CIAO NI’! – Un film sognato (Zerofobia)

11 ottobre 2006 at 18:00 29 commenti

Il seguente articolo mi è stato trasmesso dalla mia amica Ellyr. Non è stato purtroppo possibile rintracciarne la data di redazione né il titolo preciso, ma soltanto l’autore/autrice, ed è un vero peccato.  Ringrazio comunque Ellyr per questo bel “regalo”. (D. T.)

Con questa sentita dedica del Divino Renato (da sempre maternamente incline all’enfasi ecumenico-messianica nei messaggi ai suoi adorati “sorcini”, sia che si tratti delle immancabili note di copertina di un LP che di un accorato proclama sul palco), e con in sottofondo le malinconiche note della leggendaria e dolente Il Carrozzone, ha inizio Ciao Nì!, il lungometraggio di enorme successo che fu interamente ideato ed interpretato dallo stesso Zero nel lontano 1979 (con regia di Paolo Poeti e la collaborazione di un giovane Neri Parenti come aiuto regista), un cultissimo mai abbastanza celebrato, e che noi in questa sede non possiamo in alcun modo ignorare! imageUn esperimento gustoso e bizzarro, una storia fantasiosa, curiosa, ma anche autobiografica, certamente celebrativa del personaggio “Renato Zero” nel periodo della sua massima popolarità, quando la “Zerofollia” impazzava in tutta Italia (io stessa lo vidi all’epoca, restandone stranita: era/è un delirio..) e la graffiante zerotrilogia del cantante romano (i favolosi Zerofobia, Zerolandia, ed EroZero) aveva contagiato un po’ tutti. Zero aveva già avuto esperienze cinematografiche (inizia giovanissimo in TV, ove è sempre stato piuttosto attivo e presente, fra i Collettoni di Rita Pavone, e come comparsa ne La Bambolona, grottesca e cattivissima commedia all’italiana di Franco Giraldi, con uno strepitoso Tognazzi; prosegue poi con Fellini, che lo utilizzò in Satyricon, Roma e infine Casanova 70, e col cameo inosservato de La Mala Ordina di Di Leo; per non parlare della clamorosa futura prova offerta come voce di Jack Skeleton in Nightmare Before Christmas di Tim Burton) e teatrali (il musical Hair, per non dimenticare poi quel gioiello sepolto che è stato Orfeo 9, la rock opera di Tito Schipa Jr. dove interpretava magistralmente il “Mercante Della Felicità” – di prossima trattazione su Mondo Culto), e queste prove sicuramente lo aiutarono ad affrontare con adeguata professionalità questo stravagante lavoro per il grande schermo. Un film musicale? Anche, dal momento che molte delle sue hit sono qui puntualmente interpretate live, quasi come se il film fosse poi alla fine un videoconcerto. In realtà rimane però difficile da descrivere (“… trovargli unaaa colloooocazioneee!” – in tutta la pellicola, spartana, non v’è traccia di girato in esterni..) e incomprensibile/indigesto a chi non ama Zero: potrebbe intendersi come una sorta di pazzesco, strambo psychotrhiller musicato, imbevuto di kafkiane suggestioni, teatro off anni ’70, commedia, uno spruzzo di glitter, molta ironia e, naturalmente, quintalate di egocentrica Zerofollia… vissuta, sofferta e contagiata da Lui, il grande Renato, qui a buon diritto da considerarsi come il Frank-N-Furter de noantri!! La storia, concepita in chiave squisitamente favolistica, ha tutta l’intenzione di gettare uno sguardo fantasiosamente verosimile sulla vita dello stesso Renato Zero Artista. All’interno della vicenda il nostro, infatti, è un applauditissimo divo pop amato da orde di fans che lo seguono ovunque e che lo subissano puntualmente di valanghe di lettere adoranti. Per accontentare i suoi “sorcini”, Zero si esibisce in continui spettacoli, percorrendo le vie del mondo su di un gigantesco carrozzone da circo trainato da cavalli, in compagnia della sua fidatissima crew: Dollaro (Carlo Monni, fresco di Berlinguer Ti Voglio Bene), un invadente e irascibile manager che funge anche da cocchiere; Super Io (Enzo Rinaldi – ricordate il Babbo Natale dei biscotti Bistefani e il maturo “maialone” di tante opere di Tinto Brass?), un panciuto psichiatra golosissimo di cioccolatini col “complesso dell’abbandono”; Mignolo, un saltellante segretario muto; e infine Zucchero, non certo il Fornaciari, ma una fidatissima governate-costumista (Nerina Montagnani, la mitica Natalina della pubblicità Lavazza con Manfredi). E’ l’inizio di un nuovo frenetico giorno di tournée in quel bizzarro circo che è il carrozzone di Zero, e il Divino giace addormentato nella sua stanza-capsula, adagiato mollemente sul suo glitterato letto rotondo, con un pesante make up e indosso sontuose vesti di paillettes porporate, in una mise che ricorda prepotentemente la Regina crudele di Biancaneve. A svegliarlo solertemente è il suo segretario Mignolo che, come sempre, lo cosparge del solito carico quotidiano di lettere di fans. Zero, destatosi dal suo torpore, però non pare sentirsi molto bene, è preoccupato per la sua voce che quella mattina si è rivelata inspiegabilmente flebile ed arrochita: come può in queste condizioni affrontare un nuovo concerto? Bisogna dunque trovare alla svelta un rimedio. Zero fa quindi chiamare il fidato psichiatra Super Io che, accorso al suo capezzale, subito fa dipendere la patologia dalla strana natura sessuale di Zero: “E’ il solito fatto psicosomatico che frega la vita a voi “polimorfi perversi!” sentenzia, e il nostro lo ripaga immediatamente con uno schiaffetto stizzito… Eggià perché lui detesta sentirsi chiamare “polimorfo perverso”! Subito dopo accorre la materna Zucchero che, conoscendo le reali necessità del suo protetto, intuisce che l’unico rimedio per “tirare su” Zero è “L’Udienza”. “Le Udienze” erano convegni d’amore, indifferentemente con uomini o donne, cui Renato puntualmente si sottoponeva, e che molto spesso si erano rivelati una vera panacea per ogni male. Dollaro, il manager cocchiere, è però assolutamente contrario a questo genere di “rimedi”, da considerarsi veri attentati all’incolumità del cantante, e lo invita a scegliere una buona volta a cosa rinunciare, a suoi servigi di guardia del corpo o a questi presunti convegni d’amore. Zero chiaramente opta per la prima alternativa e manda via il collerico manager, dal momento che non può certamente rinunciare ai suoi adorati svaghi. Vengono perciò prontamente convocati per l'”Udienza” dei bei ragazzoni, nella fattispecie dei corazzieri, che vengono quindi edotti da Super Io sull’importanza dell’incontro con l’Artista: “L’Udienza è un appuntamento prezioso che Zero concede solo a chi lo ama e chi è riamato da lui. Voi siete stati prescelti fra molti, conserverete il grande privilegio di questi attimi nel vostro cuore”. Mentre Renato è affaccendato con i corazzieri, nella stanza di Super Io si sentono riecheggiare da lontano dei potenti gorgheggi; è evidente dunque allo psichiatra che i benefici effetti dell’Udienza hanno risolto i problemi vocali del su assistito: “Lo dicevo io che era un fatto psico-sodom… ehemm, psicosomatico!”. Tutto è risolto, e Zero è pronto per esibirsi in un nuovo concerto.

Il cantante esegue La favola mia: è un video tratto dal film Ciao nì.

