C’E’ UN'”ALTRA” CHIESA CHE SOFFRE… – Riflessioni in margine al Convegno di Verona

12 ottobre 2006 at 20:38 26 commenti

La Strage degli Innocenti, Cappella degli Innocenti, di P. Ottino (1578-1630)Sta per aprirsi, a Verona, Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo http://www.chiesacattolica.it/cci_new/PagineCCI/index.jsp?idPagina=2836:  quarto Convegno Ecclesiale Nazionale e “appuntamento  decennale – si legge nella Presentazionericco di significato nel cammino della Chiesa italiana, che si colloca nell’orizzonte degli orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.

Appuntamento che però, come tutti gli eventi di questo tipo, rischia di perdere di vista la concreta realtà non solo ecclesiastica, ma sociale; specialmente in un periodo come questo, in cui l’esigenza di una rievangelizzazione si coniuga, presso le gerarchie ecclesiastiche, con una politica di contrapposizione verso precisi individui o gruppi, considerati tout court responsabili della decadenza e della scristianizzazione dell’Occidente. Si sta tornando, o forse si è già tornati, a un clima preconciliare, e non si parla più di Chiesa “nel” mondo contemporaneo, ma di Chiesa “e” mondo contemporaneo, quasi a indicare due entità divise e spesso contrarie. I segni dei tempi, come ha notato ieri Edmondo Berselli su “Repubblica”, sono letti come spie di decadenza morale, culturale e religiosa, in un clima da tardo Impero; non si riconosce in essi alcun tratto positivo, non li si ritiene portatori di nessun nuovo afflato religioso, anche quando dicano di ispirarsi direttamente al cristianesimo.

La Chiesa gerarchica ha individuato nelle femministe, nei laici (almeno in quelli “non sani”, come curiosamente vengono definiti), nei “relativisti”, nei gay (tutti, senza distinzione) i nuovi nemici portatori di una cultura anti-cristiana, anti-famiglia, priva di valori e punti di riferimento. Non sorprende pertanto che, in quest’ottica e sotto certe forme, essa abbia quasi mostrato di “comprendere” la reazione fondamentalista. Anche il famigerato discorso di Marcello Pera all’applauditissimo (dai ciellini) Meeting di Rimini 2005 http://www.magna-carta.it/riforme%20e%20garanzie/0090_Pera.asp andava in questa direzione.

Il fondato timore è che, con questo clima e simili premesse, non si porga la dovuta e umile attenzione a mondi e percorsi spesso molto lontani, se non addirittura opposti, a quelli presentati dai media, teorizzati da eminenti studiosi nei loro rarefatti e lontani eremi, o inficiati dal pregiudizio. Leggiamo che tra i relatori saranno presenti Savino Pezzotta, Lorenzo Ornaghi, Paola Bignardi e Raffaella Iafrate: siamo sicuri che siano le persone più adatte per parlare (e per rappresentare) gli sfaccettati aspetti della vita lavorativa, pastorale, affettiva, teologica?

Le Chiese locali hanno risposto al documento preparatorio http://www.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_cei/2005-06/20-16/Tracciariflessione.rtf loro sottoposto alcuni mesi fa nei modi più vari. Si sono mosse anche le Comunità di base e tutti quei gruppi che sperano di essere ascoltati nella loro tangibile e quotidiana esperienza. Non riteniamo giusto venga dimenticata o addirittura ignorata. E’ giusto si sappia che la Chiesa non è solo la gerarchia, che il “mondo contemporaneo” non è semplicemente male e corruzione, che anche fra i “dannati della Terra”, verso i quali Gesù sempre ha mostrato sollecitudine, c’è uno spazio per l’ascolto, la preghiera, l’altruismo, la pietà.

E noi, noi non li lasceremo soli.

Daniela Tuscano (nell’immagine, P. Ottino, La strage degli innocenti, Verona, chiesa di S. Stefano; tratto da www.verona.com. Per firmare l’Appello alla Chiesa italiana: http://appelli.arcoiris.tv/convegnoverona/. Vedi anche commenti 1 – 2 – 3 – 13 e https://danielatuscano.wordpress.com/2005/04/20/sul-soglio-pontificio-benedetto-xvi/)

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  • 1. albino bizzotto e altri  |  12 ottobre 2006 alle 21:00

    Per un nuovo corso della Chiesa italiana. Le nostre attese per il convegno di Verona

    Tra pochi giorni si terrà a Verona il quarto Convegno ecclesiale nazionale della Chiesa cattolica italiana. Tanti sono stati e sono gli incontri preparatori e molte le attese perché esso sia un evento veramente importante per tutti i credenti nell’Evangelo e anche per la nostra società.
    Tuttavia, la genericità delle analisi e dei contenuti proposti alla discussione nella “Traccia di riflessione”, i criteri di selezione dei delegati, i relatori scelti e la struttura dell’incontro ci fanno temere che ci si avvii verso una assemblea preordinata ed enfatica e, in definitiva, inutile.
    In ogni modo vogliamo dare il nostro contributo perché al Convegno si affrontino veramente i problemi concreti di oggi della Chiesa italiana alla luce del Vangelo o perché almeno essi siano messi sul tappeto e si individui un metodo per affrontarli in tempi certi e con uno spirito di parresia e di collegialità che ora ci appare carente.
    Non siamo gli unici ad esprimere perplessità per questa occasione importante per un possibile rilancio e per il rinnovamento della nostra Chiesa. Realtà del mondo cattolico hanno già espresso preoccupazioni analoghe, hanno fatto analisi e proposte. Ma il Convegno potrebbe anche smentire i nostri timori. Abbiamo il ricordo del primo convegno nel 1976 a Roma su “Evangelizzazione e promozione umana” in cui molte voci della Chiesa italiana poterono esprimersi affrontando problemi pastorali e situazioni sociali molto concrete e dando indicazioni. Mancò poi, purtroppo, l’attuazione del percorso che era stato indicato e possiamo ora affermare che, da allora, tanti anni sono quasi stati persi e tante occasioni di rinnovamento sono state sciupate.
    Le questioni principali da affrontare oggi ci sembrano queste:

    1) Pace, giustizia, rapporti Nord-Sud, salvaguardia del creato
    In questi primi anni del millennio tutti constatano quotidianamente quanto la situazione si sia aggravata per quanto riguarda i conflitti nel mondo, il rapporto Nord-Sud e la salvaguardia del creato. Tutto si è più globalizzato, tutto ci tocca più da vicino e tutto possiamo conoscere meglio. Vastissime aree di opinione pubblica sono state scosse dalle guerre in Afghanistan, in Iraq, dai drammi del Congo, del Darfur, dal conflitto in Palestina e in Libano……

    Ci chiediamo – e chiediamo ai delegati al Convegno – se la passione evangelica per i più poveri del terzo mondo, il rifiuto della aggressione occidentale all’Iraq e poi la pratica (e le proposte) di nonviolenza attiva, le mobilitazioni nel movimento pacifista e nella cooperazione internazionale debbano essere solo di un’area “irrequieta”ed isolata del nostro mondo cattolico. Contemporaneamente in troppe parrocchie ed in tante strutture associative e nel sentire comune del cattolico “medio” lo status quo viene facilmente accettato (al massimo addolcito con qualche intervento di tipo caritativo). La guerra viene considerata brutta ma inevitabile e la povertà dei paesi del Sud un fatto “di natura” o “perché se lo vogliono”.

    Vorremmo che tutti ci interrogassimo se la comunità dei credenti non debba reagire in particolare nei confronti di quei pastori che condividono questo cinismo nei confronti della guerra, facili a dire o a fare capire che siamo di fronte a uno scontro di civiltà e che l’Occidente deve essere comunque difeso in ogni modo. La condizione poi dei c.d. extracomunitari, pure affrontata da tante strutture di base, dovrebbe essere la priorità delle priorità nell’esercizio della carità a favore di quelli che sono, qui e ora nel nostro paese, i veri “ultimi” di cui parla il Vangelo. Un maggiore e generalizzato intervento in questa direzione può essere anche l’occasione di un maggiore ecumenismo, di un convinto dialogo interreligioso oltre che di un prezioso arricchimento culturale. E di altre gravi sofferenze sociali la Chiesa dovrebbe occuparsi di più (pensiamo a quelle derivate dalla crisi del welfare). Una “rappresentanza” degli ultimi, dei soggetti deboli potrebbe essere il fondamento di una maggiore credibilità della nostra Chiesa ed anche della sua maggiore indipendenza nei confronti delle istituzioni. E’ questa una strada che può essere discussa a fondo?

    2) Società civile e istituzioni

    Ci interroghiamo su quale sia l’approccio più evangelico nei confronti delle dinamiche della società, delle culture diffuse e delle istituzioni, soprattutto in relazione al processo di secolarizzazione, di cui constatiamo, insieme a quelli negativi, gli aspetti positivi. Tutti siamo d’accordo nel rifiuto di tanti aspetti negativi della modernità. Ma ci chiediamo se ciò debba significare l’affermazione ossessiva, a volte arrogante e quasi sempre inutile, della propria identità, la creazione di fronti contrapposti, o la ricerca di “rivincite” (come, per esempio, quella –nel giugno 2005- in occasione del referendum sulla legge n. 40).

    Vorremmo che si riscoprisse la laicità, senza aggettivi, intrecciata con una testimonianza del Vangelo più sommessa ma forse più vera ed intensa; una testimonianza di vita e di parole che chieda alla Chiesa (ma soprattutto alle sue gerarchie) un passo indietro sullo scenario della politica.

    Vorremmo che ci si ponesse seriamente il problema della condizione di privilegio istituzionale ed economico di cui gode oggi l’istituzione ecclesiastica nel nostro paese. Vorremmo si rileggesse davvero la Costituzione conciliare Gaudium et Spes dove si dice che la Chiesa “non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile” e che, per amore di una testimonianza evangelica, è disposta anche a rinunciare ad essi (n.76).

    Vorremmo anche che ci si chiedesse perché, in buona parte del mondo cattolico, ci sia stata e ci sia troppa passività o silenzio nei confronti dei tanti fenomeni di violazione grave e diffusa della legalità (attentati gravi e diretti alla Costituzione repubblicana, mafia, altri poteri criminali, reati contro la Pubblica Amministrazione, giustizia impotente coi potenti e forte con i deboli….).

    Vorremmo che si dicesse in modo chiaro e definitivo che la fede non ha nulla a che fare con la c.d. “religione civile” che una parte della cultura “laica” usa per motivi politici; e che i personaggi “teocon” fossero esclusi dall’accoglienza benevola ed ammiccante in certe aree della Chiesa.

