Archive for ottobre, 2006

COSI’ COME SONO – Figli Down, dono e ricchezza

Una donna sempre in movimento, allegra, con qualche vezzo nel vestire. “Sì, sono piuttosto vanitosa”, ammette candidamente Marianna Della Frera. Giovane, due occhi immensi spalancati sul mondo, mi accompagna nell’ampia sala che si affaccia sul giardino di una pianura lombarda ancora tutta da scoprire, fatta di colori cangianti, di botteghe artigiane, di piccole vite. Gloria, la figlia, ci accoglie con un sorriso aperto e disarmante. Ha quattro anni. “E’ una bambina vivace, dolce e affettuosa – spiega Marianna – e, nonostante sia così piccola, mostra già i segni di una grande determinazione e grinta. E’ il sole di ogni mattino e, per noi, è perfetta così com’è”.

La chiama “speciale”, Marianna. “Mentre altri la considerano diversa. Forse è stato proprio il suo arrivo, così improvviso e sconvolgente, che la rende così esclusiva ai miei occhi”, aggiunge.

Antoine Watteau, Gilles

Antoine Watteau, Gilles

 

La decisione di avere un bambino era maturata a poco a poco, dopo cinque anni di matrimonio. “Io e Roberto, mio marito, abbiamo scelto consapevolmente di diventare genitori. L’evento non si è fatto attendere e nell’arco di brevissimo tempo, la notizia della gravidanza”. Che è stata accolta con gioia e trepidazione, ma Marianna e Roberto ignoravano che, di lì a nove mesi, quei sentimenti sarebbero stati offuscati “da una semplice ma dolorosa parola: ‘Down’”.“La notizia, in un primo momento, ci ha scioccati. O, forse, solo spaventati: fino ad allora la sua diversità ci era del tutto sconosciuta e temevamo di non essere all’altezza della situazione”.Proprio da quell’istante, probabilmente, Gloria ha cominciato a trasmettere a Marianna e a Roberto quella forza che essi non pensavano di avere. Proprio in quell’istante Gloria ha lottato per avere il meglio, che quel cromosoma in più nel suo patrimonio genetico sembrava destinato a toglierle. “La condizione di Gloria è tuttora spiegata come un ‘incidente genetico’ e, come tale, impossibile da evitare. Un bambino su 850 nasce con la sindrome di Down”. Un “incidente” come tutte le nascite, in fondo, che – ricordava Ungaretti – sono “atti contro natura”: tentativi che l’uomo compie per uscire dalla condizione di minorità, in cui il ventre della madre lo trattiene e verso il quale è attratto per sempre. Ma il prezzo per crescere è recidere quel legame, o meglio, renderlo spirituale, ed è quanto accomuna Gloria a tutti i bambini e a tutti gli esseri umani di ogni tempo. Una lotta, quella di Gloria, più nuda perché più indifesa: “Abbiamo cominciato ad amarla da subito e, grazie alla nostra famiglia e ai nostri amici, in particolare grazie al loro affetto (sincero, non pietistico), ci siamo sentiti gratificati non solo come genitori, ma come persone”. Mentre Marianna prosegue il suo racconto, comprendo che la sua piccola Gloria ha infuso altra forza non solo in lei, ma in chi la circondava: ha spezzato le ipocrisie, col suo sorriso disarmato ha costretto ad abbandonare i languori dolciastri e, anche in questo caso, ha preteso e ottenuto il meglio: ha puntato, vogliamo dire, sulla qualità dell’amore. “Sì, tanto più che ci siamo ritrovati soli in questa impresa. Da parte dei medici, intendo, non abbiamo ricevuto alcuna attenzione. Nessuna informazione, nessuna risposta alle nostre domande. Mi sforzo di pensare che tutta questa incompetenza sia dovuta principalmente alla nostra realtà provinciale, ma, confrontandoci con altri genitori, ci siamo resi conto che il supporto manca un po’ dappertutto”, riflette Marianna. Il tono è sconsolato, ma non accusatore, come ci si aspetterebbe e come sarebbe giusto. Quell’assistenza che le è venuta a mancare, e di cui l’ignavia di ognuno di noi verrà punita senza misericordia, le è però stata offerta dalla rete di conoscenze, amicizie, affetti “qualificati” che Gloria ha cominciato a esigere da subito: “Gloria ha un fluido magico”, scherza Marianna.

La prima tappa è stato l’incontro con l’Associazione genitori e persone con sindrome di Down (Agpd, www.sindromedidown.it), che a tutt’oggi, per Marianna e Roberto, è un punto di riferimento anche per condividere esperienze e sentimenti con altri genitori. “Tutti volontari – confida Marianna – che hanno sentito l’esigenza di creare una struttura che potesse mettere a fuoco tutte le potenzialità della persona Down, per aiutare quest’ultima e i suoi genitori a integrarsi sempre più nella società”. Quella società che scarta ed esclude, ma che verrà sconfitta proprio dalla sua stessa, fredda selettività, contro cui sorgono sempre più, e da ogni parte, uomini e donne “di comunione”. “La nostra realtà è spesso circoscritta in luoghi comuni e immagini stereotipate – conferma Marianna -. Qui, come in altri campi, è fondamentale la comprensione della diversità come valore culturale. In tal senso ci si aspetterebbe una preparazione da parte della scuola, nella speranza che possa formare coscienze più attente, aperte e culturalmente preparate ad affrontare la vita, quella vera…”. La scuola è anch’essa affidata a volontari, amica. “Purtroppo, se la strada è questa, cerchiamo di percorrerla fino in fondo. Io mi propongo anche come parte attiva presso istituti e circoli”.