Inizia così la serata, sempre nel suo “Grimilde look”, con La Favola Mia (“… E mi vesto da Re perché tu siaaa, tu sia il Re di una notte di magiaaaa…”, canzone manifesto da Zerolandia – e una delle sue migliori, aggiungo… N.d.Ste), e quindi con la schizofrenica Io Uguale Io (“… Questa faccia qui,questo corpo qui… Ma è sicuro che sia IO??! Io voglio un identikit, carta e matita presto io sono qui!!”). Rientrato nelle sue stanze, Renato dedica un po’ del suo tempo alla lettura delle letterine dei suoi “sorcini”, rimanendone deliziato, quand’ecco improvvisamente sopraggiungere la crisi! In una delle missive legge un’inquietante minaccia di morte da parte di un fantomatico individuo: “Ti conosco mascherina, ti conosco come me stesso… Conosco la tua colpa. Ti seguirò come un’ombra nel buio e ti ucciderò alle prime luci della ribalta. (firmato) Ciao Nì!”. Il messaggio getta il nostro nel panico: chi può volerlo morto? Perché? E’ necessario dare un volto a chi vuole attentare alla sua vita, e a questo proposito un consulto con Super Io è più che mai urgente. Lo psichiatra suggerisce di partire per un viaggio a ritroso nella sua vita, scavando nell’ inconscio, e far così riaffiorare le esperienze più remote e spiacevoli nel tentativo di scovare il colpevole. “Ciao Nì! Espressione dialettale da sempre appartenuta a Zero, sicuramente nata in ambito familiare…”, afferma lo studioso, e ciò induce il poveretto a sospettare che siano stati proprio i suoi genitori a volerlo morto. Caduto in onirico trance d’analisi, scorge un’allibita infermiera che non sa se apporre un fiocco blu o rosa su di una culla, quella che fu sua evidentemente. Incontra i suoi genitori: un padre decisamente “frou frou”, e una madre inflessibile ed autoritaria ai quali Zero rimprovera aspramente di non essersi mai preoccupati di averlo indirizzato verso un’identità sessuale definita. Ma non è nelle loro mancanze che dev’essere trovata la mano del presunto futuro assassino, Renato è più che certo che i suoi genitori non c’entrino nulla in questa faccenda. Un altro concerto è alle porte e, visti i pericoli sempre agguato, in camerino si dibatte sulla convenienza di entrare in scena o meno. Per rimediare alla depressione dell’Artista, era stata persino indetta una nuova “Udienza” (questa volta con delle procaci ballerine in topless, tutte piume stile “Crazy Horse”), ma stavolta a dare immediato coraggio e forza al nostro è il giubilante pubblico in delirio e in attesa che gremisce la platea… “Renato! Renato! Renato!”. E lui, già pazzescamente agghindato con una mise rosso fuoco con ali spaziali, non può che sentenziare fra se e sé: “Impossibile non andare, aaaaaaassolutamente impossibbbile. NON E’ VERO??!”… E irrompe sul palco regalando ai sorcini un’incandescente performance di Sesso O Esse. Al successivo cambio di costumi, Zero trova però un altro inquietante segno della presenza del temuto assassino nel suo camerino: una finta mano mozza con un biglietto riportante il solito sinistro saluto Ciao Nì!. Sempre più scosso, porge sdegnato la lugubre manina a Dollaro, negligente guardia del corpo, ma lo show “must go on”, il pubblico è caldo e non c’è tempo per rimuginare, così si riparte con una nuova canzone, l’accorata Fermati (una proto-citazione dell’Estasiante leit-motiv di Pierre L’Ineffabile? N.d.R). A metà spettacolo Zero convoca i fidati sottoposti per discutere velocemente sul da farsi: non servono corpetti merlettati, tutine impaillettate anti-proiettile; qualsiasi momento può essere quello fatale per l’omicidio. Come dice rocambolescamente Renato: “Costui, costei, costoro… Costosi, costanti… L’ASSASSINO, INSOMMA! entra ed esce da questo Carrozzone come e quando vuole!”. Ma la folla dei fedelissimi e adoranti sorcini acclama da lontano il suo nome sempre più forte,e tanto basta al nostro per favellare messianico ancora una volta: “E io dovrei rinunciare all’amore di tanti per l’odio di uno solo? IO VADO!”.

 

Ed eccolo nuovamente infiammare la folla cantando Chi Sei, stavolta vestito unicamente di un’attillatissima salopette a strisce modello Ape Magà. A fine serata, dopo lo show, il sonno cattura finalmente Zero, e i fantasmi del suo passato affiorano più minacciosi che mai. Ricorda di quand’era bambino, nel cortile della scuola dove gli altri compagni si esercitavano in virili giochi marziali, mentre lui, truccatissimo, si specchiava nell’acqua di un pozzo pettinandosi la già allora lunghissima chioma corvina. Nel tentativo di dare un volto all’assassino, scavando nel passato, ricorda una spietata religiosa omofoba, Suor Incatenata (Victoria Zinny, poi signora Girone…), che lo disprezzava con tutte le forze per le sue aberranti inclinazioni. Lo insultava e lo tagliava co un inquietante crocefisso/coltello a serramanico, per poi gettarsi su di lui e succhiargli il sangue vampirosamente famelica. Pertanto Zero (ormai adulto) decide di affrontare ora l’antica nemica ed appare così, quasi come una sorta di Arcangelo Gabriele, alla suora che sembra ora, a distanza di anni, redenta, pentita del crudele comportamento inflittogli da bambino; e anzi si proclama sua fan accanita. Perciò è evidente nella mante del nostro che neanche Suor Incatenata può essere il suo attentatore. Nel movimentatissimo Carrozzone lo spettacolo continua con una avanspettacolare e divertentissima performance di Triangolo, ma nuove minacciose tracce vengono rinvenute nel camerino a fine esibizione, stavolta pare che l’assassino abbia lasciato una strana giarrettiera, che Renato mostra prontamente a Super Io. Con l’aiuto dello psichiatra, si abbandona quindi nuovamente ai ricordi; per qualche motivo quel vezzoso indumento intimo gli fa ricordare i giorni delle naja e quell’odioso, dispotico sergente che tanto lo tiranneggiava. “Mi ha sempre odiato! Eggià… Le reclute non avevano occhi che per me!” irrompe non senza una punta d’orgoglio Zero, ma in fondo alla sua mente ricorda che il virilissimo soldato in realtà era più incline ai suoi gusti di quanto avesse mai potuto sospettare poiché, a ben rimembrare, era solito fare la calzetta e amava anch’egli indossare indumenti femminili sotto la mimetica. Fugati i sospetti anche sul sergente, l’Artista continua il suo show e dopo una sentitissima performance della concitata Nascondimi (sfoggiando qui uno dei suoi costumi migliori, la celebre tutina nera attillata con le guglie glitterate come da copertina di EroZero),image accese le luci in teatro, si accorge che non c’è nessuno a vederlo. Indispettito più che mai per essersi esibito “a vuoto”, sfoga tutta la sua furente rabbia su Dollaro che, per scongiurare qualsiasi eventuale agguato dell’assassino, aveva pensato bene di far evacuare la platea.
Ormai è il tracollo, Renato sente di non poter più resistere in quello stato di perenne minaccia e pericolo: deve poter distendere i suoi nervi, e quale rimedio migliore se non un’Udienza? Liquidato in malomodo Dollaro (“Vatti a fare un briscolone, PLEASE!”) che aveva cercato per l’ennesima volta di dissuaderlo dal partecipare a simili “rendez-vous”, il nostro si unisce a un gruppo di freakkettonissimi ragazzi e ragazze proto dark, i quali, su sottofondo delle circensi note di Manichini, lo attendevano nella sua alcova. imageParte la clownesca performance di Sbattiamoci (“Dai su sbattiamoci… Tanto per conoscerci di più!… Provo io e poi provi anche tu!” ) e quindi, come si conviene ad ogni popstar di richiamo, arriva per Zero il momento dell’incontro con i media. Un cronista pettegolo da strapazzo lo subissa di pruriginosi commenti: “Renato Zero: morboso, androgino, ermafrodito, bisessuale, eterosessuale… Ed anche un po’ polimorfo perverso!”. E l’Artista, all’ennesimo “polimorfo perverso” affibbiatogli, frena a stento l’istinto di colpire
l’indelicato giornalista con il solito schiaffetto stizzito, e lascia correre; ma l’altro non accenna a smettere di fare illazioni, e anzi chiama un plotone di illustri scienziati al fine di esaminare da vicino questa bizzarra popstar. Fra tutti gli scienziati accorsi ve n’è uno particolarmente preso da Zero, che non smette mai di fissarlo con allucinato interesse, e che lo stesso cantante aveva notato con una certa preoccupazione, visto che neanche per un momento gli avrebbe poi tolto gli occhi di dosso durante una teatralissima ed enfatica esibizione di Sogni Di Latta. A questo punto i sospetti del nostro cadono sullo spiritato luminare e così, preso il coraggio a due mani, decide di fargli visita nella sua oscura dimora. In una notte buia e tempestosa, tra pioggia, tuoni e fulmini, Renato giunge nel lugubre castello dello scienziato pazzo (e qui si sconfina in pieno territorio Rocky Horror Picture Show!) e lo sorprende nell’immancabile laboratorio, tra alambicchi fumanti e strane pozioni. Lo accusa immediatamente senza mezzi termini di essere il misterioso vessatore: “Tutto il tuo interesse per me non era un caso… Sei tu ‘Ciao Nì!’ “. Lo scienziato non nega uno smodato interesse, ma si difende fermamente dalle accuse, il suo è un interessamento puramente scientifico: egli anziché disprezzare l’ambigua natura di Zero ne è invece fortemente attratto, e per di più vorrebbe dar vita in laboratorio a un perfetto esemplare di creatura ermafrodita, ma ahimè molti dei passati esperimenti avevano fallito nell’intento e a prova degli insuccessi viene fatto chiamare un nano deforme che, uscito improvvisamente dalle segrete del castello, suscita la materna compassione del cantante. I discorsi del luminare si fanno quindi sempre più sinistri e preoccupanti, allorché afferma di voler trattenere Renato per sottoporlo ad approfonditi esami al fine di conoscere finalmente la sua preziosa struttura molecolare. La reazione è repentina e risoluta: disarmato il minaccioso scienziato, il nostro dà fuoco al laboratorio e fugge via dal castello maledetto. Una crepuscolare esibizione di Uomo, No! precede un’altra notte di incubi per il poveretto, che nel suo sonno agitato arriva persino a sospettare dei fidati attendenti, forse troppo esasperati dai suoi continui capricci.

