DONNE IRANIANE FRA DISCRIMINAZIONE E PENA CAPITALE – Due appelli urgenti

1 ottobre 2006 at 13:50 12 commenti

Teheran, Iran, 06 Settembre. – L’ufficio del procuratore dello Stato del centro provinciale dell’Iran martedì ha annunciato, le donne che violino il rigoroso codice islamico sull’abbigliamento saranno frustate immediatamente.


Nella città dell’Iran centrale di Shahin-Shahr, l’ufficio del procuratore dello Stato, sono stati affissi enormi tabelloni, anche sulle vetrine dei negozi, che avvertono che violando il codice sull’ abbigliamento, le donne compariranno davanti ad un giudice islamico subito dopo l’arresto per ricevere la condanna: normalmente 100 frustate in pubblico.Le affissioni avvertono che il procuratore richiederà le pene massime, e prosegue: “Gli individui il cui abbigliamento ed il trucco sia contro le leggi religiose sarà perseguito senza dover, in primo luogo, attendere in una coda e sarà condannato alla fustigazione ed alle indennità”, “I fazzoletti (foulards o sciarpe) che non coprono i capelli ed il collo”, “i soprabiti o i cappotti stretti e quelli corti sopra il ginocchio e di cui le maniche non coprano il polso, i pantaloni stretti che non coprano le caviglie” e “il trucco delle donne” sono tutti proibiti, sempre secondo la dichiarazione e che chi non obbedisce al codice sull’ abbigliamento sarà trattato di conseguenza. Le donne i cui fazzoletti (foulards o sciarpe) non coprano correttamente i capelli affronteranno da 10 giorni a 10 mesi di prigione, aggiunge la dichiarazione.
Provvedimento della polizia contro le donne mal velate       Teheran, Iran, Settembre. 04 – Il comandante delle forze di sicurezza di Stato in Iran nella città d’Orumieh, a nord-ovest dell’Iran, domenica ha minacciato che la polizia provvederà severamente con un’azione “forzata e decisiva” contro le donne che non rispettano il codice d’abbigliamento correttamente.
Parlando ai giornalisti, il colonnello Rasoul Khorshidi-Far ha detto: “L’obiettivo principale delle forze di sicurezza dello stato nel contrastare l’abitudine delle donne non velate è di sviluppare la cultura islamica nella società. Se l’opposizione è determinata a questo proposito, le forze dell’ordine interverranno decisivamente”.
Il colonnello Khorshidi-Far ha aggiunto che se le donne che rifiutano di obbedire alle istruzioni della polizia di coprirsi con un velo, dovrebbero essere preparate ad apparire in un tribunale ed affrontare un processo.
In agosto, il portavoce giudiziario dell’Iran ha annunciato che “le donne mal velate” saranno trattate come se non avessero il velo islamico affatto.
Non c’è nessuna differenza fra le donne mal velate e quelle non velate. Quando è evidentemente chiaro che una donna abbia violato la legge, allora il crimine è evidente e gli agenti d’esecuzione possono approntare misure legali contro di lei. 
Dalle elezioni di giugno, quella che ha condotto alla presidenza d’Ahmadinejad le donne stanno subendo il provvedimento più severo e duro.
Il leader spirituale del regime dei mullah conferma l’apartheid sessuale
Iran, 4 sett. Il mullah Khamenei, leader spirituale del regime reazionario dell’Iran in una presa di posizione ha tentato di giustificare l’apartheid sessuale nel regime medioevale iraniano sostenendo che alle donne sia impedita l’attività socio-politica. L’Agenzia del regime Irna riferisce le parole di Khamenei, domenica 30 agosto, “L’uomo è adatto per i campi economico e finanziario, le donne hanno difficoltà. Le donne devono partorire, allattare, sono fragili fisicamente, moralmente e sentimentalmente, non possono entrare in ogni campo perché non reggono gli scontri. Tutto questo crea dei limiti alle donne che gli uomini non hanno, perciò in questi campi gli uomini sono superiori”
In questo modo la massima autorità del regime dei mullah ancora una volta ha giustificato la discriminazione sistematica contro le donne, che di fatto esclude le donne da ogni attività socio-politica.
Con questo si mettono da parte tutte le parole che nella campagna elettorale e erano state spese in sostegno delle donne.
Fatemeh Ajorlo, deputata del parlamento dei mullà alla domanda sul perché nel governo di Ahmadinejad non c’è nessuna donna ha detto ad Ilna, il 30 agosto scorso: “Il fatto che le donne non sono state scelte per entrare nel governo e nella direzione del parlamento è pura democrazia”.

La Seddighe Kiani della banda Motalefe vicino a Khamenei in un’ intervista a l’Irna, afferma: “Più le donne stanno lontane dagli uomini è meglio per loro. Noi non contestiamo l’assenza delle donne al governo”. Lei ha spiegato il punto di vista reazionario del regime cosi: “Dove si possono usare gli uomini non si deve insistere per la presenza delle donne. Il fatto che diciamo che le donne non devono diventare giudici e perché hanno una morale flessibile e non è conveniente che tutti i giorni siano testimoni di litigi o che emettono sentenze di morte”.
La signora Sarvnaz Chitsaz, presidente della commissione donne del CNRI ha dichiarato che la posizione misogina del regime dei mullah mostra prima di tutto la paura del regime della presenza delle donne e del loro ruolo fondamentale e crescente nella lotta contro il regime e per il suo rovesciamento. 
 
Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia
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  25 settembre 2006
CNRI-Un comunicato pubblico dell’ Amnesty International del 22 settembre (tradotto dall’inglese), che dà l’allarme sul rischio d’esecuzione imminente di una donna in Iran:
AMNESTY INTERNATIONAL
esecuzione imminente
22 settembre 2006
IRAN
Kobra Rahmanpour, 25 anni circa
Si teme che Kobra Rahmanpour rischi un’esecuzione imminente per omicidio. L’Ufficio per l’esecuzione delle CONDANNE, che attua le esecuzioni, ha fissato il termine del 12 ottobre perché la famiglia della vittima dell’omicidio decida di rinunciare al suo diritto di vedere Kobra Rahmanpour e di richiedere il pagamento della diyeh (prezzo del sangue). Se i familiare della vittima insistono a volere l’esecuzione, ci sono grandi possibilità che questa abbia luogo poco dopo il 12 ottobre.Kobra Rahmanpour è stata fermata il 5 novembre 2000 e condannato a morte dalla sezione 1608 del tribunale penale di Teheran nel gennaio 2002 per avere ucciso la sua suocera. Nel 2003, la sentenza è stata confermata dalla Corte suprema. Ha detto di avere agito in legittima difesa dopo che la sua suocera abbia tentato di attaccarla con un coltello da cucina. Kobra Rahmanpour si sarebbe sposato contro la sua volontà dietro la pressione dei suoi genitori, a causa della povertà della sua famiglia, ed è stata vittima di violenza domestica durante il suo matrimonio. Non ha avuto accesso ad un avvocato prima dell’apertura del suo processo.Si prevedeva che Kobra Rahmanpour sia impiccata il 31 dicembre 2003. Tuttavia, questo giorno, il giudice dell’Ufficio per l’esecuzione delle pene ha confermato ad un giornalista dell’agenzia ISNA, Iranian Students’News Agency, che l’esecuzione era stata annullata perché le autorità carcerarie non erano sufficientemente fornite per questa esecuzione (non disponevano apparentemente di dispositivi d’ancoraggio per condurla nel sito dell’esecuzione).Nel gennaio 2004 l’ayatollah Shahroudi, capo della giustizia, ha rinviato temporaneamente l’esecuzione per dare alla famiglia della vittima l’opportunità di perdonare Kobra Rahmanpour. In una lettera ad Amnesty International, il 3 febbraio 2004, l’ambasciata della repubblica islamica di Iran a Londra ha affermato che la procedura legale in questa vicenda era stata completata e che la sentenza non poteva essere permutata se gli eredi della vittima non avessero rinunciato al loro diritto di giustizia e di un’indennità in denaro. Il caso è stato in seguito trasferito ad un organismo di mediazione conosciuto sotto il nome di Consiglio per la risoluzione delle vertenze (in persiano, Shoray-e Hall-e Ekhtelaf), perché la famiglia della vittima scelga o no di rinunciare al suo diritto alla punizione ed accettare il pagamento del prezzo del sangue. Tuttavia, nessuna risultato. Secondo l’avvocato di Kobra Rahmanpour, la famiglia della vittima non è d’accordo per perdonargli. All’inizio del mese di settembre 2006, l’Ufficio per l’esecuzione delle pene avrebbe dato alla famiglia fino al 12 ottobre per decidere di perdonare Kobra Rahmanpour.

