ATTO DI FORZA – Con Renato Zero al “Tornasole” (Raidue)

2 maggio 2006 at 22:21 24 commenti

E’ andata.
In ansia per le notizie poco piacevoli circa il target di pubblico richiesto dalla trasmissione (al massimo 40enni per una questione “estetica” , quando tra gli ospiti c’erano stempiati e panzoni), giungo col mio amico F., giornalista, alla sede della Rai in Porta Carlo Magno. Mi sono presa due ore di permesso dal lavoro (e ho evitato quattro consigli di classe!…) per poter giungere in tempo.

I minuti sarebbero passati anche piacevolmente: dopo un inizio di giornata invernale, infatti, il tempo era decisamente migliorato, era ricomparso il sole e ci si crogiolava al tepore dei primi raggi. Purtroppo l’attesa all’interno dello studio sarebbe stata snervante. Ad ogni modo, la prima “toppata” clamorosa la presi alle 13.10 circa: lo stomaco del mio amico cominciò a gridare vendetta e impietosita io, che pure avevo ingollato uno squallido panino a scuola, decisi di accompagnarlo al bar. Ovviamente Renato, che in tutto quel tempo era rimasto appostato (dicono con un radar) per controllare i miei movimenti, ne approfittò per sbucare fuori e sgattaiolare dritto dritto verso lo studio. Quando tornai e me lo raccontarono, mi sembrò di morire. E in più: “Daniela, nerovestito, occhialoni, aggrondato, allontanava tutti”, m’informarono i presenti. Ahi, ahi, butta male, pensai. In preda a cupi presentimenti finalmente varcai la fatidica soglia. Ormai è fatta, mi dissi. Illusione. Altra attesa spasmodica circondati da anonime pareti in tartan e un odore di caffè “in macchinetta” proveniente dal vicino bar. Gulp. Decisi di gironzolare un po’, giusto per sgranchirmi le gambe. Ma non avevo fatto i conti col “radar” di Renato. Costui, resosi conto che avevo imboccato una corsia laterale, s’intrufolò nel corridoio al centro e si diresse allo studio. Anche in questo caso gli altri mi avvertirono con solerzia e, credo, con un certo sadismo nella voce. Forse avrei dovuto ricorrere a un travestimento… la maglietta leopardata, in effetti, mi tradiva come zeromane “agée”.
Noi “anziani” fummo fatti accomodare sulle gradinate in legno. Ma ci andò, a mio parere, molto meglio: a parte che lo studio non era certo una piazza d’armi, l’acustica era migliore, la visuale assai più ampia e d’insieme e, inoltre, non abbagliati né surriscaldati dai riflettori, godemmo di un clima gradevole.
Andrea Pezzi, l’eterna promessa dei palinsesti Rai, un po’ impacciato nel ruolo di scaldapubblico, lanciava qualche battutina e ne approfittava per istruirci sulle “modalità di applauso”. Al pianoforte Dolcenera, accompagnata dai bravi Gnu Zelig Group, provava i suoi pezzi. E ne approfitto per parlare subito di lei. E’ un’ottima cantante e un’interprete passionale, ma la voce grintosa e strascicata, che è il suo pregio, a lungo andare diventa anche il suo limite, perché i brani che esegue risultano alla fine tutti uguali. Come dice il mio amico F. che l’ha intervistata, ha molta stoffa, ma deve ancora “maturare” un po’.
Bella la scenografia, una sorta di teatro barocco-kitsch, con balconate, drappi rossi, stucchi e dorature. Pezzi introduce un breve commento dantesco di Matteo Giardini, per la verità nulla di nuovo almeno per chi svolge il mio mestiere, poi via libera a Urbano Cairo, che abbiamo scoperto essere il responsabile della scalata berlusconiana alle tv commerciali nonché attuale presidente del Torino calcio. Scorrevano sullo schermo commoventi immagini della grande squadra (del ’49), quella di Valentino Mazzola perita a Superga. Tutto quanto per introdurre il tema della serata: E’ davvero tutta colpa del destino?. Dopo l’intervento di Robert Diamubeni, unico superstite di una tragedia aerea la cui nobile testimonianza Pezzi cercò (inutilmente) di banalizzare, ecco giungere sul palco quattro personaggi a me sinceramente sconosciuti: il panzone di cui sopra, una signora di una certa età, un sosia di Bettega (secondo la definizione di Renato) e una tizia scosciatissima che – come si dice a Milano – se la tirava in maniera allucinante, con un’aria francamente insopportabile. Si scoprì di lì a poco trattarsi del giornalista Mario Adinolfi, della scritttrice Sandra Petrigani e dell’imprenditore Luca Morotti. E di Fernanda Lessa.