Ma è davanti allo specchio della toilette che un bel giorno Zero riesce a sbrogliare il bandolo di questa intricatissima matassa e a capire finalmente tutto. Intento a imbellettarsi, vede improvvisamente la sua immagine riflessa sdoppiarsi e parlargli come per effetto di qualche strano sortilegio… “Ciao Nì! Sono IO il tuo pericolo!… La parte “normale” di te. Non sopporto più queste tue ciprie, non hai più tempo da dedicarmi immerso come sei nel tuo successo. Ti odio e voglio vederti morto!”. Sorpreso da questa rivelazione, consapevole che chi voleva attentare alla sua vita altri non era che egli stesso, o meglio, la parte di sé ancora in conflitto con il lato più trasgressivo e ambiguo della sua natura, Renato prende coraggio e ribatte al suo alter ego: “Sei un essere abietto e depravato, la normalità di cui parli non è altro che il riflesso di me stesso. Se io voglio, mi alzo e tu SPARISCI!”. Ma il malefico doppelganger al di là dello specchio vuole portare a termine il suo proposito di morte e, alzatosi, tende un arco dorato per scoccare una freccia letale. Ma il Renato Zero Artista, con tutte le sue stravaganze e il suo straripante Ego, alla fine ha la meglio e, scagliando un mattone contro lo specchio, infrange, uccidendola per sempre, quella distruttiva parte “normale” di sé che lo aveva sempre odiato. La pace ritorna finalmente nel Carrozzone e il Divino Renato, gettatosi alle spalle quell’ormai inutile lettera minatoria, corre verso il suo adorato pubblico regalando una liberatoria e scanzonata Baratto.

Andrea “Plonk” Galvan (“Mondo Culto” )

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FONDAMENTALISTI: GLI ATEI D’OGGI C’E’ UN'”ALTRA” CHIESA CHE SOFFRE… – Riflessioni in margine al Convegno di Verona

29 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  15 ottobre 2006 alle 23:57

    Quanto ci sarebbe da dire su questo film, ma anche su questo articolo!

    Purtroppo è tardi e mi limito, per adesso, alle prime impressioni sulla pellicola.

    La vidi al cinema “Excelsior” (ora scomparso, al suo posto c’è una profumeria… ) di Milano, nella primavera ’79, insieme ai miei cugini. Ricordo le recensioni del giorno dopo, sul “Corriere d’Informazione” (anch’esso da tempo defunto): Zero sesso e fantasia.

    Renato ha dimostrato indubbie doti attoriali, pur in un film senza pretese come quello. Credo però che la sua carriera in quel senso non abbia avuto scampo perché ormai la gente lo identificava troppo come Zero. In un certo senso è un peccato, Renato è assai espressivo (su un giornale dell’epoca avevano scritto che aveva ricevuto il dono di una faccia drammatica, metà da angelo e metà da diavolo: concordo in pieno), recitare è una sua seconda natura (e sappiamo quanto sia abile… nel bene e nel male!!!), però è pure vero che è già attore della canzone… non si può aver tutto nella vita…

    In Ciao Ni! recitavano ottimi attori e caratteristi. Confrontandolo coi “musicarelli” del decennio precedente bisogna riconoscere che Ciao Ni! aveva dei vantaggi innegabili:

    1) era corto. Certo, noi fans avremmo voluto si prolungasse all’infinito ma il fatto che non durasse tanto in generale si è rivelato positivo perché non ha stancato nemmeno i critici più esigenti;

    2) il 90% del film consisteva in registrazioni dei concerti. La “trama” serviva più che altro a legare i vari episodi musicali, del resto già abbastanza “recitati”, un po’ sulla falsariga di Zerofobia;

    3) nella sua atmosfera onirica c’era un che di realismo. Intendo: i musicarelli mi avevano sempre turbata perché, a parte le vicende spesso improbabili, per non parlare dei protagonisti (ne ricordo uno con Reitano nei panni, ben poco credibili, di un giovane povero ma onesto che combatteva la ‘ndrangheta e veniva alla fine, “tragicamente”, schiacciato da un camion, e stendiamo un velo sull’inaudita coppia Mal-Giacomo Agostini), accadevano eventi paranormali. Come infatti, per strada o in una palestra, un Little Tony potesse attaccare Riderà accompagnato da una cinquantina di violini sbucati da chissà dove (e rimanendo tuttavia invisibili) sarebbe per me restato uno dei misteri più impenetrabili della cinematografia. Renato, almeno, cantava sul palcoscenico, e nei rari momenti in cui recitava si rivolgeva ai partner da cristiano, non gorgheggiando tremuli acuti.

    E poi, last but not least, Renato era straordinariamente bello, malizioso, simpaticissimo, sexy e auto-ironico. Era il Renato di Zerolandia, e non devo aggiungere altro! In quel periodo ci sembrava proprio di aver raggiunto… la Terra Promessa, se posso parlar così senza irriverenza. Ma nessun concerto in Vaticano si profilava all’orizzonte… allora. E meno male, quanto eravamo fortunati…

    Rispondi
  • 2. Nadia  |  31 ottobre 2006 alle 2:44

    1)….perchè parlarne ora del film?!?!?
    ………….come se non lo conoscessimo?!?!??!??!!
    ………mha!!!!!!forse per i più giovani…………………
    nadia

    Rispondi
  • 3. ernesto  |  31 ottobre 2006 alle 3:01

    Non credo proprio per i più giovani o perchè non lo conosciamo, ma perchè l’articolo è BELLO e non si conosce la data… Daniela l’ha scritto chiaramente…

    Infatti è bellissimo… anche se a distanza di anni,ma non vorrei sempre ripetere la solita litania, la parte “normale” di Renato abbia cercato invece di prendere il sopravvento…e di vincere. 😐 Boh notte

    Rispondi
  • 4. francesco  |  31 ottobre 2006 alle 9:34

    http://www.juno.co.uk/ppps/products/240243-01.htm&highlight=ma%20fra

    prova a sentire questo disco cliccando sul’icona delle cuffie…
    ti dice niente?

    Rispondi
  • 5. amica  |  31 ottobre 2006 alle 9:35

    Ti ringrazio infinitamente per avermi inviato tale artic. di Ciao Ni….grazie per essermi accanto in questo zerofolle e amatissimo mondo che porte un nome solo….

    RENATO……….

    Rispondi
  • 6. veronica.zero  |  31 ottobre 2006 alle 12:04

    Articolo meraviglioso…ho appena finito di leggerlo e ora…beh, corro a vedermi il film…mi sembra sempre di non averlo visto abbastanza!

    Rispondi
  • 7. filomena  |  31 ottobre 2006 alle 16:26

    stupendo articolo!!!!.. Grazie per avermi data l’pportunità di leggerlo e di vedere queste foto strepitoseeeeeeeeeeee
    ANCHE A ME + VENUTA VPGLIA DI RIVEDERE IL FILM …. ma ora andare via… magari si potrebbe fare un bel libro con tutte queste chicche…..
    Renato è un Grandeeeeeeeeeeeeeeeee

    Rispondi
  • 8. giancarlo  |  31 ottobre 2006 alle 23:54

    Mi piace soprattutto il tuo commento al film Danie’, e questo paragone o meglio questa distinzione che fai tra “Ciao Ni'” e i Musicarelli…
    Fu un peccato che il regista allora girasse, per così dire, con la mano sinistra, perché il film avrebbe potuto avere una “confezione” migliore.
    Insomma l’idea buona c’era!
    Renato avrebbe potuto e dovuto ritentare, comunque…
    Almeno con i video musicali, quando sono arrivati, avrebbe potuto impegnarsi di più e meglio!

    Rispondi
  • 9. danielatuscano  |  1 novembre 2006 alle 8:12

    I video musicali sono figli di un’epoca veloce e tecnologica, del tutto estranea all’universo artistico di Zero; per questo, a parte alcuni (penso al bellissimo E ci sei), sono girati male e svogliatamente.

    Renato è stato saggio quando ha deciso di smettere col cinema. Ricordi le sue dichiarazioni in proposito? “[Ciao Ni!] era un film fatto con due lire e chi mi ripoponeva nuove storie pretendeva di investire lo stesso budget”. Insomma la solita cecità italiana (non è un caso che di lui si sia accorto, molto tempo dopo, solo quel geniaccio di Tim Burton per il suo folgorante Nightmare before Christmas). Renato era sì un grande talento (anche se per me resta essenzialmente uomo di teatro), ma se avesse continuato sulla falsariga di Ciao Ni! si sarebbe rovinato. Hai ragione, quel film è stato girato con la mano sinistra, sembra quasi più un “bozzetto”, uno scherzo, una prova, ma il suo fascino probabilmente consiste in questo: come lo schizzo di un pittore di talento, che fa presagire una grande opera. Ma l’opera non c’è, non viene mai.

