LE PAROLE DEL PADRE. Il testo dell’orazione funebre pronunciata dalla scrittore israeliano David Grossman ai funerali del figlio Uri, morto in Libano

29 agosto 2006 at 8:46 2 commenti

Mio caro Uri, sono ormai tre giorni che quasi ogni pensiero comincia con «non». Non verrà, non parleremo, non rideremo. Non ci sarà più questo ragazzo dallo sguardo ironico e dallo straordinario senso dell´umorismo. Non ci sarà il giovane uomo dalla saggezza molto più profonda di quella dei suoi anni, dal sorriso caloroso, dall´appetito sano. Non ci sarà quella rara combinazione di determinazione e delicatezza. Non ci saranno il suo buon senso e l´assennatezza del suo cuore. Non ci sarà l´infinita tenerezza di Uri e la tranquillità con cui placava ogni tempesta, non vedremo insieme i Simpsons o Seinfeld, non ascolteremo con te Johnny Cash e non sentiremo il tuo abbraccio forte e rassicurante.
 Uri, figlio di David Grossman

Non ti vedremo camminare e parlare con Yonatan (il fratello maggiore ndr) gesticolando con foga, abbracciare Ruti (la sorella più piccola ndr), a cui volevi tanto bene. Uri, amore mio, per tutta la tua breve vita abbiamo imparato da te. Dalla tua forza e dalla determinazione di seguire la tua strada, anche quando non avevi possibilità di riuscita. Abbiamo seguito stupefatti la tua lotta per essere ammesso al corso di comandanti di tank. Non ti sei arreso ai tuoi superiori, sapevi di poter essere un buon comandante e non eri disposto a dare meno di quanto potevi. E quando l’hai spuntata, ho pensato, ecco un ragazzo che conosce semplicemente e lucidamente le sue possibilità. Senza pretese, senza arroganza. Che non si lascia influenzare da quello che gli altri dicono di lui. Che trova la forza dentro di sé.

Sei stato così fin da piccolo. Vivevi in armonia con te stesso e con chi ti stava intorno. Sapevi qual era il tuo posto, eri consapevole di essere amato, conoscevi i tuoi limiti e le tue virtù. E davvero, dopo aver piegato l’intero esercito, ed essere stato nominato comandante, era chiaro che tipo di comandante e uomo eri. E oggi i tuoi amici e i tuoi subordinati raccontano del comandante e dell’amico, di quello che si alzava per primo per organizzare tutto e che si coricava solo dopo che gli altri già dormivano. E ieri, a mezzanotte, ho guardato la casa, che era piuttosto in disordine dopo che centinaia di persone sono venute a farci visita, a consolarci, e ho detto, eh sì, adesso ci vorrebbe Uri per aiutare a sistemare.

David Grossman

Eri il «sinistroide» del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua «politica dei posti di blocco», perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco. Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi.

Quando sei partito per il Libano la mamma ha detto che la cosa che temeva di più era la tua «sindrome di Elifelet». Avevamo molta paura che, come l’Elifelet della canzone, anche tu saresti corso dritto in mezzo al fuoco per salvare un ferito, che saresti stato il primo a offrirti volontario per portare il rifornimento di munizioni esaurite da tempo. E lassù, in Libano, in quella dura guerra, ti saresti comportato come hai fatto per tutta la vita, a casa, a scuola e durante il servizio militare, offrendoti di rinunciare a una licenza perché un altro soldato aveva più bisogno di te, o perché a casa di quell’altro c’era una situazione più difficile.

Eri per me figlio e amico. Ed era lo stesso per la mamma. La nostra anima è legata alla tua. Vivevi in pace con te stesso, eri una persona con cui è bello stare. Non sono nemmeno capace di dire ad alta voce quanto tu fossi per me qualcuno con cui correre. Ogni qualvolta arrivavi in licenza dicevi: vieni papà, parliamo. Di solito andavamo a un ristorante, a sedere e a parlare. Mi raccontavi così tanto, Uri, ed ero orgoglioso di avere l’onore di essere il tuo confidente, che uno come te avesse scelto me.

