I TERRORISTI ISLAMICI NON SONO MAI ESISTITI

2 ottobre 2006 at 6:06 6 commenti

Un commento di Pirani avverso alla tesi del complotto di cui si parlava qualche giorno prima in https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/25/11-settembre-bush-ha-mentito-il-documentato-atto-daccusa-del-guardiano-delle-twin-towers/.

In un articolo sull´11 settembre (“Repubblica” del 20/9) pur ribadendo una condanna senza appello della guerra in Iraq, sostenevo l´aberrazione delle interpretazioni, basate su presunte rivelazioni secondo le quali sarebbero stati Bush e i suoi accoliti ad escogitare il crollo delle Torri Gemelle al fine di instaurare un regime autoritario negli Stati Uniti e scatenare una serie di aggressioni in Medio Oriente. Trovavo, perciò, criticabilissime le trasmissioni televisive che ne amplificavano il messaggio. Non era, peraltro, ancora stata trasmessa la puntata di Report su Raitre del 24 settembre dove, la pur bravissima e da me stimatissima Milena Gabanelli, dava man forte, ahimè, anche lei, ai «cospirazionisti» col supporto del filmato Confronting the evidence, prodotto da Jimmy Walter, un miliardario americano evidentemente antisemita, inteso a dimostrare che gli attentati furono una terribile messinscena organizzata da Bush e dai servizi israeliani. Credo, perciò, necessario tornare sulla questione, anche per rispetto a quei lettori, che, in seguito alle trasmissioni, mi hanno chiesto ragione della mia posizione (Sandro Pierucci di Macerata e altri) o, addirittura, accusato di essermi affiancato a «una banda di criminali, indegni di appartenere al consorzio umano che ha condannato a morte in un forno a tasto teleguidato tremila persone e tanti poveri iracheni per incrementare il business della guerra» (Guglielma Pacciardi di Livorno).
Vorrei, peraltro, ricordare un precedente, raccontato sulle nostre colonne (12/9) da Alexander Stille, che ha spiegato come in contrapposizione ai filmati fintamente oggettivi sull´11 settembre, escogitati contro Bush, ve ne siano altri fabbricati dalla destra e diffusi per ore sulle reti televisive nei quali, mescolando personaggi e avvenimenti reali con personaggi della fiction e accadimenti mai verificati, viene «provata» la responsabilità «documentata» di Clinton nella mancata cattura di Bin Laden. Le trasmissioni, ci ricorda Stille, hanno mostrato personaggi reali intenti a dire e fare cose che non hanno mai né detto né fatto. La conclusione è che in seguito a tutti questi finti «documentari» televisivi un terzo degli americani crede alla fola che Saddam Hussein fosse direttamente coinvolto nell´attacco alle Torri, mentre un altro terzo che si è bevuto la versione dei teorici del complotto, dilagante su internet, si è convinto del coinvolgimento del governo di Washington nel crollo dell´11 settembre.
Con il lodevole tentativo di fare chiarezza, almeno da noi, Enrico Deaglio, ha dedicato l´ultimo numero del suo intelligente “Diario” (29/9) settimanale a dimostrare come la teoria del complotto sia «una boiata pazzesca», malgrado il tono di fasulla oggettività scientifica che accompagna le «rivelazioni». Il disvelamento si avvale di una minuziosa opera di verifica, con la consultazione di 300 esperti in varie discipline, condotta da “Popular Mechanics”, una pubblicazione centenaria di divulgazione tecnica e scientifica edita dalla Hearst Corp. Prima di addentrarsi sui vari punti Deaglio premette quella che per ogni persona dotata di buon senso dovrebbe essere la prova-regina: la trasmissione andata in onda su al Jazeera in cui Bin Laden in persona vantava l´attentato, presentando i dettagli della sua preparazione, i testamenti filmati dei dirottatori, il loro addestramento per impadronirsi dell´aereo con i famosi coltellini. Anche lui, al Qaeda e tutti i kamikaze del fondamentalismo recitano la loro parte a servizio della Cia e del Mossad? Ma veniamo alla documentazione del “Diario” (costa 3 euro e ne suggerisco l´acquisto) che segue punto per punto lo schema dei «complottisti» e che in questa sede posso solo elencare: I) Il mancato intervento dei caccia fu dovuto alla macchinosa procedura di comunicazione in vigore tra aviazione civile e militare, alle regole d´ingaggio, concepite ai tempi della guerra fredda contro un attacco esterno, al divieto di attaccare aerei dirottati (nessuno pensava alla trasformazione del dirottamento in atto di guerra II) Sulla caduta delle Torri centinaia di esperti in demolizioni spiegano dettagliatamente come i crolli non si possano addebitare a cariche collocate in precedenza (tesi del complotto) ma al calore provocato dall´incendio del cherosene dei Boeing. III) Completamente smontata è la tesi che il Pentagono sia stato colpito da un missile.
I «cospirazionisti» hanno risposto a “Popular Mechanics” negandone alla radice la credibilità, visto che si tratta di una pubblicazione edita da «sionisti, massoni e agenti della Cia». I terroristi islamici, dunque, non sono mai esistiti.