    Chissà? Forse è stato meglio, la pellicola ne ha perso in qualità ma ne ha guadagnato tantissimo in spontaneità e immediatezza. Renato si è divertito come un pazzo a girarlo e si capisce chiaramente. Per noi, che lo abbiamo amato dall’inizio, anche quello è stato un modo di conoscere la sua intimità.

    Rispondi
  • 10. danielebausi  |  2 novembre 2006 alle 12:08

    Che emozioni….che ricordi! A quel tempo i miei 14 anni si facevano sentire sobbalzando dalle pulsioni di una sessualità ancora latente ad una ricedrca di conferme nell’ambiente scolastico e non.
    il cinema “ideale” oggi ha lasciato il posto ad un blocco di mini appartamenti, ma era meta di una sorta di pellegrinaggio di adolescenti perchè lì proiettavano solo film di una certa categoria. “Quadrophenia”, “I was made for lovin’you” dei Kiss, ecc. Non poteva certo mancare “Ciao nì”, film culto per noi adoratori dello Zero 70 e anche per noi “polimorfi perversi” che cercavamo un appiglio per quella sessualità che ancora non aveva trovato la sua strada.
    Il mio diario scolastico strabuzzava di foto e di articoli del nostro mito e per la mia accentuata effemminilità, ero messo al bando e “finocchio” echeggiava in ogni angolo dell’aula.
    Ma il mio vero e unico compagno di banco era lui, con i suoi lustrini, le sue paillettes, i suoi coloratissimi costumi e al di sopra di tutto, le sue canzoni. La mia adolescenza è stata segnata da una parte dalle continue offese e dall’altra nel credere fortemente nelle parole di Renato. Ero convinto che ciò che cantava non potesse essere solo frutto di fantasie e che quindi ci credeva e quindi ci credevo anch’io.
    Al cinema c’erano tante ragazze truccate e pettinate come lui, ma tra tutti io cercavo di scorgere qualche maschietto che avesse avuto lo stesso coraggio, ma non ce n’erano.
    La sala era piena e quando si spensero le luci e il “carrozzone” cominciò la sua corsa, l’adrenalina andò a mille. Ero elettrizzato, ma la cosa più bella fu che ad un certo punto mi sentii prendere la mano. Mi voltai di scatto e il ragazzo seduto accanto alla mia destra mi guardava sorridendo. Con grande stupore nonchè con enorme sorpresa mi accorsi che era un mio compagno di scuola, non della mia classe, ma anche a lui era toccata la stessa sorte. Vedemmo tutto il film mano nella mano, ma come finì il film, finì anche il nostro “idillio”.
    Solamente molto tempo dopo mi confessò che trovò il coraggio di prendermi la mano spinto da ciò che vedeva e ascoltava e che mai e poi mai me lo avrebbe detto a scuola.
    Conservo questo ricordo nel mio cuore molto gelosamente, per quell’ora e mezzo, due ragazzi ancora un pò disorientati, si sentirono liberi.
    Grazie Renato.
    Ciao nì

    Rispondi
  • 11. Lungara  |  3 novembre 2006 alle 15:58

    Splendido articolo,cara Daniela!!
    Credo che non sia mai troppo tardi per parlare di questo film,secondo me anzi poco conosciuto dai sorcini giovani.(io apparetngo pure alal categoria,ma una volta scoperto il film l’ho visto 3volte di seguto!!)
    Concordo pienamente con l’analisi fatta da “mondo culto” ma anche col comemnto di Daniela,soprattutto coi punti 2e 3: è vero che i musicarelli erano assolutamente inprobabili oltre che ridicoli!! é vero anche che questo film risulta indigericile ai non- zerofolli,ma almeno ha una qualche valenza come “documento trash”,e soprattutto come testimoniazna del Renato genuino ei tempi che furono… e qui concordo con chi ha detto che la parte normale di Renato è riuscita ad “uccidere” quella trasgressiva.

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  4 novembre 2006 alle 8:14

    Ragazzi… grazie! Grazie a Daniele per la sua splendida e toccante testimonianza e grazie a Lungara per la sua analisi, che condivido soprattutto nella conclusione – un po’ meno nel giudizio sul film, ma anche su questo potremo tornare -. In parte ho risposto anche nei commenti al mio articolo Renato Zero uomo contro. Se volete dare un’occhiata… Ora devo scappare, mancherò per due giorni. Poi ci ritroveremo qui. 😉

    Rispondi
  • 13. un uomo in volo  |  5 novembre 2006 alle 15:32

    […]  https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/11/ciao-ni-un-film-sognato-zerofobia/ […]

    Rispondi
  • 14. laura (etabeta)  |  13 novembre 2006 alle 12:45

    LETTERA AL SIGNOR EFFE

    “Caro signor Effe,
    di questo topic farò sicuramente una stampa (e rilegherò i fogli, non so quando): sta diventando sempre più importante.
    E’ nato per gioco e per serbare i nostri ricordi e ora intravedo risvolti bellissimi. Leggo e mi commuovo perché siamo davvero tutti uniti da questa forte emozione. I pensieri cambiano, è vero, perché siamo tanto diversi l’uno dall’altro e neanche ci conosciamo…(beh, io sicuramente non conosco nessuno). Ognuno di noi butta giù le parole che più sente sue perché vive questa esperienza per quello che riesce a cogliere, nulla di più. E va benissimo così…
    Ci stiamo raccontando, noi vecchi zerofolli. Di nuovo qui. Mi rendo conto che quello che sento adesso, e quello che ho vissuto in passato, sono riuscita a trascriverlo solo tra queste righe, sicuramente perché mi sento coinvolta. Insomma, mi piace questa raccolta colorata di noi e di lei, signor Effe.
    E allora, mi permetta di sottoporre alla sua attenzione queste pagine (magari le leggesse!). Sono parole “perlei-dilei-conlei-sulei”. C’ è davvero tutto un cielo, qui dentro; arriva anche a lei tutto il suo azzurro?
    Ci sono confronti, opinioni e sentimenti, tanti sentimenti; le sensazioni della gente vera, quella che ha pigliato con lei l’apri-scatole, chè era stanco di essere un giocattolo, e che s’è rimboccata le maniche per 20’anni e trentamila secoli e lo sta ancora facendo, di qua, di là e su e giù, su e giù.
    Ora, non sempre i sorrisi di questa gente arrivano in contemporanea, non sempre le idee trovano punti in comune, ne sa qualcosa anche lei, credo, ma, l’affetto per lei, quello sì, tiene legati tutti quanti. Si chiama – l’ho deciso io – effettoaffettoautenticità. Rabbia e stima, voci nostalgiche o meno, ricordi e aneddoti che si dilatano a seconda di chi rivive quei momenti, ma l’autenticità, quella, è davvero uguale per tutti. Tanta autenticità di quelli di “quando stavamo tutti seduti”. Le arrivano queste emozioni? Toc, toc…è pemesso?…C’è nessuno? Scusi, forse sono un po’ troppo invadente, eccessiva, lo so….(anche questo è amore, però!), ma qui c’è tutta un’eco di grida, io la sento, noi la sentiamo. E lei?
    Mi chiedo spesso, io, cosa sente lei, adesso; perché, vede, mi perdoni, non la riconosco più.
    Qui c’è un fiume in piena che corre verso di lei. E che la difende. Questa gente le vuole bene davvero, signor Fiacchini.
    E allora, adesso, qui per la prima volta, mi rivolgo direttamente a lei. Molto brevemente e senza pretendere niente, come sempre del resto. E dandomi costantemente dell’idiota: so che non mi leggerà mai, ma tant’è…ormai sono in ballo……..
    Mi sono detta : “forse è vero, forse pretendo troppo. Probabilmente (questo credo di averlo già detto, ma lei che ne sa!) quella cambiata sono io: sono cresciuta e non mi basta più quello che Renato adesso pensa, fa, canta.”
    Ma, poi, cacchio, mica è così.
    Signor Effe, lei ha fatto delle scelte (spero siano sue, anche se non le condivido per niente!) per le quali io mi sono allontanata anche se faticosamente; mi sono ancora di più legata al jolly di un tempo, sbagliando, lo ammetto, perché l’uomo di adesso non è più quel jolly. Da un po’ di anni aspetto qualche cosa che mi (ri)porti a lei (perché, per la miseria, rivoglio la sua magia!), aspetto un “la”, un bell’album di inediti suoi, suoi, suoi perché “..quest’anima ha voglia di emozioni…. con lo spirito delle sue invenzioni…” Forse è proprio così: ho voglia di un risveglio.
    E invece lei oggi si apre agli indifferenti di un tempo, – “ehi dico a voi, a voi indifferenti, a voi che non ci conoscete bene….” – e io sento che sto perdendo qualcosa. Dio, come sono arrabbiata. “In quelle folli notti sotto il tendone blu”, signor Effe, con lei c’ero io, buona buona, mica quelli “dentro le righe” di oggi (lo dico senza polemica e con tutto il rispetto, per carità!), ma, forse, non le interessa più.
    Qualcun altro ha pensato bene di riportare delle bellissime parole… “…vorrei …capirti e rassicurarti che il giovane guerriero è ancora qua”. Mi dispiace tanto, signor Effe, ma io non la vedo. Dove sbaglio? Mi aiuti a ritrovarla, please.
    E pensare che sono sempre qui, sarò sempre qui perché, dolcissimo signor Fiacchini, lei riesce ancora a colpirmi dritto al cuore, mannaggia (alla pupazza!).