Kobra Rahmanpour è detenuta nella prigione di Evine quasi da sei anni, ma è condannata a morte da quattro anni. Nel settembre 2006, ha scritto una lettera aperta, pubblicata su Internet, nella quale ha dichiarato:

“Sono un essere umano come voi. Non voglio morire. Ma attualmente, somiglio più ad un corpo senza vita che ha dimenticato la felicità e il sorriso e che è terrorizzata dalla sua esecuzione… Sono soltanto ad un passo dalla morte. Come tutti voi, ho timore di morire. Aiutatemi perché questa non sia la mia ultima lettera. Molto spesso fuggo con il pensiero e sogno che la mia vita ha seguito un cammino diverso. Sogno di potere finire i miei studi pre-universitari. Sogno di non essere forzata a lavorare e servire la famiglia di mio marito. Sogno di non avere raggiunto il limite della pazzia. Ma ho così tanto sofferto. Sono una vera vittima. Ed è questa vittima che impiccheranno fino alla sua morte. Non è la sorte che merito. In questi giorni di terrore e d’orrore, mi giro ancora una volta verso di voi. Ringrazio tutti i mass media, giornali e persone che mi hanno sostenuto e che hanno protestato ` Kobra non deve essere impiccata’. Questa volta, forse l’ultima, vi chiedo di compiere un ultimo sforzo per me perché non sia impicata e che abbia una possibilità di essere libera. Nei miei sogni, penso sempre alla libertà e ad una bella vita dopo tutto quello. Ho sufficientemente sofferto. Aiutatemi perché quest’incubo orribile che mi ha così spesso perseguito nel mio sonno e mi ha svegliato gridando, non diventi realtà. Aiutatemi a sfuggire alla morte. Fate tutto il vostro possibile, ci resta poco tempo. Ogni secondo che passa mi ricorda che la morte è vicina. Per favore aiutate a sfuggire dalla morte e da quest’esecuzione. Maledico questa fune e questa gru. Voglio vivere. Tutte le altre vie mi sono chiuse. Nessuno non è là per me. La mia sola speranza risiede nella gente e nei miei simili. Voglio stringere mio padre e la mia madre nelle mie braccia. Infine, vorrei ringraziare la mia famiglia ed ogni persona che lotta per salvare la mia vita e per tutti i loro sforzi”.

L’11 maggio 2006 il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite ha pubblicato un comunicato su questo caso. Dato che Kobra Rahmanpour non aveva avuto accesso al servizio di un avvocato per la sua difesa “tra il momento in cui è stata messa in detenzione provvisoria e l’inizio del processo”, il gruppo ha sottolineato: “L’assenza di rappresentazione legale in un’indagine su un crimine suscettibile della pena capitale può seriamente compromettere un valore umano supremo, la vita dell’imputata. Questo gruppo di lavoro pensa che nel caso presente, l’assenza d’avvocato della difesa fin dalla fase iniziale dell’indagine sia così nocivo per gli interessi della giustizia in generale, e per gli interessi della persona accusata in particolare, che conferisca alla procedura penale un carattere arbitrario “.  Il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha aggiunto: “Nelle circostanze specifiche di questa causa, e conservando in memoria il fatto che è condannata a morte da tempo, il ricorso più adeguato sarebbe di ottenere una deroga alla messa in atto della pena capitale.” Una misura così generosa, secondo il gruppo di lavoro, sarebbe il benvenuto e sarebbe estremamente apprezzata dalla Comunità internazionale “.

[Working Group on Arbitrary Detention, Opinion No 14/2006, 11 mai 2006, paragraphe 15]

Gli indirizzi delle autorità Iraniane:Repubblica Islamica dell’Iran
Ambasciata presso lo Stato Italiano
00162 Roma (RM) – Via Nomentana, 361,
Fax: 06.86328492
His Excellency Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi
Ministry of Justice
Park-e Shahr Tehran
Islamic Republic of Iran
Fax: 0098 21 311 6567
Human Rights Office
Ministry of Foreign Affairs
Keshk-e Mesri Ave. Tehran
Islamic Republic of Iran
Fax: 0098 21 390 1999
Si prega di inviare una copia ad uno dei seguenti indirizzi:
Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia
Via delle Egadi,15-00141-Roma
E-Mail:donneiran@yahoo.it

(Vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/24/ahmadinejad-il-passato-che-ritorna/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/19/non-ne-facciamo-una-questione-di-islam-lassassinio-di-suor-leonella-sgorbati-a-mogadiscio/#comments)

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INTERVISTA A HUSSEIN, RAGAZZO LIBANESE I TERRORISTI ISLAMICI NON SONO MAI ESISTITI

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  • 1. elena  |  2 ottobre 2006 alle 16:11

