Archive for agosto, 2006

LE PAROLE DEL PADRE. Il testo dell’orazione funebre pronunciata dalla scrittore israeliano David Grossman ai funerali del figlio Uri, morto in Libano

Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con «non». Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell´umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall´appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l´assennatezza del suo cuore. Non ci sarà l´infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpsons o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante.
 Uri, figlio di David Grossman

Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene. Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé.

Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano. E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh sì, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare.

David Grossman

Eri il «sinistroide» del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua «politica dei posti di blocco», perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi.

Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua «sindrome di Elifelet». Avevamo molta paura che, come l’Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo a offrirti volontario per portare il rifornimento di munizioni esaurite da tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell’altro c’era una situazione più difficile.

Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per la mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l’onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me.

Ricordo quanto fossi indeciso una volta se punire un soldato in seguito a un’infrazione disciplinare. Quanto per te quella decisione fosse sofferta perché avrebbe scatenato la rabbia dei tuoi sottoposti e degli altri comandanti, molto più indulgenti di te riguardo a certe infrazioni. E infatti, punire quel soldato ti è costato molto da un punto di vista dei rapporti umani ma proprio quell’episodio si è trasformato in una delle storie cardinali dell’intero battaglione, che ha stabilito certe norme di comportamento e di rispetto delle regole. E nella tua ultima licenza mi hai raccontato, con timido orgoglio, che il comandante del battaglione, durante una conversazione con alcuni nuovi ufficiali, ha portato la tua decisione come esempio di un giusto comportamento del comandante.

Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te.

In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno.
Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. È forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all’ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi.

Vorrei dire ancora qualche parola.

Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell’israelianità come io la vorrei vedere. Un’israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po’ anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri, con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in «prima fila», su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è “tosto” avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia.

Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l’uno che l’altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra. Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva e faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell’anima.

Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue “trovate”. Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu e i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: «Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra». O un’altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: «Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c’è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!».

O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: «Dì un po’, i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?». O ancora, una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: «Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell’unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?».

Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere «gli ufficiali civici». Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita.

Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l’abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto, ha detto: «Ma noi vivremo, vero? Vivremo come prima. Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra». Noi l’abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: che terzetto stupendo eravamo, Yonatan, Uri e io. E siete davvero stupendi. E anche le coppie all’interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli ma amici, nel cuore e nell’anima. Avevate un mondo vostro e un vostro linguaggio privato e un vostro senso dell’umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell’anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all’Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi.

La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – «Neshuma», lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto. E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento. Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

Papà, mamma, Yonatan e Ruti.

David Grossman (www.peacelink.org, http://www.zam.it/home.php?id_autore=357, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/01/intervista-a-hussein-ragazzo-libanese/)

Note: Uri Grossman è morto in Libano, ucciso da un razzo Hizbollah, il 13 agosto scorso.
 

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29 agosto 2006 at 8:46 2 commenti

SEMI DI SPERANZA… DIMENTICATI

1. Il 26 agosto di due anni fa moriva Enzo Baldoni, il giornalista free-lance impegnato nella pace il cui omicidio aveva tanto scosso (allora) le nostre coscienze https://danielatuscano.wordpress.com/?s=enzo+%C3%A8+morto. E oggi, che ne è della sua eredità? Il suo sito (http://www.bloghdad.splinder.com) lo ricorda con questa bella canzone del bravo Samuele Bersani:

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro
che mi staccasse la testa in una volta sola
e ti assicuro
non lo pagai sperando di fermarlo
come mai si ritirò?
è un mistero e il motivo non so spiegarlo
ma so andarmene lontano
se nessuno mi trattiene
e tornarmene a Milano nonostante le catene

Ho lasciato la mancia al boia, sai quanto
mi servisse
un orologio Bulova
se il tempo lo scandiva la mia tosse
tanto che poi in cambio ottenni acqua
e un sorriso che pensai
fosse un rischio persino per lui
per capirmi è necessaria la curiosità di Ulisse
di viaggiare in solitaria
vedendo il mondo per esistere…