    3) Famiglia

    Al centro della maggioranza degli interventi della gerarchia ecclesiastica sulla pastorale della nostra Chiesa, soprattutto negli ultimissimi anni, ci sono le questioni che riguardano la famiglia, il sesso, la procreazione. Comune è la consapevolezza che un’etica ispirata all’Evangelo è ben lontana dalle nuove forme di “consumo” e di instabilità che i rapporti di coppia e tutti i rapporti famigliari si trovano ora di fronte. Tutti vediamo che i cambiamenti, in questo campo, sono molto rapidi e trasversali dal punto di vista sia sociale che culturale.
    Ci chiediamo : che fare? Ci interroghiamo -chiediamo al Convegno di interrogarsi- se ci si debba fermare ai principi astratti o se si debbano prendere in considerazione soprattutto le persone, che, nella concretezza del loro vissuto e delle loro sofferenze, spesso chiedono alla Chiesa accoglienza e misericordia invece di esclusione o di separazione (magari con tante belle parole falsamente consolatorie). Tutti le abbiamo in mente queste persone : i divorziati risposati, gli omosessuali, le donne desiderose di maternità o quelle che si trovano di fronte a gravidanze quasi impossibili da portare avanti, le coppie invitate a non usare metodi anticoncezionali……

    Ci sono valori di solidarietà, ci sono affetti e sofferenze e ricerche intense di spiritualità e di fede anche quando non sono coerenti con le norme del diritto canonico o di una “legge naturale” considerata valida sempre e dovunque. Viene prima il sabato dell’uomo ? o invece il sabato non è fatto per l’uomo ? A Verona si ripeteranno i soliti precetti, i soliti facili “no” o almeno si ammetterà che ci sono dei problemi di cui discutere ?
    E poi ci sono i tanti problemi concreti e quotidiani delle famiglie di cui poco si parla : quello della precarietà del lavoro dei giovani che crea difficoltà nella formazione di nuove famiglie, quello dell’abitazione, quello della violenza e dell’autoritarismo nei confronti delle donne, quello dell’educazione dei figli…

    Tante altre cose vorremmo che a Verona fossero discusse. Il problema del ruolo della donna viene ignorato nei fatti, potendo contare la struttura ecclesiastica su una pazienza inesauribile dei soggetti interessati (suore, catechiste, volontarie nei più diversi settori di presenza delle parrocchie e di altre istituzioni ecclesiali). Del ruolo dei laici se ne parla troppo con parole vuote ed enfatiche partendo sempre dall’ipotesi di una Chiesa separata (clero e laici). Il linguaggio che usiamo pare fatto apposta per non comunicare coi giovani. Le tante e serie ricerche dei nostri biblisti ben raramente hanno ricadute pastorali. Potremmo continuare a lungo.

    Ma perché non muoversi, senza più tanti discorsi, verso un sempre maggior numero di realtà ecclesiali che non escludono ma che includono, che prevedono al proprio interno molteplici responsabilità e ministeri, che si propongono di creare comunione anche usando metodi che siamo abituati a definire democratici?

    Conclusione

    Il Convegno di Verona sarà tanto più utile quanto più riuscirà a non essere assorbito dalla visita del Papa e dall’enfasi dei media ed a definire un percorso che ci permettiamo di auspicare così:

    1) la nostra Chiesa inizi un “nuovo ascolto” ed un “nuovo dialogo” all’ interno della comunità dei credenti, garantendo il pluralismo nella elaborazione teologica e nelle proposte pastorali. Ciò è possibile se si parte da una comune volontà di ricerca e di sperimentazione di fronte a realtà (la secolarizzazione, la crisi epocale della situazione mondiale) che per le loro dimensioni ci sovrastano e che possiamo affrontare solo unendoci e facendo appello alla nostra speranza ed alla nostra fede nel Risorto;

    2) a Verona si faccia una rassegna, sincera, ben definita e aperta a diverse possibili conclusioni, dei principali e concreti problemi pastorali della Chiesa italiana oggi. Noi abbiamo cercato di dare un contributo, molti altri si trovano in documenti appositamente indirizzati al Convegno di Verona. Su questi problemi si apra una discussione ordinata e con i tempi necessari;

    3) per gestire questi due punti del percorso non sono sufficienti eventuali testi generici di buona volontà. Il Convegno di Verona esprima l’orientamento unanime, anzi la decisione, di istituire un Consiglio pastorale nazionale (composto da clero e da laici con identico ruolo secondo criteri di reale rappresentatività) che si affianchi alla Conferenza episcopale con il compito specifico di gestire il percorso di ascolto e di discussione di cui sopra e di seguire poi l’attuazione delle sue conclusioni, anche parziali o provvisorie. Corollario di questo nuovo corso è che la stampa cattolica, ufficiosa e ufficiale (a partire dall’Avvenire), si apra al pluralismo abbandonando le censure e le autocensure di oggi. Ed anche i vescovi, ora zittiti dalla struttura verticistica della Conferenza episcopale, si potrebbero prendere una doverosa libertà di parola su questioni importanti.

    Nel mondo cattolico italiano ci sono, in associazioni di volontariato e di impegno civile, in riviste, in strutture diocesane e parrocchiali, tante energie, intelligenze e pratiche evangeliche che oggi purtroppo sono escluse dalle decisioni sui grandi orientamenti della Chiesa e che tuttavia continuano generosamente il loro lavoro, agendo nel loro specifico, convinti che sia inutile esaurirsi a intervenire dove ci si sente da tempo ininfluenti. Questa ricchezza potrebbe divenire protagonista di una nuova rifioritura della ricerca in campo pastorale e di una nuova evangelizzazione nella Chiesa italiana.
    A proposito dei carismi diffusi nella Chiesa ed a conforto e supporto del ruolo che possono avere le nostre riflessioni e le nostre proposte ci siamo riletti un brano del numero 12 della Lumen Gentium con cui ci piace concludere il nostro intervento : “Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma « distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: « A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio » (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione”.

    Primi firmatari:
    Albino Bizzotto, Vittorio Bellavite, Teresa Ciccolini, Ettore Masina, Rocco D’Ambrosio, Giovanni Franzoni, Gianni Geraci, Sabrina Fausto, Aldo Antonelli

    Roma, ottobre 2006

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  11 ottobre 2006 alle 11:55

    Bene… anche se pure la sottoscritta ha contribuito a redigere alcuni documenti, qui si limita a riportare quelli pubblicati su “Famiglia Cristiana” di oggi… giusto fornire un’informazione il più possibile completa. Fra l’altro né Piovanelli, né Sorge, né Anfossi sono rigidi reazionari. Bisogna leggere fra le righe (senza peraltro illudersi troppo…). Che il settimanale cattolico abbia scelto di intervistare proprio loro ha un significato preciso.

    VERONA
    SI APRE IL QUARTO CONVEGNO ECCLESIALE: “TESTIMONI DI GESÙ RISORTO”

    LA CHIESA DEL VANGELO

    Ripartire dalla Parola di Dio. Questo, secondo il cardinale Silvano Piovanelli, il compito della Chiesa nel nuovo millennio. Del quale si parlerà in questi giorni a Verona.

    La parola chiave è “speranza”, quella che interpella e suscita la testimonianza. L’obiettivo è rilanciare il ruolo dei cristiani nella società, puntando sui laici. Il IV Convegno della Chiesa italiana, dopo quelli di Roma (1976), Loreto (1985) e Palermo (1995), punta su cinque ambiti concreti, considerati più bisognosi dell’annuncio del Vangelo: la vita affettiva, cioè l’ampio orizzonte che spesso va a pezzi e frantuma le famiglie; il lavoro, cioè la flessibilità selvaggia che sbaraglia la festa e stordisce gli uomini; la fragilità umana, quella che accetta l’uccisione della vita nascente; la “tradizione”, cioè la trasmissione del sapere, anche etico, anche morale; infine, la cittadinanza, cioè come partecipare alle vicende del mondo da uomini responsabili. È evidente che si tratta di ambiti nei quali il ruolo dei laici cristiani dovrà essere rilanciato. Per questo motivo Verona appare un crocevia per i cattolici italiani a 40 anni dal Concilio.

    Lui è preoccupato della Parola di Dio. Dice: «Rimettiamola al centro della Chiesa». Lui è il cardinale Silvano Piovanelli, per anni arcivescovo di Firenze. Ha vissuto da prete e da vescovo tutti i convegni della Chiesa italiana, le intuizioni, le polemiche.
    Osserva il clima culturale e sociale di questo Paese incerto e il ruolo della Chiesa. C’è una parola che non gli piace. E lo dice subito, perché tradisce il Vangelo: «Se partiamo dalla Parola di Dio, allora non dobbiamo cercare coraggio per affrontare il mondo, ma per amare il mondo, come dice il Concilio, sottolineando ciò che ci unisce e lasciando da parte ciò che divide. Purtroppo, oggi, anche tra i cristiani, si insiste un po’ troppo su ciò che divide».
    Eminenza, cosa deve fare la Chiesa italiana a Verona?
    «Approfondire il Concilio. Non sono tra coloro che vogliono un nuovo Concilio. Il Vaticano II ha indicato le strade da percorrere. Molte non le abbiamo ancora esplorate».
    Per esempio?
    «Sul ruolo dei laici c’è ancora molto da fare. Se ci mettiamo di fronte alle necessità del mondo, ma direi anche alle necessità della Chiesa, vediamo che i sacerdoti da soli non ce la fanno».
    Chi è il laico?
    «Dico che cosa non è il laico: un prete a metà. Ci sono luoghi e ambienti dove solo i laici possono testimoniare il Vangelo: nella scuola, nella politica, nell’economia».