    Il quotidiano più letto in Iran, di proprietà del Mullah Khamenei, ha pubblicato un articolo dal titolo “La ragione principale della corruzione sociale e di tutti i malanni”. I soggetti dell’articolo sono donne e ragazze iraniane, la tesi di fondo che è necessaria una forte azione disciplinare per normare i loro atti. “Il principale problema della nostra società oggi,” recita il testo, “[U]sono le sporche e negligenti donne e ragazze che si fanno problemi dell’essere velate, recandoci costante sconcerto, e naturalmente anche le prostitute, che sono una fonte di problemi sulle strade. I misfatti che accadono, di donne assalite, non accadono alle donne giuste che sono velate in accordo con le leggi islamiche, e che mantengono comportamenti decenti e rispettabili. Le donne che non sono velate in modo appropriato, e che indossano vesti sgargianti stanno cercando di essere molestate e aggredite. Perciò sono queste donne e ragazze la vera causa di tali azioni, ed è da loro che bisogna cominciare[/U].”
    Le nuove leggi concernenti la sicurezza dei luoghi pubblici stabiliscono che [U]una donna debba avere un assistente maschio per poter dirigere un luogo di ristoro[/U] (ristorante, sala da tè, eccetera). Qualunque [U]donna intraprenda il percorso per ottenere la licenza [/U](non saranno fatte eccezioni), ha spiegato il presidente dell’associazione dei proprietari Mohammad Hossein Armin, oltre a produrre tutta la documentazione necessaria e a passare con successo le tappe dell’iter amministrativo, [U]dovrà produrre un uomo che abbia la funzione di “dirigente” per l’esercizio pubblico di sua proprietà.[/U]
    e ancora…
    [U]Molti apologisti islamici affermano che l’Islam, a differenza di altre religioni, ha valorizzato tutti i diritti delle donne[/U] In realtà, se preso alla lettera, l’Islam non dà per nulla alcuna eguaglianza con l’uomo. E ciò a livello giuridico, non solo di costume o mentalità.
    Facciamo alcuni esempi. L’uomo può ripudiare la moglie praticamente come vuole ; [U]la donna non può ripudiare il marito, al limite può chiedere al marito il favore di essere ripudiata[/U]. L’uomo ha totale autorità sulla moglie, secondo il Corano (4,34: “Gli uomini hanno autorità sulle donne, a causa della preferenza che Dio concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni” e la moglie ha l’obbligo di ubbidirlo anche se le vietasse di andare in moschea (hadith). Il marito ha diritto di avere relazioni sessuale con la moglie quando vuole, e [U]lei non ha il diritto di rifiutarsi a lui sessualmente [/U](Corano 2, 223 : “Le vostre donne sono il vostro campo da arare (harth). Andate dunque al vostro campo da arare (harth) come volete”). In tribunale, la testimonianza del maschio vale il doppio di quella della femmina; [U]ci vogliono 2 donne per controbilanciare la testimonianza di un solo uomo[/U]. [U]Per l’eredità, i figli maschi ereditano il doppio delle fem[/U]mine. Anche nella preghiera e gli atti del culto, la differenza è radicale: [U]la donna, essendo impura quando ha le regole oppure quando ha partorito, la sua preghiera come il suo digiuno come tutti gli atti religiosi non sono accettati da Dio. [/U]Deve provare a “ricuperare” i giorni persi. Pochi anni fa, in Egitto, è stato deciso che la donna non poteva essere giudice, perché un noto hadith profetico dice: “la donna è imperfetta quanto al culto e quanto all’intelligenza” (al-mar’ah nāqisah dīnan wa-‘aqlan); quanto al culto perché è impura quando ha il flusso di sangue e dunque renderà impura tutta l’assemblea, e quanto all’intelligenza perché è emotiva e dunque non più giudicare con equità. Il dibattito è stato interamente passato in televisione! [U]Inoltre, nei casi di adulterio, la pratica purtroppo corrente è di condannare la donna ad essere lapidata, mentre l’uomo non è condannato, benché il Corano condanni l’uno e l’altra alla flagellazione e mai alla lapidazione[/U] (24, 2: “Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite”).
    Aumenta in Iran la politica di apartheid sessuale e la repressione contro le donne. Avantieri è stata promulgata una legge che rafforza l’obbligo del velo per tutte le donne.Già circolano nelle città donne completamente velate di nero (le “cornacchie nere”, come vengono chiamate da molti iraniani) ed armate come agenti del regime, incaricate di vigilare sul comportamento delle donne e di combattere quello che il regime considera “l’influenza della cultura decadente occidentale”.Dicono di non voler usare la forza, ma le dichiarazioni recenti fatte dal presidente della repubblica islamica ed alcuni comandanti delle milizie, dicono tutto il contrario. In alcune aree di Teheran, quali Vali-e-Asr (ex Pahlavi), Madar (ex Mohseni) e Tajrish, centinaia di coraggiose donne cercano di non rispettare il decreto e per contro vengono insultate, picchiate e multate da queste cornacchie nere. Alcune giovani ragazze sono state fermate e detenute per essere identificate.

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  • 2. donatella  |  2 ottobre 2006 alle 18:09

    Il Ruolo della donna in Occidente
    Da Un sondaggio….
    Un sondaggio fatto da Radio 105, realizzato su un campione di 2000 uomini fra i 18 e i 55 anni, intervistati nelle maggiori città italiane, ha infatti appurato quanto segue.
    Il 39% non ritiene opportuno che il potere sia detenuto da donne, il 25% è dubbioso sulla capacità femminile di gestire il comando, e solo il 28% è favorevole alla presenza femminile in posti di potere.
    Come mai? Quali sono i motivi che spingono gli uomini a non considerare le donne in grado di gestire il poter o di occupare cariche di responsabilità?
    Per il 33% è l’inaffidabilità “propria” delle donne la principale motivazione, per il 21% l’aggressività, per il 15% è l’instabilità caratteriale, mentre superbia e la vanità, tratti visti come tipici del “gentil sesso”, sono il principale ostacolo alla corretta gestione del potere per il 9% degli intervistati.
    Inoltre, in questi giorni di elezione del Presidente della Repubblica, il 25%, boccia senza possibilità di appello, l’idea di avere una donna a ricoprire questa carica, il 22% ritiene che l’immagine dell’Italia è già debole, quindi, avere una donna al Quirinale, non farebbe che aggravare ulteriormente una situazione già precaria. Mentre solo una esigua schiera è favorevole ad una donna Presidente della Repubblica, pur con le dovute riserve, infatti i nomi più gettonati sono Nilde Iotti, definita una donna che sa stare al suo posto, e a sorpresa Letizia Moratti, vista come una donna determinata senza vanità femminili.
    Ma dove vivono i maschilisti più convinti d’Italia? Purtroppo anche questo sondaggio non smentisce uno stereotipo ormai consolidato da tempo, ben il 65%, infatti, vive al Sud del Paese, in cui i nuovi modelli comportamentali, in determinate realtà, stentano ancora ad adeguarsi.
    Alla luce di questi dati, non ci dobbiamo sorprendere che gli uomini d’Italia si orientino verso altri lidi nella ricerca della loro compagna, forse nell’educazione e nei desideri delle donne provenienti da culture diverse, esiste ancora l’idea della moglie tutta casa e famiglia, senza tante velleità di autoaffermazione.
    Per contro, verrebbe da pensare che le italiane scelgono il proprio marito sempre più spesso all’estero, per non dover rinunciare alla carriera e all’affermazione professionale, dato che gli italiani alla donna in carriera proprio non si abituano.
    Maria Rosaria Porfido

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  • 3. Leonardo Dongiovanni  |  2 ottobre 2006 alle 21:48

    Bisogna evitare tutto ciò,ed il motivo è semplice:nessun credo vale una vita,nessun Dio che(E se)pretenda certe cose è degno di essere seguito…
    I punti d’incontro tra il Cristianesimo e l’islam in più,sono molti..(Essi riconoscono Gesù Cristo come profeta subito dopo Maometto,e non sono poi ignorabili molti riferimenti analoghi..)
    Ma siamo nel 2006:certe cose devono essere contestualizzate;bisogna separare quello che è il valore mitologico(Anche dei testi sacri) da quello morale:noi cattolici lo facciamo quasi da sempre(E quando ciò non avveniva,era per puro interesse) …è il fondamentalismo religioso che è sbagliato…e non solo islamico comunque…
    Spero che tutto si risolva al meglio…