Mario Pirani (“la Repubblica” )

Annunci

Entry filed under: Italia, Europa, mondo, Politica-Mente.

DONNE IRANIANE FRA DISCRIMINAZIONE E PENA CAPITALE – Due appelli urgenti FONDAMENTALISTI: GLI ATEI D’OGGI

6 commenti Add your own

  • 1. Carlo Olivieri  |  2 ottobre 2006 alle 23:45

    Ad una documentazione si risponde con un’altra documentazione, e così via, fino all’eternità.
    Facendo così si perde di vista la scala di priorità.
    Chiunque sia stato, stanno tutti dalla stessa parte, quella di criminali senza scrupoli a cui non interessa assolutamente niente di ciò che vivono realmente le persone che dicono di voler difendere.
    Una cosa è sicura: chiunque sia stato, stanno tutti dalla stessa parte, una parte diametralmente opposta alla mia.

    Carlo

    Rispondi
  • 2. roberto  |  3 ottobre 2006 alle 18:45

    Leggete qui…
    http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1676162&r=PI

    Rispondi
  • 3. danielatuscano  |  4 ottobre 2006 alle 18:49

    Completamente d’accordo con Carlo. E’ pur vero che lo sciacallaggio informativo-informatico merita di essere denunciato (e sventato) con altra documentazione, altre prove. Ed è necessario si sottolinei l’esistenza dell’antisemitismo di sinistra (della sopravvivenza dell’antisemitismo in genere). Ne avevo parlato qui https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/19/antisemitismo-nessuna-ambiguita/ e non smetterò mai di ricordarlo.

    Rispondi
  • 4. anna  |  7 ottobre 2006 alle 15:20

    Ciao a tutti,

    vi giro, tradotta in italiano, una notizia arrivata in una lista del Messaggio umanista sulle proteste nonviolente contro la guerra negli Stati Uniti.

    E’ il tipo di notizia che non si trova sui giornali o in tv, ma è molto confortante.

    Anna

    STATI UNITI – CENTINAIA DI ARRESTI DURANTE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA CONTRO LA GUERRA

    Di Haider Rizvi

    IPS

    NEW YORK, 28 settembre (IPS) – Durante l’ultima settimana in varie città degli Stati Uniti sono stati organizzati cortei, manifestazioni e raduni di preghiera per chiedere al presidente Bush e al Congresso di porre fine all’occupazione dell’Iraq.

    Dal 21 settembre, quando oltre 500 gruppi contro la guerra e organizzazioni religiose hanno firmato la “Dichiarazione di pace”, circa 250 attivisti sono stati imprigionati per aver partecipato ad azioni nonviolente.

    Oltre a esigere un calendario per il ritiro dei 130.000 soldati di stanza in Iraq, la Dichiarazione chiede la chiusura delle baci, un processo di pace che comprenda misure per la sicurezza, la ricostruzione e la riconciliazione di questo paese e un cambiamento nelle priorità da assegnare ai fondi, mettendo l’accento sulle necessità umanitarie più che su quelle militari.

