LA PASQUA DI NATALE. UN AMORE FORTE

19 maggio 2006 at 13:56 1 commento

18 maggio 2006. Leggo “Repubblica.it” e mi affretto a chiamare i miei amici: “Ragazzi, Pasquale è morto”.
“Ma non si chiamava così – replica più d’uno – il suo vero nome era Natale”. Già, Natale. Natale Morea. Una svista, la mia, motivata senza dubbio dalla fretta e dall’ora antelucana in cui comunico la notizia.
Ma mi rendo presto conto che questa spiegazione è insufficiente. E comincio a pensare che non si sia trattato di una semplice svista, ma di un lapsus.
Mai come nel suo caso, il nome reale e quello fittizio racchiudono il senso di un’esistenza. Natale, come dice la parola, era nato. E la sua nascita conteneva già un destino. Se “Natale” significa “nascita”, è pure vero che tale parola si applica soltanto a Cristo, al Cristo diventato uomo. Un uomo rifiutato dagli uomini, perseguitato dai potenti del tempo perché era lì, perché era venuto al mondo, perché dava fastidio. Costretto quindi a fuggire, e sistemato alla fine in una mangiatoia, perché non c’era posto per lui nell’albergo (Lc 2, 7).
Anche Natale era stato costretto a fuggire e si era sistemato infine agli angoli delle strade, perché non c’era posto per lui in quell’albergo di affetti chiamato famiglia. La sua Betlemme si chiamava Massafra, in provincia di Taranto, anch’esso il più piccolo fra i capoluoghi della Terra (Mt 2, 6). Anche per Natale, come per Cristo, la sua unica colpa era esser nato; ed esser nato indesiderato. Perché era omosessuale. Perché vestiva eccentrico. I suoi compaesani, novelli Erode, non potevano tollerarlo.
Chissà, forse nel suo vagabondare nell’Egitto delle metropoli vaste e buie, anche Natale, come Cristo, avrà incontrato una dozzina di compagni che ogni tanto lo ascoltavano. Lui non faceva miracoli, quelli non l’avranno chiamato Maestro. Ma può darsi dividessero con lui una crosta di pane avanzato, una lacrima di vino caduta da una coppa di chissà quali lauti banchetti “perbene”. Era quella la loro comunione.
Non andava in giro a risanare storpi, non ridonava la vista ai ciechi. Il suo amore si esplicitava, al più, nel calore di una notte. In un abbraccio rubato.
Natale non era griffato, non compariva in televisione, non sfilava ai Pride, ignorava il significato della parola Pacs. E non era nemmeno “gay”; perché i poveri – l’ha sottolineato con sarcasmo V. Luxuria – non sono gay, ma soltanto “ricchioni”.
Eppure quegli anonimi sorrisi che illuminavano le sue notti bastavano a scaldargli il cuore. Lo appagavano, lo facevano sentire in armonia con l’universo. Perché quello di Natale non era sesso. Era amore. Un amore costretto a farsi piccolo, a nascondersi, di cui si sarebbe dovuto vergognare; che qualche gran prete, chiuso nei suoi palazzi foderati d’oro, condannava senz’appello come “debole”; e che in lui, invece, continuava a pulsare come un torrente inesauribile, incontrollabile, e che ostinatamente veniva preservato intatto, puro, vergine. Forse, a volte, persino contro la volontà dello stesso Natale, che per sé non rivendicava nulla, reso vivo (e vivido) dall’umiltà di gesti umili e gratuiti. Perché svalutati. Perché misconosciuti.
E, invece, Natale l’amore lo conosceva. E quel suo amore era forte. “Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, ma tutti siamo uno in Cristo”. Ricordava ancora, Natale, queste parole di san Paolo? Non lo sappiamo. Ma il suo cuore, lui sì, le ricordava benissimo. E le ricordò soprattutto quella sera, alla vigilia di un altro Natale, quando si frappose tra alcune ragazze e dei bruti che volevano violentarle. Mentre gli altri passanti, i leviti e i sacerdoti del consumo perbene, della festa sotto l’albero, scivolavano via con indifferenza, ansiosi di portare a casa dei loro rispettabili bambini dei rispettabili regali che il giorno dopo sarebbero stati rispettabilmente gettati via.
 Gennaio 2004: Morea riceve la visita delle ragazze salvate (da “Repubblica.it” )

Natale ri-nacque quella sera vicina a Natale. Fissò quelle ragazze indifese. E, fissatole, le amò. Poteva amarle perché sapeva amare, le amava da omosessuale, ossia da essere umano. E così Natale-Maddalena, Natale il Samaritano, aveva visto altri esseri umani come lui e li aveva difesi. Ricevendo come ricompensa una gragnuola di pugni e sprangate e la perdita di un occhio.
Solo allora qualcuno si ricordò di lui. Dal letto d’ospedale continuava a fissare, senza poter più parlare, le ragazze che aveva salvato e che ora lo assistevano, mentre qualcun altro gli appuntava sul petto la medaglia d’oro al Valor Civile che il presidente Ciampi gli aveva conferito.
Dicono che Natale l’avesse tenuta stretta fino all’altra notte, quando il suo cuore ha ceduto. Natale, ri-nato una notte vicina a Natale, se n’è andato in tempo di Pasqua. Il suo passaggio all’altra riva si è compiuto. Cristo è diventato uomo, e lui è diventato Pasquale. Cioè, Cristo.
Tre cose sono importanti, dice ancora san Paolo: fede, speranza e amore. E aggiunge: la fede finisce, la speranza finisce; solo l’amore dura in eterno. No, non era stata una svista, la mia.

Daniela Tuscano (“Color Porpora” )

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Entry filed under: Uguali&Diversi.

ANTISEMITISMO, NESSUNA AMBIGUITA’ SAIA ALLA BINDI: “LESBICA!”

1 commento Add your own

  • 1. Enzo  |  27 maggio 2007 alle 11:04

    Dunque cristiano significa a volte qualcosa di diverso da cattolico, apostolico romano.
    Bene, perbacco! E allora Cristo in un certo senso non è morto, nonostante la chiesa.

    Rispondi

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