    Rispondi
  • 4. danielatuscano  |  4 ottobre 2006 alle 15:20

    Ma infatti la religione non c’entra proprio nulla, Leo…

    Col mio post volevo piuttosto dimostrare come, in qualsiasi parte del mondo, le donne siano sempre le prime vittime della violenza. Avrai sicuramente saputo di quel pazzo che negli Usa ha fatto una strage presso la comunità Amish: piuttosto che niente, se l’è presa con le bambine. Ha fatto irruzione in una scuola e fatto evacuare gli alunni. Ma le ragazze, no: dopo averle legate alla sedia le ha trucidate a sangue freddo. Poi ha rivolto la pistola contro sé stesso.
    Quali che siano stati i motivi del suo sciagurato gesto, certo era uno squilibrato pedofilo, chi ci ha rimesso sono state delle innocenti ragazzine:

    Abusò di due bambine il killer delle Amish

    NEW YORK – Charles Carl Roberts, l´uomo che ha ucciso cinque bambine Amish (la quinta è morta ieri) e ferito gravemente altrettante era ossessionato dal suo passato di “molestatore” ragazzino. Nella lettera di addio alla moglie ha scritto di essere in preda a sogni e incubi «di molestare di nuovo, come venti anni fa».
    Vent´anni fa Roberts aveva 12 anni e aveva molestato sessualmente due bambine (di tre e quattro anni) sue parenti; una vicenda che non lo ha mai abbandonato del tutto, riemersa alcuni anni fa quando, già sposato, gli era morta una figlia appena nata. Si era convinto che questa morte fosse la punizione di Dio per quanto commesso in passato, che «Dio lo odiasse», ma le turbe sessuali nei confronti delle bambine non lo avevano abbandonato. Questa è la spiegazione del massacro nella scuola Amish data ieri dal colonnello Jeffrey Miller, capo della polizia della Pennsylvania.
    Roberts aveva pianificato a lungo la sua azione omicida: aveva portato all´interno della scuola diversi materiali che aveva acquistato, e annotato con cura, nei giorni precedenti: assi di legno, catenacci, funi e manette di plastica, nastro adesivo, carta igienica, un cambio di abiti e lubrificante sessuale; un particolare, quest´ultimo, che rafforza l´ipotesi di un efferato crimine sessuale. Probabilmente non portato a termine solo per motivi di tempo.
    Aveva con sé tre armi (compresa la pistola semi-automatica usata contro le sue vittime), due coltelli, una pistola paralizzante, seicento proiettili. Secondo la polizia l´uomo, che abitava a meno di due chilometri dalla scuola, non ha scelto gli Amish per qualche motivo di odio contro la comunità anabattista ma solo perché era il bersaglio più facile e indifeso per portare a termine il suo ossessivo progetto contro le bambine. Sulla vicenda è tornato ieri anche Bush. Il presidente si è detto «molto preoccupato» per l´ondata di violenza nelle scuole (tre sparatorie in pochi giorni) – «spezza il cuore all´America intera il fatto che bambini innocenti che vanno a scuola per imparare vengano presi in ostaggio e uccisi tra i banchi» – e ha deciso di convocare un vertice per affrontare la questione: insieme al ministro della Giustizia, Alberto Gonzales e al ministro dell´Istruzione Margaret Spellings discuterà su come i fondi federali possano essere impiegati per impedire nuove tragedie e aiutare le famiglie delle vittime.

    a. f. d´a. (“la Repubblica” )

    Natascha Kampusch è stata schiavizzata per anni da un maschio bianco, cattolico e – a detta di chi lo “conosceva” – compito e cortese. Civile, insomma. Ciò ti fa capire quanto aleatorie siano certe definizioni…

    Tanti e complessi motivi portano all’abominevole discriminazione sessuale in atto in tanti Paesi extra-europei. Quel che è certo è che le prime vittime delle dittature, specie se religiose, sono le donne, e pour cause: gli uomini si arrogano il potere e creano un Dio “a loro immagine e somiglianza”. Dappertutto. Bene ha fatto Donatella a ricordarcelo.

    Il sospetto che ogni tanto mi attraversa la mente, anche qui nell’Occidente “paritario”, quando vedo certe trasmissioni, quando sento certi discorsi, è che gli uomini, malgrado la formale accettazione di una realtà che hanno in fondo subìto – dopo esservisi opposti con tutte le forze – continuino a coltivare un sogno nascosto; il sogno della clava; spadroneggiare, cioè, su schiave ignoranti e disponibili.

    Rispondi
  • 5. giancarlo  |  8 ottobre 2006 alle 22:30

    Ciao Daniè,
    sfrutto il computer di un amico per salutarti.

    ti scrivo qui di seguito la mail che mi hanno scritto le “donne iran” a proposito di Kobra, diffondila tra i tuoi contatti romani e non solo!

    caro Giancarlo
    ti informiamo che per il martedi prossimo è prevista un’altra fiaccolata a favore di Kobra rahmanpour. quella precedente è stata svolta il giovedi scorso.
    la fiaccolata avra inizio alle ore 21 e 45 di fronte all’ambasciata iraniana sito in via Nomentana.
    martedi 10 ottobre.
    cordiali saluti

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  9 ottobre 2006 alle 7:04

    Sei in gamba, Già… Io intanto ti segnalo un mio vecchio articolo, https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/se-la-donna-diventa-un-problema-dicembre-2002/ e te ne sottopongo uno che ho trovato stamane su “Repubblica”, va molto approfondito, Frattini dimentica che gli islamici “moderati” (come li chiama lui) hanno parlato:

    Frattini: “Da noi non c´è la sharia”