    Gli attivisti hanno realizzato oltre 375 azioni di disubbidienza civile e protesta in città di tutto il paese, tra cui Lincoln (nel centro), Houston (nel sud), Des Moines (nel nord), Little Rock (nel sud), Cincinnati (nel nord-est) e Fayetteville (nell’est). Qui sorge Fort Bragg, la più grande base militare statunitense nel mondo.

    Sebbene la campagna sia animata soprattutto da gruppi religiosi, partecipano alla protesta anche molti deputati, veterani di guerra e organizzazioni di donne e immigrati.

    I primi arresti sono avvenuti a Washington la settimana scorsa, quando gli attivisti hanno cercato di consegnare copie della Dichiarazione a funzionari del governo.

    Altre azioni contro la guerra che si sono concluse con arresti sono avvenute di fronte al Congresso, a basi militari e a centri di reclutamento dei soldati.

    Sapendo che molti politici esitano a sostenere la campagna per paura di passare per antipatriottici, i capi religiosi sperano che il loro appello per la pace stimoli almeno il governo a fissare una data per finirla con l’occupazione dell’Iraq.

    ”Come cittadini e persone di fede, dobbiamo essere la coscienza del nostro paese” ha dichiarato il reverendo Lennox Yearwood, del Hip Hop Caucus, uno dei 34 attivisti incarcerati per aver partecipato alle proteste davanti alla Casa Bianca.

    Nel frattempo oltre 100 capi religiosi cristiani, ebrei e musulmani hanno progettato altre azioni per impedire un possibile attacco all’Iran. Questa settimana chiederanno al Congresso di esercitare la sua “funzione di supervisione” per evitare questa possibilità.

    Come parte della campagna, molti attivisti hanno organizzato sit-in davanti alle case dei deputati che non si sono espressi contro la politica di Bush in Iraq.

    “Stiamo spendendo milioni di dollari tutte le settimane per l’occupazione dell’Iraq. Questo denaro potrebbe essere investito in sanità ed educazione” ha detto Molly Nolan, un’attivista di 62 anni che ha partecipato a una protesta davanti alla casa del senatore democratico Chuck Schumer, nello stato di New York.

    “I newyorkesi hanno bisogno di scuole e lavoro, non di questa guerra infinita!” gridava la folla riunita davanti alla casa di Schumer.

    ”Lei non ha parlato, come altri politici. La esortiamo a mostrare coraggio e a difendere i principi”, ha detto durante la manifestazione Carolyn Eisenberg, del gruppo Genitori di Brooklyn per la Pace.

    Come Schumer, molti deputati democratici hanno mantenuto le distanze dal movimento contro la guerra, però alcuni hanno criticato pubblicamente la politica di Bush in Iraq.

    “Come partecipante del Movimento dei Diritti Civili, ho affrontato la violenza con la nonviolenza. Mi hanno picchiato e lasciato sanguinante per strada” ha detto il deputato John Lewis, rappresentante dello stato meridionale della Georgia, dopo aver firmato la Dichiarazione la settimana scorsa. “Mi sono reso conto che le nostre armi più potenti come nazione non sono le bombe o i missili. La nostra maggiore difesa è il potere delle nostre idee, è quello che crediamo sulla democrazia e il rispetto della dignità umana” ha aggiunto.

    Altri deputati che hanno firmato la Dichiarazione di pace sono Earl Blumenauer, rappresentante dell’Oregon, Danny Davis e Jan Schakowsky dell’Illinois, Chaka Fattah della Pennsylvania e Sam Farr, Barbara Lee e Lynn Woolsey della California.

    Nonostante la crescenti proteste e critiche alla guerra provenienti da vari settori, tra cui generali in pensione e importanti analisti dell’intelligence, non si vedono segnali di flessibilità nella politica del governo rispetto all’Iraq e alla strategia militare in Medio Oriente.