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  • 15. danielatuscano  |  13 novembre 2006 alle 12:59

    Eta, purtroppo (per te e per noi) non sono il signor Effe, non sono nemmeno il signor G cui in qualche modo l’Effe poteva somigliare, ma sono solo la signora D.

    Io, a differenza di Effe, i tuoi, i nostri post li leggo.

    Chi se ne strafotte!, dirai tu, e certo, eppure, magra consolazione, penso ti faccia piacere lo stesso.

    Le voglio dire, signora Eta anzi signora E.T. in onore al nostro essere extraterrestri (sì, certo, merita la maiuscola e anche la formula di cortesia), marziani veramente, così come Effe diceva di amarci, Le comunico che, dopo aver letto il Suo pregiato post, credo davvero di esser passata all'”altra sponda”. Sì, perché, cara E.T., sarà perché in Lei vedo riflesso l’Effe di un tempo, ma, insomma, io credo proprio di amarLa. 😀

    Amare è anche sentirsi capite, anche a me ha ferito quella frase a me rivolta, l’ho trovata così ingiusta, ma come, io pretenderei, io sarei prepotente… mentre altri, che scrivono per provocare davvero, quelli sono considerati spiritosi e, magari, anche “veri innamorati”! La loro è una forma d’amore, le mie sarebbero assurde pretese! Ma che cacchio avrei preteso da Renato, io? Mahhhh!!!!

    Bando alle ciance, Lei mi emoziona molto, signora E.T. Già in altre (e più importanti) occasioni io L’ho conosciuta persona sincera, ma ora che si parla di Effe si parla della mia vita, per la miseria, e ci crede se le dico che una lagrima sta scivolando, nemmeno troppo furtiva, sulla mia gota?

    Ad ogni modo mi sono convinta di una cosa, cara E.T., Effe o non Effe noi dobbiamo fare la nostra parte, ci ha consegnato un sogno, non dobbiamo permettere a nessuno, nemmeno a lui, di rovinarcelo. Cara signora E.T. non so se accetterà la mia dichiarazione d’amore, io lo spero tanto, in ogni caso mi accontenterei che continuassimo a rimanere in contatto, almeno per sentire che i veri Zerofolli non si sono estinti.

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  • 16. laura (etabeta)  |  13 novembre 2006 alle 13:17

    beh…con tuo ultimo intervento mi hai fatto solo scompisciare dalle risate….tanto che quasi quasi mi viene voglia di cambiare il mio nick in telefono-casa…. 😀

    Certo…si potesse fare leggere a lui….

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  • 17. danielatuscano  |  15 dicembre 2006 alle 22:00

    …alcuni video su di lui (fra cui anni ’60, ’70 e “Mi vendo” a “Buon Anno” 1978, la prima volta in cui lo vidi…)

    Da “Eventi Culturali” 15 dicembre 2006

    Colpevole di non resistere ai sogni. Adesso si dichiara innocente.
    Renato Zero: la sua prima raccolta.

    Renato Zero è ritornato al suo pubblico con una nuova canzone dal titolo “Sono innocente” che da qualche settimana è trasmessa da tutte le radio. Si tratta di uno dei tre inediti che arricchiscono il triplo cd “Renatissimo!” uscito il 17 novembre scorso. Per la prima volta l’intera storia artistica del re dei sorcini e’ racchiusa in un unico cofanetto, molto ricco anche nella parte grafica, con foto e tutti i testi delle canzoni.
    Una sorcina che scrive di lui, forse è poco professionale, nel senso di poco oggettivo.
    E infatti sono giorni che cerco di scrivere queste righe e mi riscopro lì che correggo, cancello, invento costruzioni verbali che poi accantono.
    Uno pensa a Renato Zero e pensa al trucco, ai costumi, ai suoi monologhi.
    Vede l’artista. Io vi ho sempre cercato l’uomo e lo cerco anche in questa occasione.
    Allora uno pensa a Renato Fiacchini e pensa alle emozioni che mette in musica, alla sua Roma.
    Io penso: “Tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale”.
    Credo da sempre in questo assioma hegeliano anche quando questo razionalismo sembra contrastare con i miei studi letterari, il mio lavoro creativo o con la mia fede: sono sempre stata una che ama vedere le cose per come sono sul serio, senza il bisogno di edulcorarle per rendermele meno amare e così è in questo caso: ritrovare tra le note l’uomo significa credere che sia un uomo, appunto, e che non meriti nè adulazione nè adorazione ma solo rispetto per un’opera che innegabilmente emoziona, evidentemente perchè è vissuta.
    Alcuni hanno voluto leggere, nel singolo che fa da traino al lavoro del Grande, un riferimento più o meno esplicito all’innocenza palese, ma non così riconosciuta, di Gesù e, quindi, un affiancarsi dell’artista al Maestro primo.
    Quanto alla sua capacità di “arringare le folle”, mi si passi l’immagine, più volte l’ho definito, osservando il fenomeno che lo riguarda, un consapevole nuovo “Cristo”: “sposta le nuvole” e risolve i problemi, sa dire la cosa giusta, richiama all’ascolto; c’è, chiara, la volontà di generare un seguito, un seguito che poi coltiva, che non lascia lì in silenzio, che non allontana con distacco.
    Sono convinta però che una corretta lettura e comprensione dell’opera di Zero, e questa raccolta segna un buon momento per una riflessione sul suo lavoro, sia possibile solo attraverso un’approfondita ricerca e un attento studio di tutta la realtà storica, sociale, politica, religiosa e musicale da cui nascono e su cui si fondano le sue canzoni. Senza tutto questo, a mio avviso, non è possibile ottenere una comprensione autentica che renda giustizia all’opera di un uomo così profondamente religioso, nel senso più ampio e alto del termine, e di indiscutibile levatura morale.
    Renato Zero e la sua musica costituiscono un fenomeno culturale piuttosto complesso e molto diverso dall’immagine talvolta riduttiva presente nell’immaginario collettivo. Ritengo che sia necessario sfatare un certo clichè commerciale e riconoscere che l’artista è stato ed è un carismatico provocatore-promotore desideroso di sostenere le istanze politiche e sociali attraverso la diffusione di un messaggio di giustizia e di pace. In questo senso, quale instancabile portavoce della contestazione anticonsumistica, promotore di una protesta che oggi, con un termine un po’ inflazionato, sarebbe forse definita “anti-globalizzazione”, non solo è corretto ritenere, a mio avviso, che nella sua musica vi è una matrice “religiosa” forte ma che egli stesso rappresenta un “leader religioso” se intendiamo la musica come strumento e come testimone del fatto che l’Essenziale è, in tutte le cose, “non so che d’inafferrabile e d’ineffabile”; questo rafforza la teoria che la Cosa più importante del Mondo è quella che non si può dire ma che la musica sa far intravedere.
    Si tratta allora di poter dimostrare come esista un aspetto poco noto di Zero, che forse ha finora suscitato minore interesse o che, comunque, nell’industria editoriale (sia discografica che letteraria), probabilmente più attenta a commercializzare il prodotto che a promuoverne e approfondirne la conoscenza, non è stato così ampiamente preso in esame.

    Una raccolta che è un bilancio, una sintesi, nonché, e continuo a servirmi della triade hegeliana per ragionare su questa “triade musicale”, un nuovo punto di partenza, un nuovo inizio direi anche, intendendo riconoscere con ciò, nella sua ricca produzione, una evoluzione completa che tuttavia non cade vittima di errati bipolarismi tra un periodo “rivoluzionario” e uno “reazionario” ma che, invece, coglie in essa una sinergia capace di significati profondi e di cambiamenti da intendersi parte di una crescita che trasmette essa stessa il suo valore.

