.d.r.] fosse presente quel giorno…

 

DANIELA – Non c’era, infatti. Erano a Roma, alla manifestazione dell’Anpi. La storia del Leo, l’ho seguita da vicino…

 

DONATELLA – E’ quello che dico, figurati se posso disapprovare i momenti aggregativi dei giovani, io che ci lavoro. Ma la domanda che mi pongo, e ti pongo, è questa: i vandali sfascia-vetrine erano forse dei democratici? Il popolo della pace? Gli anti-razzisti? No, si tratta solo di balordi. In realtà, a questi, della destra e della sinistra non gliene frega niente. Cercano lo scontro fine a sé stesso. E in questo clima avvelenato, dove le istituzioni hanno dimostrato chiaramente di non essere imparziali, bisogna stare attenti.

 

DANIELA – Certo, violenza e assuefazione sono egualmente distruttive. Solo frequentando le persone da vicino, senza preconcetti ma senza ingenuità, ci si rende conto delle loro reali intenzioni.

 

DONATELLA – E in questo noi donne siamo insuperabili. Miriamo al concreto. Questo sistema è malato anche perché declinato solo al maschile. Mi verrebbe da dire che la politica e il sociale sono femmina, altro che balle… (risate) Me ne sono resa conto mentre mi occupavo di un tasto dolente per Milano, i trasporti. Troppi ritardi, mancanza d’informazioni, vetture vecchie e mal tenute… disagi ancor più duri per gli anziani. Abbiamo costituito un Comitato, che comprendeva un gruppo di studio con avvocati e professionisti del settore. Si sono unite persone di diversi orientamenti politici. Se si dimostra un minimo di pazienza e ascolto, nessuna persona ragionevole può cacciarti via… E allora può anche succedere, come è successo, che qualcuno si accorga che la vita non è solo slogan, violenza e reality-show.

 

DANIELA – E per questo, riallacciandomi all’”esperimento” di cui parlavi prima (sorriso sarcastico), ti dirò: a un certo punto, come tutti, ho provato un impellente desiderio di riposo, di serenità, di bellezza, quasi una sorta di “climax dei sentimenti”, come volessi uscire da un’indistinta barbarie. Una mezz’ora di telegiornali ti fa ripercorrere le tappe evolutive dell’umanità (risate), senza però farti pervenire a un risultato accettabile. Al termine, insomma, non troviamo il cosiddetto “homo sapiens”; non troviamo nessun termine, in verità. Al naturale rigetto verso una visione del mondo totalmente negativa i grandi media rispondono con un anodino contro la noia. Non ne puoi più dei barbari che ti fanno saltare in aria, degli svaligiatori albanesi, dei drogati che infestano le tue tranquille contrade? Noi facciamo quello che possiamo, ti diamo anche la licenza di uccidere [allusione alla modifica dell’articolo 52 del Codice penale, fortemente voluta dalla Lega Nord e attuata nel gennaio 2006. Secondo tale modifica, nell’ipotesi di violazione di domicilio non sarà più punibile colui che spara contro il malvivente, o lo colpisce con un coltello, per difendere la propria incolumità o quella di altri. E non sarà più punibile nemmeno se gli spara per difendere i propri o altrui beni. Tutto ciò a due condizioni: che vi sia “pericolo d’aggressione” e che non vi sia “desistenza” da parte dell’intruso, n.d.r.], come nel Far West. Magari la si spaccia come ostentazione di forza, mentre è l’ammissione della debolezza estrema dello Stato, che non sa difendersi da sé; ma d’altronde è stata promulgata da un partito che quello Stato vuol distruggere in nome di un localismo da condominio. Però è chiaro… non si possono fare i pistoleri tutta la vita. E allora accomodati nel mondo dorato e allegro dei reality, benvenuto nella casa protetta dove si viene pagati per non far nulla, divertiti (nel senso proprio del termine: “volgiti altrove”) a spiare le avventure sessuali del cantante in disarmo. Oh! Lo sappiamo, vorresti tanto averle anche tu, ma si sa che non si può uscire, le strade sono pericolose e invivibili, non uscendo non si fanno incontri, e poi chi vorresti incontrare visto che sono tutti pericolosi. Olé, sei bell’e rimbecillito. Possiamo manipolarti come ci garba.

 

DONATELLA – Lo scopo è di farci annegare in un gorgo d’insipienza, paura, prepotenza e vacuità.  Per questo parlavo di “organizzare la gioia”. Il desiderio di serenità ecc. è qualcosa di terribilmente serio. Anche il riposo, che è sacrosanto, dev’essere “di qualità”. Ma il punto è che per lasciarsi andare, per tornare bambini, in altri termini, bisogna avere consapevolezza. Occorre aver vissuto l’”adultità” per riscoprire la fanciullezza. 

DANIELA – Nel Vangelo si dice: “Torna come un bambino”, non “torna bambino”. 

DONATELLA – “Come” bambini, vale a dire con un atteggiamento di fiducia nell’altro, ma d’altronde furbi come volpi, nel senso di comprendere, e decodificare, i messaggi che ti giungono. Altrimenti il “bambino” somiglia un po’ troppo a quell’anonimo scolaro di dodici anni, nemmeno troppo intelligente, che beve con occhio spento qualsiasi frottola e che certi piazzisti della politica vorrebbero farci diventare.