    Solo due settimane fa, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una riduzione di appoggio al modo in cui il presidente ha condotto la guerra e ha respinto l’idea di fissare una scadenza per il ritiro delle truppe.

    I firmatari della Dichiarazione hanno annunciato che, se l’amministrazione Bush e il Congresso non risponderanno alle loro richieste, dopo settembre lanceranno un’altra campagna di azioni non-violente.

    Rispondi
  • 5. danielatuscano  |  9 ottobre 2006 alle 7:09

    Io so solo che Bush sta andando a picco nei sondaggi e questa è senz’altro una buona notizia. Vi trascrivo qui sotto un’intervista a Oliver Stone che ho trovato stamane su “L’Arena” di Verona. Ciao.

    Stone: In ricordo dell’11 settembre


    «Mi piace pensare al mio film come a una statua in un parco»
    «È una vergogna che a cinque anni di distanza tutta l’attenzione del mio Paese sia concentrata su questa questione, dimenticando problemi come la fame, le malattie, la diseguaglianza, la povertà o la situazione del pianeta»

    Oliver Stone è da anni uno dei simboli della parte democratica degli Stati Uniti. Da vent’anni a questa parte, da Salvador in avanti, non ha mai smesso di puntare il dito contro le magagne della parte più retriva e conservatrice del proprio Paese. Ha affrontato il trauma della guerra nel Vietnam, cui aveva partecipato di persona, con Platoon prima e Nato il 4 luglio poi, quindi con JFK – un caso ancora aperto è andato a rivangare dentro una ferita mai rimarginata nella coscienza civile dell’America del ’900, l’assassinio di Kennedy, con Nixon ha messo sotto accusa gli intrighi del potere (e non a caso questo era il sottotitolo della versione italiana), con Assassini nati ha esplorato l’inferno della violenza giovanile, tanto più gratuita quanto più inseminata dalla cultura dei mass media, ma ha cercato di andare a scoprire, sempre con grande senso di spettacolrità, anche i segreti di alcuni delle istituzioni cardine della società nordamericana, la Borsa (Wall Street), la radio (Talk Radio), la musica pop (The Doors), lo sport (Ogni maledetta domenica), per non parlare dei documentari su Fidel Castro e delle interviste al Lider Maximo, che hanno fatto venire il mal di pancia a più di qualcuno nelle stanze del potere di Washington.
    Per cui era quasi inevitabile che, dopo la parentesi antico-gay di Alexander, affrontasse il trauma più grande del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, con World Trade Center. E anche al Festival di San Sebastian lo fa con il suo solito stile, che a noi europei può sembrare sempre un po’ ambivalente. Critica feroce ad alcuni aspetti ritenuti assai negativi del sistema americano, ma nel nome di altri principi altrettanto profondamente radicati nella mentalità Usa. World Trade Center non sfugge a questa ambiguità, anzi la accentua, al di là della dichiarazioni di Stone che sostiene di non aver «mai usato la parola “patriota”», perché non si considera «né un patriota né un nazionalista», puntando solo a un «film che piaccia alla gente perché non ho mai avuto intenzione di usarlo come arma politica, questo sarebbe infatti un grave errore, anche se mi fa piacere che il film piaccia anche a gente che non è nazionalista, perché significa che ha cuore».
    Però le polemiche non sono mancate.
    «I miei film sono forti, perciò c’è sempre qualcuno che si offende. Salvador, per esempio, ebbe critiche spaventose. In ogni caso ritengo che il mio film aiuti a ricordare quanto è successo. Dimenticarlo significherebbe perderne il senso. Bisogna ricordare i sentimenti di quel giorno. Mi piace pensare al mio film come a una statua in un parco, un monumento in ricordo di quello che accadde l’11 settembre».
    Lei dov’era quel giorno?
    «Ero con mia moglie. Da quel giorno, però, la mia percezione delle cose è cambiata, così come è cambiato il mondo in questi cinque anni. C’è molta gente accecata dall’ideologia e dall’odio. C’è un clima di paura e di crudeltà. E troppi morti».
    A molti non è piaciuto l’uso della finzione per raccontare l’11 settembre.
    «Come per Platoon e Nato il 4 luglio abbiamo effettuato una investigazione meticolosa per preparare la sceneggiatura. Abbiamo contattato i due veri sopravvissuti e gli agenti che dopo 12 ore sono riusciti finalmente a liberarli. Con le loro storie abbiamo voluto costituire un archivio, perché non vivranno per sempre. Sono come due soldati tornati dalla battaglia di Waterloo per raccontarci cos’è successo».
    Le critiche più feroci sono andate alla figura del marine vestito da Rambo.
    «Il marine esiste davvero e io l’ho visto in televisione parlare esattamente allo stesso modo. È un uomo onesto con un forte spirito di corpo e la sua reazione è stata quella di un qualsiasi militare in un qualsiasi Paese del mondo. La cosa strana è che nel film c’è tanta gente che parla delle cose più differenti, ad esempio la bontà, ma quello che colpisce di più è il marine con la sua reazione esagerata».
    Non pensa che ci sia del vittimismo nella società americana dopo l’attentato alle Torri Gemelle?
    «È una vergogna che a cinque anni dall’attentato tutta l’attenzione sia concentrata su questa questione, dimenticando cose più importanti come la fame, le malattie, la diseguaglianza, la povertà o la situazione del pianeta».
    Cosa pensa delle tesi che sostengono che l’11 settembre sia stato un complotto?
    «Personalmente non lo credo. È impossibile. La cospirazione c’è stata dopo e ha portato all’invasione dell’Iraq. La politica successiva all’attentato è stata cospirativa. Venti o trenta persone ingannando il popolo presero la decisione dell’invasione».

