Archive for maggio, 2006

LETTERA APERTA A LUCA VOLONTE’

On. Volonté,
mi chiamo Daniela Tuscano, ho 41 anni e insegno lettere in un istituto del Milanese.

Il deputato Udc Luca Volonté vuole un libro di giaculatorie da inviare agli italiani (a spese loro)…

Un amico sacerdote mi ha inoltrato la mail da Lei inviata con richiesta di giaculatorie da pubblicare in un libro.Il mio amico Le ha già risposto per le rime come meglio io non saprei fare. Però questa Sua ultima iniziativa [ http://www.cinziaricci.it/nosilence/deliri019.htm ] (dopo quel commento protervo, volgare, sprezzante sul sondaggio secondo il quale il 65% degli italiani sarebbe favorevole alle unioni civili, lesivo della dignità dei valdesi e, come al solito, ingiurioso verso i vostri odiatissimi gay) ha per me rappresentato la classica “goccia che fa traboccare il vaso”.Ne ho abbastanza di gente come Lei. Sono stanca, come cittadina e come cattolica, di vedermi “rappresentata” da clericali senza scrupoli, che non si peritano di allearsi con personaggi quanto più lontani dalla morale cristiana pur di combattere gli unici nemici che voi considerate tali: i “relativisti”, le donne che si autogestiscono, e naturalmente gli omosessuali.So bene che di queste persone, in quanto tali, non ve ne importa nulla. E proprio per questo trovo ancor più repellente che voi facciate leva sui sentimenti più bassi e discriminatori nei loro confronti nella speranza di accattare qualche voto in più e la compiacenza di alcuni alti prelati. Considero ripugnante l’atteggiamento di altera iattanza, tipico del resto delle frange cielline, verso l’ecumenismo, verso i “cattolici adulti” come li (ci) chiamate con irrisione. Non sta a Lei decidere chi ha fede e chi non l’ha. Trovo vergognoso che un partito politico si fregi di rappresentare la dottrina sociale della Chiesa, come già aveva tentato di fare il Suo esimio collega Bondi qualche mese fa.Mi riservo comunque anch’io, qualora dovesse ancora mancare di rispetto ai cattolici e/o ai cittadini che non la pensano come Lei, di agire nelle sedi opportune. Non è nemmeno questione di democrazia: è questione di rispetto.

Daniela Tuscano

Annunci

27 maggio 2006 at 9:50 1 commento

AHMADINEJAD: IL PASSATO CHE RITORNA

Ahmadinejad (da rivistaonline)

Il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmandinejad, ha le idee chiare. Noi non combattiamo l’Occidente perché cristiano – aveva scritto pochi giorni fa in una lettera a Bush – ma perché “poco” cristiano o, peggio, miscredente; perché ha rinnegato la legge di Dio e dei suoi profeti per cedere alle lusinghe del materialismo e dell’immoralità. E del sionismo, naturalmente. Si vocifera voglia scrivere anche al Papa.
Toni pressoché identici a quelli usati poco tempo fa da az-Zarqawi: anche secondo il famigerato terrorista, gli occidentali vanno combattuti perché, al posto di Gesù, si sono messi ad adorare “l’Olocausto e l’omosessualità”. Tutto quanto nel colpevole silenzio di certa sinistra, dove anzi alcuni dei suoi giornali pubblicano senza vergogna (e con la scusa di contestare, essi pure, l’odiato “sionismo”) vignette antisemite. E mentre, a Milano, tombe ebraiche vengono profanate.
Ora l’esimio presidente ne ha pensata un’altra: far indossare una fascia gialla ai cittadini di fede ebraica, rossa ai cristiani e blu agli zoroastriani. Ci aspettiamo lo stesso trattamento per gli stranieri, i disabili, gli oppositori politici e via discorrendo. E le donne? Quelle no, sono già segregate per conto loro e per il semplice fatto di esistere.
Ripensandoci, però, questo copione ci sembra di averlo già letto. E sappiamo anche come è andata a finire. Se l’umanesimo è una dottrina universale, dovremmo ricordarci che gli anti-umanisti si annidano dappertutto: e noi non mancheremo di denunciarlo con tutti i mezzi legali a nostra disposizione.

