“NON NE FACCIAMO UNA QUESTIONE DI ISLAM” – L’assassinio di suor Leonella

19 settembre 2006 at 10:08 7 commenti


Image“Per carità non ne facciamo una questione di Islam, non è così. Non vorremmo che si associasse quello che è accaduto a cose indebite, è il gesto di estremisti isolati. La gente somala vuole bene alle sorelle. Proprio il sacrificio di Leonella dimostra che si può convivere. Ha insegnato a ragazzi e ragazze di Mogadiscio di fede musulmana per due anni, nel rispetto reciproco delle proprie convinzioni religiose. La vita di suor Leonella continuerà proprio in quei giovani”: a parlare è suor Gabriella Bono, madre superiora delle Missionarie della Consolata, raggiunta dalla MISNA nella casa generalizia di Nepi (Viterbo) in Italia. “Poco prima che le altre consorelle partissero per Nairobi ci hanno detto – aggiunge la superiora delle missionarie della Consolata – che la casa di Mogadiscio era piena di gente, di somali in lacrime che erano andati a testimoniare la loro vicinanza e il loro dolore per l’accaduto”.

Fonti della MISNA a Nairobi confermano intanto l’arrivo della salma di suor Leonella nella capitale keniana. Dall’aeroporto il corpo della religiosa è stato subito trasferito alla Funeral House. A Nairobi sono appena arrivate anche le altre suore che da anni gestiscono l’ospedale SOS di Mogadiscio (suor Marzia, suor Annalisa e suor Gianna Irene) e che non avevano mai lasciato la capitale somala neanche nei momenti più difficili. Non è ancora chiaro quando le missionarie rientreranno in Somalia.
La presenza delle missionarie della Consolata a Mogadiscio è stata continua e costante, anche quando la comunità internazionale decise di abbandonare l’ex-colonia italiana, lasciandola sprofondare nell’anarchia e nel caos. “Una presenza delicata, sicuramente, ma ripagata dall’amore incondizionato della gente” dice alla MISNA una missionaria della Consolata che ha chiesto di restare anonima. “Quando nel 1998 suor Marzia, una delle missionarie che ora si trova a Nairobi, venne rapita – ricorda la religiosa – furono le donne di Mogadiscio (circondando la casa in cui era trattenuta da giorni) a costringere i rapitori a rilasciarla con un ‘sit-in’ pacifico fatto di canti e grida”. “Suor Leonella è stata un dono prezioso di vita; continuerà a vivere – sottolinea la superiora della Consolata – come continueranno a vivere i frutti del suo lavoro, quei giovani e quelle giovani che ha formato a Mogadiscio e che proprio in questi giorni avevano concluso il primo corso da infermieri. Il sorriso di suor Leonella, il suo credere alla vita nonostante tutto, la sua passione per la vita, continueranno nei gesti dei giovani che ha formato e che anche grazie ai suoi insegnamenti potranno salvare altre vite” aggiunge ancora la superiora.Suor Leonella non apparteneva alla piccola comunità della Consolata di Mogadiscio, ma a quella di Nairobi. Da qualche anno però coordinava un corso per infermieri organizzato all’interno dell’ospedale ‘SOS’ della città somala e faceva la spola tra Nairobi e Mogadiscio, dove restava per circa sei mesi l’anno. La religiosa era tornata in Somalia solo da qualche giorno. “Lei se lo sentiva. Era cosciente del pericolo eppure ha sempre scelto di mettere completamente in gioco la sua vita per gli altri. È questo il suo messaggio per noi e per la gente somala che ha sempre amato” conclude suor Gabriella Boni. (a cura di Massimo Zaurrini)

“Corti Islamiche” condannano il delitto “Condanniamo l’assassinio di questa religiosa. E’ un atto barbaro e contrario agli insegnamenti dell’Islam (… ) noi siamo desolati per quello che è accaduto”: lo ha detto lo sceicco Muktar Robow, vice responsabile per la sicurezza del Consiglio supremo islamico di Somalia (Sics), a proposito dell’uccisione di suor Leonella, al secolo Rosa Sgorbati, la religiosa della Consolata uccisa stamani da due uomini armati in un ospedale della zona sud della capitale somala. Secondo Robow, uno dei due sarebbe stato già arrestato. Nata a Piacenza nel 1940, Rosa Sgorbati era suora dal 1963; aveva svolto la sua missione in Kenya dal 1970 al 2002 e da quattro anni insegnava in una scuola di infermieri professionisti nell’ “Ospedale Sos” di Mogadiscio. Oltre a suor Leonella, sarebbe stato ucciso anche un uomo che la scortava.