    I vescovi in questi anni hanno occupato uno spazio riservato ai laici?
    «Abbiamo corso questo pericolo. Adesso dobbiamo tornare alla promozione del popolo di Dio, compito primario dei vescovi e dei sacerdoti. Per questo insisto calorosamente sulla centralità della Parola di Dio».
    È l’autocritica di un vescovo?
    «Non userei questa parola. In passato i vescovi hanno occupato molti spazi perché, forse, era quello che si chiedeva a loro. Adesso devono avere più coraggio e chiedere ai laici di fare la loro parte. Nella storia della Chiesa c’è stata la spinta del monachesimo, poi quella delle congregazioni. Oggi tocca ai laici essere la vela che la Chiesa alza per affrontare il mare aperto della storia».
    I laici sono in grado di affrontare meglio il problema del relativismo?
    «Certo. In molti ambienti devono essere loro a rispondere alla domanda che Gesù propone nel Vangelo: “Voi chi dite che io sia?”».
    Il Convegno di Verona ha al centro della riflessione la Prima Lettera di Pietro, che praticamente è la testimonianza della fede in tempi un po’ difficili. È stata una buona scelta?
    «Assolutamente sì. Perché accade anche nel nostro tempo, che tende a costruire un’antropologia senza Cristo. Oggi c’è bisogno di rendere ragione della nostra speranza. E l’unica ragione che il mondo sembra intendere è proprio la testimonianza».
    È troppo tiepida quella dei cristiani?
    «Paolo VI ha detto che la Chiesa deve evangelizzare prima di tutto sé stessa. E Gesù ha chiesto ai suoi discepoli di dire loro, prima degli altri, chi lui sia».
    Cioè sono i cristiani i primi a vivere come se Dio non ci fosse?
    «Sì, questo capita. E Benedetto XVI lo dice da tempo. Nel 1990, parlando al Meeting di Rimini, il cardinale Ratzinger disse che noi dobbiamo mettere alla prova della fede le istituzioni della Chiesa. Ci sono molti suoi ragionamenti che vanno ripresi e studiati. Le leggo le sue parole: “È diffusa anche in ambienti ecclesiastici elevati l’idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più impegnata in attività ecclesiali”. Pensiamo che è sufficiente darsi da fare nella Chiesa invece di guardare lontano con uno sguardo libero».
    Paura del mondo e tentazione di richiudersi in recinti dove ci si consola?
    «Il cristiano non deve avere paura. La paura è mancanza di fiducia in Dio e nel Vangelo. La paura sbaraglia la speranza. Invece noi crediamo che la vittoria del bene è già scritta dentro la storia, altrimenti Cristo non sarebbe risorto».
    In Italia che situazione c’è?
    «Il tessuto cattolico della società resiste e rispetto ad altre società in Europa la voce della Chiesa è più ascoltata».
    Ma i sondaggi dicono che molti cattolici sono favorevoli ai Pacs e all’eutanasia, all’aborto e al divorzio. Perché sui cosiddetti valori irrinunciabili da noi le discussioni spaccano il Paese?
    «C’è un largo strato di popolazione che ha idee in contrasto con il Vangelo. Eppure, ciò che appare sui media non mi sembra in sintonia con ciò che pensa la maggioranza degli italiani».
    “Colpa” dei cattolici che non sanno muoversi sulla scena mediatica?
    «In parte. Ma stiamo attenti a investire tutto sulla scena mediatica, dimenticando il Vangelo. La ricerca della visibilità può distrarre dall’essenziale».
    L’azione della Chiesa italiana è stata identificata in questi anni con gli interventi del cardinale Ruini. Qualcuno dice fin troppo. Che opinione ha?
    «Ruini ha dato indicazioni preziose. In certi momenti occorreva che qualcuno puntasse il dito sulle cose importanti e parlasse con grande chiarezza. Adesso serve una comunione più profonda nella Chiesa, a cominciare dall’episcopato e da un più incisivo ruolo dei laici».
    Per fare che cosa?
    «Per parlare al Paese, per occuparsi delle prospettive del Paese. Ma senza giudicare, e soprattutto senza dare l’impressione di difendere le prerogative della Chiesa. La Chiesa non ha nulla da difendere. Deve testimoniare il Vangelo, deve occuparsi dell’amore. Altrimenti, costruisce la facciata di una bella casa, dietro cui c’è il vuoto. I cristiani non devono stare insieme tra di loro, perché gli altri sono nemici. Le parrocchie devono aprirsi al territorio e alle famiglie. Invece, a volte si chiudono perché pensano di dover difendere uno spazio».
    Non c’è il rischio dell’attivismo?
    «C’è, eccome. Ecco perché i preti non devono dimenticare l’altare e tutti i cristiani il Vangelo. Dopo Verona bisogna accentuare il ruolo della Parola di Dio, puntare sulla lectio divina, tutti insieme, laici, preti e vescovi».

    Alberto Bobbio

    IL PROGRAMMA DEL CONVEGNO
    Il titolo del IV Convegno ecclesiale è Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo. Vi partecipano, da lunedì a Verona, 2.700 persone tra vescovi, delegati delle diocesi, esperti, missionari, religiosi. Ci sono anche 70 delegati delle comunità italiane all’estero. La prolusione è affidata all’arcivescovo di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi, presidente del Comitato che ha preparato il Convegno, mentre la relazione sui fondamenti teologici e pastorali sarà svolta da don Giulio Brambilla, della facoltà teologica dell’Italia settentrionale.
    La novità riguarda i tre successivi approfondimenti: spirituale, affidato a Paola Bignardi, ex presidente dell’Azione cattolica; culturale, affidato a Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica; sociale, affidato a Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl. Poi verranno affrontati i cinque ambiti del Convegno: affetti, lavoro e festa, fragilità, tradizione e cittadinanza, con cinque relazioni e lavori nei gruppi di studio. Il Papa parlerà giovedì mattina e nel pomeriggio celebrerà Messa.
    Il Convegno si concluderà venerdì con l’intervento del cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei. In un messaggio pubblicato la scorsa settimana la Conferenza episcopale scrive che «la sfida è quella di operare una comunicazione del Vangelo che sia efficace e che incroci i cammini reali e quotidiani dell’uomo: bisogna che le nostre comunità vengano realmente trasformate dall’incontro con il Risorto».

    VERONA
    IL PARERE DEL GESUITA PADRE BARTOLOMEO SORGE

    È IL MOMENTO DEI LAICI, MA DAVVERO CRISTIANI

    «Possono ri-evangelizzare interi settori della società, ma devono essere più coraggiosi e meno clericali»

    Apre la traccia di riflessione del Comitato che ha preparato il Convegno di Verona e segna il numero 8, che dice: «Moltissimi uomini non possono né ascoltare il Vangelo né conoscere Cristo se non per mezzo dei laici».
    Padre Bartolomeo Sorge, gesuita, direttore di Aggiornamenti sociali, si augura che il Convegno di Verona segni davvero l’inizio di una nuova stagione.
    Perché, padre Sorge?
    «Perché aver scelto di riflettere attorno alla testimonianza della speranza significa ammettere che è l’ora dei laici».
    Qual è il contesto in cui si tiene il Convegno, secondo lei?
    «C’è un clima culturale e sociale in Italia in gran parte inedito e incerto. Ma c’è anche un nuovo orizzonte della Chiesa. È cambiato il pontificato, e la Chiesa italiana per la prima volta si riunisce in assemblea con Benedetto XVI. Il Papa è primate d’Italia, oltre che vescovo di Roma, e questo comporta vantaggi e doveri. Io ho vissuto la stagione degli altri tre Convegni ecclesiali e ho visto l’influenza che hanno avuto gli interventi del Papa. La vera novità potrebbe essere quello che il nuovo Pontefice dirà alla Chiesa italiana».
    Lei si aspetta una svolta?
    «Sì. Paolo VI nel 1976 a Roma aveva posto l’accento sulla cultura della mediazione. Wojtyla a Loreto e a Palermo sulla cultura della presenza. Ratzinger potrebbe dire che la testimonianza è insieme presenza e mediazione, sintesi esatta delle due, perché la testimonianza è il sale della terra».
    Cosa manca alla Chiesa italiana?
    «Un laicato maturo. E ciò, naturalmente, ha favorito una presenza sempre maggiore dei vescovi».
    La fine della Dc ha influito sul ritiro dalla scena dei laici italiani?
    «La diaspora ha creato una serie di difficoltà psicologiche. Ma si potevano prevedere. Nella relazione al Convegno di Roma nel 1976 spiegai che non bisogna perdere tempo nel ripensare la presenza nella società dei laici cattolici. Non lo abbiamo fatto. E poi, di fronte all’urgenza dei problemi, i vescovi hanno dovuto parlare in prima persona».
    Ma oggi siamo di fronte a un Paese sempre meno cristiano, dove addirittura si pensa a una religione senza fede, una religione civile, che va bene solo per difendere l’Occidente…
    «Il problema è che molti cristiani a parole si proclamano credenti e poi sono i primi a vivere come se Dio non ci fosse. Sono proprio i cristiani con comportamenti ambigui a rendere opaca la testimonianza della fede. Sarebbe bene che a Verona si cominciasse un umile e coraggioso esame di coscienza per riconoscere responsabilità, paure e lentezze che appannano l’identità cristiana».
    E i laici cosa c’entrano?
    «Sono gli unici in grado di ri-evangelizzare interi settori della società che si sono allontanati da Cristo. Ma i laici non si possono autoformare. La formazione dei laici deve essere la missione di tutta la comunità».
    Lei ha inventato le scuole di politica e molte altre occasioni di formazione del laicato negli anni passati. È stato un fallimento?
    «No. Ma tutto è rimasto in mano solo a un gruppo di volonterosi. Non abbiamo avviato occasioni di confronto tra laici e preti. Nel 1976 avevo proposto di creare uno spazio a livello nazionale e diocesano dove vescovi, preti, religiosi e laici parlassero tra loro, un luogo di discernimento sulla cultura e sulla morale. Oggi dobbiamo affrontare grandi problemi, ma la comunità cristiana non ha un posto dove i vescovi ascoltano la parola della base. A loro tocca illuminare le coscienze. Ma i laici devono fare le scelte tecniche, come votare, come scrivere una legge. Già a Loreto e Palermo si è discusso attorno a questo spazio pubblico di dibattito nella Chiesa».
    Perché non si è fatto nulla?
    «Forse i vescovi hanno avuto paura che si ripetesse in Italia l’esperienza negativa dell’Olanda. Ma ha contato anche il pontificato di Wojtyla, che prima del Convegno di Loreto scrisse che l’episcopato deve occupare il posto che “gli compete per diritto divino”. Questo fu, rispetto al primo Convegno del 1976, un cambiamento sostanziale di rotta. Ma oggi forse qualcosa cambia».
    Secondo lei, la prospettiva dei Convegni nazionali deve cambiare?
    «Loreto e Palermo sono stati l’occasione per i vescovi di dire cosa la Chiesa deve fare. Nel 1976 a Roma si è cercato, invece, di capire come il Concilio fosse stato recepito dalla Chiesa italiana. Credo che si debba tornare a quella impostazione e ridare ai Convegni decennali la fisionomia di discernimento della comunità cristiana. I vescovi hanno tante altre occasioni per parlare. Mi rendo conto che non è facile. E, paradossalmente, è più facile oggi che questa idea passi nei vescovi, prima che nei laici, i quali hanno mentalità clericali a volte più radicali dei presbiteri».
    Ma questi Convegni, secondo lei, sono importanti?
    «Sì, per il solo fatto che si fanno. Certo, occorrerebbe più schiettezza, meno rigidità burocratiche negli interventi, che sono preparati e rivisti prima del Convegno. Manca, a mio parere, spontaneità al dibattito. Dobbiamo imparare uno stile di Chiesa nuovo e non aver paura che esso metta in discussione i carismi. Anzi, proprio con questo stile li possiamo rivalutare».