Daniela Tuscano

24 maggio 2006 at 14:47 3 commenti

SAIA ALLA BINDI: “LESBICA!”

Dev´essere venuto del tutto spontaneo al molto onorevole senatore Maurizio Saia, di An, dare della ´´lesbica´´ al Ministro della Famiglia, Rosy Bindi. Si capisce: una donna non sposata, non inquadrabile nei canoni della bella oca, con idee proprie, e che addirittura ha dimostrato, lei cattolica praticante, un´attenzione verso realtà umane diverse dalla propria… Qualcosa non va. 2005 Casa montagnaIl neoministro della Famiglia Rosy Bindi

Anzi, molto. Anzi, troppo. Il peggio. E cosa c´è di peggio, per gli uomini come Saia, dell´omosessualità, anzi, del lesbismo? Quest´ultimo, se possibile, il peggio del peggio. E´ la cultura della destra moderna, che si definisce “liberale”.
Qualcuno minimizzerà: battutina folcloristica, come la simpatica barzelletta di Berlusconi sui malati di Aids, qualche anno fa. Sbagliato. Saia è semplicemente il frutto, ovvio e avvelenato, di più di un decennio di disprezzo, odio, insofferenza per le regole, machismo, volgarità e violenza sparso a piene mani da quella destra clerico-berlusconiana che si pretende liberale. Saia è l´equivalente delle barzellette maschiliste-aziendali di Berlusconi, dei ´´culattoni´´ di Tremaglia e di Calderoli, dei ´´froci´´ della Mussolini, dei ´´peccatori´´ di Buttiglione (e dei cardinali loro simpatizzanti).
Esprimo piena solidarietà all´onorevole Bindi e manifesto nel contempo la mia totale indignazione per l´ignoranza virulenta di una classe politica che considera ancora l´omosessualità un insulto e che deride le minoranze.
Vorrei inoltre che l´attuale maggioranza la smettesse con gli atteggiamenti vittimistici e non cerchi a tutti i costi il dialogo con personaggi di questo stampo, o che sommergono con bordate di fischi i senatori a vita (tra cui Rita Levi Montalcini, Ciampi e Andreotti, questi ultimi due l´ex presidente amato da tutti e il candidato della CdL per la presidenza del Senato), o che definiscono Enzo Biagi ´´un vecchio rancoroso´´ (Silvio Berlusconi). In democrazia il confronto è doveroso, ma dove non si mettano in discussione diritti umani fondamentali o, semplicemente, elementari regole di educazione. Se, come sosteneva Gandhi, il livello di civiltà si valuta da come si trattano le minoranze, non oso pensare a quale livello si trovi l´Italia in questo momento.

Daniela Tuscano

23 maggio 2006 at 9:24 1 commento

SAIA ALLA BINDI: “LESBICA!”

Vedi: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/23/saia-alla-bindi-lesbica/