    Giancarlo Beltrame

    Rispondi
  • 6. danielatuscano  |  20 ottobre 2006 alle 22:05

    Ahmadinejad insiste e persiste. Chissà se, a parte questo lodevole deputato, i nostri sinistrissimi s’indignano e protestano per l’infame attacco a Israele e per il criminale negazionismo del “Presidente” iraniano. O se ne staranno ben zitti, com’è già accaduto, perché tanto si sa, il buon Ahmadinejad è un “compagno che sbaglia”, in fondo Israele con la sua “politica terrorista” se l’è cercata… 😡

    IRAN/ VENIER (PDCI): CONDANNA TOTALE NEGAZIONISMO AHMADINEJAD
    Legittimità Israele non da Olocausto, basta strumentalizzazioni
    Roma, 20 ott. (Apcom) – “Milioni di europei sono morti a causa dello scientifico sterminio che i nazisti scatenarono non solo contro gli ebrei ma allo stesso modo contro gli zingari, gli slavi, gli omosessuali, i comunisti. La più dura condanna di ogni sincero democratico deve essere rivolta verso chi pretende di negare un fatto storico spaventoso per giustificare i propri piani politici”. Iacopo Venier, Responsabile Esteri del PdCI, commenta così le nuove dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele.
    “Il negazionismo storico del presidente iraniano Ahmedinejad è la risposta folle – prosegue l’esponente comunista – a chi pretende di giustificare ogni azione di Israele sulla base del ricordo dell’Olocausto ebraico. Bisogna interrompere immediatamente ogni strumentalizzazione di una storia drammatica. Quando Ahmedinejad nega l’Olocausto non attacca Israele ma offende tutti coloro che si sono battuti e sono spesso morti contro il nazismo e per la democrazia”.
    “Israele – osserva Venier – oggi non trova la propria legittimità dall’Olocausto ebraico ma dalla sua indiscussa ed indiscutibile presenza nella comunità internazionale che nessuno deve minacciare. Per contrastare sul serio le minacce ed le farneticazioni del Presidente Iraniano non bisogna scendere sul suo terreno ma battersi uniti – conclude – per la nascita dello Stato di Palestina accanto a quello di Israele”.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Subscribe to the comments via RSS Feed


Calendario

ottobre: 2006
L M M G V S D
« Set   Nov »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Most Recent Posts


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: