LA LEZIONE DI NATASCHA

26 agosto 2006 at 9:03 7 commenti

Nell’ultimo mese sono assurti alla ribalta molti fatti di cronaca nera di cui sono rimaste vittime donne, ragazze o (in qualche caso) addirittura bambine. Donne, ragazze o bambine massacrate dai loro padri, mariti, fidanzati, fratelli, semplici conoscenti. Perché? Perché non erano buone musulmane, perché volevano vivere all’occidentale (e secondo lo stereotipo di certe mentalità ciò equivale a comportarsi né più né meno come prostitute), perché semplicemente erano donne.  

Non si trova, infatti, un perché che non sia ascrivibile nella categoria giudiziaria del “futile motivo”. Spesso si trattava di “extracomunitarie”, e com’era prevedibile s’è levata la salva di cori indignati contro la barbarie islamica e l’invasione dei clandestini che vogliono imporci il loro Medioevo, subito cavalcata, davanti alla consueta folla dei Talebani di casa nostra (i ciellini del Meeting di Rimini) dal cav. Silvio Berlusconi, già ribattezzato dal fondatore di Cl “l’uomo della Provvidenza”, che ha tuonato per l’Italia “italiana e cattolica”. Si sa che l’ecumenismo, per i ciellini, è una vera e propria iattura.  

Violenza anti-femminile endemica, verrebbe pertanto da dire. Poi però avviene un altro episodio strano e crudele. Dopo otto interminabili anni di prigionia riesce a fuggire, ancora del tutto lucida e consapevole, certa Natascha Kampusch, bianca, austriaca e cattolica, rapita bambina da un altro bianco, austriaco e cattolico, Wolfgang Priklopil, vicino di casa, tranquillo, educato ecc. L’aveva prelevata quando la ragazza aveva appena dieci anni e l’aveva tenuta fino all’altro ieri in un sotterraneo, dove le portava da mangiare, le insegnava a leggere, le diceva di chiamarlo “padrone”. “Volevo lei”, ha confessato Priklopil il quale, una volta scoperto, ha avuto almeno la saggia idea di gettarsi sotto un treno.  

In questo caso i soliti cori indignati sono pronti a gridare al maniaco, al pazzo, al pedofilo. In una parola, al “diverso”. “Diversi” i musulmani che sgozzano le figlie, o che le costringono ad abortire (ma Chamila, il sagrestano che ha trucidato in chiesa – in chiesa! – la povera Elena Lonati, era cristiano, e “cristiano” è pure il giudice che ha scarcerato dopo un solo giorno lo stupratore di una ragazza chietina), “diverso” Priklopil, che però fino a pochi giorni fa tutti consideravano un vicino, se non modello, almeno tranquillo. Così la nostra coscienza è salva, il nostro oscuro senso di colpa tacitato, i nostri “valori” intatti.   In queste ricostruzioni, lo sappiamo benissimo tutti in verità, c’è qualcosa che stride. E quello stridere, ciò che resta della nostra anima, faremmo meglio ad ascoltarlo questa volta. Non che siano inesistenti i problemi d’integrazione di alcune frange di cittadini stranieri e di religione differente, non che non esistano i maniaci e i pedofili: nella civilissima Olanda essi hanno addirittura fondato un partito e pretenderebbero il diritto a esprimere la loro “inclinazione” sessuale! Ma, solo da questi elementi, ci rendiamo conto che i “diversi” sono un po’ troppi. Non si tratta di un’esigua minoranza, come vogliamo credere. Possiamo ancora crogiolarci nella nostra illusione omicida (e suicida)?   Vediamo l’epilogo della vicenda Natascha. Essa riesce a evadere da uno che si faceva chiamare “padrone”. “Padrone”: come gli schiavi neri dovevano chiamare i signori bianchi, come i mariti, fratelli, figli delle ragazze musulmane si comportano come queste ultime.   Padroni di un corpo, di un’esistenza. Si è sentito padrone del corpo dell’amica il ragazzo algerino che l’ha violentata, ma se ne è sentito padrone anche il giudice che l’ha assolto. Si sono sentiti padroni i giudici italiani che scagionano l’ennesimo stupratore perché la ragazza portava i jeans, si sono sentiti tali gli stessi giudici della Cassazione che hanno concesso la condizionale al patrigno pedofilo di una ragazzina, con la motivazione che quest’ultima, essendo stata avviata alla prostituzione e quindi “non vergine” al momento della violenza, aveva senza dubbio subìto un trauma minore. Il mito della verginità come massimo onore della donna è un’invenzione tipicamente maschile, l’ossessione di poter disporre della sua sessualità, di dettarle legge. Si sono sentiti padroni di corpi i dirigenti televisivi e le loro comparse che si offrono come sensali di… incontri fra starlet in cerca di gloria e potenti mandarini della comunicazione di quarant’anni più anziani. Si sentono padroni i pubblicitari che ogni giorno, dal momento che il femminismo “non va più di moda”, sono tornati al mestiere preferito e comodo: esporre una certa quantità di carne femminile anche per reclamizzare un apriscatole. Si sentono padroni i proprietari di tv (soprattutto coloro che invocano l’“Italia cattolica e italiana”) quando ammanniscono trasmissioni in cui le “femmine” vengono degradate a puro oggetto decorativo. Sono padroni certi alti prelati che, ringalluzziti dall’esito “positivo” del referendum sulla fecondazione assistita, colgono ora l’occasione per sferrare un attacco decisivo al movimento di liberazione femminile, l’unico in grado di insidiare il loro potere imperiale, casto e misogino. Sono padroni i padroni della politica, che da anni sbarrano la strada alle donne in Parlamento, che solo nel 1996, nell’occidentale e civile Italia, hanno deciso (bontà loro) che la violenza sessuale è un reato contro la persona e non contro la morale e il buoncostume, com’era stato fino allora. Siamo padroni (e vittime) tutti noi, infine, che accettiamo questo stato di cose come normale e che anzi, non appena qualcuna parla di diritti delle donne viene irrisa, compatita, considerata una virago oppure una povera frustrata (per non dir peggio) che non ha trovato un cane che la volesse. Del nubilato di Rosy Bindi parlano tutti, con accenti che definire maligni è un complimento, del celibato (e dell’aspetto fisico) di Formigoni, nessuno.