23 maggio 2006 at 9:23

LA PASQUA DI NATALE. UN AMORE FORTE

18 maggio 2006. Leggo “Repubblica.it” e mi affretto a chiamare i miei amici: “Ragazzi, Pasquale è morto”.
“Ma non si chiamava così – replica più d’uno – il suo vero nome era Natale”. Già, Natale. Natale Morea. Una svista, la mia, motivata senza dubbio dalla fretta e dall’ora antelucana in cui comunico la notizia.
Ma mi rendo presto conto che questa spiegazione è insufficiente. E comincio a pensare che non si sia trattato di una semplice svista, ma di un lapsus.
Mai come nel suo caso, il nome reale e quello fittizio racchiudono il senso di un’esistenza. Natale, come dice la parola, era nato. E la sua nascita conteneva già un destino. Se “Natale” significa “nascita”, è pure vero che tale parola si applica soltanto a Cristo, al Cristo diventato uomo. Un uomo rifiutato dagli uomini, perseguitato dai potenti del tempo perché era lì, perché era venuto al mondo, perché dava fastidio. Costretto quindi a fuggire, e sistemato alla fine in una mangiatoia, perché non c’era posto per lui nell’albergo (Lc 2, 7).
Anche Natale era stato costretto a fuggire e si era sistemato infine agli angoli delle strade, perché non c’era posto per lui in quell’albergo di affetti chiamato famiglia. La sua Betlemme si chiamava Massafra, in provincia di Taranto, anch’esso il più piccolo fra i capoluoghi della Terra (Mt 2, 6). Anche per Natale, come per Cristo, la sua unica colpa era esser nato; ed esser nato indesiderato. Perché era omosessuale. Perché vestiva eccentrico. I suoi compaesani, novelli Erode, non potevano tollerarlo.
Chissà, forse nel suo vagabondare nell’Egitto delle metropoli vaste e buie, anche Natale, come Cristo, avrà incontrato una dozzina di compagni che ogni tanto lo ascoltavano. Lui non faceva miracoli, quelli non l’avranno chiamato Maestro. Ma può darsi dividessero con lui una crosta di pane avanzato, una lacrima di vino caduta da una coppa di chissà quali lauti banchetti “perbene”. Era quella la loro comunione.
Non andava in giro a risanare storpi, non ridonava la vista ai ciechi. Il suo amore si esplicitava, al più, nel calore di una notte. In un abbraccio rubato.
Natale non era griffato, non compariva in televisione, non sfilava ai Pride, ignorava il significato della parola Pacs. E non era nemmeno “gay”; perché i poveri – l’ha sottolineato con sarcasmo V. Luxuria – non sono gay, ma soltanto “ricchioni”.
Eppure quegli anonimi sorrisi che illuminavano le sue notti bastavano a scaldargli il cuore. Lo appagavano, lo facevano sentire in armonia con l’universo. Perché quello di Natale non era sesso. Era amore. Un amore costretto a farsi piccolo, a nascondersi, di cui si sarebbe dovuto vergognare; che qualche gran prete, chiuso nei suoi palazzi foderati d’oro, condannava senz’appello come “debole”; e che in lui, invece, continuava a pulsare come un torrente inesauribile, incontrollabile, e che ostinatamente veniva preservato intatto, puro, vergine. Forse, a volte, persino contro la volontà dello stesso Natale, che per sé non rivendicava nulla, reso vivo (e vivido) dall’umiltà di gesti umili e gratuiti. Perché svalutati. Perché misconosciuti.
E, invece, Natale l’amore lo conosceva. E quel suo amore era forte. “Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo”. Ricordava ancora, Natale, queste parole di san Paolo? Non lo sappiamo. Ma il suo cuore, lui sì, le ricordava benissimo. E le ricordò soprattutto quella sera, alla vigilia di un altro Natale, quando si frappose tra alcune ragazze e dei bruti che volevano violentarle. Mentre gli altri passanti, i leviti e i sacerdoti del consumo perbene, della festa sotto l’albero, scivolavano via con indifferenza, ansiosi di portare a casa dei loro rispettabili bambini dei rispettabili regali che il giorno dopo sarebbero stati rispettabilmente gettati via.
 Gennaio 2004: Morea riceve la visita delle ragazze salvate (da “Repubblica.it” )

Natale ri-nacque quella sera vicina a Natale. Fissò quelle ragazze indifese. E, fissatole, le amò. Poteva amarle perché sapeva amare, le amava da omosessuale, ossia da essere umano. E così Natale-Maddalena, Natale il Samaritano, aveva visto altri esseri umani come lui e li aveva difesi. Ricevendo come ricompensa una gragnuola di pugni e sprangate e la perdita di un occhio.
Solo allora qualcuno si ricordò di lui. Dal letto d’ospedale continuava a fissare, senza poter più parlare, le ragazze che aveva salvato e che ora lo assistevano, mentre qualcun altro gli appuntava sul petto la medaglia d’oro al Valor Civile che il presidente Ciampi gli aveva conferito.
Dicono che Natale l’avesse tenuta stretta fino all’altra notte, quando il suo cuore ha ceduto. Natale, ri-nato una notte vicina a Natale, se n’è andato in tempo di Pasqua. Il suo passaggio all’altra riva si è compiuto. Cristo è diventato uomo, e lui è diventato Pasquale. Cioè, Cristo.
Tre cose sono importanti, dice ancora san Paolo: fede, speranza e amore. E aggiunge: la fede finisce, la speranza finisce; solo l’amore dura in eterno. No, non era stata una svista, la mia.