Ricordo quanto fossi indeciso una volta se punire un soldato in seguito a un’infrazione disciplinare. Quanto per te quella decisione fosse sofferta perché avrebbe scatenato la rabbia dei tuoi sottoposti e degli altri comandanti, molto più indulgenti di te riguardo a certe infrazioni. E infatti, punire quel soldato ti è costato molto da un punto di vista dei rapporti umani ma proprio quell’episodio si è trasformato in una delle storie cardinali dell’intero battaglione, che ha stabilito certe norme di comportamento e di rispetto delle regole. E nella tua ultima licenza mi hai raccontato, con timido orgoglio, che il comandante del battaglione, durante una conversazione con alcuni nuovi ufficiali, ha portato la tua decisione come esempio di un giusto comportamento del comandante.

Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te. Ma so che essere il figlio di Michal (la moglie di David Grossman ndr) vuol dire crescere con generosità, grazia e amore infiniti, e tu hai ricevuto tutto questo. Lo hai ricevuto in abbondanza, e hai saputo apprezzarlo, hai saputo ringraziare, e niente di quello che hai ricevuto era scontato per te.

In questo momento non dico nulla della guerra in cui sei rimasto ucciso. Noi, la nostra famiglia, l’abbiamo già persa. Israele ora si farà un esame di coscienza, noi ci chiuderemo nel nostro dolore, attorniati dai nostri buoni amici, circondati dall’amore immenso di tanta gente, che per la maggior parte non conosciamo, e che io ringrazio per l’illimitato sostegno.
Vorrei che sapessimo dare gli uni agli altri questo amore e questa solidarietà anche in altri momenti. È forse questa la nostra risorsa nazionale più particolare. Vorrei che potessimo essere più sensibili gli uni nei confronti degli altri. Che potessimo salvare noi stessi ora, proprio all’ultimo momento, perché ci attendono tempi durissimi.

Vorrei dire ancora qualche parola.

Uri era un ragazzo molto israeliano. Anche il suo nome è molto israeliano, ebreo. Uri era il compendio dell’israelianità come io la vorrei vedere. Un’israelianità ormai quasi dimenticata. Spesso considerata alla stregua di una curiosità. Talvolta, guardandolo, pensavo che fosse un ragazzo un po’ anacronistico. Lui e Yonatan e Ruti. Bambini degli anni cinquanta. Uri, con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. Uri sempre in «prima fila», su cui poter contare. Uri con la sua profonda sensibilità verso ogni sofferenza, ogni torto. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente Era un ragazzo con dei valori, parola molto logorata e schernita negli ultimi anni. Nel nostro mondo a pezzi e crudele e cinico non è “tosto” avere dei valori. O essere umani. O sensibili al malessere del prossimo, anche se quel prossimo è il tuo nemico sul campo di battaglia.

Ma io ho imparato da Uri che si può e si deve essere sia l’uno che l’altro. Che dobbiamo difendere noi stessi e la nostra anima. Insistere a preservarla dalla tentazione della forza e da pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dal disprezzo degli altri, che sono la vera, grande maledizione di chi vive in una area di tragedia come la nostra. Uri aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione, di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva e faceva, ed era questo a proteggerlo dalla contaminazione, dalla deturpazione e dal degrado dell’anima.

Uri era anche un ragazzo buffo, incredibilmente divertente e sagace ed è impossibile parlare di lui senza riportare alcune sue “trovate”. Per esempio, quando aveva tredici anni, gli dissi: immagina che tu e i tuoi figli un giorno potrete recarvi nello spazio come oggi si va in Europa. E lui rispose sorridendo: «Lo spazio non mi attira molto, si può trovare tutto sulla terra». O un’altra volta, mentre viaggiavamo in automobile, io e Michal parlavamo di un nuovo libro che aveva suscitato molto interesse e nominavamo scrittori e critici. Uri, che allora aveva nove anni, ci richiamò dal sedile posteriore: «Ehi, voi, elitisti, vi prego di notare che qui dietro c’è un piccolo sempliciotto che non capisce niente di quello che dite!».

O per esempio Uri, a cui piacevano molto i fichi, con un fico secco in mano: «Dì un po’, i fichi secchi sono quelli che hanno commesso peccato nella loro vita precedente?». O ancora, una volta che ero indeciso se accettare un invito in Giappone: «Come puoi non andare? Sai cosa vuol dire essere nell’unico Paese in cui non ci sono turisti giapponesi?».

Cari amici, nella notte tra sabato e domenica, alle tre meno venti, hanno suonato alla nostra porta. Al citofono hanno detto di essere «gli ufficiali civici». Sono andato ad aprire e ho pensato, ecco, la vita è finita.