Fernanda Lessa, di cui avevo letto per caso qualcosa dal parrucchiere, è quel che si dice “un’oca”. Ma Pezzi non mi sembrò innocente. D’accordo che, davanti a un nutrito cachet, una accetta pure di farsi sputare in faccia, ma non si capisce perché si debba invitare una fotomodella per trattarla da cretina più di quel che è. Non mi pare un gesto da cavaliere. Poi vabbè, lei si è inviperita perché nessuno la filava (Renato compreso, che però, alla fine, l’ha almeno paternamente e dolcemente abbracciata, come con tutti gli altri), ma è stata una provocazione inutile, a parer mio.
Finalmente Renato: molto affascinante, in completo nero, capelli ordinati (con frangetta), leggermente più lunghi sulle spalle, occhi truccati, dolce, timido e al tempo stesso attore consumato, un gigante a fianco di tutti gli altri “illustri”. Perché? Perché, nonostante tutto, mi è parso ancora una volta l’unica persona UMANA lì dentro. Sandra Petrignani ha scritto un libro magnifico (La scrittrice abita qui), ma ridotta in quel teatrino simil-Costanzo non ha espresso nulla di particolarmente significativo. Sugli altri ospiti, meglio stendere un velo pietoso. Renato ha detto cose molto condivisibili, a parte un inizio leggermente retorico e – almeno per noi – risaputo, come l’Rh negativo (Pezzi: “Ma adesso che gruppo sanguigno sei?” Renato: “Boh? Mi pare B”). Si è incartato sull’eutanasia, pronunciandosi contrario con un ricordo “immaginifico” sulla madre (un sogno – “che non dovrei raccontare in pubblico”, ammise onestamente -: “Mia madre mi apparve in sogno e io le chiesi: hai sofferto? Sua risposta: Tesoro de mamma, io avevo smesso di vivere molto tempo fa”), per poi concludere che la decisione spetta alla persona interessata, come per l’aborto, per il quale – ha concesso – bisogna tener conto delle condizioni in cui è maturata questa decisione, ecc. Credo che la difficoltà a esprimersi del Nostro e la malafede, talora, dei cronisti siano alla base di tanti fraintendimenti e sofferenze inutili. Renato appare invece così una persona di buon senso, pacifico, pacifico. Ci si complica la vita per nulla.
A fronte di un pressappochismo new age del tutto ignorante dei fondamenti del cristianesimo e terribilmente cinico nell’affrontare temi come quello che ci si era prefissi, Renato ha contrapposto una saggezza popolare, genuina, e un grande interesse per l’arte. E’ stato l’unico a seguire attentamente i filmati proposti, soprattutto quello sul pilota Zanardi, con un Pezzi visibilmente in brodo di giuggiole nel trovarsi vicino un personaggio così prestigioso, ad applaudire con sincerità e partecipazione Vito e gli Eneas (musicisti ultraottantenni), guardava con aria tenera, paterna, sorridente e femminile la giovane Dolcenera, e ha parlato di umiltà, si è dimostrato in fondo un umanista quale effettivamente egli è – niente illuminazioni particolari, ognuno è artefice del proprio destino, Dio esiste se lo senti dentro di te -, ha combattuto, con educazione ma con fermezza, il cinico luogo comune degli intellettuali da salotto per cui “chi scrive e/o crea deve risolvere certe sue insoddisfazioni”, dal che se ne dedurrebbe che R. è insoddisfatto da almeno 40 anni, oppure che “la sofferenza degli altri è consolatoria” (“No, è un monito”, corresse giustamente il Nostro).
Certo, ormai anche lui è in alto, molto in alto: mi è parso di cogliere una sorta di socratica sopportazione nei suoi occhi, forse un po’ di stanchezza: non va dimenticato che questi personaggi lui li vede ogni giorno e non dev’essere una goduria.
Renato ha azzeccato anche due o tre battute con una certa efficacia. Quanto a me, dopo il saluto al pubblico corsi difilato in bagno: dovevo fare “un bisognino”. Giusto in tempo per cogliere il saluto di R. al mio amico giornalista. Ebbene sì: il suo radar aveva funzionato per la terza volta!!!!!!!!!! “Daniiii, bellissimo, mi ha riconosciuto e mi ha chiesto se sto ancora in Versilia” (l’amico in questione è toscano). Alla mia venticinquesima imprecazione mi esortò: “Ma corri, è sul taxi, almeno un saluto riesci a farlo!!!”. Corsa, raggiungimento taxi. E lì il radar di Renato non poté fare niente. Renato era seduto serafico dietro, ci sorrideva e a una ragazza rispose “no, amore, non riesco ad andare al concerto di Fossati stasera, ho un altro impegno”, finalmente m’insinuai anch’io, un saluto, un sorriso, un ciao con la mano, feci persino un po’ di luogo per non dare l’idea di volerlo assalire. Persino Mariano, al fianco del Nostro, abbozzò una specie di sorriso, mentre Roberto, che ci raggiunse poco dopo con un’improbabile maglietta giallo canarino, montò sul sedile davanti e ordinò al tassista: “E ‘nnamo va’…”. Eh già. Lui è sempre lui, il solito Roberto. Ma che importa? Io amo Renato.