(19 marzo 2006 – fine) 

8 maggio 2006 at 14:39

ATTO DI FORZA – Con Renato Zero al “Tornasole” (Raidue)

E’ andata.
In ansia per le notizie poco piacevoli circa il target di pubblico richiesto dalla trasmissione (al massimo 40enni per una questione “estetica” , quando tra gli ospiti c’erano stempiati e panzoni), giungo col mio amico F., giornalista, alla sede della Rai in Porta Carlo Magno. Mi sono presa due ore di permesso dal lavoro (e ho evitato quattro consigli di classe!…) per poter giungere in tempo.

I minuti sarebbero passati anche piacevolmente: dopo un inizio di giornata invernale, infatti, il tempo era decisamente migliorato, era ricomparso il sole e ci si crogiolava al tepore dei primi raggi. Purtroppo l’attesa all’interno dello studio sarebbe stata snervante. Ad ogni modo, la prima “toppata” clamorosa la presi alle 13.10 circa: lo stomaco del mio amico cominciò a gridare vendetta e impietosita io, che pure avevo ingollato uno squallido panino a scuola, decisi di accompagnarlo al bar. Ovviamente Renato, che in tutto quel tempo era rimasto appostato (dicono con un radar) per controllare i miei movimenti, ne approfittò per sbucare fuori e sgattaiolare dritto dritto verso lo studio. Quando tornai e me lo raccontarono, mi sembrò di morire. E in più: “Daniela, nerovestito, occhialoni, aggrondato, allontanava tutti”, m’informarono i presenti. Ahi, ahi, butta male, pensai. In preda a cupi presentimenti finalmente varcai la fatidica soglia. Ormai è fatta, mi dissi. Illusione. Altra attesa spasmodica circondati da anonime pareti in tartan e un odore di caffè “in macchinetta” proveniente dal vicino bar. Gulp. Decisi di gironzolare un po’, giusto per sgranchirmi le gambe. Ma non avevo fatto i conti col “radar” di Renato. Costui, resosi conto che avevo imboccato una corsia laterale, s’intrufolò nel corridoio al centro e si diresse allo studio. Anche in questo caso gli altri mi avvertirono con solerzia e, credo, con un certo sadismo nella voce. Forse avrei dovuto ricorrere a un travestimento… la maglietta leopardata, in effetti, mi tradiva come zeromane “agée”.
Noi “anziani” fummo fatti accomodare sulle gradinate in legno. Ma ci andò, a mio parere, molto meglio: a parte che lo studio non era certo una piazza d’armi, l’acustica era migliore, la visuale assai più ampia e d’insieme e, inoltre, non abbagliati né surriscaldati dai riflettori, godemmo di un clima gradevole.
Andrea Pezzi, l’eterna promessa dei palinsesti Rai, un po’ impacciato nel ruolo di scaldapubblico, lanciava qualche battutina e ne approfittava per istruirci sulle “modalità di applauso”. Al pianoforte Dolcenera, accompagnata dai bravi Gnu Zelig Group, provava i suoi pezzi. E ne approfitto per parlare subito di lei. E’ un’ottima cantante e un’interprete passionale, ma la voce grintosa e strascicata, che è il suo pregio, a lungo andare diventa anche il suo limite, perché i brani che esegue risultano alla fine tutti uguali. Come dice il mio amico F. che l’ha intervistata, ha molta stoffa, ma deve ancora “maturare” un po’.
Bella la scenografia, una sorta di teatro barocco-kitsch, con balconate, drappi rossi, stucchi e dorature. Pezzi introduce un breve commento dantesco di Matteo Giardini, per la verità nulla di nuovo almeno per chi svolge il mio mestiere, poi via libera a Urbano Cairo, che abbiamo scoperto essere il responsabile della scalata berlusconiana alle tv commerciali nonché attuale presidente del Torino calcio. Scorrevano sullo schermo commoventi immagini della grande squadra (del ’49), quella di Valentino Mazzola perita a Superga. Tutto quanto per introdurre il tema della serata: E’ davvero tutta colpa del destino?. Dopo l’intervento di Robert Diamubeni, unico superstite di una tragedia aerea la cui nobile testimonianza Pezzi cercò (inutilmente) di banalizzare, ecco giungere sul palco quattro personaggi a me sinceramente sconosciuti: il panzone di cui sopra, una signora di una certa età, un sosia di Bettega (secondo la definizione di Renato) e una tizia scosciatissima che – come si dice a Milano – se la tirava in maniera allucinante, con un’aria francamente insopportabile. Si scoprì di lì a poco trattarsi del giornalista Mario Adinolfi, della scritttrice Sandra Petrigani e dell’imprenditore Luca Morotti. E di Fernanda Lessa.