    Alberto Bobbio

    VERONA
    MONS. ANFOSSI, PRESIDENTE DELL’APPOSITA COMMISSIONE CEI

    PARTIRE DALLA FAMIGLIA PER GUARIRE LA SOCIETÀ

    Al Convegno di Verona la realtà familiare permea tutti gli ambiti, dalla pastorale al sostegno alle coppie in crisi.

    «Chi va al Convegno di Verona avendo nel cuore la famiglia, può rimanere dapprima sconcertato: appena si avvieranno i lavori gli verrà da dire: “Ma dove l’hanno messa la famiglia? In quale dei cinque ambiti?”. La risposta è: in tutti. È una prospettiva nuova. Si chiede infatti di partire dalla vita concreta, così come la vive la gente: affetti, lavoro, festa, sofferenza, malattia, morte, cittadinanza…».
    Comincia così il contributo che monsignor Giuseppe Anfossi (…), vescovo di Aosta e presidente della Commissione Cei per la famiglia e la vita, ha scritto per il mensile di studi Famiglia Oggi nel numero di agosto-settembre intitolato La pastorale familiare. Verso il Convegno ecclesiale di Verona, un approfondimento a più voci che, da una parte, rende conto dell’umile e molto spesso anche sconosciuto lavoro che la Chiesa italiana sta conducendo nell’ambito familiare e, dall’altra, riflette sulle più urgenti direzioni d’intervento.
    Non meraviglia, ma talvolta dispiace che i grandi mezzi di comunicazione di massa seguano, con attenzione quasi spasmodica e spesso con scarsa simpatia, gli interventi ufficiali della Chiesa in materia di famiglia e vita, ma tralascino, come si legge nell’editoriale di Famiglia Oggi, «un’apparentemente piccola storia quotidiana che sfugge ai riflettori, ma che alla fine è quella che meglio rivela il volto amicale della Chiesa verso coloro che ricorrentemente si misurano con i grandi problemi della vita».
    Un bene da salvaguardare
    L’invito di monsignor Anfossi è a evitare di pensare alla famiglia come a una risorsa forte, sempre disponibile, da cercare soltanto quando se ne ha bisogno.
    «È venuto il tempo», dice il vescovo, «di osservare la famiglia con occhi nuovi. Anch’essa va coltivata, promossa e mantenuta in forma. Un po’ come l’aria che si respira: fino a 15 anni fa era un bene sano, che non si consumava e non si sporcava, ma tutti ne potevano usare senza fare economia. Oggi non è più così. Anch’essa va salvaguardata, tenuta pulita, rispettata».
    Dalle analisi che seguono il contributo di monsignor Giuseppe Anfossi su Famiglia Oggi (sito Internet: http://www.famigliaoggi.it; telefono 02/48.07.27.47) emergono chiaramente i ricchi frutti del lavoro che decine di migliaia di volontari e operatori, in gran parte laici, compiono quotidianamente nelle tante realtà della pastorale familiare disseminate in tutto il Paese.
    Un impegno che in molti casi svolge una sorta di supplenza di fronte a un vuoto di risposte della società civile riguardo a tante urgenze, dalla preparazione alla vita di coppia all’accoglienza dei figli, alla loro educazione sentimentale, alla cura delle persone anziane.
    Altre, ulteriori riflessioni riguardano gli ambiti in cui si devono affrontare i cambiamenti significativi in atto nella società. Basti pensare che, tanto per citare un esempio, come spiega Sergio Nicolli, direttore dell’Ufficio della Cei per la pastorale familiare, «su 10 coppie che oggi chiedono il matrimonio cristiano solo due sono “praticanti”, mentre per le altre otto la formazione si è fermata all’età della Cresima».

    Renata Maderna

    QUALCHE LIBRO PER CAPIRE DI PIÙ
    Storie dei convegni ecclesiali in Italia e letture spirituali attorno alla prima Lettera di Pietro. Qualche libro vale la pena di leggerlo in vista di Verona. Antonio Acerbi e Giordano Frosini, per le Edizioni Dehoniane, pubblicano Cinquant’anni di Chiesa in Italia – I convegni ecclesiali da Roma a Verona. Edoardo Scognamiglio, frate minore e teologo, manda in libreria per le Paoline una lectio divina sulla Lettera di Pietro, Testimoni del risorto, mentre don Carlo Mazza, responsabile dell’Ufficio della Cei per lo sport, sempre per le Dehoniane, propone una lettura spirituale della Lettera. Interessanti altri due volumi. Bressan e Diotallevi, professori di teologia e di sociologia, in Tra le case degli uomini (Cittadella), presentano una fotografia delle sfide della parrocchia in Italia. Domenico Rosati, storico presidente delle Acli, in Il laico esperimento (Edizioni Edup), racconta gli anni tra il ’76 e l’87, tra autorità e libertà, clericalismo e laicità.

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  • 3. gruppo emmanuele  |  11 ottobre 2006 alle 12:05

    Alle sorelle e ai fratelli della chiesa italiana

    Siamo un gruppo di credenti che dal 1997, sotto il nome di Emmanuele, si ritrova presso la parrocchia della Beata Vergine Maria della Salute in Mortise di Padova. Offriamo alle persone omosessuali un luogo di accoglienza e proponiamo un cammino spirituale che tenga conto sia della fede cristiana, sia della propria identità affettiva e relazionale. Come membri della Chiesa italiana ci sentiamo interpellati dal prossimo convegno ecclesiale di Verona che ci chiama a essere «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo». In spirito di reciproco ascolto, desideriamo offrire la nostra testimonianza e proposta a partire da due punti del documento preparatorio («Traccia di riflessione al Convegno Ecclesiale di Verona, 16-20 ottobre 2006»).
    1.Siamo convinti che la Chiesa di Gesù è chiamata a essere «comunità costruita sull’amore» (n. 3), luogo dove si fa esperienza di liberazione (cf. 1Pt 1,18-19) e amiamo pensarci in questa prospettiva. La persona omosessuale credente, appartenendo di fatto a una minoranza – e oggetto ancora oggi, non di rado, di stigmatizzazione sociale –, desidera sperimentare l’accoglienza di Dio proprio nel luogo dove la sua fede ha avuto origine, affinché, nel simbolismo della Chiesa-madre, l’abbraccio dell’agape ecclesiale costituisca la certezza della liberazione dalla paura (cf. Rm 8,15; «Non abbiate paura!», Giovanni Paolo II, 31 maggio 2000). La Chiesa locale – e innanzitutto la parrocchia – sia dunque luogo «familiare», luogo di abbandono di maschere e vergogne, luogo di sostegno del dialogo aperto e del confronto, perché solo nella dinamica familiare della dialettica i figli maturano e, nella ricchezza della loro autonomia adulta (n. 8), camminano sicuri nel sentiero della vita (cf. Sal 16[17],11) dando spontanea testimonianza di fede e di fraternità («liberi e capaci di discernere e trasformare la nostra esistenza, aprendola alla fraternità», n. 7; «libertà liberata per la comunione», n. 3) e ritornando sempre con gioia al luogo della loro nascita cristiana. Quasi sempre si parla dei gay in contrapposizione alla famiglia, dimenticando l’elementare verità che anch’essi nascono e crescono nelle famiglie: sono figli, fratelli e sorelle, apportando spesso il loro originale e a volte insostituibile carisma nella cura amorevole dei genitori (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n° 2231); ma si dimentica anche che, talora, sono essi stessi genitori. Riteniamo quindi indispensabile citare anche gli omosessuali quando si parla di famiglia, non in quanto nemici ma come membri a pieno diritto di ogni comunità pienamente umana. Un’educazione ai sentimenti e alla complementarietà (cfr. punto 15a), non solo sessuale ma a livello più ampio di “irripetibilità di ogni individuo davanti a Dio”, ci sembra indispensabile sia per gli eterosessuali sia per gli omosessuali, che sono essi pure uomini e donne “in ricerca” e rifiutano il “superficiale emozionalismo”.
    Spesso il nostro gruppo, per chi si era estraniato da una Chiesa che nell’atteggiamento di tanti pastori sentiva come «matrigna» e – di riflesso – da un Dio percepito unicamente come giudice, è stato vissuto come luogo di re-incontro con il Risorto (cf. n. 9): il contatto con la libera testimonianza altrui e la fraterna accoglienza della parrocchia ha avuto la meglio sulla chiusura e sull’autocommiserazione, mentre la condivisione delle esperienze (il «racconto della speranza», cf. n. 10) continua a promuovere quella «dedizione» e «fedeltà» peculiari dell’adultità cristiana richiamate dalla Traccia (n. 10).
    2. Quanto ai vari ambiti della testimonianza ci siamo soffermati su quello che riguarda la cittadinanza (n. 15e), che tuttavia desidereremmo ricomprendesse innanzitutto la Chiesa stessa: la persona omosessuale ha cittadinanza piena nella Chiesa? Se le è richiesto – come attesta il Magistero – di rifiutare una parte di sé, come può presentarsi «in libertà» a Dio e ai fratelli? Come può la creatura considerarsi – di conseguenza – indegna di un Creatore che è amante di ogni vita? («Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita», Sap 11,24-26). Questa appartenenza alla chiesa sub condicione come può integrarsi con la consapevolezza che, a livello affettivo, «l’uomo […] vive l’aspettativa di un mondo accogliente ed esprime con la maggiore spontaneità il suo desiderio di felicità» (n. 15)? Il desiderio, quindi, sarebbe quello di vedere una chiesa che, come molti pastori tuttora fanno, rivolga attenzione e sostegno alla vocazione delle persone omosessuali alle varie forme di vita suscitate dall’umana convivenza, approntando forme di accoglienza e di educazione ai singoli, alle coppie e ai gruppi che rendano concreta la partecipazione attiva delle persone omosessuali alla vita della Chiesa (come anche auspicava il documento dei vescovi statunitensi Pur sempre nostri figli, 1998).
    In conclusione vorremmo davvero che nella Chiesa italiana rispetto agli omosessuali venga messa in atto «un’approfondita riflessione che positivamente li sostenga, e valorizzi, in positivo, gli aspetti complessi della loro realtà» (Convegno di Loreto 1985: Atti, p. 321). Questo è quanto noi cerchiamo di fare. Ci sembra che l’esperienza del gruppo costituisca per chi vi accede un segno di speranza e un momento di riconciliazione. Ci piacerebbe condividerla con tanti altri.