    Il commissario: nella Ue le donne islamiche si dicano europee

    BRUXELLES – «Vorrei sentire le stesse donne musulmane affermare: prima siamo europee e poi islamiche. Vorrei vedere i moderati dell´Islam guidare le proprie comunità verso l´integrazione».
    Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Ue con delega alla Giustizia e all´Immigrazione, non ci sta. Si oppone a chi attacca i valori occidentali e propone un nuovo modello di integrazione: la concertazione tra i rappresentanti islamici e le istituzioni locali. Per diffondere queste idee il commissario europeo ha organizzato il Forum europeo dell´integrazione che è iniziato venerdì a Rotterdam, in Olanda, e che tra le altre città toccherà anche Milano.
    Le dichiarazioni dell´ex ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, hanno riaperto le polemiche sul velo islamico e, più in generale, sull´integrazione dei musulmani. Cosa ne pensa?
    «Innanzitutto vorrei sottolineare la grande amarezza che provo per come si reagisce alla libera espressione del pensiero. È del tutto inaccettabile che le affermazioni di una persona vengano puntualmente attaccate. Quando la libertà di pensiero del Santo Padre è stata messa in discussione dalle minacce dei terroristi avrei voluto vedere i moderati islamici prendere la parola. Ma non l´hanno fatto».
    Ma, nel merito, il velo è inaccettabile?
    «Beh, io su questo punto vorrei una presa di posizione da parte delle donne islamiche. Vorrei sentire le donne musulmane affermare di sentirsi innanzitutto europee. Credo ce ne siano moltissime che, ad esempio, si considerano prima italiane e poi islamiche. Sono queste le donne che vorrei sentir parlare. D´altronde come si può parlare di integrazione se poi si vuole segregare la donna?»
    Integrazione e identità sono due spinte inconciliabili?
    «L´identità religiosa e delle tradizioni non si mantiene segregandosi, ma aprendosi. Questo è un concetto che dovrebbe essere spiegato dalle leadership culturali e religiose mentre ci siamo ritrovati di fronte al silenzio quando sono esplosi i casi della ragazza di Palermo chiusa in casa e della ragazza di Brescia uccisa dal proprio clan. Insomma, tra i pilastri della società europea ci sono l´eguaglianza tra uomo e donna e la libertà d´espressione e non si toccano. Da noi mica vige la sharia».
    Ma neanche i leader politici hanno preso posizioni nette…
    «Ho già criticato la mancanza di prese di posizione su questi due casi e sono stato il primo italiano a reagire contro le minacce al Papa. Io dico che i valori fondamentali dell´Europa devono essere garantiti. Se noi non manteniamo un´identità forte, se non siamo chiari sui nostri principi come facciamo ad integrare gli altri? Possiamo garantire il rispetto delle tradizioni delle comunità musulmane solo se queste non sono in contrasto con alcune regole di base, anche quelle non scritte».
    Regole non scritte. E se invece le scrivessimo come hanno fatto in Francia proibendo il velo?
    «Sinceramente per legge avrei difficoltà a farlo, sennò domani dovrei accettarne una che impone la lunghezza delle minigonne».
    Se dovesse scegliere tra i due modelli di integrazione, l´assimilazione e il multiculturalismo, quale preferirebbe?
    «Hanno fallito entrambi. Ora il nostro lavoro parte con questa premessa: puntiamo sull´integrazione concordata in cui chi rappresenta le diverse comunità concerta le linee e stabilisce i punti che non possono essere valicati. A Rotterdam, per esempio, esiste un contratto municipale sottoscritto dalle comunità musulmane a nome dei loro membri. Un piccolo esempio di integrazione concertata che è l´unico modo di evitare l´avvento degli estremisti».

    Alberto D’Argenio

    Rispondi
  • 7. andrea  |  13 ottobre 2006 alle 16:30

    è quello che dicevo sulla tolleranza…

    Rispondi
  • 8. danielatuscano  |  14 ottobre 2006 alle 7:09

    Il discorso, in verità, è più complesso. Ora non ho molto tempo ma, come ho già detto a Elena, mi riprometto di tornare sul discorso. Ancora non sappiamo niente di Kobra. Forse è meglio mandare una mail all’Associazione Donne Iraniane. Nel frattempo, senza averlo letto bene (solo l’inizio, per essere sincera) riporto un commento di Timothy Garton Ash su “Repubblica”. Il quale sarà senza dubbio giustissimo e sensato (Garton Ash non è un perfetto sconosciuto). Non posso fare a meno di rilevare una cosa, però. Quando c’è di mezzo una questione inerente alla libertà femminile sono sempre gli uomini a dibattere, le siano essi favorevoli o contrari. Ricordate, in Italia, il divorzio? Io ero molto piccola, ma chi parlava me lo ricordo benissimo: Fanfani (soprattutto), Berlinguer, Moro… Per l’aborto, stesso discorso: preti, Papa (soprattutto), oppure intellettuali (maschi) “amici delle donne”. La legge sulla fecondazione assistita? Ruini (solo e sempre). Ora il velo? Sentiamo il parere… degli uomini. Non certo perché le donne, in tutti questi casi, non abbiano avuto nulla da dire o se ne siano state zitte (se qui abbiamo una legge sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza, come impropriamente viene chiamata la 194, è per il loro impegno e non “grazie” agli uomini, amici o nemici che siano). Ma perché il loro parere continua a non contare, perché comunque, quando si tratta di dibattere (e di decidere) sulla LORO vita e sulla LORO intimità, è ai maschi che ci si rivolge, sono pur sempre questi ultimi i veri arbitri del destino – e dell’esistenza – femminile, ed essi hanno quindi il logico diritto alla parola definitiva e universale, quella propriamente umana. Cosa ne sanno, le donne, di ciò che è giusto o sbagliato per loro? Mica sono padrone di sé stesse, le donne. Una donna senza un uomo, si sa, è inutile. Non esiste.

    Certo per i maschi è una bella grana, ne farebbero volentieri a meno, perché in effetti non hanno ancora capito quale ruolo ricopra davvero questo strano essere, che non possono definire propriamente un animale (anche se ci hanno provato), che comunque qualcosa di umano possiede (anche se di rango meno nobile, vedi Aristotele: “La donna è un uomo inferiore”), insomma le femmine sono sempre state un pasticcio incredibile (“un problema” le aveva a suo tempo definite il premier turco Erdogan https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/se-la-donna-diventa-un-problema-dicembre-2002/). Però si sa, è il loro fardello questo, e che fardello: ci hanno infatti impiegato più di duemila anni, e nemmeno adesso ne sono molto convinti, per decretare se le donne avessero un’anima oppure no.

    Perché l´Occidente ha paura del niqab?