E così Gloria ha somministrato a Marianna e alla sua famiglia un’altra robusta “iniezione di forza”: la forza della consapevolezza. Sapere che la cosiddetta diversità non è qualcosa da nascondere, ma nemmeno da correggere: “per noi è perfetta così com’è”, significa infatti partire da un dato di totale realtà, essere immersi in un qui e ora assolutamente urgente e palpabile, quasi carnale, che pone domande precise, d’amore, di sapienza, di speranza, e che esige risposte altrettanto precise. Non è Gloria, non sono Marianna e Roberto, che devono in realtà integrarsi, ma è il mondo intero che dovrebbe fermarsi di fronte alla richiesta di un bambino, a una istanza di umanità. “Una società può dirsi civile solo se rispetta le minoranze”, diceva Gandhi; dopo questo incontro con Marianna non sono più così sicura su cosa veramente significhi “minoranza”. Forse l’ennesimo tradimento del nostro misero vocabolario, mentre negli occhi di Gloria, e in quelli di Marianna, si specchiano i volti di quei moltissimi che abbiamo relegato in un cantuccio della nostra cattiva coscienza. Ed è probabilmente per lo stesso motivo, per quella volontà e quella fatica di contenere, quasi di avvolgere quei moltissimi, che lo sguardo di Gloria e di Marianna è così vasto e abbacinante.

Daniela Tuscano 

 

 

 

TESTIMONIANZE (a cura di Donatella)

 

I miei tormenti di madre non finivano mai: apprensioni meno soffuse di quelle di una madre che hanno figli normali.
Io pensavo per Maria e i miei pensieri si aggiungevano a suoi, si sovrapponevano e li anticipavano.

maria e la mamma, foto P.Parenti Forse per Maria non sarebbe mai stato fonte di chissà quale conflitto interiore quel suo incedere un pò goffo o quella postura dimessa e geometricamente imperfetta, ma per me sì!
Io mi sentivo in diritto di attuare dei tentativi per far accrescere, ricercandole all’esterno, dei nuovi sistemi di comportamento che si occupassero del corpo affinchè fosse modulato all’armonia, allo stile, alla gentilezza e al buon gusto. Potevo ritenere che cambiare il suo rapporto con il corpo al fine di armonizzarlo l’avrebbe migliorata in quegli aspetti così abitudinari e necessari come camminare in modo ritmico e personalizzato o assumere delle posture comuni alla maggioranza.

A cinque anni Maria ha indossato scarpette e tutù e ha frequentato una scuola di danza e palestra.
La danza classica l’ha, in effetti, molto corretta e aiutata. Lei non no lo sa, ma è stato così.
Come il pattinaggio a rotelle. E chi se ne frega se Maria non ha fatto gare, ma sa pattinare, fa il suo bel percorso con il massimo del gusto.
E pensare che aveva una gran paura dei pattini.
Sa pattinare e a soffrirne maggioraramente è stato il suo culo.

Non è certo questione di culo, o non solo. No! E’ esposizione, rischio e coraggio. Spiegare, raccontare alle altre madri, ma prima ancora a Maria il senso, l’obiettivo e la speranza intesa come cura, terapia.

Se una cosa non escludeva l’altra il motivo era ed è che occorre abbattere innanzitutto il nostro immobilismo. Il mio, ma in particolare il suo che è una staticità simpatica e cromosomicamente naturale, come una spiccata tendenza al dolce far niente e quindi proiettata verso l’inevitabile regressione del corpo, della mente e dello spirito.

Il pattinaggio, fare judo, danza classica, sciare, nuotare, camminare, correrre, scalare gli alberi e suonare, suonare il flauto, conoscere, a sua insaputa, un linguaggio e un modo di comunicare mistico e globale, erano una cura. Come il tennis che impone tempismo, colpo d’occhio, rapidità e il superamento dell’ostacolo: la pallina colpita di dritto o di rovescio deve superare la rete e ricadere in un punto delimitato da segni bianchi.

Un cuore che pulsa

Una bambina, una ragazzina down che diventa atleta nel momento in cui tiene una racchetta in mano o inforca i pattini è fenomeno due volte ma riunciare alla funzione terapeutica sarebbe stato persino più avvilente e nulla e nessuno mi avrebbe distolto dal grande senso di colpa per non aver offerto e conferito, attraverso l’attività sportiva, quell’armonia e quello stile, anche di vita, di cui Maria aveva assoluta necessità. Un bisogno estetico che l’avrebbe contraddistinta per sempre.
Rosa e Maria, foto P.Parenti Badare all’infelicità o alla felicità di Maria avendo dei punti fermi a cui aggrapparmi e tendere, come una fede, come un dogma, che via via si trasforma e quasi si compromette con “il fare” nel coraggio di lottare, di sopravvivere e di far vivere mia figlia il più normalmente possibile, questo io facevo.

La domanda “dove mi porti mamma?” prevedeva un significato ben più ampio di quello in uso comunemente. Le mie “stravaganze” calzavano a pennello su Maria e mai la bambina mi è parsa a disagio oppure infastidita o, peggio ancora, sovraesposta a causa di una intensità agonistica spasmodica e frenetica. Maria non è mai andata in sovraallenamento ma, semmai, è riuscita ad apprendere da tutti gli insegnamenti che ogni maestro le ha saputo impartire. L’equliibrio dal maestro Lucio e ferree regole di comportamento che un’arte marziale impone. La grazia e le buone maniere, il rendersi conto di avere un corpo e di essere materia manipolabile che può “combinarsi” con l’etica e l’estetica.
Il sentirsi oggetto di forze naturali che ci fanno sbandare e andar di lato e i pattini o gli sci o l’acqua ci fanno rilevare che dobbiamo conoscere e padroneggiare la mente e il corpo sapendo gestire le nostre paure.
E la musica ci fa entrare, più di ogni altra cosa, nello spirito e nell’essenza di un mondo che possiamo solo avvertire.