    Gruppo Emmanuele Padova http://www.gruppoemmanuele.it

    http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=24857&PHPSESSID=12940f4abd16d7b2201cde31fba9a9d5

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  • 4. gianfranco monaca  |  11 ottobre 2006 alle 13:59

    SOMMERSO MA NON TROPPO

    Il titolo del libro di Prini “Lo scisma sommerso” all’epoca aveva fatto unha certa impressione, poi è diventato un’espressione corrente. Oggi c’è da chiedersi se sia poi così sommerso. Paolo VI si era piegato al compromesso con i conservatori della curia romana che avevano minacciato uno scisma di trecento vescovi loro seguaci se il Concilio Vaticano II non fosse stato concluso al più presto, ponendo una pietra sopra agli scandali che – a loro avviso – ne erano derivati. Papa Montini accettò che alcune affermazioni conciliari fossero addolcite se non annacquate, efirmò rapidamente i documenti ufficiali e chiuse la partita. Molte cose rimasero sulla carta e moltissime rimasero nei desideri e negli auspici della stragrande maggioranza dei millecinquecento vescovi che tornarono alla loro diocesi con la netta sensazione di aver lasciato il lavoro a metà. Moltissimi furono quelli che subirono un’autentica delusione e provarono un senso di profonda frustrazione. Lo scisma minacciato era ormai un fatto, i curiali ebbero la loro soddisfazione, e l’istituzione ecclesiastica romana restò nelle mani della minoranza scismatica. Quando la stessa cosa era accaduta in Russia nel 1917 si disse che i bolscevichi avevano preso il potere: bolscevichi vuol dire null’altro che “la parte minoritaria”.

    Non c’è da stupirsi se una minoranza, per legittimarsi, si appella al “popolo” o alla “gente”: è una consuetudine. La dittatura bolscevica si appellò al proletariato, la manovra dei curialisti scismatici si trincerò dietro al “buon popolo cristiano”, che “non avrebbe potuto capire” una donna prete, o un parroco uxorato, o gli omosessuali in chiesa, o i divorziati risposati che ricevano l’eucaristia. Restituirono al “popolo cristiano” madonne lacrimanti e canonizzazioni a gogò, consolarono i militari che avevano dei dubbi sulla bontà delle esecuzioni segrete dei desaparecidos, la buttarono sull’anticomunismo e sulla spiritualità al calor bianco. Si trovò del tutto normale che un buon cattolico sia più incline all’adulterio che al divorzio, che se un omosessuale viene schernito è perché se lo è cercato, che se un insegnante di religione è “indegno” deve essere cacciato e così via. Che i laici non contino nulla è sempre stato così e che il Vaticano sia praticamente identificato con la Chiesa lo dice anche il Sillabo: viva San Pio Nono! Intanto la curia romana compiva la sua pulizia etnica, o tramite l’indulgente considerazione per gli squadroni della morte o tramite un’accurata selezione dei candidati all’episcopato, accettò che si possa tollerare la soppressione segreta del feto se la violenza carnale è stata subita da una suora mentre il cardinale Trujillo scomunica un medico cattolico che ha praticato alla luce del sole l’aborto terapeutico su una bambina di undici anni violentata in famiglia, e che la “difesa della vita” valga per gli embrioni ma non per i condannati a morte. Comunicò inoltre “con grande dolore” a docenti e ricercatori invisi al Santo Ufficio che potevano togliere il disturbo. Arriviamo così al triste declino di Karol Wojtyla (“Santo subito”, ciascuno poi scelga dove mettere l’accento tonico) che tardivamente cercò di rimediare con velleitarie dichiarazioni mediatiche contro la guerra (ma non ritirò mai i cappellani militari dagli eserciti “cristiani”), contro la mafia (ma le finanze vaticane restarono tutt’altro che trasparenti), per l’ecumenismo (ma l’eucaristia deve restare un tabù), per la gioventù (ma la Nestlé continua a campeggiare sullo sfondo dei raduni oceanici). Così ci siamo adattati ai dibattiti televisivi con i “neo-teo-con” in modo tale che alla fine ti domandi come sia possibile che a qualcuno vengano in mente certe idiozie, e che nelle nostre teste Marcello Pera, Giuliano Ferrara, Roberto Calderoli e i loro balilla passino per gente con cui si deve discutere in ore di salotti porta a porta sul vuoto assoluto. hai un bel dire che l’annuncio della Salvezza è destabilizzante e non rassicurante, che l’adesione al Messaggio comporta l’abbandono delle proprie identità di clam, di linguaggio e di territorio, e che soltanto dopo l’esilio Israele si fabbricò l’ideologia della difesa di un’identità abbandonando alla nostalgia romantica il tempo del deserto e della diaspora, che erano state le pietre miliari della Promessa. Trasformò la tenda in un Tempio nazionale fatto di marmi, bronzi e legni preziosi, castigò i matrimoni misti e trasformò la casa d’orazione in una spelonca di ladri. Venne Giovanni “il battezzatore” e lo disse forte, poi un rabbì di Nazaret free lance andò a ripeterlo nel tempio e nelle sinagoghe, respinse il nepotismo e si scontrò con i compaesani che volevano arruolarlo nelle loro pro-loco, annunciò il Regno universale e – chi sa perché – un imperatore romano trasformò il tutto in religione di stato, tanto che mille anni dopo ne venne fuori la battaglia di Lepanto, con Pio V che dava la benedizione alle navi da guerra e fu fatto santo, esattamente come il cardinale Bertone ha benedetto la portaerei “Cavour” e così è stato promosso Segretario di Stato. Chi sa se il 20 settembre (sempre in omaggio a Cavour!) andrà a benedire una qualche effigie miracolosa di sant’Eustachio (cfr. calendario romano) dalle parti di Porta Pia.

    Benedetto XVI sa tutte queste cose (è tutt’altro che tonto), e con raffinato equilibrismo ricupera il cappello di papa Roncalli mentre rifiuta di partecipare all’incontro interreligioso di Assisi, ed a Regensburg suscita la collera degli islamici (e non dicano che è stata una gaffe: uno come lui non può fare una gaffe su questo argomento!).

    E’ più semplice condannare il “codice da Vinci”, con il risultato di incoraggiare un business conclamato, che affrontare concretamente la realtà del Concilio, che è tutt’altro che morto ma certo potrebbe star meglio. I teo-con ringraziano, ma la Chiesa si estende oltre le Mura Leonine e la parabola del buon grano e della zizzania non è ancora stata revocata. E neppure quella del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Non ci resta che lavorare responsabilmente.

    (Tempi di Fraternità – ottobre 2006)

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  • 5. gianna  |  11 ottobre 2006 alle 18:13

    Ed ecco un’altra magnifica notizia tratta da Jesus… :-/

    Il mondo cattolico francese critica il “via libera” vaticano ai lefebvriani

    Erano tra I più virulenti oppositori del Concilio, seguaci di monsignor Marcel Lefebvre fin dalla prima ora. Un trio d’assalto che occupava chiese e lanciava anatemi contro i vescovi e contro Giovanni Paolo II, accusato di eresia e di sincretismo dopo l’incontro interreligioso di Assisi. Ora Philippe Laguérie, Paul Aulagnier e Guillaume de Tanouärn, già espulsi per indisciplina dalla Fraternità sacerdotale San Pio X (la Chiesa scismatica dei lefebvriani), sono tornati nelle braccia di Roma. Senza rinnegare il proprio passato, senza mea culpa. E con la facoltà di celebrare esclusivamente secondo il rito preconciliare. Per accoglierli, è stata eretta dalla Congregazione vaticana per il clero una nuova fraternità, l’Istituto del Buon Pastore, con a capo l’abbé Philippe Laguérie.

    Sembra la felice conclusione di una penosissima vicenda, la ricostruzione di uno strappo che ha provocato tensioni e dolore tra i cattolici di Francia. Ma non è così. Perché quella di Roma è stata giudicata da molti come una decisione verticistica, che non tiene conto della realtà pastorale. E molti vescovi non hanno nascosto lo stupore e il disagio, a cominciare dal diretto interessato, il cardinale Jean-Pierre Ricard, presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Bordeaux, nella cui diocesi era aperto da molti anni un contenzioso con i tradizionalisti che avevano occupato abusivamente la chiesa di Saint-Éloi. «Non vorrei che l’accoglienza dei fedeli tradizionalisti fosse pensata e vissuta come un rinnegamento del Concilio. Come se le grandi intuizioni del Concilio fossero rimesse in questione», ha dichiarato il cardinale Ricard al quotidiano La Croix, l’11 settembre scorso.

    Ad alimentare le perplessità del cardinale, che lascia intendere di essere stato messo di fronte al fatto compiuto, è la personalità dei sacerdoti tradizionalisti reintegrati: «Nella fede», ha aggiunto, «penso che il peggio non sia ineluttabile e mi auguro che si diano tutte le chances a questa iniziativa. Ma, conoscendo la situazione e le persone, resto di un realismo prudente».

    Già, la personalità degli ex seguaci di monsignor Lefebvre suscita nel migliore dei casi un «realismo prudente» e, in molti altri, un’aperta diffidenza. Tanto da indurre il settimanale cattolico La Vie a pubblicare in prima pagina una foto dell’abbé Laguérie con un titolo più che mai esplicito: «Perché quest’uomo doveva restare fuori».

    Parroco abusivo di Saint-Nicolas du Chardonnet, nel quartiere latino, a Parigi, e poi «chierico vagante» al servizio del verbo tradizionalista, Laguérie si è distinto per gli insulti lanciati contro il cardinale Lustiger, accusato di «violenza, ingiustizia, calunnie a ripetizione». E per la difesa a oltranza dello storico revisionista Roger Faurisson (che negava l’esistenza delle camere a gas). Del resto, sono note le sue simpatie per l’estrema destra e per I nostalgici di Vichy, come il defunto miliziano collaborazionista Paul Touvier, definito «anima delicata, sensibile, nuancée»: un bel ritratto di un uomo condannato dai tribunali francesi per crimini contro l’umanità.

    Piero Pisarra

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  • 6. giuliano  |  12 ottobre 2006 alle 22:08

    Vi faccio notare che (stando alle indiscrezioni attuali) non si tratta di abolire la riforma liturgica, ma di lasciare libertà ai singoli sacerdoti (a meno di indicazioni scritte in senso contrario da parte del proprio vescovo/ordinario) di scegliere quale rito celebrare. A me pare un passo in avanti nel senso di una chiesa plurale, e non un passo indietro.

    Non entro nel merito delle motivazioni di B16. Nei fatti aumenterebbe la libertà nella Chiesa Cattolica Romana, e andrebbe in controtendenza rispetto a secoli di tendenza a uniformare. Vi faccio notare che anche le differenze che si sono venute a creare nel nuovo rito mediante le traduzione nei vari paesi sono passate più sottobanco, che per esplicita decisione del concilio o del vaticano, e che finora le uniche due eccezioni significative all’uniformità sono il rito ambrosiano e i riti orientali, entrambi accettati da Roma perché precedenti all’uniformità e non riducibili, insomma subiti più che voluti.