E chissà che poi non capita che ad uccidermi
sia per caso la pallottola amica di un marine
ma se chi dovrebbe darti aiuto
respinge il tuo saluto cosa fai?
Bestemmi o preghi il dio del vetro
andando marciandietro via dai guai
e vai all’inferno
che la differenza in fondo non ci sta

Ho lasciato la mancia al boia per essere sicuro
che mi staccasse la testa in una volta sola
e ti assicuro non lo pagai sperando di fermarlo
come mai si ritirò?
è un mistero e il motivo non so spiegarlo
ma nel giro di un minuto
dietro a un paio di lenzuola
è sbucato il sostituto
con in mano una pistola

Finalmente un po’ di musica
ma che nostalgia di quando avevo preso
la chitarra elettrica e l’ho data via
chissà se gli errori del passato
sono ancora adesso in garanzia
e se mi verrà mai perdonato
il fatto che io spesso andassi via
Un bacio a tutti, quanti sogni belli e quanti brutti
i miei occhiali si son rotti
ma qualcuno un giorno li riparerà…

Finalmente un po’ di musica
ma che nostalgia di quando avevo preso
la chitarra elettrica e l’ho data via
chissà se gli errori del passato
sono ancora adesso in garanzia
e se mi verrà mai perdonato
il fatto che non fossi a casa mia


Un bacio a tutti, fate sogni belli e pochi brutti
i miei occhiali si son rotti
ma qualcuno un giorno se li metterà
e a occhi semichiusi
attraverserà posti distrutti
e silenziosi…  

2. Le notizie atroci sulle barbarie maschili ai danni di innocenti donne, ragazze e (in qualche caso) bambine si sono susseguite con ritmo frenetico in questi giorni. Poiché in molti casi le violenze sono maturate in ambito islamico, i soliti militanti della purezza della razza hanno invocato, ancora una volta, il fatidico “Mandiamoli a casa!”. Poi però avviene che si libera con le sue sole forze una ragazza austriaca, bianca e cattolica, tenuta in prigionia per otto lunghi anni da un aguzzino (lui si faceva chiamare “padrone”) anch’egli austriaco, bianco e cattolico. Quale differenza tra lui e il padrone (non mi sembra il caso di dargli il titolo di “padre”) di Hina http://www.kataweb.it/news/tag/hina+saleem?

Nessuna, ovviamente, ma in tal caso nessuno ha invocato misure così estreme, si sa, i pazzi, i maniaci, i pedofili ecc. ecc. Certo Wolfgang era tutte queste cose e anche peggio, ma quando simili episodi si ripetono uguali a ogni latitudine i pregiudizi “razziali” o religiosi vanno a farsi friggere. Il mostro e il fondamentalista è in ognuno di noi: è nella cultura che continua a considerare le donne come semplici oggetti per il trastullo di “padroni” di ogni lingua, religione, età (cfr. http://www.womenews.net/spip/spip.php?article777).In mezzo a questa carneficina altre due notizie riguardanti delle donne si fanno strada (chissà come):

a) muore una maestra ottantaquattrenne e nel suo testamento nomina erede la sua classe del 1971. A condizione che la considerevole somma da lei lasciata (25.000 euro) sia impiegata DA TUTTI GLI ALUNNI, INSIEME, per opere di solidarietà. Gli ex-bambini (oggi quarantenni, io sono andata a scuola un anno prima di loro…) dopo essersi ritrovati, decidono di aprire una fondazione Onlus dedicata all’amata maestra. Il cui ultimo messaggio è stato: “Rimanete uniti”.

b) muore la baby-sitter honduregna di una ragazzina romana http://www.kataweb.it/news/tag/baby+sitter. Si è sacrificata per salvare la vita a quest’ultima, che stava annegando al largo di Orbetello.Quando gli stranieri commettono crimini, i grandi media non mancano di sottolinearlo. Quando sono “bravi” (e donne), il particolare è taciuto o appena accennato. In più, poiché la “giustizia” deve fare il suo corso, I GENITORI DELLA BAMBINA SONO STATI DENUNCIATI, VISTO CHE LA BABY-SITTER ERA SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO. Parliamo tanto di “mostri”, bisognerebbe però accordarsi su chi merita questo titolo.