Fernanda Lessa, di cui avevo letto per caso qualcosa dal parrucchiere, è quel che si dice “un’oca”. Ma Pezzi non mi sembrò innocente. D’accordo che, davanti a un nutrito cachet, una accetta pure di farsi sputare in faccia, ma non si capisce perché si debba invitare una fotomodella per trattarla da cretina più di quel che è. Non mi pare un gesto da cavaliere. Poi vabbè, lei si è inviperita perché nessuno la filava (Renato compreso, che però, alla fine, l’ha almeno paternamente e dolcemente abbracciata, come con tutti gli altri), ma è stata una provocazione inutile, a parer mio.
Finalmente Renato: molto affascinante, in completo nero, capelli ordinati (con frangetta), leggermente più lunghi sulle spalle, occhi truccati, dolce, timido e al tempo stesso attore consumato, un gigante a fianco di tutti gli altri “illustri”. Perché? Perché, nonostante tutto, mi è parso ancora una volta l’unica persona UMANA lì dentro. Sandra Petrignani ha scritto un libro magnifico (La scrittrice abita qui), ma ridotta in quel teatrino simil-Costanzo non ha espresso nulla di particolarmente significativo. Sugli altri ospiti, meglio stendere un velo pietoso. Renato ha detto cose molto condivisibili, a parte un inizio leggermente retorico e – almeno per noi – risaputo, come l’Rh negativo (Pezzi: “Ma adesso che gruppo sanguigno sei?” Renato: “Boh? Mi pare B”). Si è incartato sull’eutanasia, pronunciandosi contrario con un ricordo “immaginifico” sulla madre (un sogno – “che non dovrei raccontare in pubblico”, ammise onestamente -: “Mia madre mi apparve in sogno e io le chiesi: hai sofferto? Sua risposta: Tesoro de mamma, io avevo smesso di vivere molto tempo fa”), per poi concludere che la decisione spetta alla persona interessata, come per l’aborto, per il quale – ha concesso – bisogna tener conto delle condizioni in cui è maturata questa decisione, ecc. Credo che la difficoltà a esprimersi del Nostro e la malafede, talora, dei cronisti siano alla base di tanti fraintendimenti e sofferenze inutili. Renato appare invece così una persona di buon senso, pacifico, pacifico. Ci si complica la vita per nulla.
A fronte di un pressappochismo new age del tutto ignorante dei fondamenti del cristianesimo e terribilmente cinico nell’affrontare temi come quello che ci si era prefissi, Renato ha contrapposto una saggezza popolare, genuina, e un grande interesse per l’arte. E’ stato l’unico a seguire attentamente i filmati proposti, soprattutto quello sul pilota Zanardi, con un Pezzi visibilmente in brodo di giuggiole nel trovarsi vicino un personaggio così prestigioso, ad applaudire con sincerità e partecipazione Vito e gli Eneas (musicisti ultraottantenni), guardava con aria tenera, paterna, sorridente e femminile la giovane Dolcenera, e ha parlato di umiltà, si è dimostrato in fondo un umanista quale effettivamente egli è – niente illuminazioni particolari, ognuno è artefice del proprio destino, Dio esiste se lo senti dentro di te -, ha combattuto, con educazione ma con fermezza, il cinico luogo comune degli intellettuali da salotto per cui “chi scrive e/o crea deve risolvere certe sue insoddisfazioni”, dal che se ne dedurrebbe che R. è insoddisfatto da almeno 40 anni, oppure che “la sofferenza degli altri è consolatoria” (“No, è un monito”, corresse giustamente il Nostro).
Certo, ormai anche lui è in alto, molto in alto: mi è parso di cogliere una sorta di socratica sopportazione nei suoi occhi, forse un po’ di stanchezza: non va dimenticato che questi personaggi lui li vede ogni giorno e non dev’essere una goduria.
Renato ha azzeccato anche due o tre battute con una certa efficacia. Quanto a me, dopo il saluto al pubblico corsi difilato in bagno: dovevo fare “un bisognino”. Giusto in tempo per cogliere il saluto di R. al mio amico giornalista. Ebbene sì: il suo radar aveva funzionato per la terza volta!!!!!!!!!! “Daniiii, bellissimo, mi ha riconosciuto e mi ha chiesto se sto ancora in Versilia” (l’amico in questione è toscano). Alla mia venticinquesima imprecazione mi esortò: “Ma corri, è sul taxi, almeno un saluto riesci a farlo!!!”. Corsa, raggiungimento taxi. E lì il radar di Renato non poté fare niente. Renato era seduto serafico dietro, ci sorrideva e a una ragazza rispose “no, amore, non riesco ad andare al concerto di Fossati stasera, ho un altro impegno”, finalmente m’insinuai anch’io, un saluto, un sorriso, un ciao con la mano, feci persino un po’ di luogo per non dare l’idea di volerlo assalire. Persino Mariano, al fianco del Nostro, abbozzò una specie di sorriso, mentre Roberto, che ci raggiunse poco dopo con un’improbabile maglietta giallo canarino, montò sul sedile davanti e ordinò al tassista: “E ‘nnamo va’…”. Eh già. Lui è sempre lui, il solito Roberto. Ma che importa? Io amo Renato.

Daniela Tuscano

2 maggio 2006 at 22:21 24 commenti


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