    Da un po´ di tempo avevo intenzione di scrivere un articolo in difesa dell´hijab, sulle stesse basi su cui ho difeso la libertà di parola. In un paese libero le persone dovrebbero poter indossare ciò che vogliono, esattamente come dovrebbero poter dire ciò che vogliono, purché non metta a repentaglio la vita o la libertà altrui. A trattenermi era solo la riflessione che, non essendo musulmano, non sono evidentemente nelle condizioni di giudicare che cosa significhi l´hijab per le donne musulmane.
    Analoga obiezione si potrebbe avanzare se una giornalista musulmana dovesse scrivere, ad esempio, dei problemi che crea il sospensorio agli attaccanti di una squadra di rugby. Ma se potessimo scrivere solo delle cose di cui abbiamo esperienza il giornalismo o la letteratura si ridurrebbero a ben poco.
    La credibilità dei rispettivi articoli verrebbe tuttavia notevolmente accresciuta se la giornalista musulmana avesse intervistato un ampio ventaglio di attaccanti con e (tremo al doloroso pensiero) senza sospensorio e se io avessi parlato con un numero di donne musulmane con e senza hijab, cosa che volevo fare e non ho ancora fatto. Ma dal momento che sui media britannici infuria da una settimana un dibattito avviato da un altro non musulmano, l´ex ministro degli esteri Jack Straw, avverto l´urgenza di intervenire, pur non essendomi documentato come normalmente avrei voluto. Lettori, siete avvertiti.
    Straw si riferiva in particolare al velo che nasconde l´intero volto occhi esclusi (niqab), o compresi (burqa), non alle numerose varianti di copricapo che in Gran Bretagna e in altri paesi europei costituiscono la versione più comune di hijab. Sarebbe assurdo pretendere che non c´è differenza in termini pratici. Il fazzoletto copricapo, che nel dibattito in alcuni paesi europei è definito “velo” (con il rischio di qualche confusione), non è di ostacolo ai rapporti umani “faccia a faccia”. A mio giudizio la Francia sbaglia a vietare alle donne adulte di portare il velo negli uffici pubblici. Rientrando dagli Stati Uniti l´altro giorno ho avuto il piacere di essere accolto ad Heathrow al controllo passaporti da una funzionaria di Sua Maestà che indossava un hijab nero che la copriva completamente, eccetto il volto. Che c´è di male?
    Il niqab o burqa è ovviamente di maggior ostacolo alla comunicazione e persino all´identificazione. In certi limitati contesti è ragionevole che uno stato civile liberale esiga che il volto venga temporaneamente scoperto. Per la foto del passaporto, ad esempio, o al controllo passaporti a Heathrow (anche se oggigiorno il controllo sarebbe più affidabile se effettuato tramite lettura delle impronte digitali e dell´iride). Come sarebbe eccessivo pretendere che un´insegnante riconosca soltanto dalla voce un´alunna tra file di ragazze con indosso identici niqab.
    Inoltre è chiaro che il niqab non agevola la conversazione. Come ha giustamente osservato Straw nell´articolo scritto con sensibilità per un giornale locale, in un dialogo faccia a faccia è possibile, letteralmente, «vedere cosa intende l´altra persona». Fareena Alam, direttore dell´eccellente rivista musulmana Britannica Q-News, porta personalmente il velo e mi racconta che anche lei si sente a disagio nelle conversazioni con donne che indossano il niqab, proprio per la mancanza di quel contatto faccia a faccia. Il problema esiste, anche se resta da vedere se Straw abbia fatto bene a sollevarlo in un articolo di giornale suscitando la prevedibile serie di lamentele da parte del Sun, del Daily Mail e di un assortimento di anonimi xenofobi all´insegna del «se vogliono vivere qui perché non possono omologarsi a noi?».
    In ogni caso non penso che Straw abbia fatto bene a invitare le donne in niqab che si sono presentate nel suo ufficio di parlamentare ad avere la compiacenza di scoprirsi il volto, per quanto l´invito fosse espresso con cortesia. Dopo tutto si trovava in una posizione di superiorità rispetto a loro. Presumibilmente erano andate da lui per esporgli un problema sperando che lo potesse risolvere. In quel contesto la differenza tra un invito e un ordine è in qualche modo sfumata. In realtà l´espressione «abbia la compiacenza di» corrisponde nella comune sintassi inglese ad un educato comando. Le donne hanno quindi chiesto riparazione al torto, secondo la classica prassi democratica, dimostrando in modo ben più eloquente di quanto possa fare il loro abbigliamento un certo grado di integrazione nella società britannica. Credo che Straw avrebbe dovuto impegnarsi un po´ di più per capirle .
    Ma quanto è difficile farlo? Recentemente ho partecipato ad una cerimonia di consegna dei diplomi alla Sheffield Hallam University. È stata un´esperienza confortante. Molti dei laureandi erano donne di origine asiatica, in molti casi mi è stato detto, le prime della loro famiglia a frequentare l´università e alcune sono salite sul palco per ricevere il diploma con indosso l´hijab. Ogni studente è stato accolto da applausi educati e alcuni, particolarmente popolari tra i compagni, hanno ricevuto ovazioni. Una delle più fragorose è andata ad una studentessa interamente coperta dal niqab. Evidentemente i suoi compagni sapevano chi era la donna sotto il velo.
    Supponiamo che io mi fossi documentato come avrei voluto per questo articolo. Avrei potuto intervistare donne che indossano il niqab per email, per telefono e di persona, in inglese o con l´ausilio di un interprete. È vero, quel 10, 20 per cento in più di comunicazione non verbale sarebbe andato perduto. Peccato. Dopo tutto non parliamo di un rapporto sentimentale o destinato a durare una vita intera. Parliamo di cose da fare e da superare in una società sempre più eterogenea.
    La tesi più trita in tutto questo dibattito è che il niqab fa sentire “a disagio” o “minacciate” le persone della classe media inglese. Beh, lasciatemelo dire, che piagnoni! Posso capire che ci si senta minacciati dagli hooligan sbronzi o dai rapinatori. Ma da una donna che fa tranquillamente il suo lavoro con indosso un velo? Quanto al disagio, anch´io mi sento a disagio con un certo genere di inglesi dal volto roseo che indossano bretelle rosse, una camicia a righe con i polsini bianchi e il farfallino. Il loro niqab è un buon indicatore delle opinioni che usciranno delle loro bocche. Ma non gli chiedo mica di togliersi le bretelle.
    Fareena Alam, che ha parlato con moltissime musulmane come lei, dice che la maggior parte delle donne britanniche che indossano il niqab lo fa per libera scelta personale. Quelle che lo portano semplicemente per continuare la tradizione del paese d´origine sono una minoranza all´interno di quella che in ogni caso è una piccolissima minoranza delle musulmane britanniche. E tra loro, le donne che lo indossano a seguito di pressioni o imposizioni da parte di mariti o padri rappresentano una minoranza all´interno di quella minoranza della minoranza. Non ho potuto verificarlo di persona così da stilare una statistica e ogni singolo caso di coercizione, per non parlare del niqab indossato per nascondere i segni di abusi fisici, è di troppo. Ma basta una rapida ricerca sul web per scoprire storie affascinanti di giovani donne che scelgono liberamente di indossare il velo.
    Perché non dovrebbero? Quanta pelle lasciano scoperta è affar nostro? Col diversificarsi della nostra società dobbiamo diventare più tolleranti delle diversità. Dobbiamo distinguere tra i principi fondamentali di una società libera, che non possono essere oggetto di compromessi, le questioni che rientrano nel negoziato tra comunità, e questioni di terz´ordine che è meglio lasciare al tempo e al corso tranquillo dell´adattamento sociale. La libertà di parola appartiene alla prima categoria, il velo all´ultima.

    (TIMOTHY GARTON ASH)

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  • 9. PetaloSs  |  15 ottobre 2006 alle 4:48

    Cara Daniela sto leggendo il tuo intervento e come ben sai io amo commentarlo a punti…

    Mi trovi completamente d’accordo che, salvo rare eccezioni, i commenti sui problemi riguardanti le donne vengono discussi solo da uomini, che per carità, con enorme sensibilità, dimostrazione di coraggio e tanta voglia di pubblicità cercano in tutti i modi di farli apparire come loro dando soluzioni che ad una vera donna, con un vero problema, soddisfacente nn lo sarà mai. Anche se a poco a poco le battaglie si stanno eroicamente vincendo..
    Io parlo da femminista (poco)convinto (io nella realtà metto tutti allo stesso piano.. la differenza nn sta tra uomo e donna, ma tra idiota ed intelligente, antico e moderno ecc ecc.), amo le donne, le trovo talmente straordinarie che ripeto sempre che a capo di ogni governo dovrebbero esserci loro, per lo meno la coerenza, nel bene e nel male, sarebbe sicuramente più garantita.