Ma cinque ore dopo, quando io e Michal siamo entrati nella camera di Ruti e l’abbiamo svegliata per darle la terribile notizia, Ruti, dopo il primo pianto, ha detto: «Ma noi vivremo, vero? Vivremo come prima. Io voglio continuare a cantare nel coro, a ridere come sempre, a imparare a suonare la chitarra». Noi l’abbiamo abbracciata e le abbiamo detto che vivremo. E Ruti ha anche detto: che terzetto stupendo eravamo, Yonatan, Uri e io. E siete davvero stupendi. E anche le coppie all’interno del terzetto. Yonatan, tu e Uri non eravate solo fratelli ma amici, nel cuore e nell’anima. Avevate un mondo vostro e un vostro linguaggio privato e un vostro senso dell’umorismo. Ruti, Uri ti voleva un bene dell’anima. Con quanta tenerezza si rivolgeva a te. Ricordo la sua ultima telefonata, dopo aver espresso la sua felicità per la proclamazione all’Onu del cessate il fuoco, ha insistito per parlare con te. E tu hai pianto, dopo. Come se già sapessi.

La nostra vita non è finita. Abbiamo solo subito un colpo durissimo. Troveremo la forza per sopportarlo dentro di noi, nel nostro stare insieme, io, Michal e i nostri figli e anche il nonno e le nonne, che amavano Uri con tutto il cuore – «Neshuma», lo chiamavano, perché era tutto Neshamà, anima – e gli zii e i cugini e tutti i numerosi amici della scuola e dell’esercito che ci seguono con apprensione e affetto. E troveremo la forza anche in Uri. Aveva forze che ci basteranno per tantissimi anni. La luce che proiettava – di vita, di vigore, di innocenza e di amore – era tanto intensa che continuerà a illuminarci anche dopo che l’astro che la produceva si è spento. Amore nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

Papà, mamma, Yonatan e Ruti.

David Grossman (www.peacelink.org, http://www.zam.it/home.php?id_autore=357, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/01/intervista-a-hussein-ragazzo-libanese/)

Note: Uri Grossman è morto in Libano, ucciso da un razzo Hizbollah, il 13 agosto scorso.
 

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SEMI DI SPERANZA… DIMENTICATI FACCIO CINEMA SENZA SPERANZA – Il testamento poetico di Pasolini

2 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  30 agosto 2006 alle 9:43

    Difficile, praticamente impossibile commentare questo testo… Non se ne avrebbe nemmeno il diritto, solo Grossman può parlare del, e al, proprio figlio.

    Eppure non riesco a non aggiungere qualcosa anch’io. Qualcosa di estremamente frammentario, goffo, limitato, ma…

    …ma, chissà perché, questa vicenda mi ha fatto venire in mente Rosso Malpelo. Molti ricorderanno questo personaggio, per averlo incontrato almeno una volta nella vita, a scuola. Rosso era un “diverso” che la cattiveria umana aveva condannato, senza alcuna speranza di riscatto. Rosso non si aspettava nulla dagli uomini e sapeva che lo attendeva un destino spaventoso. Malgrado ciò, contro ogni logica, persino contro ogni ragionevolezza, continuava, a suo modo, ad amare. Non riusciva a vivere senza amore. Non ce l’ha fatta a diventare cinico e questa è stata la sua “colpa”. Quando ha perso l’ultimo legame affettivo è rimasto schiantato.

    Difficile, anzi impossibile (ragionevolmente impossibile) riuscire a non odiare in una situazione come quella arabo-israeliana. E invece si può. Ce l’hanno dimostrato Uri e suo padre, che ha incarnato quell’ideale di pace e di fraterna convivenza che sempre ha trasmesso nei suoi libri, ce l’ha dimostrato il padre del ragazzino palestinese ucciso a mitragliate, fra le sue braccia, nel corso di una sparatoria coi soldati israeliani.

    Voglio salutare anch’io Uri, non però con parole mie, ma con quelle di un grande poeta palestinese, Samih al-Qasim, che sembrano state scritte per lui:

    BIGLIETTO DI VIAGGIO

    Quando sarò ucciso, uno di questi giorni
    l’assassino troverà in tasca i biglietti di viaggio
    uno verso la pace
    uno per i campi di pioggia
    uno
    verso la conoscenza dell’umanità
    (ti prego non sprecare i biglietti mio caro assassino ti
    prego di partire…)

    Rispondi
  • 2. d.  |  25 gennaio 2007 alle 18:41

    Credo leggerete con grande emozione ciò che segue. Dino

    Lasciate vivere i nostri bambini
    Nurit PELED-ELHANAN
    [Premio Sakharov* del Parlamento Europeo]