Daniela Tuscano (“Color Porpora” )

19 maggio 2006 at 13:56 1 commento

ANTISEMITISMO, NESSUNA AMBIGUITA’

“Antisemitismo” è espressione generica. Designa il razzismo verso gli ebrei ma, etimologicamente parlando, semiti sono anche gli arabi in quanto “discendenti di Sem” (uno dei figli di Noè il quale, secondo la Bibbia, si stanziò in quella zona oggi chiamata Medio Oriente).Riguardo agli ebrei nello specifico, si dovrebbe parlare, più precisamente, di anti-giudaismo; in ogni caso, accettiamo la prima definizione, e non solo perché di uso comune. È infatti esistito per molto tempo, presso alcuni cattolici e nella stessa Chiesa, un accentuato anti-giudaismo, esecrabile sia di per sé, sia perché ha impedito ai cristiani una più convinta resistenza alla barbarie nazista; tuttavia esso conduceva la sua polemica da un punto di vista strettamente religioso (gli ebrei erano disprezzati come popolo “deicida” che si ostinava a non convertirsi al Vangelo) e gli era completamente estraneo il concetto di razza, termine, quest’ultimo, elaborato “scientificamente” in ambienti laici intrisi di Positivismo e Darwinismo sociale. Antisemitismo, quindi. Che assume mille forme e sembra rinascere dalle sue stesse ceneri. Per questo motivo è stata istituita la Giornata della Memoria che, a partire dal 2000, viene celebrata il 27 gennaio di ogni anno “per non dimenticare”.

Qualcuno, forse non proprio in buona fede, comincia a obiettare che l’appuntamento rischia di diventare una celebrazione retorica (detto per inciso, questo qualcuno non si sogna di criticare la parata delle Forze Armate che, da molti anni, esalta la retorica delle armi…); indubbiamente il rischio esiste, ma soltanto se consideriamo la Shoah un ricordo del passato, senza nessun legame con la situazione attuale. Sono pertanto fondamentali quelle iniziative che, in occasione della Giornata, non si limitano a parlare dello sterminio degli ebrei, ma rievocano persecuzioni che, pur perpetrate dai nazisti stessi, restano a tutt’oggi poco conosciute: quelle contro gli oppositori politici e religiosi, i disabili, gli “asociali” (chi sa dirmi cosa significhi questa parola, alzi la mano!), i polacchi, i Testimoni di Geova, gli zingari, i “diversi” d’ogni tipo. Ci si accorgerà facilmente che molti di questi gruppi subiscono a tutt’oggi discriminazioni e violenze, spesso brutali. Ritengo comunque che non si debba mai perdere di vista la specificità ebraica, o si corre il serio pericolo di non comprendere il significato profondo dell’Olocausto. Dagli ebrei il razzismo ha sempre fatto discendere tutto il male del mondo e gli ebrei sono stati considerati indegni di esistere non per loro comportamenti o convinzioni, ma per il fatto stesso d’esser nati. In altre parole: è incontestabile che l’antisemita odi pure gli arabi come gli africani, gli indiani, i cinesi e, in genere, tutti i popoli “non ariani”, così come le “categorie” di cui sopra; ma è altrettanto incontestabile che, al vertice della sua piramide di odio stiano sempre e solo gli ebrei, summa di tutte le “devianze” appena ricordate.

Dimenticando l’unicità ebraica e le sue motivazioni storico-psicologiche, si può giungere ad affermare che gli ebrei sono stati perseguitati come altri diversi, presenti e passati (streghe, eretici…); che, pertanto, la loro sciagura è stata, per dir così, “normale”, pur se condannabile. È la posizione speculare a quella dei cosiddetti storici revisionisti, che negano la Shoah affermando che i campi di concentramento sono esistiti in tutte le guerre. Si tratta di nazisti camuffati alla meno peggio, che mentono sapendo di mentire; ma sta prendendo piede, subdolamente, un’altra forma di antisemitismo che, pur mossa da intenti apparentemente “nobili”, lambisce proprio alcuni ambienti che, per la loro storia e i loro valori, dovrebbero costituire l’opposto di ogni discriminazione: mi riferisco al giudizio su Israele espresso da certe frange progressiste, e ripenso agli incresciosi episodi del recentissimo passato, dall’ incendio di bandiere israeliane da parte di alcuni autonomi alla vignetta di “Liberazione” del 13 maggio scorso, che ha provocato una giusta indignazione presso gli ebrei italiani.