Daniela Tuscano

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TOMMASO, TRAGEDIA ANNUNCIATA AMICIZIA E’… IMPEGNO – Daniela Tuscano e Donatella Camatta (parte II)

24 commenti Add your own

  • 1. Ernesto  |  13 settembre 2006 alle 16:17

    Me lo sono gustato tutto, come gli altri articoli che sto leggendo in questi giorni. Mi sembra di vederlo… Certo che da come lo descrivi sembra di avere ancora sotto gli occhi il Renato di una volta, che ora si è un po’ perso… 😐

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  14 settembre 2006 alle 7:29

    Del cambiamento di Renato si è parlato alla nausea, in questi ultimi mesi. E’ giusto, perché è vero che il cambiamento c’è stato. E non ci si riferisce a una semplice maturazione, che avviene in tutti.

    Però quello che c’interessa è che continui a conservare la sua serietà di artista. Noi che abbiamo avuto la fortuna di seguirlo dall’inizio (io e, da quanto scrivi, probabilmente pure tu) non dobbiamo vivere di ricordi ma conservare quello slancio e quell’entusiasmo che ci aveva trasmesso all’inizio. Per continuare. 🙂

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  • 3. Adele  |  14 settembre 2006 alle 16:09

    Daniela!
    Grazie.
    Ho le lacrime agli occhi. Sei riuscita a comunicare un’immagine di Renato che io “sento” quando penso a lui.
    Oggi per me è una data ‘anniversario’ difficile. Con questo articolo mi hai aiutata.
    Grazie ancora!
    Un abbraccio

    Adele

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  • 4. danielatuscano  |  14 settembre 2006 alle 17:07

    …Mah, spero anch’io di “sentire” giusto. Quel che ho provato, è lì.

    Se posso permettermi… perché difficile? Puoi scrivermi in pvt se non vuoi parlarne qui.