Maria è una quattordicenne graziosa, sveglia, attenta ma è sempre così facile enfatizzare le sue cadute. Una “zuccata” di Maria non è omologabile a quella di una ragazzina “normale.” Non lo è per il modo in cui viene derisa, non lo è per la maniera con la quale ridono di lei. E’ la differenza della risata che sottolinea la diversità: Maria è scema.
Questo è quello che continua ad infastidirmi della società, perchè dipende anche dalle persone che sono intorno a noi che vogliono diabolicamente vedere “il diverso” dove il diverso non c’è più.
Maria ha solo desiderio “degli altri” per dare e ricevere, per stimolare ed essere stimolata, per imparare, apprendere ed insegnare.
Occhietti mongoli, occhietti a mandorla che vedono e sentono, gambe e braccia e mani, un cuore che pulsa e una mente e uno spirito che punta diritto verso gli obiettivi di tutti: vivere e morire nel migliore dei modi. Per esserci e per lasciare tracce di sé.


Io sapevo tutto.

Io sono un’insegnante di sostegno e mi occupo del disagio e dell’handicap. Io so che fu Langdon Down il primo, mi pare nel lontano 1866, a proporre una descrizione minuziosa dell’aspetto fisico e della condizione mentale dei bambini da lui considerati come rappresentanti immaturi della grande razza mongola, i “mongoloidi” appunto, e anche come modelli di una regressione verso una tipologia orientale primitiva.

Sara e Maria. Sara e Maria. Mio Dio. Sara è sempre stata così reattiva, sensibile ma al tempo stesso pragmatica. Dicono che mi assomigli molto. Sara ha saputo reagire nello spazio di un minuto e dallo strazio di un viso sgomento di un’ espressione devastata e lacerata è passata a tramutarsi in quei pochi secondi in forme che hanno assunto sostanza e contorni ben precisi. Lei che mi raccontava di quando avrebbe “passato” le sue cose alle sorelle e con lei avrebbe giocato, parlato, confidato e, a sua volta sarebbe stata confidente, è come se d’improvviso si fosse negata tutto questo. Sara è diventata guerriera. Maria era solo una bambina malata bisognosa di costanti e continue cure e lei era disposta a rinunciare a tutti i suoi sogni pur di aiutare sua sorella ad avere una vita.maria e saraEra come se Sara sapesse che la sua personale lotta, e la lotta di tutti noi, doveva essere combattuta non solo contro quel maledetto cromosoma ma soprattutto “contro” l’altra gente. E mio marito. Mio marito che avrebbe voluto il maschio si ritrovava un’altra figlia e perdippiù mongoloide. Un esserino minuto, malato e piangente. Gianni desiderava un maschio. Il desiderio non si è avverato ed è giunto un dolore fortissimo e il dolore si è trasformato in non accettazione. Gianni è maschio. Gianni è uomo. Ma una madre, una donna non può concepire, sì non può concepire, di non accettare. Questa dannata parola, questo verbo mi ha sempre fatto male. Accettare. Non accettare. Lottare non lottare. Sopportare non sopportare. Fare non fare. Ma non sono, forse due facce della stessa medaglia? E io, e noi, abbiamo lottato e lottiamo. L’abbiamo fatto e lo facciamo.Mi interessa cambiare le regole e non il cromosoma. Mi interessa modificare le modalità d’intervento sull’individuo nella società in quella comunità che, da subito, ha rifiutato e rigettato i sentimenti di una madre. Una madre che ha pensato, ha naturalmente pensato, che avrebbe dovuto vestire, accudire, nutrire per sempre una figlia. Era questo il mio futuro?Dopo tre giorni ero fuori dalla camera d’ospedale. Maria no. Maria era intubata. Aveva bisogno d’ossigeno. E già i medici, gli infermieri, gli ospedali. Tutto come cinqunt’anni fa. Routine solo routine. Per l’istituzione i percorsi dell’handicap non prevedono il cambiamento di schemi consolidati. No! Una madre non può nutrire delle speranze. Non deve avere speranza. Non deve credere di poter modificare il corso degli eventi. E così si ritiene che sia inutile prepararsi ad affrontare medicalmente una maternità diversa. Anzi la differenza è bandita e volgarizzata con l’indifferenza e quel devastante silenzio di tutte le persone oneste che creano, loro sì, la tragedia. E i medici sono persone oneste e i loro silenzi incompetenti e brutali hanno contribuito a farmi sentire madre di bambina handicappata.

 

 

Annunci

31 ottobre 2006 at 10:46 9 commenti

IL SIGNIFICATO DELLA VITA

Un’esperienza controversa
Einstein dice: “Colui che considera la sua vita destituita di qualsiasi significato, non solo è infelice, ma è anche incapace di vivere”.  Egli parte dal presupposto che il conoscere il perché delle cose e soprattutto il senso della vita è l’assillo che affiora spesso nella ricerca dell’uomo. Nell’esperienza del singolo, nel suo impatto con la nascita, la morte, la sofferenza,. .. l’interrogativo si ripropone, magari con veemenza. Pertanto, è ragionevole e importante trovare un orientamento per la vita.

  Perché vivere?
Ogni uomo volendo ragionevolmente progettare la sua vita, va alla ricerca di un senso, di una ragione per agire. La domanda fondamentale è: Perché vivere?
Essa si fa ancora più pressante di fronte alle diverse  situazioni “insensate” ed assurde della creazione (la condizione transitoria delle creature: nascono, soffrono, muoiono, si eliminano a vicenda in nome dell’ecosistema, soccombono a causa di eventi catastrofici della natura) e della storia (le contraddizioni degli uomini espresse nel male che essi compiono: guerre, violenze, ingiustizie. ..).