    Nata nel 1949, israeliana, docente universitaria, possiede un MA in Letteratura comparata. È figlia del famoso generale Matti Peled, conosciuto per le sue battaglie pacifiste e progressiste.
    La figlia di Nurit Peled-Elhanan, Smadar, 13 anni, era tra le vittime dell’attentato suicida commesso tre anni fa a Gerusalemme Ovest da un kamikaze palestinese.
    “Quando mia figlia è morta, ho impedito alla disperazione di accecarmi” ­dice Nurit­ e ho pronunciato un discorso che ha suscitato scalpore, centrato sulla responsabilità di una politica miope che non vuole riconoscere i diritti dell’altro e fomenta l’odio e gli scontri.
    Da quando ha reso pubbliche le sue idee, è diventata il simbolo di quell’Israele che preme per una soluzione negoziata della crisi e porta alta la bandiera di “due popoli, due stati con uguali diritti”.

    Nurit Peled-Elhanan
    Lasciate vivere i nostri bambini.

    Bassam Aramin ha passato 9 anni in una prigione israeliana per essere stato un membro di Fatah nel distretto di Hebron e per aver cercato di tirare una granata ad una jeep dell’esercito israeliano che stava pattugliando l¹Hebron occupata. Mercoledì mattina, un soldato israeliano ha sparato in testa a sua
    figlia di nove anni, Abir. Il soldato non passerà neanche un’ora in prigione. In Israele, i soldati non vengono incarcerati per aver ucciso arabi. Mai. Non importa se gli arabi sono vecchi o bambini, reali o potenziali terroristi, manifestanti pacifici o lanciatori di pietre.
    L’esercito non ha aperto nessuna inchiesta sulla morte di Abir Aramin. Né la polizia né le corti hanno indagato nessuno. Non ci sarà nessuna inchiesta. Per quanto riguarda le Forze di Difesa Israeliana (IDF) lo sparo non è mai avvenuto. La versione ufficiale dell¹esercito israeliano sulla sua morte, dichiara che lei sia stata colpita da un sasso lanciato da uno dei suoi compagni di classe contro “le nostre forze”.

    Noi che abitiamo in Israele sappiamo che le pietre tirate da un bambino di dieci anni non fanno saltare i cervelli. Così come vediamo invece tutti i giorni le jeep israeliane circondare i bambini palestinesi mentre vanno o tornano da scuola, salutarli con stun-bombs, pallottole di “gomma” e gas lacrimogeni.

    Una pallottola è penetrata nel cranio di Abir Aramin, mentre usciva da scuola con sua sorella. L¹ho vista subito dopo all’Ospedale di Hadassah, dove dormiva calma in un immenso letto di ospedale. Il volto di Abir era bianco. I suoi grandi occhi chiusi. In quel momento, il suo cervello era già clinicamente morto, ed i dottori stavano decidendo se permettere anche al
    resto di lei di farlo. Ho visto chiaramente che la sua testa era stata ferita da uno sparo alle spalle. Un giovane studente che ha testimoniato il suo ferimento ha riferito ai giornalisti che la polizia israeliana di frontiera, parte dell’IDF, ha perseguitato le ragazze appena sono uscite dagli esami a scuola. Le ragazze erano spaventate e sono iniziate a scappare. La polizia di frontiera le ha inseguite nella direzione in cui cercavano di fuggire. Abir aveva paura e si è fermata davanti ad uno dei negozi che si trovano al bordo della strada. Io stavo vicino a lei. Il poliziotto di frontiera ha sparato attraverso un foro speciale che hanno sul finestrino della jeep che si trovava molto vicino a noi. Abir si è accasciata per terra.Io ho visto che stava sanguinando dalla testa.

    Abir Aramin è morta. I dottori dell’Hadassah non comunicheranno ai genitori ed amici la causa della sua morte. Suo padre, Bassam Aramin, è uno dei fondatori dei Combattenti per la Pace. I miei figli Elik e Guy, che hanno servito l¹esercito israeliano come soldati nei territori occupati, sono anche loro membri. Sono amici intimi di Bassam. Bassam ci ha raccontato che
    non potrà riposare finché l’assassino di sua figlia non lo convincerà che una bambina di nove anni, Abir, aveva minacciato la sua vita o la vita degli altri soldati presenti nella jeep. Ho paura che lui non avrà mai l’opportunità di riposare.