    Rispondi
  • 5. PetaloSs  |  23 settembre 2006 alle 16:25

    Che dire? A parte il tuo racconto decisamente divertente, mi è piaciuto vedere il dietro le quinte della trasmissione coi tuoi occhi, mi è sembrato quasi di esserci stato pure io ad assistere al programma, anche se ci fossi stato, mi dispiace per te, io sarei stato tra le file dei ragazzi… e dei ragazzi che cmq conoscono Fernanda Lessa… ehehehe.. a parte gli scherzi mi è piaciuto molto come hai descrito le espressioni del volto di Renato, me lo immagino che guarda dolcenera con il suo solito sguado enigmatico che nn lascia scampo… lui guarda, gli interpretano i suoi pensieri e se ci dovessimo mettere a scambiare le nostre opinioni le troveremo tutte discordanti… Grazie Dani… ottimo lavoro

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  23 settembre 2006 alle 19:01

    Grazie a te Petaluccio… 🙂 Ma mi spiace deluderti, pare che la “Lessa in padella” sia riuscita a farsi eliminare anche dall’Isola dei Famosi (?) dov’era volontariamente “naufragata” nella speranza di rinverdire gli allori (??) d’un tempo (???). Una lettrice di “Gaynews” ha pure accusato la scosciatissima Lessa di omofobia, per aver ella sbottato: “Se mi dànno della tr… non mi offendo, ma della lesbica, proprio no!”. A parer mio dovrebbero sentirsi offese sia le tr… (di professione), sia, ancor più, le lesbiche se qualcuno osasse paragonarle a Fernanda Lessa. 😀

    Rispondi
  • 7. PetaloSs  |  23 settembre 2006 alle 19:26

    mmmmmm nn capisco la tiratina d’orecchie, mica è un crimine conoscere la lessa….. e anche il lesso, mi piace da matti il brodo di carne.. cmq sia chiusa la parentesi culinaria nn sapevo che la Fernanda fosse così poco aperta all’universo femminile inteso come a senso unico… ci sarebbe da “caricarla” sul primo aereo in partenza per il brasile (lei se nn erro e brasileira) con un biglietto di sola andata… hehehe.. lo vedi? so essere + cattivello di te

    Rispondi
  • 8. danielatuscano  |  23 settembre 2006 alle 21:14

    E quando mai ti avrei tirato le orecchie? (Di solito preferisco… altre parti anatomiche. Ommammamia mo’ mi censuro da solaaaaaa!!! 😮 😀 😀 😀 ). E perché, addirittura la conosci? (Francamente, me ne inf… 😉 ). A parte gli scherzi la Lessa è davvero un’antipatica vanerella, che ho scoperto (sempre al “Tornasole”) essere di buona famiglia – quindi non ha nemmeno l’attenuante dei trascorsi difficili… – In altre parole trattasi della ricca e bella oca che non sa fare niente tranne una cosa, è andata a far fortuna in Italia dove, per una donna in tv, basta essere idiota e mostrarsi con generosità (vedi La pupa e il secchione), è uscita con qualcuno del giro giusto ma poi non è riuscita a ingranare, ed eccola all’Isola. Solito canovaccio. Senti, la Lessa mi ha bollita 😉 (a me quel “brodo” non piace), lo sguardo enigmatico di R. m’interessa molto di più (perché affermi che tutti gli daremmo un’interpretazione differente?), e anche… tutto il resto (di lui). 😛

    Rispondi
  • 9. PetaloSs  |  24 settembre 2006 alle 12:48

    Per nel momento in cui tu dici che renato guardava dolcenera con aria tenera, paterna, sorridente e femminile… io avrei detto… Renato guarda dolcenera con aria beffarda di chi vorrebbe dire: ne hai ancora da fare di strada figlia mia e attenta a nn ritrovarti in un vicolo cieco… vedi? già 2 pareri diversi… lo sguardo sorridente di Renato mi fa pensare + ad un VI STO PRENDENDO IN GIRO che ad un GRAZIE DI CUORE SENZA VOI NN SONO NESSUNO.. e questa sensazione me lo fa amare ancora di + (nn amare nel senso che pensi tu Dani… Renato è grandissimo, anche di età, ma proprio nn è il mio tipo)

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  24 settembre 2006 alle 23:58

    Pareri diversi, d’accordo. Ma io quella sera c’ero e tu no. E francamente non capisco perché, a meno di voler fare un processo alle intenzioni, Renato avrebbe dovuto essere beffardo, irridente ecc. Penso che la differenza salti all’occhio e non c’è “parere” che tenga. Renato è una brava persona. E, dulcis in fundo, per me sarebbe anche il tipo ideale. 😛