Natascha che è sfuggita al suo “padrone” è sfuggita a tutto questo: a un sistema, e non a un semplice mostro, che ha le sue fondamenta nello sfruttamento e nell’umiliazione delle donne, della loro sensibilità e della loro intelligenza. A un sistema che, declinandosi come “neutro”, si fonda in realtà su una visione soltanto maschile, dove per affermare che le donne sono esseri umani completi si deve giungere a tragedie come quelle sopra accennate.   Si spera che questa fuga di Natascha, certo reale, ma anche altamente simbolica, rappresenti il passo decisivo verso una liberazione delle catene, materiali e morali, in cui a tutt’oggi le donne versano.E non si spaventino se le sbeffeggeranno ancora, se diranno che sono insoddisfatte, brutte, incarognite, lesbiche (non dimentichiamo l’eccelso Saia di An, che ha rivolto tale titolo – per lui offensivo – alla già nominata Bindi, con l’intento di umiliarla) e quant’altro. Quando il potere reagisce con violenza, significa che si sente aggredito. Del resto, al dolore le donne sono state abituate proprio dai loro “padroni”: ma non è che a loro piaccia, come tanta letteratura diffusa dai “padroni” ama decantare. E proprio per questo fuggono. Natascha ha voluto “una stanza tutta per sé”, non la gabbia preparata per lei dal suo “padrone”, e dichiarando di volersi sposare in futuro ha dimostrato che quell’intelligenza e sensibilità che per millenni il potere padronale e maschile le aveva negato in quanto donna, è rimasta intatta, pura, vergine. E questa è l’unica verginità onorevole per ogni Natascha sulla Terra, e questa la più bella lezione per tutti quanti si considerino “padroni”.  

Daniela Tuscano

(Per ascoltare l’intervista a Natascha: http://blog.libero.it/ascoltasifasera/1592847.html)

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LA LEZIONE DI NATASCHA SEMI DI SPERANZA… DIMENTICATI

7 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  29 agosto 2006 alle 16:05

    Leggere i commenti dei grandi media (conservatori e “progressisti”) sul caso Natascha è davvero istruttivo. Eccone un esempio.

    “La Repubblica”: Il racconto di Natascha sul rapitore: era parte della mia vita; “Il Messaggero”: Natascha difende il rapitore; Tg1 ore 8, la giornalista (donna) annuncia: “Sconvolgente: Natascha assolve il suo carceriere”.

    Sconvolgente cosa? L’”assoluzione” della ragazza? E perché, in che modo?Poi si spiega che la ragazza è vittima della sindrome di Stoccolma, vale a dire della dipendenza verso il criminale. Già. Ma alzi la mano quanti conoscono la sindrome di Stoccolma, e soprattutto quanti si soffermano a leggere (o ad ascoltare) le notizie: la maggioranza no di certo.E il messaggio che arriva qual è? Che la ragazza, tutto sommato, era consenziente. O che questo mostro tanto mostro poi non era. Le aveva anche dato un’istruzione, via. Perché questo sta alla base di ogni mentalità maschilista: la donna, in fondo in fondo, vuol essere violentata. Si capisce: animali da dominare. Alcuni stanno già lottando per accaparrarsi i diari di Natascha, con l’intento di farci un film, forse un serial, come Twin Peaks che spopolò anni fa; dietro la figura di un’innocente fanciulla dal sorriso smagliante il suo torbido passato di perversioni e di esperienze “forti”.