    MickyRoma

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  • 18. ernesto  |  20 novembre 2006 alle 21:14

    La nuova intervista a Renato, in occasione dell’uscita di Renatissimo

    Renatissimo va a Sanremo

    di Paolo Gallori

    Renato Zero si getta nella mischia prenatalizia dei cofanetti riproponendo il meglio della sua carriera nei tre CD racchiusi nella lussuosissima confenzione di Renatissimo (in coda all’articolo la tracklist). E intanto prepara il suo ritorno a Sanremo. “Baudo mi ha chiamato e io gli ho detto di sì. Se non ci ripensa lui, io ci sarò” spiega alla stampa. La rivelazione giunge la sera di…venerdi 17! Un nefasto presagio? No, perché cedere alla superstizione? Lui aspetta nella camera di un prestigioso albergo della Capitale. Stanza? “667” spiega al desk una solerte hostess . Il famigerato 666 che marchia la ruvida pelle del demonio sembra sfiorato per un pelo. Ma si scopre poi che il piano è il sesto: ancora un 6, quasi a correggere il “..7” della hostess. Troppe coincidenze convergono su un antico e mai sopito dubbio: chi è Renato Zero? Il “papa” della canzone italiana, capace di unire ecumenicamente fan di ogni generazione, sesso ed estrazione sociale? O è un diavolo delle vendite, pronto a sbranare le classifiche natalizie con Renatissimo, già triplice disco di platino (300mila copie) solo con le prenotazioni? Il nuovo incontro con il cantautore è anche la continua ricerca una risposta…

    E’ un anno record per i cofanetti e le antologie. Perché anche lei…

    Come al solito sono capitato in un momento di grande traffico. E ‘sto traffico non è stato regolamentato. L’unico elemento che può regolamentarlo è la bontà e la qualità di quanto abbiamo detto e fatto, e di quello che siamo. Io porto me stesso, la mia anagrafe, sperando che questa dote trovi il favore del pubblico. Ma non ho dubbi. Per me è già incoraggiante scorrere tutti quei titoli. Titoli di un Renatino della Montagnola che a malapena riusciva a farsi scritturare in un clubbino da 25 persone il sabato sera.

    Perché adesso?

    I miei album sono quasi tutti fuori catalogo, mi è sembrato carino dare alle nuove generazioni un modo per capire che prima di Mentre aspetto che ritorni piuttosto che I migliori anni della nostra vita c’è un percorso forse a loro sconosciuto. Un repertorio che merita visibilità. Ci sono cose che, non solo non rinnego, ma mi attualizzano fortemente. Parlo di Madame, di Un uomo da bruciare, di La favola mia. Farle tacere sarebbe stato peggio che ripubblicarle in questa raccolta.

    I due inediti…

    Ho voluto avvolgere questa lunga passeggiata nel tempo e nelle canzoni con un brano nuovo in apertura, Sono innocente, e uno in chiusura, Fammi sognare almeno tu. Due brani che hanno l’onere di farsi bandiere di tutto il discorso di Renatissimo. Con la musica, ma soprattutto con i testi, che stabiliscono quel bilanciamento tra i vari passaggi della mia produzione discografica. Si può dire che in queste due canzoni ci siamo meno Renato Zero e molto più Renato, l’uomo.

    Caso quasi unico in Italia, lei riesce a mettere d’accordo persone di tutte le generazioni, trovando sempre nuovi fan. Come se lo spiega?

    Per natura non sono mai stato selettivo, settoriale. La mia musica è un portone sempre aperto. E a volte entra anche chi mi disprezzava. Ho avuto molti riconoscimenti in tal senso. Ieri sera, mentre firmavo i dischi in un mediastore, più di qualcuno mi ha detto all’orecchio: “Renati’, io ti detestavo perché mi rompevi proprio le scatole, mia madre mi faceva una testa così con le tue canzoni… Avrei voluto cancellarti e invece ora sono qui…”. Questa è una cosa che piace molto a Renato.

    Ma cosa cerca chi varca il suo portone?

    Io sono un po’ lesbica, un po’ zitella, un po’ postino, un po’ vigile del fuoco. Credo siano persone che tra loro hanno una forte connessione. Forse una solitudine non voluta ma imposta, come quella che io ho subito da piccolo. E poi c’è il fatto che io mantengo il contatto con le botteghe, con l’edicola, con la farmacia, con le autostrade, con i caselli, dovunque ci sia la possibilità di rompere le scatole a qualcuno. Ma non come Renato Zero: come uno che è curioso di sapere perché sorridi o hai gli occhi lucidi. Questo la gente lo capisce. E forse si passa anche la parola: “Sai, quel Renatino lì, è una persona che mi ha compreso”.

    Si riconosce ancora in tutti gli episodi della raccolta?

    Quel ragazzo lì sono ancora io, non c’è dubbio. Qualche giorno fa guardavo una mia foto di quando avevo forse 12 anni, ero nel paese di mio padre, nelle Marche. Un esserino tutto occhi e ossa. Una figura che poi ha cominciato a cambiare nella mia memoria, a evolversi. In quel bambino non riesco a vedere idealmente mio figlio, vedo mio padre. Quel bambino assorbiva tante di quelle sollecitazioni da non avere il tempo di essere un bambino. E io sto tornando ineluttabilmente alla fanciullezza, al gioco, allo scherzo, a un certo divertimento che può apparire improbabile. Ma avere a disposizione una manciata di ironia funziona sempre.

    Cosa farà dopo?

    Non lo so. Ed è una cosa positiva. Non potrei accettare una vita pianificata. Alle pantofole preferisco una destinazione più precaria ma, viva Dio, stimolante. Un tour? Se accadrà non sarà merito del cofanetto. Quando voglio andare in tour non seguo logiche di botteghino. E in genere i miei tour si distanziano sempre dall’uscita di un album. Se appendo al muro una locandina, la gente viene e non si preoccupa di non avere una mia nuova canzone da masticare in quel momento. Insomma, vedremo…

    A proposito di ironia, nel disco ci sono due “extended version” di Mi vendo e Morire qui. Sono in pratica due remix realizzati nel ’77, era piena epoca Disco Music…

    Fu una specie di sfida che mi lanciò un famoso deejay italiano, ma di cui ora non ricordo il nome. Mi disse: “Renato, ho sentito un paio di cose tue che mi attizzano. Mi permetti di prendere quei nastri e farne l’uso che voglio?”. Era un amico e nel suo lavoro era qualcuno, gli dissi di sì. Si presentò un giorno con queste due versioni. Siccome in quel periodo io riempivo le piste di tutte le discoteche con Madame, sul piatto ci finiva la versione originale. Non si sentiva la necessità di una “extended version”. Così, quelle due cose rimasero nel cassetto, in attesa di giudizio…

    In quegli anni c’erano i cantautori…

    Già, si sciorinava quella lista di mostri sacri e il nome mio, tra i cantautori, non appariva nemmeno nei titoli di coda. Un complesso che pian piano è svanito in me. Ora quel problema non mi appartiene…

    Lei era un fan di Bruno Lauzi…

    Lo adoravo. Ha smentito ogni diceria sulla spilorceria dei genovesi. Se c’era una persona generosa, soprattutto nel suo modo di offrire amicizia, elargire speranza e ottimismo, era proprio lui. Nei confronti non solo suoi, ma di tutti i grandi cantautori genovesi, ho risentito della distanza non tanto geografica, quanto anagrafica. Con Gino Paoli, con Tenco se fosse qui, con De Andrè, con cui ho avuto una meravigliosa amicizia… Mi avvicinavo a loro con rispetto, tatto, che non ti consentono di stabilire un rapporto davvero confidenziale. E questo mi è mancato. Anche con Lauzi. Avremmo potuto scambiarci idee e informazioni musicali. La sua malattia poi ha reso improbabile ogni progetto.

    Parliamo del prossimo Sanremo: Baudo l’ha chiamata?

    Sì, mi ha chiamato e mi ha espresso il desiderio di avermi in una fascia del Festival, una sorta di vetrina di grandi interpreti e autori. E io gli ho già detto il mio sì. A meno che non ci ripensi lui, io ho aderito. Questa soluzione ha reso l’idea di tornare a Sanremo per me possibile. Dopo il 1993, quando partecipai con Ave Maria, ho sempre evitato di tornare per non apparire come un principe tra artisti in gara che rischiavano in proprio, mi sembrava stupido. Ora invece si parla di una vetrina di personaggi in grado di rendere ancora oggi la musica qualcosa di valido. Nonostante l’età ci facciamo ancora onore.

    Il Concerto di Natale si trasferisce a Montecarlo. Si dice che lei ci sarà…

    Ve lo dirò quando avrò il dono dell’ubiquità…

    Cosa pensa del fatto che il Concerto abbia lasciato il Vaticano, e anche Roma, per emigrare a Montecarlo?

    Credo che il dopo Wojtila sia un passaggio estremamente delicato e anche molto complesso. Mi rendo anche conto di cosa significhi formulare nuove ipotesi nel rapporto tra la Chiesa, il Vaticano e la comunità cattolica. Non voglio entrare in quel merito. Sono però stupito dalla scelta di Montecarlo. Io sarei andato direttamente in Africa a fare il concerto. E’ per quelle popolazioni che si organizzano questi eventi, perché non debbano più prendere una zattera per raggiungere la speranza. Andiamo noi da loro. Montecarlo…ci saranno accordi, una motivazione che a noi adesso sfugge. Non mi sento di dare giudizi, ma ribadisco: andiamo noi da quei fratelli. A dare l’idea che siamo artisti e saltimbanchi, a volte poco credibili, ma la nostra musica a qualcosa è servita. E servirà.

    Dove trascorrerà il Natale?