    Ma sono realista e non ho mai coltivato “sogni” di un certo tipo. Nemmeno da ragazzina. 😉

    Rispondi
  • 11. PetaloSs  |  25 settembre 2006 alle 0:14

    No aspetta, io nn solo nn c’ero, ma nn ho visto la puntata nemmeno in tv… il mio era solo un pensare a Renato con quello sguardo furbetto che gli vedo fare spesso (si d’accordo solo in tv) e ho utilizzato il tuo esempio immaginando come avesse potuto vedere Dolcenera.. (ma vuoi esseremi amica o nemica? SNORT! quanto sei pignola) 🙂

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  25 settembre 2006 alle 0:28

    E allora lo ammetti anche tu… 😀

    Però no, non aveva lo sguardo che dici. E io ti sono amica, anche se non sempre i nostri pensieri collimano. (SNORT! E’ ovvio) 🙂

    Rispondi
  • 13. PetaloSs  |  25 settembre 2006 alle 0:31

    Ha ecco! allora mi va bene 🙂 solo che quanto mi è difficile mettere per iscritto i miei pensieri.. fossimo stati faccia a faccia ti avrei fatto la testa come il caco a parole

    Rispondi
  • 14. danielatuscano  |  25 settembre 2006 alle 0:32

    Che significa farmi la testa come il caco?

    Rispondi
  • 15. PetaloSs  |  25 settembre 2006 alle 0:46

    è un termine che si usa molto a sassari, in lingua è + o meno così TI FOZZU LU GABBU A CACU.. Come a dire ti riduco il cervello molle molle, esattamente come il caco quando è maturo.. a furia di stordirti con la mia logorrea.. hehehe.. cmq sono anche un ottimo ascoltatore 🙂

    Rispondi
  • 16. danielatuscano  |  25 settembre 2006 alle 0:54

    Davvero? Beh, finora nessuno è riuscito a vincere la mia, di logorrea. Ma io pure so ascoltare. Quindi immagino che a quattr’occhi nessuno dei due parlerebbe per timore di prevaricare sull’altro. Vorrà dire che comunicheremo… a gesti! 😛

    Rispondi
  • 17. PetaloSs  |  25 settembre 2006 alle 1:01

    No, io adoro essere cavalllliere con le donne (ti assicuro che sono anche molto femminista, da maschietto emancipato capisco che voi siete esseri superiori) quindi la parola passa a te.. e occhio a nn sedurmi a parole.. potresti nn liberarti + di me… si sta avvicinando un temporale, sento i tuoi e dalla finestra vedo i bagliori dei fulmini.. AMO I TEMPORALI, spero che arrivi poprio sopra casa mia..

    Rispondi
  • 18. danielatuscano  |  25 settembre 2006 alle 1:12

    Buon “colpo di fulmine” allora (nel senso… amoroso del termine)! 🙂

    Rispondi
  • 19. veronica.zero  |  14 ottobre 2006 alle 15:58

    Ciao Daniela, vedi che alla fine mi sono decisa a scrivere…penso di aver letto questo pezzo una decina di volte ed ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo che mi colpisce…è stata una bella esperienza e anche se io non ho potuto viverla grazie al tuo racconto mi sembrava di essere lì.
    Un abbraccio

    Rispondi
  • 20. danielatuscano  |  15 ottobre 2006 alle 10:08

    Mi fa piacere, Vero… pensa che ieri notte me lo sono persino sognato! Sarà stata la terza volta in trent’anni, ma era un bel sogno! 😛

    Rispondi
  • 21. aurora  |  15 ottobre 2006 alle 16:00

    Ciao, Daniela.
    L’articolo che ti interessa “Il mondo gay da Almodovar a Zero” è uscito sull'”Unità” di martedì 10 ottobre e riguarda un libro della Mondadori appena uscito.