    Abir Aramin si è unita, nel regno sotterraneo dei bambini morti, ai migliaia di altri bambini uccisi in questo paese e nei territori occupati. Lei sarà accolta dalla mia piccola bambina, Smadar. Smadar è stata uccisa nel 1997 da un attentatore suicida. Se il suo assassino fosse sopravissuto, sono certa
    che sarebbe stato spedito in prigione per il suo crimine, e la sua casa demolita insieme al resto della sua famiglia.

    Allo stesso tempo, mi siedo con sua madre Salwa e cerco di dirle “Siamo tutti vittime dell¹occupazione”. Mentre lo dico so che il suo inferno è molto più terribile del mio. L¹assassino di mia figlia ha avuto la decenza di uccidere se stesso quando ha ucciso Smadar. Il soldato che ha ucciso Abir sta probabilmente bevendo birra, giocando backgammon con i suoi amici e andando in discoteca la sera. Abir è in una tomba.

    Il padre di Abir era un guerriero, che ha combattuto contro l’occupazione ­ufficialmente un “terrorista” anche se è una strana logica quella che definisce coloro che resistono l’occupazione e la privazione della propria gente come terroristi. Bassam Aramin, è ancora un combattente ­ ma come
    attivista per la pace. Lui sa, come so anch’io, che la sua piccola ragazza ora morta porta con sé nella tomba tutte le ragioni di questa guerra. Le sue piccole ossa non hanno potuto sopportare il peso della vita, della morte, della vendetta e dell¹oppressione con i quali ogni bambino arabo è costretto
    a crescere.

    Bassam, come mussulmano deve passare una prova ­ come uomo di onore non deve cercare vendetta, non deve arrendersi, non deve trascurare la lotta per la dignità e la pace nella sua terra. Quando mi ha chiesto dove ho trovato la forza per andare avanti, gli ho detto l¹unica cosa alla quale potevo pensare: dai bambini che ci sono stati lasciati. La sua altra bambina, i miei altri tre figli. Dagli altri bambini palestinesi ed israeliani che
    hanno il diritto di vivere senza che i più anziani li forzino ad essere occupanti o occupati. La così chiamata illuminazione, il mondo occidentale non coglie cosa sta accadendo qui. L’intero mondo illuminato rimane in disparte e non fa nulla per salvare le bambine dai loro assassini soldati.
    Il mondo illuminato accusa l’Islam, come una volta colpevolizzava il nazionalismo arabo, per tutte le atrocità che il mondo non-islamico sta infliggendo ai mussulmani. L’occidente illuminato ha paura delle bambine con il velo in testa. E’ terrorizzato dai bambini con la keffia. Ed in Israele, i bambini sono educati ad aver paura, più di tutto, dei frutti dell’utero
    mussulmano. Per questo quando diventano soldati non vedono nulla di male nell’uccidere i bambini palestinesi “prima che crescano”. Ma Bassam e Salwa e tutti noi ­Ebrei ed Arabi vittime dell’occupazione israeliana ­vogliamo vivere insieme così come moriamo insieme. Vediamo i nostri figli sacrificati sull’altare di una occupazione che non ha nessuna base nella legge o nella
    giustizia. E, fuori, il mondo illuminato giustifica il tutto e manda altri soldi agli occupanti.

    Se il mondo non rientra in senno, non ci sarà altro da dire o da scrivere o da ascoltare in questa terra se non il pianto silenzioso del mattino e le voci mute dei bambini morti.

    Nurit Peled-Elhanan 2007

    Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Teresa Maisano

    *IL SENSO DI QUESTE CANDIDATURE
    Izzat Ghazzawi [l’altro premiato, cittadino palestinese, presidente dell’Unione degli scrittori palestinesi, docente presso l’università Birzeit] e Nurit Peled, con la loro esperienza e il loro impegno, rendono concreta la speranza di una soluzione negoziata e pacifica del conflitto palestino-israeliano. La loro tragedia (perdere due figli) non li ha resi nemici, il dolore non si è tramutato in odio, ma è diventato energia per trovare il modo di rispettare i diritti degli uni e degli altri. Non si tratta soltanto di premiare due persone che hanno perso i loro figli. Il loro agire è esempio che supera i confini del conflitto israelo-palestinese per diventare modello di comportamento universale, dove la non violenza e la pratica del riconoscimento dei diritti di ognuno vanno valorizzati e riconosciuti.

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