    Per molti anni il mio Natale si è svolto sotto un tendone chiamato Zerolandia, tra tavole imbandite di panettoni, torroni e spumante. A mezzanotte interrompevo il mio concerto per lasciare la parola a un sacerdote in blue jeans, celebrava la messa e i ragazzi con le chitarre accompagnavano la funzione. Poi riprendevo il concerto, che durava fino alle tre, le quattro del mattino. Cantavo di tutto, dalla Partita di pallone a Non son degno di te, a Chiodo scaccia chiodo, facendo sfoggio di una memoria che per fortuna è ancora molto viva… Poi mi hanno chiuso il tendone e ho ripiegato sulla famiglia. Si torna sempre in famiglia, soprattutto quando i nostri vecchi iniziano ad accusare gli acciacchi. Mio padre fu l’ultimo testimone di Zerolandia: se ne andò il 21 gennaio, poco dopo la chiusura. Fece in tempo ad applaudirmi per l’ultima volta.

    Renato, soprattutto all’inizio della sua carriera lei ha camminato in equilibrio tra provocazione e scandalo, amato e attaccato per questo. Oggi sembra che tutto sia ammissibile. In tv c’è un continuo riciclaggio di volti compromessi e improponibili. Si è perso il senso del pudore?

    Io sostengo fermamente l’innocenza di quei personaggi. Quando si tratta di lavoro, di come vivere, non voglio entrare in questo genere di processi. Proprio perché a suo tempo fui abbondantemente linciato, non mi sento oggi di giudicare nessuno. Ecco, forse è la gestione di questi episodi che mi preoccupa. Sapere che la grandi reti televisive hanno l’ardire di creare questi circhi massimi, lanciando nell’arena quei gladiatori, è una cosa che quasi mi offende. Credevo che la televisione italiana dovesse produrre almeno ottimismo e speranza, soprattutto in momenti difficili come l’attuale, invece di dare spazio a certi claudicanti.

    Cosa guarda lei?

    L’ho già detto altre volte. Non sono io che guardo la tv, è lei che guarda me. Ho la sensazione che il dottore di C.S.I. prima o poi mi chieda: “Senti Renatino, secondo te il proiettile è stato entrato da lì o..”. Mi piacerebbe interagire con la televisione…

    Sereno, giocoso, generoso, commosso. Buono. Se poi torna a Sanremo per aiutare il Festival di Baudo, lui è sicuramente il “papa” della canzone. Sul plasma del salottino compare il volto di un’attrice italiana notoriamente ritoccata e piuttosto discussa. “Aò, se a questa la vedono gli albanesi le montano sopra e ci passano l’Adriatico!”. Diavolo d’uno Zero, ci hai fregato anche stavolta!

    kataweb.it

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  • 19. ernesto  |  1 gennaio 2007 alle 2:44

    Lo metto anche qui, auguri Renato per la tua nuova nipotina… che almeno lei porti pace…

    Rispondi
  • 20. pato  |  9 gennaio 2007 alle 12:43

    Chi era Renato a vent’anni?
    Un disperato. Additato perchè “frequentava” la notte, i balordi, i coatti e i tatuati. Efebico ed effemminato, ero stato adottato dalla borgata e non volevo certo “sposare” il salotto della Roma-bene.

    E Renato Zero oggi?
    Ho 48 anni e mi sento ancora un ragazzino. Mi piace essere coccolato e guidato. Il giorno che sarò “arrivato”, qualcuno starà pregando per me, da qualche parte…

    Che giochi facevi da bambino?
    Non avevo coetanei con cui giocare. Sono cresciuto con tre sorelle, così ho imparato a disegnare, cucire e confezionare abiti. E ancora adesso so fare quello che la parte-donna di me ha coltivato.

    Come giudichi gli uomini che ti criticano, scandalizzati dal tuo look?
    Cretini, eterni frustrati. Non ammettono la propria femminilità latente e non riusciranno mai a voler bene davvero a una donna.

    Quanti costumi nella tua carriera?
    Decine e decine. Alcuni li ho messo all’asta per sostenere il “progetto Fonopoli”, la mia città della musica.

    Quali ricordi con più affetto?
    Le “mise” che indossavo per uscire alla sera, quanod il palco era ancora un sogno. Accozzaglie di trine, merletti, cotoni, rasi… Artigianato personale, altro che alta sartoria.

    Sì, ma dove tieni tutto ‘sto guardaroba?
    In casa. Mi ricorda momenti legati a un tour, a una canzone, a un episodio…

    Abbandonerai mai stravaganze e make-up?
    Ogni tanto ci penso. Basta con trucchi e nefandezze! Ma poi non me la sento di inchiodare gli occhi dei ragazzi ad un pianoforte, senza regalare un po’ di effimero.

    Da chi vorresti sentire interpretare un tuo pezzo?
    Da Stevie Wonder.

    Qual’è il momento più magico del concerto che porti in scena oggi?
    Quando canto La grande assente. Ricordare Mia Martini, la mia Mimì, per me è un dovere. Il mio modesto contributo servirà a non farla dimenticare?

    Cosa ricordi di lei?
    La dolcezza e la grande energia. Chiamava sua nipote Pata Pata come un pezzo di Miriam Makeba.

    Cosa ascoltavi da ragazzo?
    Avevo un amico marinaio che, di ritorno dai suoi viaggi, mi portava vinili di Frankie Valli, quello dei Four Seasons, e Beach Boys. Cose un po’ proibitive per quei tempi. Qui in Italia andavano forte Luciano Tajoli e Orietta Berti..

    Cos’è per te la solitudine?
    Essere liberi di commuoversi. Molte persone non “vibrano” solo per paura di fare figuracce.

    Ti commuovi facilmente?
    Abbastanza, se trovo il momento. Anche guardando un film, a volte mi scendono i “lucciconi”… Ma ho avuto poco tempo per piangere. Il mio compito è sempre stato quello di divertire.

    Ci sono ragazzi che anche stasera ti stanno aspettando fuori dal ristorante. Alcuni ti seguono da sempre. Che mi dici?
    Sono la mia vita… Ma non hanno mai fame?!?

    Qual’è la persona che conta di più per te, oggi?
    Dio.

    Sei molto religioso?
    Ho imparato ad “addomesticare” questo mio Dio. Me lo descrivevano come un “castiga matti”, ma i miei splendidi genitori mi hanno chiarito le idee. La Fede non è una sorta di slot-machine dove butti dentro i tuoi… “sudori” sperando di vincere. Ma si vince già avendo tra le mani questa Grande Carta che stimola a non lasciarsi andare. Mai.

    Come vedi i ragazzi della nostra società?
    Tendono a prevaricare, troppo e sempre più spesso. Anche nel lavoro… Una cosa davvero incivile e controproducente.

    Che cosa ti rattrista?
    I giovani potrebbero imparare la vita dagli anziani che hanno già vissuto. Ma quando arrivi a 60 anni, vieni messo a tacere con uno straccio di pensione e vai a finire su una panchina.

    Un chiaro riferimento al tuo pezzo Spalle al muro
    Ma è la verità! Quando siamo in grado di insegnare qualcosa, ci viene messo un bel cerotto sulla bocca.

    Sei spaventato da questo?
    Già, l’equilibrio sta nel fatto che quando si spegne una vita, un’altra è pronta ad appropriarsi di quel calore e di quella luce. Ma se si spengono le grandi lanterne, dove si va? Per lucciole?

    Il momento più confuso della tua vita?
    Quando ho perso mio padre. E’ stato come non avere più il direttore di scena.

    Hai mai pensato di scrivere un libro?
    Me lo hanno chiesto, ma io non lavoro su commissione. Però, quando sarà il momento, ti garantisco che non sarà una biografia… Credo che scriversela porti pure sfiga!

    Sei superstizioso?
    No, ma manco me le vado a cercà!

    Allora, un musical!
    Sarebbe bello, ma dovrei ricostruire una piramide di persone competenti che mi desse una mano.

    Come va il “progetto Fonopoli”?
    Bene. Ci hanno assegnato il terreno adiacente all’Alitalia, alla Magliana Sud, a Roma.

    E l’iniziativa “Zerorischi”?
    Da sempre sono “contro” il vivere scellerato e senza mezze misure. Io sono stato il primo trasgressore in Italia, ma anche la trasgressione ha le sue regole, altrimenti genera un’isteria inutile. Buttare via la vita? No! Bisogna essere cauti invece che incoraggiare la mala sorte. La strada miete già di per sè molte vittime, ma quello che è atroce è che se sei un VIP parlano di te al tiggì, se sei uno qualunque, te ne vai e non lo saprà nessuno.

    Mi racconti un tuo sogno?
    Da buon romano mi vedo a San Pietro con il Papa che si affaccia alla sua finestra e dice: “Renato sono un po’ zerofolle pure io…”

    Ammiri il Papa?
    Lo adoro. Mi spiace non averlo mai incontraro in udienza, ma sarei d’impaccio al suo lavoro. Lui deve consolare i più bisognosi e riterrei offensivo nei confronti di questa gente farmi ricevere.