    Certo Daniè che ci vai giù pesante nella descrizione del MASCHIO, attenta però a nn finire in una odiosa, quanto ingiusta generalizzazione… parli del maschio al potere, specificarlo nn costa poi molto, visto cmq che sn il primo ad essere incappato in uomini zerbino che “nn muovono foglia se la donna nn voglia”. Questi sono succubi nn solo delle donne, ma anche delle FEMMINE, e ti assicuro che questo stupido paragone nasconde profonde differenze… la donna è più riflessiva, la femmina più istintiva.

    Su velo, niqab o burqa che sia, voglio solo dire questo, le usanze diverse mi hanno sempre affascinato, come i costumi tipici delle donne sarde, coloratissimi e preziosi per i momenti di festa, o quelli austeri delle vedove vestite di nero, col fazzoletto che copre il capo, lo scialle che copre il corpo (lo protegge dall’eventuale freddo per la verità) le gonne plisetate (nn so se è il termine giusto, chiedo venia agli amici sarti) ecc. ma queste sono usanze, tramandate da secoli, e anche se nn tutte sono felici di vestirsi così alla maggior parte viene quasi naturale, ma se ad una nn va, ha la libertà di scegliere di nn farlo, di vestirsi come le suggerisce l’umore giornaliero nonché il gusto personale.
    Alle donne islamiche questo nn è concesso, sono schiave delle usanze, è questo che impressiona, faccio un paragone orrendo ed odioso, ma le vedo come le tartarughe trascinano inesorabili il loro pesante guscio, fin da piccolo quando mi dicevano che si portavano appresso la propria casa, ricordo che rispondevo: si portano dietro la loro prigione semmai (ahhh che innocente che ero).
    Non voglio dire di più, trovo frustrante parlare di un argomento tanto frustrante senza poter fare nulla, xchè nn dipende da noi occidentali… possiamo solo indignarci, fare paragoni e anche sognare, ma le magie non esistono, il procedimento è troppo complesso ed enorme..

    Mi chiedo solo questo, e poi chiudo xchè i post lunghi nn li legge nessuno: molte donne mussulmane vedono il loro modo di vestirsi nn certo come una costrizione, ma come un dovere ed un piacere e ho sentito dire che sono pure onorate e felici di questo prestigio a loro concesso… xchè nn riuniamo tutte queste donne in una piazza e diamo loro un fazzoletto rosso da far alzare solo se sono d’accordo con questa assurda affermazione… rimarebbe solo il nero del loro velo

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  • 10. donatella  |  16 ottobre 2006 alle 20:20

    IRAN. SOSPESA L’ESECUZIONE DI KOBRA

    13 ottobre 2006: l’esecuzione in Iran di Kobra Rahmanpour è stata sospesa, per consentire ai familiari della persona uccisa di decidere se perdonarla o meno, rende noto l’avvocato della ragazza, Abdolsamad Khorramshahi.
    Kobra, 24 anni, è stata condannata a morte nel 2002 per l’omicidio della suocera, avvenuto due anni prima.
    “L’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, massima autorità giudiziaria del paese, non ha firmato l’ordine di esecuzione”, ha detto l’avvocato, aggiungendo che si tratta della seconda sospensione.
    Tuttavia – continua l’avvocato – se i familiari della vittima non concederanno il perdono, l’impiccagione sarà inevitabile.
    “La solidarietà internazionale nei confronti di questa giovane donna ha giocato un ruolo essenziale nella decisione di Shahroudi, ma ora l’opinione pubblica internazionale deve rivolgere la propria attenzione ai familiari della persona uccisa, poiché loro possiedono le chiavi della cella di Kobra”.
    “Prima di tutto – dice il legale – è necessario convincere le cognate di Kobra che quest’ultima non è il carnefice bensì la vittima, e persuaderle a concedere il perdono”.
    L’avvocato è molto preoccupato per lo stato di salute della ragazza: “Non è stato facile trascorrere sei anni chiusa in cella in attesa dell’esecuzione. Ha seri problemi psichici, è molto depressa, e potrebbe peggiorare se non verrà liberata per tempo e restituita alla sua famiglia”.
    A proposito dell’uccisione della suocera, Kobra afferma di avere agito per legittima difesa, essendo stata aggredita dalla donna con un coltello da cucina.
    La ragazza sarebbe stata costretta a sposarsi dai propri genitori a causa della povertà della sua famiglia, e sarebbe stata in seguito vittima di violenze domestiche.

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  • 11. elena  |  18 ottobre 2006 alle 14:06

    A Tunisi duello sull’hijab, arrestate le disobbedienti
    Per il governo “quell’abbigliamento settario non è benvenuto”. Gli islamici scendono in piazza

    Arresti, manifestazioni di protesta, durissimi interventi del governo e ancora più duri appelli dell’opposizione islamica (illegale) a reagire, sostenuta da grandi personalità religiose del mondo arabo ma anche qualche avvocato attivista per i diritti umani. Il tutto riportato con attenzione dai media arabi, Al Jazeera ai maggiori quotidiani. la battaglia contro il velo lanciata dal governo di Zane Al Abidine Ben Ali in Tunisia non ha precedenti in terra d’Islam, almeno in tempi recenti. Lui stesso, il presidente dal 1987 governa con il pugno di ferro e scarso rispetto delle libertà personali, si è pronunciato pochi giorni fa contro “quell’abbigliamento settario, straniero e non benvenuto”. I suoi ministri l’hanno seguito:”L’hijab è lo slogan politico di un gruppuscolo che si cela dietro la religione”, ha tuonato il capo degli Esteri. “E’ un invito alla fitna, la sedizione nella comunità islamica” ha aggiunto il responsabile degli affari religiosi.”Il simbolo di una frangia estrema che vuol togliere alla donne diritti e conquiste” da detto Rafik Kacem degli Interni. E insieme alle dichiarazioni sono arrivati gli arresti di molte donne per strada, negli uffici, nelle scuole. Le ingiunzioni a firmare gli impegni “che non si veleranno mai più”. Le manifestazioni (represse) degli studenti in sostegno delle compagne velate. I sequestri nei negozi di hijab. Gli appelli in Internet del partito islamico clandestino Al Nahdha perché i tunisini si ribellino. Quelli del Grande Mufti di Gerusalemme e di alcuni ulema di Al Azhar a Ben Ali perché desista dalla campagna anti-hijab. Invito proprio ieri respinto “Fatti interni” è stata la risposta. Può sembrare strano, a chi conosceva in passato la Tunisia, che proprio qui si sia più acceso lo scontro sul velo. Tradizionalmente più laico dei paesi islamici, la Tunisia è dalla fine degli anni ‘50che garantisce parità tra uomo e donna, con poche eccezioni (come l’eredità).Habib Bourguiba, longevo primo presidente dell’era post-coloniale che guardava più alla laica Francia che al mondo islamico, aveva abolito la poligamia, concesso il divorzio alle donne, fissato l’età minima per sposarsi. E vietato il velo nei luoghi pubblici. Divieto che la modernizzazione del Paese aveva reso inutile : fino a un paio dia anni fa pochissime si coprivano la testa nessuna il viso. Oggi anche qui l’hijab è tornato: 1 su 4 l’indossa nella capitale 4 su 1 nei villaggi.per motivi religiosi, dicono molte di loro, spesso convinte da tele-predicatori che durante il Ramadam (in corso) diventano più attivi. Il problema, ancora una volta e non solo qui,è che lo scontro avviene tra un regime ben poco democratico e un’opposizione islamica che se pur ha deposto le armi resta asserragliata su posizioni estreme. La società civile, censurata e oppressa da anni, rimane quasi silenziosa. Ma la battaglia è destinata a durare, forse anche i laici e i moderati avranno tempo di farsi sentire. Come ha fatto giorni fa la bella (e non velata) Amira Bin Yussuf: eletta Missi Mondo arabo 2006, ha dovuto rinunciare alla carica perché, lei sostiene, non ha voluto allietare la serata adi alcuni ricci sceicchi. “Non baratto il mio onore con soldi e celebrità” ha detto Amira, 20 anni e studia ingegneria elettronica, e da Sharm El Sheikh se n’è tornata in Tunisia per festeggiare in famiglia (e senza velo) il Ramadam.