Daniela Tuscano (nella foto: Hina Saleem)

27 agosto 2006 at 10:45 8 commenti

SEMI DI SPERANZA… DIMENTICATI

Vedi https://danielatuscano.wordpress.com/2006/08/27/semi-di-speranza-dimenticati/

27 agosto 2006 at 10:44

LA LEZIONE DI NATASCHA

Nell’ultimo mese sono assurti alla ribalta molti fatti di cronaca nera di cui sono rimaste vittime donne, ragazze o (in qualche caso) addirittura bambine. Donne, ragazze o bambine massacrate dai loro padri, mariti, fidanzati, fratelli, semplici conoscenti. Perché? Perché non erano buone musulmane, perché volevano vivere all’occidentale (e secondo lo stereotipo di certe mentalità ciò equivale a comportarsi né più né meno come prostitute), perché semplicemente erano donne.  

Non si trova, infatti, un perché che non sia ascrivibile nella categoria giudiziaria del “futile motivo”. Spesso si trattava di “extracomunitarie”, e com’era prevedibile s’è levata la salva di cori indignati contro la barbarie islamica e l’invasione dei clandestini che vogliono imporci il loro Medioevo, subito cavalcata, davanti alla consueta folla dei Talebani di casa nostra (i ciellini del Meeting di Rimini) dal cav. Silvio Berlusconi, già ribattezzato dal fondatore di Cl “l’uomo della Provvidenza”, che ha tuonato per l’Italia “italiana e cattolica”. Si sa che l’ecumenismo, per i ciellini, è una vera e propria iattura.  

Violenza anti-femminile endemica, verrebbe pertanto da dire. Poi però avviene un altro episodio strano e crudele. Dopo otto interminabili anni di prigionia riesce a fuggire, ancora del tutto lucida e consapevole, certa Natascha Kampusch, bianca, austriaca e cattolica, rapita bambina da un altro bianco, austriaco e cattolico, Wolfgang Priklopil, vicino di casa, tranquillo, educato ecc. L’aveva prelevata quando la ragazza aveva appena dieci anni e l’aveva tenuta fino all’altro ieri in un sotterraneo, dove le portava da mangiare, le insegnava a leggere, le diceva di chiamarlo “padrone”. “Volevo lei”, ha confessato Priklopil il quale, una volta scoperto, ha avuto almeno la saggia idea di gettarsi sotto un treno.  

In questo caso i soliti cori indignati sono pronti a gridare al maniaco, al pazzo, al pedofilo. In una parola, al “diverso”. “Diversi” i musulmani che sgozzano le figlie, o che le costringono ad abortire (ma Chamila, il sagrestano che ha trucidato in chiesa – in chiesa! – la povera Elena Lonati, era cristiano, e “cristiano” è pure il giudice che ha scarcerato dopo un solo giorno lo stupratore di una ragazza chietina), “diverso” Priklopil, che però fino a pochi giorni fa tutti consideravano un vicino, se non modello, almeno tranquillo. Così la nostra coscienza è salva, il nostro oscuro senso di colpa tacitato, i nostri “valori” intatti.   In queste ricostruzioni, lo sappiamo benissimo tutti in verità, c’è qualcosa che stride. E quello stridere, ciò che resta della nostra anima, faremmo meglio ad ascoltarlo questa volta. Non che siano inesistenti i problemi d’integrazione di alcune frange di cittadini stranieri e di religione differente, non che non esistano i maniaci e i pedofili: nella civilissima Olanda essi hanno addirittura fondato un partito e pretenderebbero il diritto a esprimere la loro “inclinazione” sessuale! Ma, solo da questi elementi, ci rendiamo conto che i “diversi” sono un po’ troppi. Non si tratta di un’esigua minoranza, come vogliamo credere. Possiamo ancora crogiolarci nella nostra illusione omicida (e suicida)?   Vediamo l’epilogo della vicenda Natascha. Essa riesce a evadere da uno che si faceva chiamare “padrone”. “Padrone”: come gli schiavi neri dovevano chiamare i signori bianchi, come i mariti, fratelli, figli delle ragazze musulmane si comportano come queste ultime.   Padroni di un corpo, di un’esistenza. Si è sentito padrone del corpo dell’amica il ragazzo algerino che l’ha violentata, ma se ne è sentito padrone anche il giudice che l’ha assolto. Si sono sentiti padroni i giudici italiani che scagionano l’ennesimo stupratore perché la ragazza portava i jeans, si sono sentiti tali gli stessi giudici della Cassazione che hanno concesso la condizionale al patrigno pedofilo di una ragazzina, con la motivazione che quest’ultima, essendo stata avviata alla prostituzione e quindi “non vergine” al momento della violenza, aveva senza dubbio subìto un trauma minore. Il mito della verginità come massimo onore della donna è un’invenzione tipicamente maschile, l’ossessione di poter disporre della sua sessualità, di dettarle legge. Si sono sentiti padroni di corpi i dirigenti televisivi e le loro comparse che si offrono come sensali di… incontri fra starlet in cerca di gloria e potenti mandarini della comunicazione di quarant’anni più anziani. Si sentono padroni i pubblicitari che ogni giorno, dal momento che il femminismo “non va più di moda”, sono tornati al mestiere preferito e comodo: esporre una certa quantità di carne femminile anche per reclamizzare un apriscatole. Si sentono padroni i proprietari di tv (soprattutto coloro che invocano l’“Italia cattolica e italiana”) quando ammanniscono trasmissioni in cui le “femmine” vengono degradate a puro oggetto decorativo. Sono padroni certi alti prelati che, ringalluzziti dall’esito “positivo” del referendum sulla fecondazione assistita, colgono ora l’occasione per sferrare un attacco decisivo al movimento di liberazione femminile, l’unico in grado di insidiare il loro potere imperiale, casto e misogino. Sono padroni i padroni della politica, che da anni sbarrano la strada alle donne in Parlamento, che solo nel 1996, nell’occidentale e civile Italia, hanno deciso (bontà loro) che la violenza sessuale è un reato contro la persona e non contro la morale e il buoncostume, com’era stato fino allora. Siamo padroni (e vittime) tutti noi, infine, che accettiamo questo stato di cose come normale e che anzi, non appena qualcuna parla di diritti delle donne viene irrisa, compatita, considerata una virago oppure una povera frustrata (per non dir peggio) che non ha trovato un cane che la volesse. Del nubilato di Rosy Bindi parlano tutti, con accenti che definire maligni è un complimento, del celibato (e dell’aspetto fisico) di Formigoni, nessuno.

Natascha che è sfuggita al suo “padrone” è sfuggita a tutto questo: a un sistema, e non a un semplice mostro, che ha le sue fondamenta nello sfruttamento e nell’umiliazione delle donne, della loro sensibilità e della loro intelligenza. A un sistema che, declinandosi come “neutro”, si fonda in realtà su una visione soltanto maschile, dove per affermare che le donne sono esseri umani completi si deve giungere a tragedie come quelle sopra accennate.   Si spera che questa fuga di Natascha, certo reale, ma anche altamente simbolica, rappresenti il passo decisivo verso una liberazione delle catene, materiali e morali, in cui a tutt’oggi le donne versano.E non si spaventino se le sbeffeggeranno ancora, se diranno che sono insoddisfatte, brutte, incarognite, lesbiche (non dimentichiamo l’eccelso Saia di An, che ha rivolto tale titolo – per lui offensivo – alla già nominata Bindi, con l’intento di umiliarla) e quant’altro. Quando il potere reagisce con violenza, significa che si sente aggredito. Del resto, al dolore le donne sono state abituate proprio dai loro “padroni”: ma non è che a loro piaccia, come tanta letteratura diffusa dai “padroni” ama decantare. E proprio per questo fuggono. Natascha ha voluto “una stanza tutta per sé”, non la gabbia preparata per lei dal suo “padrone”, e dichiarando di volersi sposare in futuro ha dimostrato che quell’intelligenza e sensibilità che per millenni il potere padronale e maschile le aveva negato in quanto donna, è rimasta intatta, pura, vergine. E questa è l’unica verginità onorevole per ogni Natascha sulla Terra, e questa la più bella lezione per tutti quanti si considerino “padroni”.  