    Perchè quella tua foto con in braccio un neonato, nel libretto del tuo cd?
    E’ una bimba! Simbolo dell’amore, della purezza.

    Non sei nauseato dalle notizie che parlano di pedofilia?
    I pedofili non sono mai stati bambini. In loro c’è frustrazione, malattia. Mi sconvolge la loro morte spirituale.

    Quali sono le tue canzoni anacronistiche per i tempi e perfette alle soglie del Duemila?
    Qualcuno mi renda l’anima, che parla proprio della violenza sui bambini e Potrebbe essere Dio: Dio non è un gratta e vinci.

    Il tempo che passa, che effetto ti fa?
    Il tempo che passa? Perde solo tempo…

    Sanremo?
    «Sarei andato. Come organizzatore. Mi occuperei di quello del 2006, bisognerebbe coinvolgere anche gli editori, manovrano il mercato delle canzoni».

    La tv?
    Vede la musica come il diavolo. Non si possono prendere gli artisti e sbatterli davanti a una telecamera, bisogna fare le prove, come faccio io. Non a caso ogni mio passaggio televisivo fa 9 milioni di telespettatori.

    Il pacifismo?
    «Nel ’68 bastava sventolare un tricolore per far deporre le armi. Ora ci vuole ben altro, ci sono le multinazionali, Bin Laden, Bush. E allora mandatej e ’sti barili de petrojo , fatelo contento, così ci lascia in pace tutti».

    Le due Simone?
    «Si specula anche su loro, si è gonfiata la vicenda perché qualcuno del governo deve uscirne trionfante. Ma se uno vuol rifarsi la verginità lo facesse con altri argomenti. Quando c’è di mezzo la vita non bisogna prendersi meriti: proteggerci quando siamo all’estero è un dovere, non può essere un vanto».

    (Tutto – n° 6, giugno 1998)

    Rispondi
  • 21. danielatuscano  |  9 gennaio 2007 alle 20:25

    Le due Simone nel ’98?????? 😐

    Rispondi
  • 22. pato  |  10 gennaio 2007 alle 9:00

    ecco la altra intrevista che ho salvato…
    dove parla da Simone
    ——————————————————————————-

    La popstar invita il Campidoglio ad accelerare su Fonopoli. La risposta: manterremo le promesse

    Il sogno autunnale di Renato Zero

    di PAOLO ZACCAGNINI

    ROMA – Tutto bene quel che, per ora, finisce bene. Renato Fiacchini, in arte Zero, nato a Roma, dietro piazza di Spagna, il 30 settembre ’52, si è stancato di venir preso in giro per l’amata, agognata Fonopoli .

    E così, durante la conferenza-stampa tenuta domenica per lanciare le date invernali del tour Il sogno continua – 5 appuntamenti estivi per 260mila spettatori – ha accusato. Tutto e tutti. E il Comune di Roma ha risposto. Chiarissimamente e subito.

    E ora parliamo di Fonopoli ,

    luogo deputato dove incontrare, e far incontrare tra loro, il pubblico – «puro, senza bisturi né sovrastrutture, lo devi amare così com’è» – che lo ama sempre, «i politici dovrebbero pagare il biglietto e vedere quest’Italia, non pecorona e portaborse». Ma la lingua batte dove il dente duole, Fonopoli ,
    «Veltroni mi aveva garantito che intorno al 25 settembre si sarebbe riunita la commissione per deliberare. In quell’area hanno costruito grandi palazzoni, di Fonopoli neanche l’ombra. Per me la parola del sindaco è oro colato ma nessuno mi ha fatto sapere niente. Ho casa a Firenze, se mi dicono no, lo faccio lì. Non intendo porgere l’altra guancia, sono cristiano non coglione».

    Immediata la risposta, che certo ha placato le ire di Zero, delle autorità capitoline, l’assessore ai progetti speciali Claudio Minelli, suo fan dichiarato.

    «I soldi per realizzare Fonopoli derivano dalla manovra urbanistica che, consentendo la realizzazione delle cubature aggiuntive, crea le risorse necessarie a costruire il teatro. Verranno inserite nel progetto di riorganizzazione dell’area ex Alitalia su cui sta lavorando il noto architetto Richard Rogers.

    Vorrei confermare – ha concluso Minelli – tutto l’impegno del sindaco e mio personale perchè il sogno di Zero divenga realtà mantenendo quelle promesse che, con affetto e convinzione, sono state fatte all’amico Renato».

    « Fonopoli fa parte di un riscatto» diceva Zero domenica sera e, parola del Comune, questo riscatto finalmente ci sarà.

    Tutto per i giovani, «avendo vissuto da emarginato so come si sta: male. Queste anoressie a 14 anni sono segnali di malessere, noncuranza. Mi sono preso questa responsabilità. Se non si fa, mi rimboccherò le maniche. Ma non mi portassero più a casa i loro figli anoressici dicendomi “Renato, una tua parola…”. Succede, e non sono sempre figli della borgata, arrivano anche signorini con questo problema».
    Zero non ha risparmiato nessuno.
    No davvero.

    Sanremo? «sarei andato. Come organizzatore. Mi occuperei di quello del 2006, bisognerebbe coinvolgere anche gli editori, manovrano il mercato delle canzoni».

    La tv? Vede «la musica come il diavolo. Non si possono prendere gli artisti e sbatterli davanti a una telecamera, bisogna fare le prove, come faccio io. Non a caso ogni mio passaggio televisivo fa 9 milioni di telespettatori».

    Il pacifismo? «Nel ’68 bastava sventolare un tricolore per far deporre le armi. Ora ci vuole ben altro, ci sono le multinazionali, Bin Laden, Bush. E allora mandatej e ’sti barili de petrojo , fatelo contento, così ci lascia in pace tutti».

    Le due Simone? «Si specula anche su loro, si è gonfiata la vicenda perché qualcuno del governo deve uscirne trionfante. Ma se uno vuol rifarsi la verginità lo facesse con altri argomenti. Quando c’è di mezzo la vita non bisogna prendersi meriti: proteggerci quando siamo all’estero è un dovere, non può essere un vanto».

    Rispondi
  • 23. danielatuscano  |  10 gennaio 2007 alle 10:52

    E infatti quella era un’intervista rilasciata al “Messaggero” due anni fa… hai fatto un mix… 😀 Comunque anche quella contiene un errore, Renatino non è nato nel ’52 come hanno scritto, ma due anni prima, eheheh… 😉

    Rispondi
  • 24. Stefania  |  26 gennaio 2007 alle 22:42

    Wow…non avevo notato questo angolo di Zerolandia!!! Quanti begli articoli sul nostro Renato! Devo tornare con più calma e leggerli tutti! Ciao Nì io l’ho visto al cinema, un cinema della periferia di Genova (ovviamente i cinema del centro avevano snobbato il film) che non esiste più da almeno 20 anni… all’epoca avevo 12 anni ed ero affascinata da quell’essere così “colorato” , ambiguo e fuori dal comune…a dire il vero il film mi lasciò un po’ perplessa, ma rivedendolo qualche anno dopo ho rivalutato anche le doti di Renato attore, oltre ad amare sempre più il Renato cantante ed il Renato uomo.
    OT scusa se non ci ho messo un po’ a ripassare da te ma, come sai ho avuto qualche problema con il mio blog…ora ho sistemato quasi tutto e rincomincio il mio giro di visite agli amici…
    Beh che dire allora?
    Ciao nì 😉

    Rispondi
  • 25. Stefania  |  26 gennaio 2007 alle 22:43

    ovviamente volevo dire “se ci ho messo un po’” 😀

    Rispondi
  • 26. erica  |  6 settembre 2007 alle 22:38

    SECONDO ME IL FILM “CIAO NI’!” E’ BELLISSIMO (ANCHE SE NON LO HO VISTO) MA SUL FORUM DI ZEROMANIA DICONO CHE E’ BELLISSIMO!!!!!!!!!!
    E IO SONO CURIOSA DI QUESTO FILM

    Rispondi
  • 27. Martina  |  28 giugno 2008 alle 14:19

    Ho sentito di molti che danno per scontato il fatto che una ragazza giovane (tipo me…18 anni) non conosca questo film…invece l’ho visto almeno mille volte…adoro zero in questo film Il divino zero come lo chiamano nell’articolo inizialmete non mi aveva convinto molto ma poi vedendolo più volte sono riuscta a tranrne aspetti molto interessanti
    Zero è unico !!

    Rispondi
  • 28. bigforzy  |  29 novembre 2008 alle 20:45

    volevo sapere se qualcuno puo dirmi come faccio a trovare “ciao ni’ ” in vhs o dvd o qualunque formato va bene.grazie

    Rispondi
  • 29. Filippo Virdis  |  11 settembre 2009 alle 21:31

    Ho 16 anni…A me il film è piaciuto molto…anche se la qualità lascia un po’ a desiderare….

    Rispondi

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