In esse sopravvive, talora si manifesta con violenza, un terzo-mondismo mitico, di matrice post-sessantottesca, che vede nei popoli del Medio Oriente, segnatamente in quello palestinese, i simboli dei popoli oppressi, dei perseguitati per la loro diversità proprio come lo furono gli ebrei di un tempo, mentre gli israeliani di oggi sono visti come spietati colonizzatori, capitalisti, teste d’ariete degli interessi statunitensi nell’area. E ciò è stato spesso vero, lo è ancora oggi; gli è che dalla condanna del comportamento sciagurato di certi governanti israeliani taluni passano alla condanna di Israele nel suo complesso, e automaticamente alla condanna di buona parte degli ebrei del mondo, se non altro perché, a differenza di anni fa, oggi questi ultimi sostengono il sionismo. Anzi il sionismo, il movimento fondato alla fine dell’Ottocento dall’ungherese Theodor Herzl, viene considerato tout court un fascismo teocratico, dimenticando che esso nacque come reazione di difesa alla montante marea anti-ebraica che stava dilagando in Europa. Certo le parole di Herzl verso gli arabi – specie se decontestualizzate – sono oggi del tutto inaccettabili, come inaccettabile è stato l’abuso che alcuni dirigenti israeliani ne hanno fatto per giustificare le occupazioni e gli eccidi del ’67,’82 e 2000, tanto per citare gli episodi più gravi. Ma sostenere, come da più parti “di sinistra” si tende a fare, che gli ebrei in Palestina sono stati colonizzatori al pari dei Francesi in Algeria o degli Inglesi in India è un’idiozia colossale.

Perché, se i crimini dei governanti vanno stigmatizzati (tenendo anche presente la pressione sotto cui da quelle parti costantemente si vive), non si può nemmeno tacere sulle sofferenze che i governi arabi hanno imposto ai loro concittadini ebrei prima della costruzione d’Israele; che molti (anche in ambito non arabo, ma fondamentalista: si pensi a Khomeini) negli anni Quaranta erano filo-tedeschi, compreso il Gran Muftì di Gerusalemme amico personale di Mussolini; che hanno risposto con la guerra e il terrorismo a ripetute profferte di coabitazione pacifica (anni 1946-47); che Sadat ha pagato con la vita la sua rinuncia alla guerra con Israele; che l’odio contro il nemico “sionista” è insegnato in tutte le scuole arabe, e non solo religiose; che il “laico” Arafat, fino a metà degli anni ’80, si pronunciava per la distruzione dello Stato ebraico e che ha appoggiato Saddam nella prima Guerra del Golfo…

È storia poco nota, ed è comprensibile la reticenza di questi progressisti a parlarne perché, oggi, le popolazioni arabe sono a loro volta esposte a una sistematica campagna di odio e diffamazione da parte di Bush e paesi satelliti. Gli umanisti sempre si sono pronunciati per una soluzione del conflitto israelo-palestinese che tenesse conto degli interessi di entrambi i popoli e sempre hanno dato risalto alle iniziative di pace nate in ambienti non solo europei, ma anche e soprattutto autoctoni. Chi scrive è personalmente solidale anche con il popolo palestinese, che giustamente invoca da anni uno Stato suo. Ma l’onestà intellettuale m’impedisce il silenzio davanti a banalizzazioni che, se poi provengono dai circoli più vivi e pulsanti del paese, rischiano di ottundere persino le coscienze più sensibili.

Daniela Tuscano

19 maggio 2006 at 7:10 4 commenti

AMICIZIA E’… IMPEGNO – Daniela Tuscano e Donatella Camatta (parte I)

(Milano. Donatella arriva un po’ in ritardo all’appuntamento al Centro umanista “Color Porpora”. È appena uscita dal lavoro ed è reduce dalla marcia per la pace che svoltasi  a Roma il 18 marzo scorso. Trafelata, in costante attività, trasmette un entusiasmo quasi “carnale”. È bello incontrarla.) 