    Rimane in sottofondo una domanda: i gruppi di base lottano per una chiesa come la vogliamo noi, o per una chiesa che nasca dal basso e continui sempre a confrontarsi con tutto il popolo di Dio, anche quando il popolo di Dio, in maggioranza o in parte, voglia cose che non ci piacciono? E le minoranze (come i tradizionalisti) si devono adeguare o non vanno piuttosto garantite e rispettate nella loro diversità di opinioni e sensibilità?

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  • 7. danielatuscano  |  13 ottobre 2006 alle 14:42

    Giuliano ha ragione, di per sé la (contro)riforma liturgica non ha alcun significato negativo, e trovo molto sensato il suo quesito: giusto voler essere “Chiesa dal basso” ma non “Chiesa a nostra immagine”. E’ un rischio che non si deve correre: la Chiesa è una.

    E’ un po’ lo stesso discorso del velo islamico: nato come simbolo di sottomissione, può essere assunto anche come strumento di liberazione delle donne ecc. L’avevo scritto in un vecchio articolo. I simboli sono cose, e noi siamo persone. Siamo noi a conferir loro una valenza oppure un’altra. Non il sabato per l’uomo ecc.

    Ciò nonostante di B XVI non mi fido, essendo egli tutto tranne che tollerante. Ed è vero, si dovrebbe lasciare la libertà di esprimersi anche agli intolleranti, a coloro cioè che, se smettessero di esser minoranza, non si sognerebbero di lasciar parlare me. Ma è proprio questo a mettermi in crisi, mi sono un po’ stancata di ascoltare e comprendere chi vorrebbe farmi tacere per sempre, se solo potesse. Sto diventando, anch’io, intollerante con gli intolleranti.

    Tanto più che B XVI si dimostra tanto comprensivo verso questi scismatici di destra, ma certo assai meno verso chi gli sembra “compromesso” col relativismo, progressismo ecc. Lui è furbo ma io non sono scema.

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  • 8. angelo  |  14 ottobre 2006 alle 14:53

    Devo dire che il vostro (di Daniela e Giuliano) ragionamento fila, anche se temo possa nascondere un falso problema. Cerco di spiegarmi.

    Un gruppo come Noi Siamo Chiesa non lotta per la Chiesa che vuole lei, ma per una Chiesa che recuperi il senso del Vaticano II troppo spesso fatto tacere perchè rompe equilibri e certezze secolari e soprattutto un equilibrio che vede il clero predominare sui laici con tutto quello che ne segue (imposizione di norme e precetti ecc). Schematizzo un pò, ma voglio dire che il Vaticano II e tutta la riflessione teologica che lo ha in parte preceduto vanno verso una comprensione del messaggio evangelico che lascia ai laici, tra l’altro, margini di libertà che il clero si guarda bene dal mollare. Le istanze del messaggio che 10 anni fa diedero vita a NSC vanno nella direzione aperta dal Concilio, con richieste ancora non realizzate che configurano non tanto la chiesa che vogliamo ma quella che riteniamo sia in linea con lo spirito del Concilio e le moderne letture dei testi evangelici.

    Detto questo, è comprensibile che nella chiesa non tutti la pensino allo stesso modo. Ma i seguaci di Lefebvre sono andati oltre: non hanno mai accettato il Vaticano II e il loro sguardo al passato tradisce la voglia di non confrontarsi con il presente in nome della immutabilità della tradizione.
    La loro intolleranza li ha spinti ad un vero scisma ( nomina di vescovi ecc).

    In questo contesto, le aperture di B16 oggi hanno il senso di cercare di riportarli all’ovile. Ma in che modo (basta solo la Messa in latino?). Tornare all’ovile per me significa accettare anche e soprattutto il Vaticano II. Ma qui non so se si può parlare di conversione…. è più facile che costoro vogliano mantenere le loro ideee che non si sposano con il dialogo ma con l’intolleranza.
    Penso sia un falso problema il rispettare le opinioni e sensibilità di chi non accetta quella degli altri e soprattutto va nella direzione opposta a quella della Chiesa!
    Quanto a B16 concordo con Daniela sul fatto che lui è più comprensivo con questi scismatici di destra e assai meno con quelli come NSC che peraltro non intendono nemmeno diventare “scismatici di sinistra”.
    Stiamo attenti che il professore di Ratisbona non ci faccia fessi tutti….
    Un saluto

    Rispondi
  • 9. ernesto  |  14 ottobre 2006 alle 19:36

    Ringrazio Angelo per la sua precisazione. Mi trova pienamente consenziente.
    Molti hanno pensato anche ad un Vaticano III. Credo che sia una spinta in avanti troppo prematura.
    Il Vaticano II, dopo l’entusiasmo iniziale durato circa 10 anni, è stato anestetizzato.
    Da chi? Certo dalla curia romana, ma molto di più dal clero. Da quel clero che è disseminato in ogni angolo del mondo e si è accorto, dopo aver creduto nelle istanze innovative conciliari, che avrebbe perso il privilegio della tonaca. E gattopardescamente ha simulato che tutto cambiasse perchè tutto rimanesse come prima.
    Mi s’obietterà che tale clero non aveva potere.
    Concordo.
    Ma replico dicendo che tale clero è come il funzionario del ministero. Se il ministro fa un decreto che il funzionario non condivide, costui mostra di essere d’accordo, ma operativamente è pigro.
    Vedo troppi preti giovani che sono preconciliari. E addirittura ignoranti dei documenti conciliari. Il che è il massimo.
    Qualche esempio? Provate a seguire un’omelia dove si richiede un minimo di conoscenza di esegesi. C’è da rabbrividire. (qualche tempo fa ho sentito esegesi da Rops – con tutto il rispetto per il grande storico – ed applicazioni morali da Noldin – sempre con tutto il rispetto per il grande moralista – a proposito di un commento a Giosè 24 – assemblea di Sichem).
    E il prete non aveva 65/70 anni: non arrivava ai 40. Era un mio assistito il seminario (sono stato prefetto di disciplina durante gli anni del corso teologico) e gliel’ho fatto notare. Molto umilmente mi ha detto che si era preparato sulle pandette che gli erano state distribuite.
    Ho capito che lui non aveva colpa. Il male era a monte.
    Il prete non aveva letto la Dei Verbum se non nei capitoli assegnatigli per gli esami di Scrittura. E’ vero che avrebbe potuto leggersela sua sponte e trovarsi commenti diversi…ma è anche vero che il sangue dalle rape non può cavarlo nessuno e, conoscendo l’individuo per essere stato anche suo insegnante di italiano e latino, sapevo che si sarebbe attenuto allo stretto indispensabile.
    Già: lo stretto indispensabile. E’ questo che ancora si vuole nella chiesa.
    Si vuole, cioè, che qualcuno pensi per tutti. Scriva un manuale/prontuario e a quello ci si attenga.
    Forse è anche in questa direzione che è impostato l’iter formativo del clero.
    Concludo con un commento alla liturgia.
    Qualcuno di voi sa che in tempi passati ero ritenuto un esperto nel settore.
    Io non mi scandalizzo per la concessione alla celebrazione della messa tridentina.
    Come quando ero responsabile dell’ufficio liturgico non avevo difficoltà a concedere sperimentazioni allora scandolezzevoli quali l’uso della chitarra, delle nacchere, dei tamburi alle celebrazioni eucaristiche.
    Perchè?
    Perchè penso che la liturgia non debba essere normata.
    C’è già una norma, un traccia. E’ quella della Didachè.
    Lo stesso canone romano (celebrato come l’unico vero, serio, profondo,ecc.,ecc.) era una traccia. Solo una traccia (si vedano gli studi in proposito, ben sintetizzati dall’abate Marsili). Siamo noi che ne abbiamo fatto un dogma. Siamo noi che abbiamo insegnato ai preti che per rendere valida la consacrazione dovevano scandire con passione “hoc…est…enimmmmmm….corrrpuss…meummmm”.
    E quelli ci hanno creduto per secoli.
    Perchè il diritto ha prevalso sulla morale personalistica.
    Certo! Il diritto ha consentito che tutto funzionasse come un orologio. Ma ha anestetizzato i cervelli.
    Come si vede…l’anestesia nella chiesa è di moda e lo sarà sempre.

    Ciao
    Ernesto

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  14 ottobre 2006 alle 21:21

    Annamo bbene……….. 😐

    Rispondi
  • 11. gianfranco  |  14 ottobre 2006 alle 21:30

    E stiamo attenti perché quando la Chiesa comincia a farci litigare fra noi su queste cose passano sotto silenzio temi come la lotta alla povertà e alle malattie, la pace, la giustizia sociale, l’istruzione…

    Rispondi
  • 12. danielatuscano  |  14 ottobre 2006 alle 21:32

    E’ per questo che dico che fessa non mi fanno… Pietosa poi la gazzarra all’interno dei cattolici “di sinistra”, le abominevoli sigle, teo-con, teo-dem, lib-lab, e vammorrìamm………..!!!!!!!!!!!   😡

    Rispondi
  • 13. gianna  |  17 ottobre 2006 alle 10:42

    Sembra che Tettamanzi abbia strigliato i congressisti però…

    Rispondi
  • 14. danielatuscano  |  17 ottobre 2006 alle 17:04

    Pura demagogia, comunque se sortisce qualche blando effetto meglio che niente. In verità con questa gerarchia non si può più sperare, e quello che mi dà maggior fastidio è dover difendere l’arcivescovo di Milano (non che ce l’abbia con lui, per carità, ma ripeto, sono parole buttate là, che non avranno alcuna concreta applicazione; chi si deve svegliare sono i laici, è ora di finirla di far parlare sempre e solo i preti). Infatti il bigotto e involuto teo-kon-Kos, vale a dire Kossiga, che non ha capito un’acca del discorso del cardinale, gli ha indirizzato queste volgari parole:

    Roma, 17 ott. (Apcom) – “Penso che mai gli amici ‘teodem’ Binetti, Bobba e Carra della Margherita, né i cattolici ‘militanti’ dell’Udc, dell’Udeur, di Forza Italia e di An, e perfino i cristiano-sociali dei Ds che intendono difendere nei loro ambiti partitici e in Parlamento le posizioni cattoliche nelle materie ‘eticamente sensibili’, matrimonio tra non eterosessuali, pacs, adozioni da parte di coppie o di single non eterosessuali, sperimentazione su embrioni umani e altre materie definitive ‘non contrattabili’ da Papa Benedetto XVI, si sarebbero aspettati di prendere una dura ‘tranvata in testa’ da parte del cardinale Tettamanzi nella prima relazione solenne al convegno dei cattolici a Verona, nella quale l’Eminentissimo li ha esortati a limitarsi ad andare a messa, a dire le orazioni del mattino e della sera, e anche a rispettare il sesto e il nono comandamento, ma a lasciare perdere queste ‘inutili lotte e testimonianze’ che possono dividere i cattolici che vogliono semplicemente seguire gli insegnamenti da quelli, più maturi ed adulti, aperti ad ‘utili confronti costruttivi’ con i laicisti”. Lo afferma in una nota il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga.