Direttore sala stampa Vaticana all’ANSA Commentando “con infinita tristezza” l’uccisione di una suora a Mogadiscio – ferita da colpi d’arma da fuoco e deceduta dopo il ricovero in ospedale – padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, ha detto all’agenzia Ansa: “Mi pare che sia un episodio frutto della violenza e dell’irragionevolezza, pensando soprattutto all’attuale situazione che non ha motivo e fondamento…Seguiamo con preoccupazione le conseguenze di questa ondata di odio sperando che non portino a conseguenze gravi per la chiesa nel mondo”. Fonti raggiunte dalla MISNA a Mogadiscio e in Italia riferiscono che restano confuse e contraddittorie le notizie sull’agguato e non esistono finora elementi concreti per collegare l’uccisione di una suora alle “reazioni” di ambienti islamici al “caso” suscitato dall’errata interpretazione di un passaggio della Lectio Magistralis tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre in Germania. La suora è stata raggiunta da colpi d’arma fuoco ed è spirata dopo essere stata ricoverata.

Il nipote esclude legame con parole del Papa

Paolo Villa, nipote della religiosa uccisa a Mogadiscio, rispondendo a una domanda di un giornalista dell’Ansa sulla possibilità che suor Leonella sia stata uccisa da integralisti in relazione alle parole di Papa Ratzinger, ha detto: “Io non credo che sia legato a questo. La situazione a Mogadiscio era rischiosa già da tempo. Noi per ora sappiamo solo che è stata uccisa, che le hanno sparato e che con lei è morta anche una guardia del corpo, ma nulla di più. Per adesso siamo in contatto con le suore del suo ordine e da loro stiamo apprendendo ulteriori notizie sulla vicenda”. Il 5 ottobre del 2003, a Barana, nel Somaliland, ‘stato sovrano’ autoproclamato nel 1991, composto da cinque regioni amministrative del nord-ovest della Somalia, venne uccisa – in circostanze e per motivi mai del tutto chiariti – la missionaria laica Annalena Tonelli ; era nata a Forli, aveva 60 anni e aveva trascorso in Somalia oltre 20 anni. ““I musulmani – diceva la Tonelli – mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato a Dio. Mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio”. In Somalia vennero uccisi nel marzo 1994 anche la giornalista italiana Ilaria Alpi e l’operatore televisivo Miran Hrovatin; poco meno di un anno dopo un altro operatore della Rai, Marcello Palmisano, morì nel rogo dell’auto su cui viaggiava con la giornalista Carmen Lasorella, in seguito all’attacco di alcuni uomini armati.

Messaggio del presidente della Repubblica

Per l’uccisione di suor Leonella, è stato diffuso il seguente messaggio del presidente della repubblica Giorgio Napolitano: “La notizia del barbaro assassinio di suor Leonella e della sua guardia del corpo nell’ospedale pediatrico di Mogadiscio, dove la religiosa assolveva alla sua missione umanitaria rappresenta un crimine orrendo. E’ stata colpita una donna che aveva dedicato la sua vita al servizio dei più deboli, dei più indifesi e dei più bisognosi, al di là di ogni distinzione etnica o religiosa, offrendo una esemplare testimonianza di amore e di dedizione alla causa della solidarietà e della pace tra i popoli. Profondamente addolorato per questo atto crudele, che richiama alla memoria un lungo e tragico elenco di vittime della ferocia e dell’odio in una terra così travagliata esprimo, a nome del popolo italiano e mio personale, i sensi del più profondo cordoglio ai familiari, ai collaboratori, ai confratelli e alle consorelle di suor Leonella”.

Dichiarazione di “Aiuto alla Chiesa che soffre” “Bisogna ricordare anche che episodi di violenza contro religiosi cristiani in Somalia non sono nuovi e che le corti islamiche che si contendono il potere minacciano continuamente gli stessi somali cristiani; inoltre, in Africa, fenomeni di banditismo locale che alle volte hanno tra le loro vittime dei religiosi sono all’ordine del giorno”: lo ha detto all’agenzia Ansa Attilio Tamburrini, direttore di “Aiuto alla Chiesa che soffre” (Acs) che da alcuni anni studia casi di “intimidazione e violenza” verso le comunità cristiane di tutti i continenti e pubblica ogni anno un rapporto sulla libertà religiosa nel mondo. Tamburrini, pur non potendo “escludere un legame tra l’agguato alla suora e le reazioni alle parole del papa” ha ricordato che in Somalia “è in corso una guerra interna da parecchio tempo, ed è senz’altro un paese tipico dove queste cose possono accadere”. Secondo il direttore di Acs, la mappa dei paesi in cui i religiosi e i missionari cattolici sarebbero più a rischio include oggi il Pakistan, alcune zone dell’India (in particolare al confine col Pakistan), l’ Afghanistan, il Sudan e l’ Egitto dove però “il papa copto ortodosso della Chiesa egiziana Shenouda III è già intervenuto per calmare gli animi”.
Missionari della Consolata http://it.ismico.org/content/view/1482/1/

(Vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/islam-e-pace-islam-e-pace-aprile-2002/)

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PACE! PACE! MORATTI FINANZIA LE SCUOLE PRIVATE

7 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  22 settembre 2006 alle 7:15

    Da “la Repubblica” 26 settembre 2006

    Indonesia, fucilati i tre cattolici ignorato l´appello del Papa

    Giustiziati ieri sera in un luogo segreto: erano accusati di strage di 122 musulmani
    Laici, cristiani e anche islamici insieme per cercare di salvarli. Il dolore del Vaticano

    CITTÀ DEL VATICANO – Fucilati perché cattolici. Fabianus Tibo (60 anni), Marinus Riwu (48 anni) e Domingus Da Silva (42 anni), i tre indonesiani cristiani accusati di aver organizzato il massacro di 122 musulmani sull´isola di Solawesi, in Indonesia, tra maggio e luglio 2000, ieri sera sono stati giustiziati in un luogo segreto, presso Palu, la città dove erano detenuti. Inutili tutti gli appelli fatti pervenire alle autorità indonesiane – papa Ratzinger in testa – per bloccare l´esecuzione. La sentenza – resa nota dall´avvocato dei tre, Roy Rening, e diffusa in tarda serata dalla Comunità di S. Egidio – è stata eseguita poco dopo la mezzanotte, le 18 di ieri in Italia, alla fine di una giornata convulsa, che ha visto prendere forma una inedita alleanza tra esponenti laici, cattolici e persino alcuni leader musulmani in difesa dei tre condannati a morte. Alleanza per molti versi sorprendente, perché nata malgrado il clima di forte contestazione che ancora ieri aleggiava in molte aree mediorientali al discorso fatto da Ratzinger a Ratisbona. «Una notizia tristissima e dolorosa», il primo commento a caldo del portavoce papale, il gesuita padre Federico Lombardi. Nel ricordare «tutti gli sforzi» fatti dal Pontefice per salvare la vita ai tre, padre Lombardi ha aggiunto che «ogni volta che viene eseguita una pena capitale è una sconfitta per tutta l´umanità». Fortemente deluso anche il cardinale Roger Etchegaray, presidente emerito del Pontificio consiglio di giustizia e pace: «Il Santo Padre ha sperato fino all´ultimo che il suo appello venisse accolto. E´ un triste momento per tutti. Al di là della vicenda, che non conosco a fondo, va sempre ricordato che la vita, dono di Dio, ha un valore incalcolabile. Provo un dispiacere profondo».
    Oltre al Papa, in difesa della vita di Tibo, Riwu e Da Silva, era intervenuto anche il governo italiano con il ministro degli Esteri Massimo D´Alema con una richiesta fatta, due giorni fa, negli Usa al suo collega indonesiano. Ma appelli fino all´ultimo sono stati lanciati anche da Amnesty International, da numerose associazioni cattoliche indonesiane (rappresentano circa il 50 per cento della popolazione), e persino da quattro leader musulmani che hanno preso parte al recente meeting interreligioso di Assisi organizzato dalla Comunità di S. Egidio. Si tratta dell´ayatollah iraniano Muhammad Ali Tashiri, del giudice El Halabi Abbas, di Mohammad Sammak, consigliere politico del Gran Mufti del Libano, di Saoud El Maolua, rappresentante della fondazione libanese Shamseddine per il Dialogo. I quattro ieri avevano chiesto alle autorità indonesiane un gesto di clemenza finalizzato a provare «ancora una volta – si legge nell´appello – che la giustizia è un principio fondamentale nell´Islam». Tutto vano. Come pure inutili sono stati gli estremi tentativi fatti dalla Santa Sede, che già era intervenuta con Benedetto XVI presso il presidente indonesiano Susilo Yudhoyono il 12 agosto scorso, data fissata inizialmente per l´esecuzione, ottenendo solo un rinvio della sentenza. Il nunzio apostolico in Indonesia – si è appreso in Vaticano – ieri inutilmente ha tentato di farsi ricevere dal presidente indonesiano per rinnovargli l´appello del Papa. Anzi, sembra che le autorità indonesiane abbiano preferito accelerare la «procedura», negando persino «i conforti religiosi ai tre condannati a morte – lamenta padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, l´agenzia stampa del Pime, il Pontificio istituto per le missioni estere. «Sono stati condannati dopo un processo sommario – accusa Cervellera – senza prove certe e senza i testimoni della difesa. Non sono stati autorizzati nemmeno i funerali per il timore di rivolte. E´ stata una sentenza scritta da tempo, ma che gli integralisti islamici hanno fortemente voluto anche sulla spinta dell´attuale clima di violenza che si respira verso i cattolici e le istituzioni ecclesiali cattoliche».

    Orazio La Rocca

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  1 ottobre 2006 alle 9:18

    Indonesia: Amnesty International condanna le tre esecuzioni

    L’esecuzione, avvenuta ieri in Indonesia, di Fabianus Tibo, Dominggus da Silva e Marinus Riwu, rappresenta un grave passo indietro nella battaglia per l’abolizione della pena di morte nel mondo. È quanto afferma Amnesty International, che si dice profondamente addolorata per il fatto che le esecuzioni siano state portate a termine, nonostante negli ultimi mesi questi tre casi avessero avviato un ampio dibattito sull’uso della pena capitale in Indonesia.

    In un mondo che continua ad affrancarsi dalla pena di morte, le tre esecuzione di ieri costituiscono un’anomalia. Questi omicidi di Stato sono tanto più inaccettabili in quanto vi erano forti dubbi sull’equità del processo.

    Tibo, da Silva e Riwu erano stati condannati a morte dal tribunale distrettuale di Palu (Sulawesi centrale), nell’aprile 2001, per omicidio premeditato e incitamento alla rivolta, negli sviluppi di un conflitto etnico che aveva incendiato il distretto di Poso nel maggio 2000. Secondo quanto verificato da Amnesty International, il processo era stato iniquo. La giuria aveva ignorato le dichiarazioni dei testimoni chiamati dalla difesa; il processo si era svolto in un clima di intimidazione, con l’esterno del tribunale presidiato da manifestanti armati di pietre che chiedevano la condanna a morte dei tre imputati e con gli avvocati difensori minacciati di morte; infine, una bomba era stata rinvenuta nell’abitazione di uno dei consulenti della difesa. Tuttavia, le autorità indonesiane non avevano ritenuto opportuno riesaminare il verdetto.

    In qualità di Stato membro del Consiglio dei diritti umani e avendo da poco ratificato il Patto internazionale dei diritti civili e politici, l’Indonesia ha perso ieri l’opportunità di imitare le Filippine – che hanno abolito la pena di morte a giugno – e alimentare in Asia sudorientale la tendenza verso un maggiore rispetto dei diritti umani con la protezione del principale di essi, quello alla vita.

    Almeno 90 persone si trovano nei bracci della morte indonesiani. Le tre esecuzioni di ieri sono le prime registrate da Amnesty International dal maggio 2005 e alimentano i timori che ve ne possano essere ulteriori.

    Amnesty International chiede alle autorità indonesiane di assumere misure immediate verso l’abolizione della pena di morte, sospendendo le esecuzioni in programma e commutando tutte le condanne a morte.

    Roma, 22 settembre 2006

    Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
    Amnesty International Italia – Ufficio stampa
    Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

    Rispondi
  • 3. elena  |  9 ottobre 2006 alle 13:21

    Tolleranza Olandese

    Rita Verdonk, ministro Olandese per L’integrazione e l’immigrazione, ha recentemente emanato alcune proposte: vorrebbe bandire il burqa islamico da tutti i luighi pubbbici,ha suggerito che i cittadini olandesi debbano esprimersi in pubblico esclusivamente in olandese,gli agenti polizia riceveranno un premio se riusciranno ad arrestare un certo numero di immigrati clandestini.

    L’Olanda che un tempo sivantava di essere il più liberale e tollerante del mondo…il fatto che gli olandesi stessi abbiano conquistato la loro libertà dai vincoli religiosi e sociali in tempi assai recenti…la cultura laica di “sesso,droga e rock’n’roll” risale agli anni sessanta: prima la società olandese era ancora organizzata secondo ferree direttive religiose. In confronta ad alri paesi, l’Olanda ventava una tradizione di tolleranza…questo non significa essere cosmopolita..qui la tolleranza spesso significa indifferenza. Fino a poco tempo fa gli immigrati venivano trascurati, i loro problemi ignorati, e i politici che facevano fosche previsioni per l’avvenire venivano subito tacciati di razzismo

    In una società cosmopolita le persone di diverse culture possono mescolarsi come cittadini che ggodono di uguali diritti, ma difficile che un immigrato venga accettato nella società olandese come un qualunque cittadino, non perchè gli olandesi siano intolleranti, ma perchè la società olandese assomiglia a un club esclusivo, con le sue regole di condotta i suoi codici privati, i suoi entusiasmi nazionali, il suo sentimentalismo monarchico e un senso comune di intimità familiare.

    Per ridurre al minimo la seduzione delle violenza religiosa è essenziale fare in modo che i musulmani europei si sentano accettati come cittadini.Ma dire ai musulmani europei che le loro religione è retrogada e la loro cultura è inferiore nn è il sistema miglore per farli sentire ben accetti.Gli olandesi come molti europei, vedono ancora l’integrazione in termini di cultura, anzikè di leggi e istituzioni.La parte migliore del multiculturalismo potrà essere ancora salvata, ma solo se siamo capaci di andare lotre la semplice tolleranza e diventare veramente cosmopoliti

    Rispondi
  • 4. danielatuscano  |  9 ottobre 2006 alle 18:02

    Ringrazio Elena per questo bel commento, su cui prometto di tornare con maggior calma. E’ un contributo prezioso per una più completa informazione sul fenomeno. Sempre più mi rendo conto che la nemica prima da combattere è l’IGNORANZA (e il suo parente prossimo, il pregiudizio).

    Rispondi
  • 5. andrea  |  13 ottobre 2006 alle 16:20

    da una parte bisogna combattere l’ignoranza,dall’altro non dobbiamo tacere quando siamo noi vittime dell’intolleranza…

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  14 ottobre 2006 alle 7:19

    😦 Da “La Repubblica” 14 ottobre 2006 (grassetti miei)

    Iraq, decapitato un prete ortodosso

    “Cristiani, via da Mosul e dall´Iraq finché siete in tempo». Minacce affisse sui muri di gran parte delle moschee della città più importante del nord dell´Iraq a cui padre Amer Iskander, 50 anni, cristiano di rito siriaco ortodosso non aveva dato gran peso. «Siamo figli di questa terra prima ancora di essere cristiani», era solito ripetere ad amici e fedeli, «Dobbiamo rimanere qui perché il nostro paese ha bisogno anche di noi». Si sbagliava purtroppo. Aveva sottovalutato l´odio montante nei confronti dei cristiani dopo il discorso di Ratisbona del papa sull´Islam. E così lo hanno prima rapito e due giorni dopo barbaramente decapitato. Il suo corpo è stato ritrovato ieri, orribilmente mutilato, nella zona industriale della città. Il fatto che fosse un nazionalista convinto e che avesse pubblicamente già preso le distanze, affiggendo manifesti sui muri dalla sua chiesa, da ciò che Benedetto XVI aveva detto in Germania non è servito a salvargli la vita. Per liberarlo hanno chiesto un riscatto di 350mila dollari. «Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a raccogliere tutti quei soldi – ha detto il cardinale Shlemon Warduny, vice patriarca della chiesa caldea – e per questo lo hanno ucciso».
    Non sono molti i cristiani in Iraq. Cattolici o ortodossi che siano. Il tre per cento dell´intera popolazione (22 milioni) ai tempi di Saddam, che non li ha mai discriminati, assai meno tre anni dopo la sua uscita di scena. Chi poteva, perché ricco o con parenti all´estero, se n´è già andato. In 35 mila, secondo fonti della chiesa siriaca irachena, sarebbero già all´estero o perché direttamente minacciati o per evitare di essere coinvolti nelle violenze inter religiose. Ma in tanti sono rimasti perché non avevano alternative se non quella di provare a cambiare nome per evitare di essere individuati. Già, perché per non essere ammazzati sta accadendo anche questo. «Ma mimetizzarsi non è facile oltre che rischioso», spiega al telefono da Mosul, Petrus, 60 anni e quattro figli. Squadroni della morte dragano le città a caccia di infedeli. E Mosul in questo orrore è sicuramente al primo posto. Mentre Bagdad appare, per ora, solo un poco più “tollerante”, anche se appena una settimana fa un prete caldeo, padre Saad, 45 anni, ha vissuto una brutta avventura. Prelevato all´uscita dalla sua chiesa è stato nelle mani dei rapitori soltanto poche ore. Il tempo necessario perché fedeli e parenti raccogliessero i soldi del riscatto, poche migliaia di dollari, per fortuna. Ma sono state ugualmente ore terribili, di ingiurie, percosse e torture sotto forma di bruciature di sigaretta di cui Saad porta ancora i segni su tutto il corpo.
    Solo il Consiglio degli ulema, maggiore organizzazione religiosa sunnita in Iraq, ha condannato «l´uccisione vigliacca» di padre Iskander. In un comunicato, i giureconsulti sunniti affermano che il prete ortodosso «era noto per le sue posizioni nazionaliste e contro l´occupazione» e sostengono anche che «la sua comunità aveva preso le distanze dalle dichiarazioni del Papa sull´Islam e il suo generoso Profeta Maometto». Da qui la ferma condanna di un omicidio «che ha il solo obiettivo – scrivono gli ulema – di innescare un conflitto religioso tra figli della stessa Nazione».

    (Renato Caprile)

    Addio padre Iskander, credevi nella pace. Ti voglio bene.

    Rispondi
  • 7. Petalo Ss  |  15 ottobre 2006 alle 4:59

    Quando si studiano a scuola, o all’università, le guerra di religione, soprattutto quelle + emblematiche medievali e moderne, viene quasi da pensare che per fortuna quegli anni bui e di terrore che hanno riempito di martiri la chiesa cattolica, ma molto di più chi gli andava contro, siano finiti… ed invece… un cavolo (anche se vorrei utilizzare il termine + colorito che meglio si presta all’indignazione che provo) niente è finito, la storia si ripete “si dice in giro”, e tutto questo mi da una rabbia dentro che potrei scrivere cose a sproposito. Mi auguro che ci sia veramente il Dio per la quale combattono con tanta foga e che nel momento giusto li giudichi e li condanni con la stessa ferocia inaudita che hanno saputo riversare verso gli innocenti….. moltiplicandola all’infinito mi pare ovvio.

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