    A Milano sono stati arrestati dei ragazzini (il più giovane, 12 anni) per aver tentato uno stupro di gruppo ai danni di una 14enne romena. Dev’essere stato un passatempo, per loro, farsi una “femmina”. Del resto i messaggi che giungono loro dai mezzi di comunicazione (l’abbiamo visto poc’anzi) e dalla pubblicità, per non parlare della tv, sono inequivocabili. Sulla scuola, poi, meglio stendere un velo pietoso: la donna non esiste nemmeno, non ha mai fatto nulla d’importante, la guerra e la violenza dei tiranni famosi sono propagandate come conquiste di civiltà.

    I violentatori tunisini, poi, non hanno bisogno di commenti: vengono da tradizioni (ho parlato di tradizioni, non di cultura o religione: l’Islam in quanto tale non è più antifemminista del cristianesimo) per cui le donne, pardon le femmine, non contano nulla per il semplice fatto di esistere.Ma un paio di parole in più le merita il loro… datore di lavoro: pregiudicato, trascorsi nell’estrema destra, fu uno dei violentatori (nel ‘73) di Franca Rame, la moglie di Dario Fo, rapita e stuprata perché “rossa”. Non si era mai fatto un giorno di galera.

    Due giorni fa, in un locale pubblico, mi è capitato di ascoltare le conversazioni di due “normalissimi” ragazzini, uno dei quali aveva appena ricevuto la telefonata di controllo della mamma. Incuranti della mia presenza, così si esprimevano nei confronti di due coetanee che avevano occhieggiato: “Guarda che f… quelle, ma si tengono per mano ’ste maledette tr…”. Ripetuto tre o quattro volte. Li ho apostrofati con durezza. Loro sembravano più che altro stupiti: non capivano, cosa avevano detto di male? Già, per loro parlare così delle ragazze era una cosa normalissima.Una delle armi più micidiali che possiedono questi individui è il nostro silenzio. Silenzio comprensibile: per secoli le vittime di violenze sono state processate al posto degli aguzzini, e ancor oggi accade. E così ognuna crede di vivere col proprio dolore colpevole e inconfessabile che sconterà DA SOLA fino alla fine dei suoi giorni.Questa situazione non è più tollerabile. Anche perché è assai diffusa: non appena si entra in confidenza con qualche donna ci accorgiamo infatti che, nel 90% del casi, hanno subito violenza, in un modo o nell’altro.

    Le città vanno sempre più militarizzandosi. La sindachessa di Milano, Letizia Moratti, ha promesso pugno di ferro contro gli stupratori (specie se extracomunitari, naturalmente). Già da diverso tempo, in effetti, i luoghi dove viviamo non sono più sicuri. E non solo la sera, ma persino in pieno giorno.I quartieri diverranno così ancor più invivibili, rancorosi, lunari di quanto non siano ora. Terremo sigillati i nostri portoni, sempre più simili a una bocca che digrigna i denti.La sicurezza è certo un problema reale. Inutile lasciarsi andare a sterili buonismi. Purtroppo, come sempre, il problema è molto più complesso, e originario. Ma la Moratti non può capirlo. Non può capirlo come non può capir niente di donne, come non capiva niente della scuola. Sono “mondi” a lei completamente estranei. Alieni.

    Sbattere in galera uno stupratore è il minimo (e, come abbiamo visto, non è che accada poi così spesso). Ma prima di quello stupratore ci sono i brufolosi ragazzini cui ho accennato sopra. C’è un problema, insomma, educativo. Ci sarebbe da rivedere tutto un modo di comunicare: dai giornali, alle tv, alle pubblicità. E alla scuola. Ci sarebbe un intero sistema di “valori” (o di contro-valori) su cui questo mondo si è fondato praticamente da quando è nato. L’idea che esistano due esseri umani, e uno sia più… umano dell’altro. Non è raro trovare attivisti per i diritti civili dei neri, degli arabi, degli ebrei, dei gay che però restano inerti, o comunque non considerano poi gravissimo, che in tante parti del mondo, e anche da noi, le donne siano considerati oggetti. Se poi ciò avviene fuori d’Europa, beh, mica possiamo fare i razzisti, no? Ognuno ha la sua sacrosanta mentalità! C’è da giurare che se questa “mentalità” fosse stata a sfavore del nobile sesso maschile i nostri pseudo-paladini non sarebbero andati tanto per il sottile e non avrebbero mancato di cambiarla, fosse pure a suon di cannonate.Ci sarebbe da ascoltare le donne, e le donne militanti. La loro cultura, il loro paziente lavoro per la liberazione di TUTTI, non solo del genere femminile. Ma Moratti è una donna dalla mentalità maschile e aristocratica: di queste cose non glien’è mai importato un fico. Non possiamo aspettarci alcun gesto costruttivo da parte sua. Solo qualche pistolero in più. Come invoca Anna Falchi dalle pagine di “Repubblica”. Dove andremo a finire… 😦