DANIELA – Pensavo che stavolta ci avresti rinunciato… 

DONATELLA – A cosa?  DANIELA – A Roma! DONATELLA – No, impossibile. Era importante andarci, anzi necessario. DANIELA – Perché necessario?  DONATELLA – Perché dobbiamo anche vederci, ogni tanto. Voglio dire, noi, il popolo della pace. Non mi piace molto il termine “pacifisti”.  DANIELA – Neanche a me. DONATELLA – E poi, naturalmente, si ha voglia anche di incontrare altri umanisti, che operano in città diverse. Noi siamo partiti da Milano in cinquanta. La manifestazione è stata grandiosa. Peccato che il giorno dopo ci fosse lo sciopero dei giornali. Guarda un po’, gli unici che non hanno aderito erano quelli di destra, e secondo te di cosa hanno parlato? (sorriso ironico) DANIELA – Di “lui” [Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dal 2001 all’aprile 2006]?  DONATELLA – Risposta esatta. Quindi, la manifestazione non c’è stata. Noi siamo spariti. Puff! (risate)  DANIELA – Ma farlo, serve ancora? DONATELLA – Serve eccome. Lo fai perché lo senti. È stata, comunque, un successo. Sai cosa mi dà fastidio? Che la pace abbia una bandiera. Non fraintendermi, noi umanisti abbiamo una collocazione precisa, e quella collocazione non è certo a destra… DANIELA – Beh, non avevo dubbi… (risate)  DONATELLA – Sì, però… valori come la pace non hanno – non dovrebbero avere – colore politico. Per questo mi hanno disturbato le tante bandiere dei partiti. Era come se ci si volesse appropriare di una manifestazione aperta a tutti. Una spia di questa “partitizzazione” della pace era anche l’assenza di giovani che non appartenessero ai centri sociali…  DANIELA – Non sono venuti? DONATELLA – Tu sai che i più attivi siamo noi, i 40-50enni. Ma un motivo c’è. Il senso di sconfitta che pervade un po’ questa gioventù. Il crimine più grande che si sia potuto perpetrare ai loro danni, è privarli della capacità di sognare. Confondere il sogno con l’illusione è la vera colpa di questa società. Non si parte nemmeno, perché ci si sente già sconfitti, perché manca la curiosità, forse. La cosa più importante è la curiosità. DANIELA – Si parla di pigrizia mentale, ed è vero. Però è vero anche il contrario, si vorrebbe uscire da una determinata situazione e non si sa come fare.