    C.Z. ‘Corriere della sera’

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  • 12. danielatuscano  |  18 ottobre 2006 alle 15:02

    Stefano, è ovvio che con “maschio” non parlo indistintamente di TUTTI i maschi, infatti uso il singolare, e mi riferisco pertanto a un’idea, non alla concreta realtà di ogni uomo sulla terra.

    Però non puoi negare che questo desiderio di possesso è più o meno presente in buona parte dei tuoi congeneri. E anche tu ogni tanto cadi nello stesso errore di moltissimi uomini quando valuti il femminismo… non lo capisci. Non lo capite.

    Anche per me, è chiaro, siamo tutti esseri umani, siamo tutti sullo stesso piano, la differenza non sta fra maschio e femmina ma tra idiota e intelligente ecc. … Peccato, però, che queste siano solo parole, vuote e banali parole, che la realtà smentisce ogni momento, e tu sei il primo a rendersene conto.

    Il femminismo, l’UNICO movimento rivoluzionario del XX secolo che abbia ottenuto significative vittorie, è sempre stato considerato dagli uomini furibondi e impauriti un’accozzaglia di virago che volevano usurpare la loro legittima sovranità. E’ sempre la stessa storia, l’uomo (pardon, l’uomo al potere: ma quale uomo non lo è, anche solo nella propria casa?) continua a interpretare qualsiasi fenomeno o sensazione, specialmente di parte femminile, secondo la propria ottica. Non riesce davvero a praticare l’empatia, si è disabituato all’umiltà. Continua a considerarsi il centro del mondo. E poiché è solito misurare gli avvenimenti nel suo rigido schema antagonistico, e oltre il maschio non si dà perfezione, ecco che il femminismo è diventato “la lotta delle donne CONTRO gli uomini” o, peggio ancora, “la lotta delle donne che VOGLIONO FARE gli uomini”. Un pessimo film di Alberto Sordi, del ’74, mostrava un marito disperato perché la moglie, fino a quell’istante (giustamente) timida e sottomessa, dopo essersi fatta irretire dalle nuove idee di qualche scalmanata, ha cominciato a nutrire strani pensieri; il suo fragile cervellino era andato in tilt, voleva la moto Guzzi, poi diventare calciatrice, alla fine si è fatta l’operazione e si è arruolata nell’esercito. Ha raggiunto quel che desiderava, quel che desiderano le femministe: diventare maschio.

    Ma il femminismo è stato un’altra cosa. Essere femministe non significa atteggiarsi a maschi e voler riprodurre, al femminile, il mondo di contrapposizione (anche violenta) che ha caratterizzato gli uomini. Il femminismo è altro, è finalmente volersi riappropriare delle proprie emozioni, del proprio sentire, del proprio corpo, insomma di “essere donna” senza però necessariamente concepirsi entro i parametri inventati da altri. Per questo, e non per fargli la guerra, le femministe nei loro incontri non potevano lasciar spazio all’uomo, perché l’uomo parlava della donna sempre e ovunque, e ovunque alla sua maniera. Lo sappiamo benissimo cosa gli uomini pensino delle donne, ma cosa pensino queste ultime di sé stesse dovrebbe spettar loro di diritto.

    E’ vero, io apparentemente sono dura con gli uomini, o forse “solo” esigente, ma proprio perché li amo, esattamente come tu ami le donne; diversamente, non mi arrabbierei nemmeno. Devi anche capire fin dove le mie sono provocazioni (spero salutari), senza metterti sulla difensiva, ché io poi non mordo… 😛

    E infatti non ho mai frequentato gruppi separatisti, né sopporterei di vivere in un mondo di sole donne. A parte che mi mancherebbe, come si dice, l'”oggetto di desiderio” (anche voi ci chiamate ogni tanto così, no? 😉 ), ma a me piace la varietà, il confronto, il “diverso”. Ma gli eccessi esistono in tutti i movimenti, non solo in quello femminista… eppure lo si dimentica. Soltanto le femministe devono sempre giustificarsi, o almeno chiarire, prendere le distanze ecc.

    Di conseguenza neppure un mondo solo maschile – pur se limitato al piano… culturale – sarebbe auspicabile.

    Condivido pienamente l’ultima parte del tuo messaggio. Il velo non è che un pezzo di stoffa. Come tale, ha il valore che noi intendiamo dargli e se una lo indossa liberamente, e non per ostentare la propria auto-segregazione, non ha senso vietarglielo (t’invito a leggere il mio vecchio articolo Se la donna diventa un problema, https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/se-la-donna-diventa-un-problema-dicembre-2002/). Vedi, chi è abituato da sempre a subire spesso e volentieri è “affezionato” alla propria situazione perché… è quella in cui è bene o male vissuto. Ma se ascolti i pareri delle donne musulmane che hanno rifiutato il velo, vi troverai accenti ben più infiammati dei nostri (e dei miei). Saad Saleh, prestigiosa e stimatissima docente egiziana, autorizzata a emettere fatwa sulle donne, ha dichiarato senza mezzi termini che “il velo fa schifo”; e Miral al Tahawi, giovane scrittrice simpatizzante dei Fratelli Musulmani, le ha fatto eco: “Togliendomi il velo ho smesso di pensarmi come oggetto sessuale. Infatti il punto è proprio questo. Gli uomini che impongono il velo (ed è quanto avviene alla maggior parte delle immigrate: non è mica una loro libera scelta) sono ossessionati dal corpo femminile, dal sesso femminile. La religione non c’entra (l´imam Pallavicini: il velo integrale viola la sensibilità naturale; l´ex ambasciatore Scialoja: l´usanza non ha alcun fondamento nel Corano; Abd al-Hamid Shaari, presidente dell´istituto di cultura islamica di viale Jenner a Milano: se una donna rispetta la legge e non pone ostacoli alla sua identificazione, deve essere libera di indossare ciò che crede). E in ogni caso, non mi pare che il velo sia il più grave dei problemi che gli islamici devono affrontare. Ancora una volta, come per il Papa tanto ossessionato dai Pacs da accantonare tutto il resto, fossero anche le centinaia di migliaia di morti per fame del pianeta, è solo una questione di sesso. E di potere. E, soprattutto, di pance piene.

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