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  7 settembre 2006 alle 7:10

    Una vita sospesa

    Non buttiamoci in modo voyeuristico sul caso di Natascha, la ragazza austriaca rapita a dieci anni e liberatasi a 18 dalla sua prigionia. Cerchiamo invece di capire dalle sue dichiarazioni ciò che la sua storia drammatica può rivelare a ciascuno di noi in ordine a quel che si muove nei meandri segreti e sconosciuti della nostra psiche. Il suo corpo oggi pesa 42 chili quanto il giorno del suo rapimento a dieci anni. E siccome il corpo è il più significativo tra gli indicatori psichici, al di là della possibile malnutrizione, dobbiamo pensare che il suo corpo ha registrato l´avvenuta sospensione della vita in quella stanza di due metri per tre dove Natascha ha passato il suo tempo leggendo. Ascoltandola traspare tutta la cultura accumulata.
    L´intervistatore della tv austriaca, Worm, ha dichiarato: «Sembrava di parlare con una laureata dalla volontà invincibile». Quindi con una ragazza non mentalmente degradata dalla prigionia, ma educata dalla lettura, che le ha dato eloquio, metafore, connessioni logiche ed educazione del cuore. Primo insegnamento: la cultura educa anche in situazioni parossistiche ed estreme, e la volontà si forma non tanto nell´abbondanza e nella gratificazione, quanto nella privazione e nella determinazione sostenuta dal progetto (nel suo caso la conquista della libertà).
    Del suo rapitore che si è suicidato parla con rispetto: «Nessuno si deve togliere la vita». Non lo accusa: «Perché non è qui per potersi difendere». Afferma che: «faceva parte della sua vita quotidiana, negli ultimi anni cucinava per lui e spesso con lui guardava la televisione la sera». A proposito di questo rapporto in molti hanno parlato di «sindrome di Stoccolma» con riferimento all´ostaggio che si innamora del suo rapitore.
    Niente di più falso. Se avete esperienza di bambini maltrattati e chiedete loro un giudizio sui loro genitori, immancabilmente questi vi risponderanno che i loro genitori sono buoni. Perché se così non fosse e se il bambino così non pensasse, si vedrebbe preclusa ogni possibilità di vita.
    E allora le forze della vita, anche nelle più terribili condizioni, dipingono un quadro accogliente al di là di ogni dato di realtà, per poter continuare a vivere.
    Ne deriva un secondo insegnamento: Natascha a dieci anni si è comportata come i bambini maltrattati. Ha negato la terribile realtà dipingendosela come accettabile, per poter sopravvivere. Anche i deliri, con cui gli psichiatri definiscono la negazione della realtà, in certe circostanze sono indispensabili per continuare a vivere.
    L´intervista si è svolta nell´Ospedale Generale di Vienna dove la ragazza, mai visitata da medici durante la sua prigionia, è sottoposta a controlli per problemi di cuore. Non sappiamo se a seguito della denutrizione o come effetto dello stress da liberazione. Ma in senso metaforico il cuore di Natascha sembra sappia far risuonare tutte le corde del sentimento invece di quelle del ri-sentimento.
    Sentimento di rispetto per il suo rapitore, sentimento di attesa serena per l´incontro con i suoi genitori, sentimento di speranza e di aiuto per tutte le giovani vittime del crimine a cui Natascha destina tutti i ricavi per la vendita all´estero dei diritti dell´intervista (rilasciata gratuitamente alla televisione austriaca).
    Di qui il terzo e ultimo insegnamento: se in tutte le ingiustizie, anche le più terribili che ci possono capitare nella vita, occupiamo il nostro cuore con il sentimento e non col risentimento, allora il nostro cuore davvero ci aiuta a vivere, perché il sentimento è una forza potente, mentre il risentimento risucchia la forza e rattrappisce l´anima.
    Se evitiamo la curiosità morbosa e il voyeurismo, Natascha, proprio col dramma della sua adolescenza negata, oggi ci ha raccontato una storia bellissima da cui possiamo solo imparare come si fa, nonostante tutto, a vivere.