Daniela Tuscano

(Per ascoltare l’intervista a Natascha: http://blog.libero.it/ascoltasifasera/1592847.html)

26 agosto 2006 at 9:03 7 commenti

LA LEZIONE DI NATASCHA

Vedi https://danielatuscano.wordpress.com/2006/08/26/la-lezione-di-natascha/

26 agosto 2006 at 9:03

ANTISEMITI SUL BLOG DI GRILLO!

Ci siamo. Dopo anni di menzogne, pretesti, scuse, ipocriti “distinguo” la verità è venuta a galla: l’antisemitismo, come avevo ampiamente denunciato https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/19/antisemitismo-nessuna-ambiguita/, non solo è più vivo che mai, ma si annida, ormai da tempo, anche presso gran parte di quell’”opinione pubblica” (?) di “sinistra” che, con la scusa della guerra in Libano, ha finalmente svelato il suo vero volto. E chi scrive è da sempre, visceralmente, di sinistra.E’ sufficiente dare un’occhiata, anche distratta, all’indegno topic di Beppe Grillo http://www.beppegrillo.it/2006/08/adolf_gibson.html  (dove lo stesso comico pare quasi schierarsi dalla parte dell’attore Mel Gibson, noto nemico degli ebrei) e alla stragrande maggioranza dei commenti ad esso connesso per rendersene conto. 

Beppe Grillo nello spettacolo 2004 presso il teatro tenda di Ragusa (foto di Luigi Nifosì)

Tralasciando l’abissale ignoranza di molti utenti (svarioni grammaticali da penna blu, “Isdraele” al posto di Israele, “maomettani” e amenità del genere) c’è da restare atterriti nel leggere parole come “razza ebrea”, “lobby ebraica”, “Israele fa paura”. Qualcuno ha scomodato persino i Protocolli dei Savi di Sion e altri, apertamente, hanno scritto “Hitler aveva ragione, Dio ha fatto bene a maledire un popolo di irriconoscenti” concludendo poi con un serafico “Pace a tutti”. Non si tratta del delirio di qualche pazzo: sono – ripeto – la maggioranza. E nel sito di Grillo, dove pure, per regolamento, gli interventi razzisti, violenti e/o discriminatori dovrebbero essere proibiti, essi trovano tranquillamente posto, alimentati anzi dall’attore stesso. Per non parlare di chi si rivolge agli altri interlocutori dando loro degli “ebrei” o dei “sionisti” (come se si trattasse di infamie). Né si contano gli osanna a Gibson, fino a ieri considerato (giustamente) un’icona della destra teo-con più truce, ma oggi rivalutato per “aver detto quello che molti pensano”, cioè che “gli ebrei sarebbero responsabili di tutte le guerre del mondo”. C’è pure (Ilaria D’Amico) chi esorta a farla finita col “vittimismo ebraico”, vale a dire con le “manie di persecuzione” degli “israeliti” sulla Shoah.Naturalmente si può e si deve criticare, anche duramente, la politica di Israele, così di qualsiasi altro Stato, se viola i diritti umani; ma è del tutto chiaro che qui lo scopo era un altro. Oggi stesso mi disiscriverò da quel Forum. Lo farò con dolore: Grillo era un artista che avevo sempre stimato. E’ però inevitabile, anche se non prima di aver segnalato a quanta più gente possibile (in particolare ebrei , anzi invito a  segnalare il blog grillesco a webmaster@ucei.it) dell’esistenza di quella “discussione” e della più che benevola tolleranza dimostrata dall’attore nei confronti dell’intollerabile. Visto che si sentono dalla parte del giusto e che gli ebrei sono “maledetti” non penso temano una denuncia, tanto un avvocato di Forza Nuova pronto a difenderli lo troveranno sempre… ma vedrete quanto sgomiteranno anche i sinistrissimi in kefiah, gli ex-terroristi non pentiti che ora siedono negli scranni parlamentari e si fanno chiamare onorevoli.Dovrei vergognarmi per loro. Ma è troppo poco. Io non ho niente a che fare con loro, non voglio essere mescolata a loro, non posso considerarli miei pari.  E il silenzio, di fronte a queste brutture, è acquiescenza. Il silenzio è complicità.

Daniela Tuscano

6 agosto 2006 at 9:31


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