    “E non si aspettavano certo da un cardinale di Santa Romana Chiesa – afferma Cossiga – notazioni di disprezzo i ‘laici per i valori’, e cioè quei non cattolici, o non cattolici militanti, che con i ‘cattolici infanti’ condividono anche nella difesa sul piano della politica i valori cristiani etici, culturali e storici: ‘Che pecchino e non interferiscano con noi!’. E a pensare che si è corso il rischio, a quanto si dice – ammonisce Cossiga – di averlo come Papa e che ancora, a quanto si dice, si corre il rischio di averlo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana! Ma lui vuole anche che ‘la Chiesa torni al Concilio’, da cui per lui evidentemente si è allontanata con Papa Giovanni Paolo II e oggi – conclude Cossiga – si allontana con Papa Benedetto XVI… Come inizio del convegno non c’è male!”.

    L’ironia acida di Kossiga farebbe pensare, al contrario, che l’inizio del convegno sia ottimo, perché se dispiace a lui significa che Tettamanzi ha detto senza dubbio cose giustissime e ragionevoli. Va da sé che il cardinale non si è per nulla sognato di esortare i cristiani alla rassegnazione e al silenzio, ma è sorprendente il disprezzo verso l’“andare a Messa e il recitare orazioni”… Ma come, il cristianesimo non è essenzialmente preghiera? Certo, la preghiera come la intendeva Gesù, e come sicuramente la intende il cardinale, non coincide con un atteggiamento passivo di rinuncia alle “cose del mondo”, ma come dialogo con Dio perché ci dia fra l’altro il discernimento di riconoscere i “segni dei tempi” e agire con prudenza – cristianamente intesa – in questo mondo. Sorprende, ripeto, che Kossiga non capisca questa elementare verità, ma invero non sorprende affatto, poiché, come già spiegato nel mio articolo Fondamentalisti: gli atei d’oggi https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/03/fondamentalisti-gli-atei-doggi/, questi individui credono solo ed esclusivamente nei loro fantasmi e nei loro pregiudizi. Il cristianesimo (come l’Islam) è per loro un semplice pretesto ed è scandaloso che il Vaticano oggi mercanteggi (Dante avrebbe usato un altro verbo…) con loro per questioni di prestigio politico. Che Kossiga detesti il Vaticano II è assolutamente normale, ma sarebbe bene ricordargli che chi rinnega il Concilio è un bestemmiatore. Non accadrà perché oggi le gerarchie vaticane sono tutte, ferocemente, anti-conciliari. Lo ha ricordato lucidamente Gianfranco Monaca anche in questa sede.

    Kossiga ha tirato un sospiro di sollievo per lo “scampato pericolo” di avere Tettamanzi come Papa, ora teme di ritrovarselo, orrore supremo, Presidente della Cei. Ben più sfortunati di lui sono stati gli Italiani, che se lo sono succiato come Presidente della Repubblica e che ora sono costretti a sorbirsi, quasi fossero pareri autorevolissimi, le sue rampogne di vecchio clericale inacidito! 😡

    P.S.: Il “vero” discorso di Tettamanzi si trova su http://www.korazym.org/news1.asp?Id=19608, sito non esattamente rivoluzionario o, peggio, catto-comunista. Basta con le menzogne e l’infingardaggine dei teokojons.

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  • 15. davide  |  17 ottobre 2006 alle 18:40

    trovo veramente DELIRANTE ciò che dice KOSSIGA. E condivido pienamente ciò che invece dice Daniela: BRAVA!!! Ciao e buona serata!! davide

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  • 16. danielatuscano  |  18 ottobre 2006 alle 15:30

    Se al posto di Totocalcio esistesse TotoVaticano, sarei già stramiliardaria (in euro)… Nell’articolo avevo manifestato i miei timori riguardo alla dott.ssa prof.ssa Raffaella Iafrate (che immagino anche fisicamente). E infatti puntuale, dalla “Gazzetta del Sud”, apprendiamo quanto segue:

    DA VERONA NESSUNA SPERANZA PER PACS E “SOLUZIONI CARICATURALI”

    VERONA Le forme di “legame leggero”, come i Pacs consentono “di usufruire dei diritti tipici del matrimonio, ma evitano o rifiutano di impegnarsi negli aspetti non negoziabili della vita, come l’impegno vincolante della promessa, la funzione generativa e sociale della relazione di coppia, il rispetto per i diritti inalienabili delle nuove generazioni”.

    Un nuovo “no” al riconoscimento delle coppie di fatto viene dal Convegno Ecclesiale di Verona che ha visto i partecipanti impegnati a discutere nei gruppi di studio sui temi dei cinque ambiti: tradizione, fragilità, lavoro e festa, cittadinanza e vita affettiva.

    È toccato alla psicologa Raffaella Iafrate proporre la riflessione sul “tema caldo” della famiglia oggi sempre più minacciata. “L’attacco cui è sottoposta attualmente la famiglia, istituto basilare per la stessa esistenza della società, si attua di fronte ad una sostanziale indifferenza se non, addirittura, ad un compiacimento sociale per la sua progressiva disgregazione” ha denunciato la psicologa sottolineando che è quanto mai “urgente rilanciare con coraggio un pensiero forte sulla famiglia”.

    “L’enfasi sugli aspetti emotivi a scapito della responsabilità – ha spiegato Iafrate – ha effetti chiari anche sulla concezione di famiglia, spesso ridotta a una qualsiasi relazione umana caratterizzata da intimità e affetto”. E questa idea conduce “ad accettare e a promuovere anche soluzioni caricaturali della famiglia nelle quali la sola presenza di un legame affettivo (non importa nemmeno se tra uomo e donna o tra persone dello stesso sesso) genererebbe di per sè una famiglia”. Di fronte a questi tentativi, ha rilevato, “occorre riaffermare l’identità della famiglia rifiutando l’edonismo che banalizza le relazioni umane e le svuota del suo genuino valore e della sua bellezza”. Ricordando i “ripetuti richiami” del Papa alla centralità della famiglia, la dottoressa Iafrate ha osservato che “promuovere i valori del matrimonio non ostacola la gioia piena che l’uomo e la donna trovano nel loro mutuo amore: la fede e l’etica non pretendono di soffocare l’amore, bensì di renderlo più sano forte e realmente libero. In una realtà come la nostra ripiegata sull’immediato, la testimonianza della vita familiare nell’esperienza coniugale, genitoriale, filiale e fraterna dei credenti può ancora veramente rappresentare un’anticipazione della speranza incorruttibile, che può correggere e curare le malattie della speranza del nostro tempo”. (mercoledì 18 ottobre 2006).

    I soliti discorsi astratti, i soliti proclami ideologici… Ovviamente siamo d’accordo tutti sulla necessità di un’etica delle relazioni ed è vero che alcuni cercano solo il godimento immediato e senza impegno ecc. Ma siamo sempre lì, il discorso punta il dito esclusivamente su ben determinati gruppi sociali, mai alle sfasciatissime “famiglie modello” eterosessuali i cui figli mi ritrovo sempre più numerosi, e disorientati, e soli, sui banchi di scuola. E comunque, si tratta ogni volta di condanne generiche, senza mai avanzare alcuna proposta alternativa/simpatetica per le singole persone che vivono in situazioni “irregolari”. Il perché è facilmente spiegabile: per questa gente, tali singole persone non esistono, ci sono solo categorie di debosciati il cui unico scopo è la distruzione della famiglia e il godimento egoistico. Non se ne salva nessuno. Che noia dover ripetere sempre la stessa cosa, ma che noia ancora maggiore starli a sentire… forse perché i “debosciati” sono gli unici a prenderli sul serio. Gli altri, i timorati cristiani sempre in regola solo perché benedetti dal matrimonio eterosessuale, possono continuare a cornificarsi, magari pure a frodare il fisco e a speculare in banca – e, naturalmente, a impiparsi dei vescovi e del Vangelo -, tanto quelli sono peccati veniali, l’importante è che MOSTRINO di “amare” come Iddio comanda.

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  • 17. danielatuscano  |  20 ottobre 2006 alle 9:20

    Comunque l’altra sera ci si è messo anche Lerner… con una trasmissione schifosissima sull’omosessualità, intrisa di luoghi comuni, becera, razzista. La figura più odiosa restava però il vecchio scrittore che, per mascherare l’invidia di non disporre più di un corpo bello e seducente, è ricorso al solito trucchetto di certe signore d’un tempo, quando per limiti d’età non potevano più… esercitare: l’elogio della castità, la vellutata nostalgia per l’innocenza perduta unita, ovviamente, al furore inquisitorio per tutto ciò che è peccaminoso, corrotto, materiale, decadente. Come la regina Vittoria che, dopo una gioventù, diciamo così, allegra, praticò un’astinenza totale e rigidissima, arrivando persino a far velare le gambe dei tavoli perché la loro forma arcuata, ricordando le cosce delle donne, poteva suscitare nell’osservatore pensieri peccaminosi.

    Che dire? Ognuno ha le proprie perversioni e anche questi poveretti hanno il diritto di sfogarsi. Il guaio è che costoro hanno bisogno del gruppo, sennò non si divertono. Così eccoli irrompere nelle nostre case, sui nostri giornali, nelle nostre tv, magari anche al governo. E non chiedono nemmeno. Pretendono. Che ad altri le loro paranoie non suscitino stimolo né interesse non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. No, tutti devono adeguarvisi. E dunque eccoli lì, onnipresenti, trinariciuti, arcigni, supponenti, a imporci di adorare i loro fantasmi.

    I clericali gongolano: per forza, senza questi qui non avrebbero ragion d’essere! Dopo aver assistito a una trasmissione come quella di Lerner, e conoscessi i gay solo per come mi sono stati presentati in quella sede, beh, diventerei una clericale anch’io.

    Detesto questi personaggi anche perché mi costringono a ripetere sempre le stesse cose, facendomi perdere un sacco di tempo e impedendomi di approfondire il discorso con proposte e iniziative nuove. Io non condivido tutto quello che portano avanti certe femministe, certi sedicenti difensori della laicità e della ricerca “scientifica”, certi gay militanti ecc. (a proposito: inqualificabile, volgare e blasfema la carnascialesca contro-manifestazione “gaya-trans” di Verona). Vorrei poterlo dire PUBBLICAMENTE, ma davanti agli insulti e al razzismo non posso che giocare in difesa. Per questo non riporterò la lettera inviata a Lerner e pubblicata fra l’altro anche sul suo Forum. Chi ha voglia, se la vada a leggere in http://www.la7.it/community/forum/forums/thread-view.asp?tid=2024&posts=12&start=1, è il commento n° 3 (ma pure gli altri, chi in un modo chi nell’altro, la pensano come me…). Mi piace invece trascrivere qui i complimenti personali inviatimi da Aurelio Mancuso, i cui metodi spesso non ho condiviso ma che, in questo frangente, ha tutta la mia solidarietà. Per forza.