    Umberto Galimberti (”la Repubblica”)

    Rispondi
  • 3. micky  |  10 settembre 2006 alle 9:13

    Stimo molto Galimberti anche se dissento, in questo caso specifico, su alcune sue riflessioni.
    A pelle, e forse non è una buona motivazione, sento che quella ragazza nonè sincera e che qualcosa non torna…
    Per dirne solo una: la ragazza che parlava in tv l’altra sera non pesava affatto 42 chili nè può avere recuperato peso in due settimane.
    O la stampa ci marcia e ci gioca o…
    Non sò dire di più, adesso, ma mi attendo sviluppi.
    Resta incontestabile il dolore provato e la follia umana raggiunta; nonchè la grandezza del Filosofo, capace di un’analisi mai banale.

    Michela

    Rispondi
  • 4. monica  |  15 settembre 2006 alle 9:53

    Sono d’accordo con Micky.
    Ho pensato sin dal primo momento che ci sia qualcosa che non torna.
    L’unico segno di stress in lei sono le unghie smangiucchiate.
    Ma per quanto riguarda il peso, assolutamente no: quella ragazza pesa sicuramente più di 50 kg. E dico poco.
    Ho in famiglia una anoressica……..e so cosa vuol dire essere mt 1,60 e pesare 40 kg.
    La morte è vicina.
    Vi assicuro che non è questo il caso. Ha un viso florido. E dovrebbe essere alta mt1,30-1,40 per essere 42kg.
    (mi piacerebbe se tu parlassi anche della ragazza “resuscitata” dopo un’ora e mezza: come mai non se ne è saputo più niente? E OVVIAMENTE ATTENDO CHE TU INSERISCA QUALCOSA SU ORIANA FALLACI. Sono certa che non mancherai)

    Rispondi
  • 5. danielatuscano  |  16 settembre 2006 alle 7:17

    Sinceramente non vi capisco. Può darsi che Natascha non fosse anoressica. Poniamo che il suo carceriere l’avesse rifocillata a dovere. In quel caso era forse meno colpevole?

    O bisogna necessariamente sospettare della ragazza? Io non sospetto. E’ stata comunque una storia orribile, di cui lei, e solo lei, e quel che m’importa è la sua salute fisica e mentale.

    Della donna risvegliata confesso di sapere poco: per questo non mi pronuncio.

    Riguardo, infine, alla Fallaci. L’ho saputo oggi a mezzogiorno. E sbagli, Monica: preferirei non parlarne. Davanti alla morte, specie se dolorosa, il riserbo s’impone. E non solo quello. Provo tanta tristezza. Anzi, desolazione. Le mie idee su di lei sono note.

    I recenti libri di questa donna hanno arrecato un male incalcolabile alla pace, al dialogo e, anche, all’educazione dei giovani. Si trattava di libelli disseminati d’odio, falsi e bugiardi, ed è inutile fingere di dimenticarlo. Una morte non “santifica” automaticamente tutto quanto è stato compiuto su questa terra. Gli atti di Fallaci sono state le sue opere, e le sue opere finali le conosciamo (o almeno lo spero). La sua intelligenza non l’assolve, anzi, in questo caso è un’aggravante.

    La si definisce una donna coraggiosa. Nei confronti della malattia, può darsi (ne ho conosciute molte altre, non famose come lei, che non sono state coraggiose, ma martiri). Per le sue idee, no davvero. Lei spingeva alla guerra (santa) contro il crudele musulmano, e lo faceva dal suo attico a New York, e le sue tesi sull’Islam – facilmente contestabili da un ragazzo di seconda superiore appena informato – trovavano spazio sulle prime pagine di un quotidiano prestigiosissimo; e veniva pagata a peso d’oro.

    Quanto alle idee “condivisibili o meno”… se a scriverle fosse stato Bin Laden avremmo gridato tutti all’orrore, e giustamente; però le ha scritte Oriana Fallaci, europea, occidentale, e allora era una “vivace polemista”.

    E’ un momento triste. Io posso pregare per lei, ma non mi si chieda di più. Per ora.

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  12 settembre 2006 alle 18:19

    Io non so se Natascha abbia mentito. A me non pare.

    Resta l’epilogo della storia, e non mi sembra il caso di abbandonarsi a dietrologie. La vicenda è, resta, chiara, specialmente il senso della stessa. Queste situazioni kafkiane sono purtroppo reali.

    Rispondi

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