DONATELLA – Manca la comunicazione. I giovani presenti, ho notato, si ritrovavano anche per sfogarsi e per scambiare quattro chiacchiere. Non che sia un peccato, anzi, ma è la dimostrazione del profondo senso di solitudine, di accerchiamento quasi, che molti hanno dentro. Si dice: bisogna pensare ai problemi pratici, il resto viene dopo. No, il resto viene prima. I problemi pratici, e nessuno come me li conosce, si possono risolvere solo con una visione d’insieme, e con l’insieme – persone reali, concrete – del mondo che ci circonda. La praticità non è rinchiudersi nell’egoismo e pensare che gli altri sono nemici da cui guardarsi, ma vivere e viversi ogni giorno, stimolando le responsabilità e l’auto-stima. E poi si organizza anche la gioia…  DANIELA – Organizzare la gioia? In che senso, Donatella? DONATELLA – Vedi, queste manifestazioni da un po’ di tempo hanno perso quel carattere “ieratico” e un po’ cupo che le contraddistingueva. Ricorderai le nostre lunghe “passeggiate” per Milano poco prima dello scoppio della guerra… DANIELA – Le ricordo e sono magnifiche. Fra l’altro, in quei momenti ne approfittavo per guardarmi un po’ intorno, per osservare Milano “da turista”. È strano, ma da manifestante vivevo una sorta di sdoppiamento: da un lato ero in mezzo a un gruppo, facevo la mia parte, mettevo la mia energia e il mio impegno, dall’altro mi ponevo nei panni della gente che mi osservava, e vedevo questi enormi palazzi, questo cielo spesso cupo, ma ancora “così bello quando è bello”, che mi sovrastavano e sembravano, anch’essi, contemplarmi dalla loro diseredata austerità. E mi stupivo di scoprire le volute liberty di un cancello, il volto d’una vecchietta dietro la finestra appannata… una città che, malgrado tutto, viveva. Forse non t’interessa… (sorriso)  DONATELLA – M’interessa eccome, invece. È anche questa curiosità, curiosità per l’esistenza, sentirsi parte di una storia, di un cammino. Dicevo appunto di quest’organizzazione della gioia… le manifestazioni per la pace hanno accomunato tanta gente diversa, alla fine si ballava, si cantava… questa volta si è rimasti un po’ nel solco della vecchia tradizione. Per organizzare la gioia occorrono rispetto dell’altro, disciplina, elasticità. A Roma, più che stanchezza, io ho avvertito impazienza.  DANIELA – Impazienza? DONATELLA – Impazienza che questa situazione finisca, noia per i personaggi che si ostinano a prolungarla all’infinito. Anche loro hanno un obiettivo: importare in Italia l’idea americana, o meglio, statunitense: indebolimento dei sindacati fino al loro sostanziale smantellamento, tagli alle spese sociali e alla cosa pubblica. Il risultato qual è? La dittatura. Non una dittatura visibile, di carne e ossa, come poteva essere quella fascista… DANIELA – …ma che, se non altro, si poteva descrivere, definire. Oggi la dittatura non può che essere “morbida”, in realtà insidiosa, perfida, proprio perché impalpabile, evanescente: come la manifestazione oscurata, non la si vede, quindi non c’è.  DONATELLA – È la filosofia dell’apparenza. Lo Stato Parallelo. Per contro, io stessa ho adottato quel sistema: di certi personaggi meglio non parlare. Li si contrasta smentendoli sul loro stesso terreno. Poiché essi hanno già vinto quando li si nomina spesso: non importa se in bene o in male. In questo periodo i giornali sono stati pieni degli show improvvisati, magliette colorate, gare a chi la sparava più grossa, da parte dei nostri… diciamo così… politici (risate), e i problemi veri sono scomparsi.   DANIELA – Etimologicamente: “privato” significa “tolto” a qualcuno. DONATELLA – E nessuno parla dei costi di questa guerra: ai quali si sono sacrificati l’istruzione, la sanità, i trasporti. S’innesca una spirale perversa: i cittadini stanno sempre peggio, non si sa più di chi fidarsi. Io dico sempre che si vive tra l’incubo del terrorismo e l’angoscia della povertà. DANIELA – Carlo [Olivieri, della segreteria programmatica Partito umanista, n.d.r.] aveva visto giusto in questo senso, e non solo in questo, per la verità (risate): di fronte al susseguirsi sempre più frequente di massacri e d’incertezza, la lucidità tende ad abbassarsi e la mente a semplificare. Il risultato potrebbe essere il non veder più una realtà pure palese: i conflitti tra interessi economici, la lotta per il petrolio, la crudeltà dell’economia di mercato, l’estrema miseria e l’estrema ricchezza, i torti e le frustrazioni nazionali, le differenze a volte abissali tra valori e modi di vita diversi. DONATELLA – Proprio nell’ultimo numero di “Color Porpora” abbiamo pubblicato un intervento di William Strangio a proposito delle vignette anti-islamiche [nel febbraio 2006 un giornale danese pubblicò vignette satiriche in cui il profeta Mohammed era raffigurato come un terrorista. Ciò provocò la protesta di molti islamici e dei loro governi. L’allora Ministro per le Riforme italiano, Roberto Calderoli, per provocazione sfoggiò in tv una maglietta che riproduceva quelle immagini, affermando di voler denunciare i torti subiti dai cristiani nei paesi musulmani. A seguito di una grave crisi istituzionale con
la Libia, Calderoli fu poi costretto a dimettersi, n.d.r.]
. da parte di un giornale danese. William è palestinese e vive in Italia da molti anni, è un bel “meticcio” che piacerebbe molto al nostro Presidente del Senato [il riferimento è all’espressione usata dal sen. Marcello Pera il 21 agosto 2006, davanti alla folla di ciellini plaudenti del Meeting di Rimini:  “In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all’immigrazione e si diventa meticci. È necessaria un’alleanza seria e salda fra laici e credenti per riaffermare la nostra identità occidentale, democratica e liberale perché contro di noi è stata dichiarata una ‘guerra santa’”
, n.d.r.]. Si può dire che William assommi in sé le sensibilità occidentale e orientale. Ed è stato esplicito: la pubblicazione delle vignette, in Occidente, è stata considerata come esercizio della libertà d’espressione; presso i musulmani, la cui religiosità impregna ogni lato dell’esistenza, quelle immagini non erano null’altro che una gratuita provocazione. Da non dimenticare poi il ruolo dei governi: nella maggior parte del cosiddetto “mondo islamico” si tratta di dittature. Questa è la percezione, la concezione di governo che hanno molti musulmani. Percezione che essi trasferiscono anche nei riguardi dei governi occidentali. Di qui la pretesa di scuse non tanto al giornale, ma appunto al governo danese stesso. Naturalmente poi la questione è stata strumentalizzata in molti Paesi mediorientali: William era rimasto colpito dal fatto che a Damasco fosse stato dato alle fiamme il consolato danese…
DANIELA – Motivo?  DONATELLA – Perché in Siria, e in special modo nella capitale, è impossibile venga organizzata una manifestazione spontanea e i servizi di sicurezza controllano del tutto ogni forma di dissenso. Lo stesso è accaduto in Pakistan, dove è stata assaltata un’ambasciata americana che, con la questione, non c’entrava nulla, e in Nigeria, dove le proteste sono state l’occasione per riprendere gli atti di violenza contro la comunità cristiana. Da noi ha pensato Calderoli a soffiare sul fuoco. DANIELA – Riguardo alla Siria è vero, mi fai pensare che molti anni fa, quando avevo un fidanzato siriano, ricevevo sue lettere col timbro della censura. Non è che facessimo attività di dissenso (risate), eppure lui mi raccomandava caldamente, ogni volta che ripartiva per il suo Paese: mi raccomando, nelle lettere, niente politica! DONATELLA – Ah, un fidanzato siriano? E dove l’avevi beccato? (risate)  DANIELA – In Francia. Sai, nel corso di una vacanza studio, a Tours… DONATELLA – Sì, so cosa succede nelle vacanze studio. Dovrò fare attenzione con i miei figli. (risate) DANIELA – A parte gli scherzi e gli amorazzi (risate), il quadro che emerge è piuttosto inquietante e non fa che avvalorare le tesi da noi sempre sostenute: far leva sulla paura e sull’odio, esasperare il bisogno di sicurezza fino a trasformarlo in una vera e propria fobia: sia dei nemici esterni, sia di quelli interni. È un metodo brutale e disonesto, ma potrebbe funzionare, proprio perché ci si trova in una situazione quanto mai delicata, fluida, dove è difficile mantenere i nervi saldi e la tentazione di rispondere alla violenza con la violenza diventa molto forte. A ciò contribuiscono in maniera determinante i mass-media, davanti ai quali, te lo confesso, la mia insofferenza cresce: sono diventati veri e propri contenitori dell’orrore, sembra facciano a gara per mostrare i lati peggiori dell’umanità… DONATELLA – Togli il “sembra”, è così. Per questo parlo di impazienza: la paura, l’odio e la violenza fanno anch’esse parte dell’essere umano, ma non significa ne siano le caratteristiche fondanti. Ci sono, sono nostre contraddizioni, come altre. Ma noi siamo, e meritiamo, ben di più. Se “inoculate” in dosi massicce queste contraddizioni provocano una crisi di rigetto; non solo, ma, a lungo andare, ci avvelenano, ci auto-distruggono, non ci fanno certo diventare migliori come invece avviene per le azioni che producono unità e coerenza. Il disegno è abbastanza chiaro: fomentare il massimo di dis-umanizzazione possibile, anche attraverso una campagna mediatica dove le azioni unitive vengono sottovalutate o del tutto taciute.  

(19 marzo 2006 – segue)

8 maggio 2006 at 15:17

Articoli meno recenti


Calendario

maggio: 2006
L M M G V S D
« Apr   Giu »
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Posts by Month

Posts by Category