Tre fattori determinanti
La definizione del senso della vita non può prescindere da tre fattori strettamente connessi alla vita:

a. Il fattore Alfa (= inizio): il senso del nascere

Da come l’uomo vive il problema della nascita, si determina il senso della vita.
Se la propria nascita è vista in senso positivo come atto d’amore, la vita appare più bella ed è vissuta più serenamente e con maggior senso.
Al contrario aumentano le difficoltà di accettazione di sé, degli altri…

Anche il modo di accogliere il proprio essere nati condiziona il modo di vivere.
Accettare di essere nati , infatti, vuol dire accettare di aver avuto un inizio, di essere definiti originariamente da un limite e da una fragilità, di non essere la propria origine, ma di venire da un altro. Vuol dire procedere da un dono, accettare fino in fondo di essere figli.

  b. Il fattore Beta (Bios = vita): il senso del vivere quotidiano
Dai valori che l’uomo pone a fondamento del suo vivere quotidiano  ne derivano scelte concrete che definiscono il senso delle cose che fa.

  c. Il fattore Omega (= fine): il senso del morire
l dono del vivere comprende anche la morte. Vivere è anche accettare di morire. Ed è ultimamente di fronte alla morte che l’uomo è chiamato a decidersi. Da come egli risolve il problema della morte ne viene il senso della vita.

ASSUMERE LA MORTE E’ CONDIZIONE PER VIVERE

1. Come ti collochi in questo momento di fronte alla morte?

* Dopo le prime reazioni iniziali, ti riesce di soffermarti sul “pensare alla morte”, ma resta un qualcosa di puramente mentale e ne prendi subito le distanze: la morte non ti riguarda perché è altro da te (o almeno lo presumi).

2. La “tua” morte la senti amica o nemica?
– fai fatica a percepirla come “tua”, eppure ti appartiene poiché è una certezza della tua vita.
– dinanzi alla “tua” morte puoi ribellarti e combatterla, ma ti ritroverai sconfitto e travolto.
– con la “tua” morte devi invece familiarizzare e sentirla compagna, perché è parte di te stesso. Essa è garanzia di crescita e di vita.

* Convivere e amare la propria morte significa imparare a vivere.
La morte ultima, definitiva, con la M maiuscola è il momento finale di altre morti (morte simbolica).

3. Esempio paradigmatico: il grembo della madre.
Il feto nel grembo della madre vive per nove mesi in uno stato permanente di beatitudine e di benessere.
Il cordone ombelicale gli garantisce il passaggio del nutrimento necessario ancor prima di avvertirne il bisogno.
Il liquido amniotico è l’ambiente ideale a temperatura costante, senza scompensi e disagi di sorta.
La placenta appare come il bozzolo della sicurezza e della protezione contro ogni fattore negativo esterno.
Il feto si trova in uno stato di “paradiso terrestre” e “vive da Dio”.
Eppure, pur in questo stato di felicità, il bisogno di nascere chiede rottura, frantumazione, morte.
Il bambino che viene alla luce distrugge in qualche modo il suo “mondo incantato” portandosi appresso i segni di questa morte. Nasce sporco, lercio, coperto di sangue, segno di una lotta violenta.
L’angoscia del soffocamento, prima esperienza della morte simbolica, lo spinge all’urlo disperato che gli dà vita (piange). Con l’apertura  e l’attivazione dei polmoni viene definitivamente consegnato al mondo reale.
Quando lo stato di benessere nasconde e cancella la “necessità del morire” urge provvedere dall’esterno, con il taglio cesareo, decisione di farlo morire alla situazione precedente per poterlo vedere rinato alla vita.
Il permanere oltre ogni limite in questo stato di beatitudine e non accettare la morte simbolica, porta inesorabilmente nella Morte definitiva.

  4. L’inizio della vita: la fase orale sensoria, fiducia o sfiducia fondamentale.
Il bambino nel suo rapporto privilegiato con la madre (seno, latte, nutrimento) entra a contatto con il mondo. Trovando nella madre una presenza d’attenzione e d’amore matura in sè certezza intima di benessere interiore, fiducia nella vita e ottimismo, premessa di relazioni positive. Ma il mondo non finisce nell’orizzonte della madre, deve accettare il progressivo distacco da lei (morire) per rinascere alla realtà familiare.

  5. L’adolescenza: l’io ideale e l’io reale.
L’adolescente vive una grande confusione: il suo io ideale si confonde frequentemente con l’io reale. C’è sovrapposizione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che realmente è. Il suo “fantasma” tende a far scomparire la persona reale.
Per l’adolescente rinascere significa morire al proprio “fantasma” e far posto a se stessi (conoscenza e accettazione di sè), dire continuamente la verità di sé a se stessi.
Il Vangelo dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma per amare gli altri in modo autentico è indispensabile prima amare se stessi in modo vero. Ciò è molto difficile e faticoso, lacerante e talvolta sconvolgente.
Basta un esempio: quanto mi ferisce in un momento di scontro con una persona che amo il sentirmi dire qualcosa di negativo! La reazione immediata è quella della rottura: per alcuni giorni non le rivolgo più la parola. Eppure in quel momento l’amico ti dice la verità. Non lo fa in circostanze normali poiché teme che tu non capisca, non sia disposto a riconoscere la verità su di te e, inoltre, non vuol rischiare di perdere la tua amicizia. Devi riconoscere che troppe volte le relazioni d’amicizia sono una sorta di “fiera delle ambiguità”.

  6. I “vuoti di felicità”.
La vita del feto nel grembo della madre è beatitudine e benessere. Il nascere chiede di morire a questa situazione, di accettare la propria nudità (l’insufficienza, il non bastare a se stesso) e trovare fuori di sé ciò che lo completa. La nuova nascita esige un cammino lento e progressivo.
Il bambino inizialmente riempie il suo vuoto di felicità con la presenza totalizzante della madre, poi si incontra con l’affetto del padre e dei familiari.
Man mano cresce si accorge che questo non gli basta, cerca gli amici, ma anche questi non sono in grado di colmare tutti i vuoti di felicità. La solitudine gli è sempre in qualche modo compagna.
Trova l’amato/a del cuore in un incontro esaltante e sconvolgente, si innamora e decide di viver con lui/lei. Eppure anche nell’esperienza dell’amore più grande rimangono “vuoti di felicità”.
L’uomo scopre di aver una fame e sete infinite di felicità, che nessun suo simile può saziare in quanto ognuno è limitato e non può divenire il tutto per l’altro.
L’uomo dunque si mette in ricerca di Dio, l’unico capace di colmare ogni “vuoto di felicità” poiché lui solo è il Tutto.

  7. Gli “assaggi di felicità”.

  8. La  morte e la rinascita finale.
Il processo continuo di morte-rinascita conduce l’uomo alla vecchiaia in modo sereno. L’esperienza della morte fisica è assunta e accettata come momento ultimo della vita da vivere con dignità.
Ma rimane nel cuore dell’uomo un ultimo interrogativo: “Questa morte finale è il grande imbroglio, una fregatura della natura o l’ultimo passaggio verso una rinascita definitiva?” .
La ricerca continua attraverso l’analisi di due ipotesi contrapposte.
L’ipotesi atea afferma che la morte è definitiva, è la fine di tutto, è decadimento nel baratro del nulla.
L’ipotesi religiosa crede che la morte è il passaggio verso una vita eterna in cui l’amore di sè e degli altri sarà pieno.

(A cura di Donatella)

31 ottobre 2006 at 0:03 6 commenti

NONVIOLENZA (ancora) IN MOVIMENTO – Sempre e solo “no” alle guerre

Anche noi abbiamo partecipato al seminario del Movimento NonViolento svoltosi il 21-22 ottobre a Verona, presso i Padri comboniani http://nonviolenti.org/content/view/495/2/.Scopo dell’incontro non era solo presentare e confrontare le esperienze dei singoli gruppi sul difficile e contrastato cammino della pace; ma anche quello più immediato di “contarsi”, di valutare cioè le proprie forze.Mai come in questo momento ci siamo resi conto di essere impopolari. I grandi media ci ignorano.  Parlare di pace e di non-violenza è diventato più che mai scandaloso. In fondo, “grazie” alla campagna orchestrata dai mezzi di comunicazione più importanti, l’opinione pubblica ha praticamente finito per accettare l’idea della democrazia da esportare a colpi di cannone come unica e valida alternativa al terrorismo dilagante. Chi si ostina a cercare altre vie viene tacciato come minimo di ingenuità, quando non è accusato apertamente di simpatizzare per i terroristi.Portiamo avanti molte iniziative, sia all’interno della nostra città, sia in un contesto più ampio. Ormai – ha osservato un partecipante – non possiamo prescindere dall’”internazionalità” del nostro agire.Siamo oscurati, e qualche volta, forse, contribuiamo senza volerlo a questo oscuramento.Quando incontriamo difficoltà nel comunicare fra noi, quando si tratta di coordinare le forze. Il pensiero di fondere un unico gruppo di lotta, eterogeneo certo, ma con finalità comuni, è la vera sfida da vincere. Matteo Valpiana, coordinatore dell’incontro e direttore di “Azione NonViolenta”, l’ha precisato con molta chiarezza.

Abbiamo dalla nostra Capitini, Tolstoj, Gandhi, don Milani… Non dobbiamo dimenticarcene!

daniverona3.jpgNoi rappresentavamo rispettivamente il Partito e il Movimento Umanista.Abbiamo distribuito volantini per la manifestazione del  2 dicembre 2006 a Milano www.simbolodellapace.net. L’intervento pubblico, a cura di Daniela, verteva principalmente sul Disarmo, i forum di Milano e Lisbona, le campagne d’appoggio umano in Africa e l’azione nelle scuole,  dove siamo presenti con seminari per studenti e insegnanti.Abbiamo riposato nell’ ostello della gioventù Villa Francescatti,  luogo pulito e  decoroso, con uno splendido chiostro del XII secolo.

danidona2.jpg

Ma il “senso” ultimo dell’incontro, nonché un sorriso di profonda speranza, l’abbiamo trovato nel…regolamento. La cappella Comboni situata a un dipresso, si leggeva infatti, è aperta a tutti i giorni, ma con una particolarità: dalle  7 alle  9 e  dalle 18 alle  20 dal lunedì  al  giovedì per  i  credenti  di  tutte  le  religioni; mentre il venerdì è a  disposizione dei  fedeli dell’Islam,  il  sabato degli  ebrei e  la domenica dei  cristiani…! In barba ai teocon, un mondo diverso è davvero a portata di mano.Sia  essa giusta, santa, umanitaria, chirurgica, difensiva, offensiva, legittima, illegittima o  preventiva… la  guerra, fatta da  chiunque, per  qualunque motivo, con  qualsiasi arma, è  sempre e  comunque il  più  grande crimine contro l’umanità! 

Daniela Tuscano e  Donatella  Camatta (nelle foto: l’intervento di Daniela al seminario; Daniela e Donatella sorridenti a Verona. Vedi anche http://www.silo.ws/ e https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/zanotelli-il-capitalismo-e-peccato/)

 

 

29 ottobre 2006 at 16:21 11 commenti

BRUNO LAUZI SCRIVE A “MISTER PARKINSON”. L’ultima sfida del piccolo-grande artista

Egregio Signore, non è con piacere che le scrivo questa lettera, ma d’altra parte avrei dovuto parlarle a quattr’occhi, affrontarla di persona, sopportare quel suo subdolo modo di fare che è quanto c’è di peggio per far perdere la pazienza anche ad un santo, figuriamoci a me.

Le scrivo, come può notare, col computer, perché la mia calligrafia s’è fatta illeggibile e così minuscola che i miei collaboratori devono usare la lente d’ingrandimento per riuscire a decifrarla…

Perché le scrivo? È presto detto: io ho superato con una certa disinvoltura l’imbarazzo che lei (l’ho scritto senza maiuscola, non la merita) mi ha creato chiedendo pubblicamente la mia mano ed ovviamente ottenendola. Convivere con un ufficiale inglese a riposo, già condannato nel Punjab per ripetuti tentativi di violenza neurologica su qualunque essere di qualunque specie (le cose si vengono a sapere, come vede…) non è stato facile, la mia è una famiglia è all’antica e non ha apprezzato.

MA ORA LEI STA ESAGERANDO, signore, glielo devo dire. Quando è troppo è troppo, e il troppo stroppia! C’è un proverbio arabo che dice: «Se hai un amico di miele non lo leccare tutto», INVECE LEI S’APPROFITTA D’OGNI RILASSATEZZA, DELL’ABBASSAMENTO DELLA GUARDIA NELLA BATTAGLIA QUOTIDIANA, ci proibisce di pensare ad altro, contando sulla superficialità con cui io ho affrontato l’insorgere del male… si sa, gli artisti sono farfalloni incoscienti… no, vecchio caprone, non le sarà facile, né con me né con gli altri, la Resistenza è cominciata. Perché, vede, io e i miei fratelli e sorelle malati abbiamo tante cose da fare, una vita da portare avanti meglio di così!

D’ora in avanti prometto che starò più attento ai consigli dei miei dottori, e che mi impegnerò maggiormente nell’aiutarli nella raccolta dei fondi necessari per la ricerca. Anzi sul tema della solidarietà mi ci gioco una mano, la mano che, pitturata e serigrafata fa da piedistallo ad una poesia contro di lei, colonnello dei miei stivali, funzionando da incentivo a dare… già, poiché a chiunque faccia un’offerta per la ricerca verrà inviata «LA MANO» come ricordo e memento…

Siamo in tanti, tante mani si leveranno contro di lei e cercheranno di restituirle colpo su colpo fino a quando non riusciranno ad acchiapparla per la collottola e mandarla all’Inferno cui appartiene, bestiaccia immonda, sterco del demonio, nostra croce senza delizie… Parola mia, di questo omino per molti un po’ buffo, per altri un po’ patetico, ma che vive il sogno di poterla, un giorno non lontano, prendere a schiaffi. A mano ferma. Mi stia male e a non rivederla.
 

Bruno Lauzi (http://www.brunolauzi.com/lettera.html)

N. B.: Bruno Lauzi, 69 anni, si è spento questa notte a Milano. Da tempo lottava contro il Parkinson. Vedi anche Associazione Italiana Parkinsoniani, http://www.brunolauzi.com/gruppi%20aip.html e https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/24/piergiorgio-in-nome-dellumanita/)

25 ottobre 2006 at 15:00 8 commenti

LIBERATE GABRIELE TORSELLO!

torsello01.jpgLa redazione di Information Guerrilla si unisce alla famiglia del reporter italiano Gabriele Torsello chiedendo la sua immediata liberazione. Gabriele Torsello è stato rapito in Afghanistan il 12 Ottobre, mentre si recava a Kabul. Era partito da Lashkargah nel sud del paese, dove si trova l’ospedale italiano di Emergency e viaggiava a bordo di un autobus pubblico in direzione Kabul. Nella capitale afghana non è mai arrivato. Cinque uomini armati lo hanno prelevato con la forza insieme al suo interprete afghano. I rapitori chiedono cose che non possono ottenere con il rapimento di Garbiele, anzi è vero il contrario. Il lavoro di Gabrielle Torsello in Afghanistan è stato prezioso per mantenere accesa l’attenzione sull’Afghanistan, un paese da anni sottoposto a una criminale occupazione militare straniera. Garbiele si è recato in Afghanistan per testimoniare la drammatica realtà dell’Afghanistan e aveva avuto contatti positivi con i Talebani con i quali aveva visitato un villaggio raso al suolo dalle truppe straniere. Questo rapimento non giova a coloro che vogliono la fine dell’occupazione militare e non giova soprattutto ai civili afghani e a tutte quelle persone che sono le vere vittime della guerra, spesso dimenticate dai media e dai governi occidentali. Non giova neppure all’immagine dei musulmani perché l’Islam vieta di rapire e di mancare di rispetto a una persona che è venuta in pace e in particolare durante il mese di Ramadan. Lo ha ribadito anche il noto islamista Tariq Ramadan che ha dichiarato: “Niente, niente in assoluto può giustificare i rapimenti e i sequestri di donne, bambini e uomini innocenti”. Garbiele Torsello, secondo quanto dichiarato sul sito PeaceReporter, si era convertito all’Islam con il nome di Kash e aveva frequentato a Londra la moschea di Regent’s Park. A rivelare questi dettagli è Nazir Ahmed primo Lord di origine pakistana a sedere nel parlamento britannico. Il barone Nazi Ahmed ha dichiarato: “Ho conosciuto ‘Kash’ otto anni fa, quando si è presentato a me con il suo lavoro fotografico sul Kashmir. Da subito ho apprezzato il suo occhio attento e compassionevole delle ingiustizie e del dolore di questa popolazione. Per questo ho scritto la prefazione al suo libro ‘The heart of Kashmir’, presentato tre anni fa alla House of Lords. Se lei mi chiede che tipo è Kash, io posso garantirle che Kash è una persona fantastica, un uomo eccezionale.”
I Talebani dal canto loro hanno smentito di essere gli autori del rapimento. Questi particolari gettano un’ombra su questo rapimento, i suoi autori e i mandanti. Noi crediamo che ancora una volta l’informazione indipendente sia stata la principale vittima di questi anni di guerre imposte sotto il falso pretesto della esportazione della democrazia. Il lavoro di Gabriele Torsello serviva e serve a non farci dimenticare l’inutilità della guerra. Mettere a repentaglio la sua vita non giova a nessuno, giova solo a chi vorrebbe mantenere il buio sulla realtà dell’Afghanistan. Il nostro appello si rivolge non solo ai suoi rapitori ma anche a chiunque possa contribuire alla sua liberazione. Siamo contro la guerra e contro l’occupazione militare in Afghanistan e vorremmo che le nostre truppe tornassero a casa e per questo siamo dalla parte di Garbiele e chiediamo che venga liberato.
La redazione di Information Guerrilla, 22 ottobre 2006

Scusate il disturbo: Gabriele Torsello libero!

di Gennaro Carotenuto
– Rapiscono Giuliana Sgrena, emerita compagna del collettivo del Manifesto e agiamo come un sol’uomo, ci indigniamo, denunciamo, sfiaccoliamo. Rapiscono un Gabriele Torsello qualsiasi e a nove giorni di distanza, con la vita dell’ostaggio in serio pericolo, non si vede una bandierina della pace in giro

Prima del sequestro Torsello era appena tornato da Musa Qala, distrutta dai bombardamenti della Nato

Una città sconosciuta al mondo ma ben inquadrata nel mirino dei cacciabombardieri Nato-Isaf. E’ stato lì con la sua Nikon D200, ed è tornato con delle foto importanti. Musa Qala non c’era più. Al posto dei palazzi e delle case, solo degli enormi crateri. Persino l’ospedale è stato raso al suolo dai bombardieri in missione di pace e di stabilizzazione.

(“Information Guerrilla” )

23 ottobre 2006 at 1:06 11 commenti

YUNUS: NOI SIAMO DI PIU’ – Il Nobel all’inventore del microcredito

Muhammed Yunus

Muhammad Yunus, del Bangladesh, ha fondato il microcredito nel 1976

Solo pochi giorni fa lamentavo la disattenzione dei media verso Muhammad Yunus, e immediatamente dopo, quasi a rispondermi, la lieta notizia: a Yunus è stato conferito il Nobel per la Pace!

E’ arrivato tardi. Ma è arrivato.

Sugli eterni scontenti, sui puritani da salotto, non mi soffermo nemmeno. Quelli che scuotono il capo sull’inutilità dei premi, ma non muoverebbero un dito per aiutare il vicino di casa, continuino a rodersi dall’invidia per il distratto silenzio di cui è circondata la loro vuota esistenza.

Noi, invece, ci rallegriamo. Un premio è un semplice simbolo. Ma di simboli abbiamo anche bisogno, e quello di Yunus è fondamentale. Per molti motivi.

1) Yunus è un uomo in cui tutti vogliamo, dobbiamo riconoscerci. Che quell’uomo sia un musulmano, in un momento come l’attuale, non è cosa da poco. Se ha dimostrato che l’umanità trascende l’appartenenza religiosa, ha dimostrato, ancor più, che l’appartenenza religiosa ha potenziato la sua umanità. Ed è un’appartenenza religiosa islamica, che nessun folle kamikaze potrà mai annebbiare. Muhammad Yunus non è, infatti, un musulmano moderato. E’ un musulmano e basta. E noi avvertiamo, confusamente ma con certezza, che la verità, non soltanto la ragione (ma entrambe fuse insieme), stanno dalla sua parte. Il suo credo è universale come tutti gli altri credi.

2) Il suo credo non lo concepisce prete. Lo spinge a vivere nel mondo con intensità. Ma questo non gli ha impedito un autentico slancio missionario.

3) La conseguenza di questo “vivere nel mondo”, ai giorni nostri, nel suo caso si è coniugata addirittura col capitalismo. E questo è il terzo, ma più importante messaggio che Yunus ci lancia.

Solo gli ottusi e i clericali di ogni religione credono davvero che il male del nostro secolo è il “relativismo” e il libertinaggio sessuale. Il vero, profondo peccato del secolo è il Consumo. Per molti anni i credi organizzati hanno combattuto le dittature comuniste e l’ateismo di Stato, non accorgendosi – l’avrebbe confessato lo stesso Giovanni Paolo II – di un altro ateismo, più subdolo e strisciante, che ufficialmente non negava Dio, ma ne svuotava dal di dentro il significato profondo: quello, appunto, delle società consumistiche e capitalistiche.

Pier Paolo Pasolini, nell’incompiuto Petrolio, tratteggiava uno scenario apocalittico di un Medioevo prossimo venturo dove il Capitale aveva distrutto tutto, ogni valore, ogni istituzione, ogni uomo; significativamente uno dei suoi capitoli era intitolato Fine della Chiesa.

Davanti a questo mostro divoratore, nulla sembrava resistere. Solidarietà, dialogo, ricerca, mutuo aiuto, tutto scompariva di fronte all’onnipotenza di questo moderno Leviatano. L’uomo vale l’oggetto, è l’oggetto, teorizzavano i suoi apologhi. Dategli la soddisfazione materiale, e vedrete come vi benedirà in faccia. Homo homini lupus, noi tecnologizzati in fondo viviamo ancora nel Seicento. Il consumismo, nella sua stessa essenza, ha una visione estremamente pessimistica dell’essere umano.

Muhammad Yunus ha comprovato che non è vero. Che si può essere uomini autentici – non bestie né oggetti – non solo vivendo nella società dei consumi, ma operando in essa. In prima persona. E non nel solito modo appiccicoso, dolciastro, insopportabile dei tanti, troppi riccastri che pretendono di acquistare tutto, anche il Paradiso, con strombazzate “beneficenze” che hanno il solo scopo di mantenere lo status quo.

“L’assistenzialismo è dannoso – ha proclamato Yunus senza mezzi termini – perché costringe il povero a restare nel suo stato, ad accontentarsi della sua condizione. Un povero ‘assistito’ non sarà mai protagonista della sua vita”.

I teorici dell’uomo-lupo, i “realisti” e il loro antiumanesimo, sono rimasti sconfitti e scornati. E proprio in seno al loro pesante, fastoso mondo. Yunus ha dimostrato che l’oggetto non è l’uomo, ma che l’uomo può servirsi anche di quell’oggetto (nel nostro caso, il capitalismo) per fare il bene, quello vero. In che modo? Semplice: fidandosi dei propri simili.

E, quando si guarda il mondo con questi occhi, i nostri simili sono proprio tutti. E tutte. L’azione di Yunus verte principalmente sulle donne, “perché tra i poveri sono le più povere, perché sono le maggiori vittime dell’analfabetismo, della violenza, della miseria. Migliorando la salute delle donne, si contribuisce alla diffusione della pace e della democrazia.

Parole di un capitalista, maschio, musulmano. E le parole, si sa, restano. Le chiacchiere, invece, svaniscono in un assordante nulla.

Daniela Tuscano

16 ottobre 2006 at 17:10 3 commenti

C’E’ UN'”ALTRA” CHIESA CHE SOFFRE… – Riflessioni in margine al Convegno di Verona

La Strage degli Innocenti, Cappella degli Innocenti, di P. Ottino (1578-1630)Sta per aprirsi, a Verona, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo http://www.chiesacattolica.it/cci_new/PagineCCI/index.jsp?idPagina=2836:  quarto Convegno Ecclesiale Nazionale e “appuntamento  decennale – si legge nella Presentazionericco di significato nel cammino della Chiesa italiana, che si colloca nell’orizzonte degli orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.

Appuntamento che però, come tutti gli eventi di questo tipo, rischia di perdere di vista la concreta realtà non solo ecclesiastica, ma sociale; specialmente in un periodo come questo, in cui l’esigenza di una rievangelizzazione si coniuga, presso le gerarchie ecclesiastiche, con una politica di contrapposizione verso precisi individui o gruppi, considerati tout court responsabili della decadenza e della scristianizzazione dell’Occidente. Si sta tornando, o forse si è già tornati, a un clima preconciliare, e non si parla più di Chiesa “nel” mondo contemporaneo, ma di Chiesa “e” mondo contemporaneo, quasi a indicare due entità divise e spesso contrarie. I segni dei tempi, come ha notato ieri Edmondo Berselli su “Repubblica”, sono letti come spie di decadenza morale, culturale e religiosa, in un clima da tardo Impero; non si riconosce in essi alcun tratto positivo, non li si ritiene portatori di nessun nuovo afflato religioso, anche quando dicano di ispirarsi direttamente al cristianesimo.

La Chiesa gerarchica ha individuato nelle femministe, nei laici (almeno in quelli “non sani”, come curiosamente vengono definiti), nei “relativisti”, nei gay (tutti, senza distinzione) i nuovi nemici portatori di una cultura anti-cristiana, anti-famiglia, priva di valori e punti di riferimento. Non sorprende pertanto che, in quest’ottica e sotto certe forme, essa abbia quasi mostrato di “comprendere” la reazione fondamentalista. Anche il famigerato discorso di Marcello Pera all’applauditissimo (dai ciellini) Meeting di Rimini 2005 http://www.magna-carta.it/riforme%20e%20garanzie/0090_Pera.asp andava in questa direzione.

Il fondato timore è che, con questo clima e simili premesse, non si porga la dovuta e umile attenzione a mondi e percorsi spesso molto lontani, se non addirittura opposti, a quelli presentati dai media, teorizzati da eminenti studiosi nei loro rarefatti e lontani eremi, o inficiati dal pregiudizio. Leggiamo che tra i relatori saranno presenti Savino Pezzotta, Lorenzo Ornaghi, Paola Bignardi e Raffaella Iafrate: siamo sicuri che siano le persone più adatte per parlare (e per rappresentare) gli sfaccettati aspetti della vita lavorativa, pastorale, affettiva, teologica?

Le Chiese locali hanno risposto al documento preparatorio http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2005-06/20-16/Tracciariflessione.rtf loro sottoposto alcuni mesi fa nei modi più vari. Si sono mosse anche le Comunità di base e tutti quei gruppi che sperano di essere ascoltati nella loro tangibile e quotidiana esperienza. Non riteniamo giusto venga dimenticata o addirittura ignorata. E’ giusto si sappia che la Chiesa non è solo la gerarchia, che il “mondo contemporaneo” non è semplicemente male e corruzione, che anche fra i “dannati della Terra”, verso i quali Gesù sempre ha mostrato sollecitudine, c’è uno spazio per l’ascolto, la preghiera, l’altruismo, la pietà.

E noi, noi non li lasceremo soli.

Daniela Tuscano (nell’immagine, P. Ottino, La strage degli innocenti, Verona, chiesa di S. Stefano; tratto da www.verona.com. Per firmare l’Appello alla Chiesa italiana: http://appelli.arcoiris.tv/convegnoverona/. Vedi anche commenti 1 – 2 – 3 – 13 e https://danielatuscano.wordpress.com/2005/04/20/sul-soglio-pontificio-benedetto-xvi/)

12 ottobre 2006 at 20:38 26 commenti

Articoli meno recenti


Calendario

ottobre: 2006
L M M G V S D
« Set   Nov »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Posts by Month

Posts by Category