    Ti riporto sotto l’inizio dell’articolo.
    – Le voci di un mondo stretto tra le discriminazioni e la vocazione di essere all’avanguardia: dall’Agedo, associazione dei parenti e degli amici degli omosex, a Renato Zero, “Gay” la guida italiana in 150 voci illustra icone e fenomeni del movimento omosex e trans attraverso il lavoro di 45 autori. Lo sguardo spazia senza ambizioni di esaustività – impossibile chamarla enciclopedia, dicono i curatori, Daniele del Pozzo e Luca Scaltrini – dall’arte al diritto, dalla letteratura alla scienza, passando attraverso la fiction, la religione, i movimenti di piazza ecc…-

    Come vedi, Renato è solo citato. In questa sorta di dizionario ci sarà una voce dedicata a lui e un’altra dedicata ad Almodovar.

    Comunque, ricordo un articolo di un paio di anni fa sul cinema di Almodovar che paragonava il percorso artistico del regista spagnolo a quello di Renato. Nel senso che i primi film di Almodovar erano molto colorati, ironici, grotteschi mentre i film della maturità, da “Tutto su mia madre” a “Parla con lei” sono diventati più pensosi, riflessivi. Un po’ come Renato che è passato da “Baratto” ai “Giardini che nessuno sa”.
    Il paragone calza, anche se in realtà, sia per Almodovar, sia per Renato, l’ironia dissacrante e la riflessione più “profonda” sui temi della vita e dei sentimenti sono sempre state due facce della stessa medaglia.

    Buona domenica!!

    Aurora.

    Rispondi
  • 22. danielatuscano  |  15 ottobre 2006 alle 18:48

    D’accordo su tutto e ti ringrazio immensamente… questo articolo lo aspettavamo in tanti, immaginavo una citazione (è più che sufficiente, sta accanto ad Almodovar, non so se rende l’idea…) ma vediamo di procurarci quel libro. Buona serata anche a te 🙂

    Rispondi
  • 23. elena  |  15 ottobre 2006 alle 19:48

    Il libro citato l’ho trovato in Internet…

    Gay. La guida italiana in 150 voci

    Contenuto:
    Battuage, Loredana Bertè, Camp, Dolce & Gabbana, Fascismo, Pier Vittorio Tondelli, Genitori, Hiv e Aids. E ancora: Melochecche, Discomusic, Pasolini, Omofobia, Patty Pravo, Sauna, Vladimir Luxuria, Mario Soldati, Porno, Franca Valeri, Pride e Renato Zero. Sono solo alcuni dei simboli, delle figure e delle personalità in cui la cultura italiana, nel corso del Novecento e oltre, ha incrociato l’identità gay, stabilendo un rapporto fatto di miti, di immagini, di luoghi e di riti che appartengono tanto a essa quanto all’intero paese. Ma se, combattendo anatemi e autocensure, alla componente omosessuale non sono mancate le occasioni di espressione, quello che invece fino a oggi è mancato in Italia è uno strumento capace di mettere in ordine e in relazione tutti gli eventi e I punti salienti di quel panorama. Daniele Del Pozzo e Luca Scarlini, nel raccogliere e presentare le 150 voci che compongono questo alfabeto dell’identità omosessuale, frutto del lavoro di quarantacinque autori differenti per stile, formazione e interessi, finiscono per disegnare una mappa tanto estesa quanto inesplorato è il territorio che descrive. Il risultato è una guida curiosa e divertente, che non dimentica però il rigore documentaristico, su quel rapporto oscillante fra attrazione e condanna che lega la cultura italiana alle espressioni alte, e fieramente basse, della cultura gay. In essa trovano posto le persone che hanno segnato un’epoca e un modo di intenderla e le opere che hanno orientato il gusto di un momento storico, tra arte, letteratura, teatro e cinema, fino a toccare ogni aspetto della quotidianità, dal diritto alla politica, dalla scienza alla religione: uno strumento culturale sorprendente, capace di svelare uno dei volti segreti e intriganti della storia del Belpaese. E se è vero che solo sei gradi di separazione uniscono chiunque nel mondo attraverso la rete delle relazioni personali, le voci di questo particolarissimo ‘dizionario’ ci fanno scoprire che il gay, creduto per comodità lontano da sé, è invece il nostro vicino più prossimo.

    Rispondi
  • 24. danielatuscano  |  15 ottobre 2006 alle 21:49

    😉

    Rispondi

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