    Carissima Daniela,
    ti ringrazio per questa tua lettera, dovremmo avere tutt* avere la forza dell’indignazione, che sembra invece sentimento passato di moda!
    Grazie ancora un saluto

    Aurelio Mancuso

    (Milano, 19 ottobre 1964)

    Anch’io credo che Lerner cerchi di riciclarsi in veste teocratica per ammansire il Vaticano inferocito con la sinistra e nostalgico di Berlusconi, ma è un trucco inutile oltre che vile. Mi stupisce constatare che sto diventando come Ratzinger… nel senso opposto a quello che spera lui, però. “Er papa” cioè, anche sbugiardando in pubblico il suo sottoposto Tettamanzi, ha ripetuto per la novecentesima volta che questo mondo occidentale è marcio, amorale, pervaso da pulsioni di morte, in mano a chi pratica “amore debole” (coppie eterosessuali non sposate) o “deviato” (coppie omosessuali). Peggio di così, secondo lui, non si può andare. ANCH’IO LA PENSO COSI’, MA RIGUARDO AL VATICANO: ne ha combinate più Benedetto in poco più di un anno, che i vari Papi crociati in secoli di storia… Almeno per questo, lui così vanitoso, sarà lieto di entrare nel Guinness dei Primati (primati? 😉 ).

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  • 18. alberto  |  20 ottobre 2006 alle 10:11

    Ciao Daniela,
    io ho visto 20min della trasmissione.. però era molto fastidiosa, per la presenza di Buttiglione e dell’UCOII che non l’ho vista sino alla fine.
    Mi sono stupito prima di tutto dell’impostazione che ha dato Gad Lerner.
    Avevo visto quella sulla fecondazione assistita o sul caso dei due gemelli in Polonia e mi erano piaciute molto.C’era anche parecchia attesa da parte mia poiché nel pomeriggio mi erano arrivati diversi sms che mi avevano annunciato la trasmissione TV (quelli che partono dall’arcigay)
    Nella trasmissione di ieri invece in più di qualche momento mi è sembrato che l’omosessualità fosse strumentale. Nella prima parte parlavano della “fame” di apparire, di avere un bel corpo. Tendenza lanciata anche dai gay e che gli etero hanno fatto propria. Una fame però che alimenta se stessa perché più si riesce ad apparire più si vorrebbe apparire. Più si riesce a possedere carnalmente “il fisico bello” più se ne vorrebbero possedere. Quasi che la ricerca del sesso non fosse finalizzato al piacere ma alla collezioni di corpi posseduti.
    Boh sarà anche vero in parte… forse sarebbe stato interessante anche vedere perché i gay hanno innescato questi comportamenti e perché gli etero ne sono rimasti talmente affascinati da non pensarci 2 volte a copiarli.

    Alberto

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  • 19. nn  |  20 ottobre 2006 alle 9:40

    Discorso del Papa al Convegno della Chiesa italiana a Verona
    Il Papa a Verona: i credenti siano testimoni, miti e forti, dell’amore, della gioia e della verità per restituire alla fede cristiana piena cittadinanza.
    Cari fratelli e sorelle!

    Mi rallegro di essere con voi oggi, in questa tanto bella e storica città di Verona, per prendere parte attivamente al IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia. Porgo a tutti e a ciascuno il più cordiale saluto nel Signore. Ringrazio il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale, e la Dottoressa Giovanna Ghirlanda, rappresentante della Diocesi di Verona, per le gentili parole di accoglienza che mi hanno rivolto a nome di voi tutti e per le notizie che mi hanno dato sullo svolgimento del Convegno. Ringrazio il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Presidente del Comitato preparatorio, e quanti hanno lavorato per la sua realizzazione. Ringrazio di cuore ognuno di voi, che rappresentate qui, in felice armonia, le varie componenti della Chiesa in Italia: il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, che ci ospita, i Vescovi qui convenuti, i sacerdoti e i diaconi, i religiosi e le religiose, e voi fedeli laici, uomini e donne, che date voce alle molteplici realtà del laicato cattolico in Italia. 

    Questo IV Convegno nazionale è una nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II, che la Chiesa italiana ha intrapreso fin dagli anni immediatamente successivi al grande Concilio: un cammino di comunione anzitutto con Dio Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo e quindi di comunione tra noi, nell’unità dell’unico Corpo di Cristo (cfr 1Gv 1,3; 1Cor 12,12-13); un cammino proteso all’evangelizzazione, per mantenere viva e salda la fede nel popolo italiano; una tenace testimonianza, dunque, di amore per l’Italia e di operosa sollecitudine per il bene dei suoi figli. Questo cammino la Chiesa in Italia lo ha percorso in stretta e costante unione con il Successore di Pietro: mi è grato ricordare con voi i Servi di Dio Paolo VI, che volle il I Convegno nell’ormai lontano 1976, e Giovanni Paolo II, con i suoi fondamentali interventi ai Convegni di Loreto e di Palermo, che hanno rafforzato nella Chiesa italiana la fiducia di poter operare affinché la fede in Gesù Cristo continui ad offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, il senso e l’orientamento dell’esistenza ed abbia così “un ruolo-guida e un’efficacia trainante” nel cammino della Nazione verso il suo futuro (cfr Discorso al Convegno di Loreto, 11 aprile 1985, n. 7). 

    Il Signore risorto e la sua Chiesa

    Nello stesso spirito sono venuto oggi a Verona, per pregare il Signore con voi, condividere – sia pure brevemente – il vostro lavoro di queste giornate e proporvi una mia riflessione su quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia. Avete compiuto una scelta assai felice ponendo Gesù Cristo risorto al centro dell’attenzione del Convegno e di tutta la vita e la testimonianza della Chiesa in Italia. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. 

    Tutto ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza della Chiesa; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia di questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra. Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. E’ ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). E’ stata cambiata così la mia identità essenziale e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo. 

    Il servizio della Chiesa in Italia alla Nazione, all’Europa e al mondo

    L’Italia di oggi si presenta a noi come un terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole per una tale testimonianza. Profondamente bisognoso, perché partecipa di quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. 

    L’Italia però, come accennavo, costituisce al tempo stesso un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti, mentre è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle famiglie. È inoltre sentita con crescente chiarezza l’insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa e di un’etica troppo individualista: in concreto, si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia. Tocca a noi infatti – non con le nostre povere risorse, ma con la forza che viene dallo Spirito Santo – dare risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo, la Chiesa in Italia renderà un grande servizio non solo a questa Nazione, ma anche all’Europa e al mondo, perché è presente ovunque l’insidia del secolarismo e altrettanto universale è la necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo. 

    Rendere visibile il grande “sì” della fede

    Cari fratelli e sorelle, dobbiamo ora domandarci come, e su quali basi, adempiere un simile compito. In questo Convegno avete ritenuto, giustamente, che sia indispensabile dare alla testimonianza cristiana contenuti concreti e praticabili, esaminando come essa possa attuarsi e svilupparsi in ciascuno di quei grandi ambiti nei quali si articola l’esperienza umana. Saremo aiutati, così, a non perdere di vista nella nostra azione pastorale il collegamento tra la fede e la vita quotidiana, tra la proposta del Vangelo e quelle preoccupazioni e aspirazioni che stanno più a cuore alla gente. In questi giorni avete riflettuto perciò sulla vita affettiva e sulla famiglia, sul lavoro e sulla festa, sull’educazione e la cultura, sulle condizioni di povertà e di malattia, sui doveri e le responsabilità della vita sociale e politica. 

    Per parte mia vorrei sottolineare come, attraverso questa multiforme testimonianza, debba emergere soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. San Paolo nella Lettera ai Filippesi ha scritto: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia. Non ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa fragilità della natura umana che è una minaccia per il cammino dell’uomo in ogni contesto storico; in particolare, non trascurano le tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca. Perciò l’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella “creatura nuova” (2Cor 5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito Santo. 

    Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1). La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime è infatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza. Il “progetto culturale” della Chiesa in Italia è senza dubbio, a tal fine, un’intuizione felice e un contributo assai importante.
     

    La persona umana. Ragione, intelligenza, amore

    La persona umana non è, d’altra parte, soltanto ragione e intelligenza. Porta dentro di sé, iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amata e di amare a sua volta. Perciò si interroga e spesso si smarrisce di fronte alle durezze della vita, al male che esiste nel mondo e che appare tanto forte e, al contempo, radicalmente privo di senso. In particolare nella nostra epoca, nonostante tutti i progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati tutti i tentativi di nasconderlo, come dimostrano sia l’esperienza quotidiana sia le grandi vicende storiche. Ritorna dunque, insistente, la domanda se nella nostra vita ci possa essere uno spazio sicuro per l’amore autentico e, in ultima analisi, se il mondo sia davvero l’opera della sapienza di Dio. Qui, molto più di ogni ragionamento umano, ci soccorre la novità sconvolgente della rivelazione biblica: il Creatore del cielo e della terra, l’unico Dio che è la sorgente di ogni essere ama personalmente l’uomo, lo ama appassionatamente e vuole essere a sua volta amato da lui. Dà vita perciò a una storia d’amore con Israele, il suo popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti del popolo, il suo amore si mostra ricco di inesauribile fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di là di ogni limite. In Gesù Cristo un tale atteggiamento raggiunge la sua forma estrema, inaudita e drammatica: in Lui infatti Dio si fa uno di noi, nostro fratello in umanità, e addirittura sacrifica la sua vita per noi. Nella morte in croce si compie dunque “quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale”, nel quale si manifesta cosa significhi che “Dio è amore” (1 Gv 4,8) e si comprende anche come debba definirsi l’amore autentico (cfr Enc. Deus caritas est, nn. 9-10 e 12). 

    Proprio perché ci ama veramente, Dio rispetta e salva la nostra libertà. Al potere del male e del peccato non oppone un potere più grande, ma – come ci ha detto il nostro amato Papa Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dives in misericordia e, da ultimo, nel libro Memoria e identità – preferisce porre il limite della sua pazienza e della sua misericordia, quel limite che è, in concreto, la sofferenza del Figlio di Dio. Così anche la nostra sofferenza è trasformata dal di dentro, è introdotta nella dimensione dell’amore e racchiude una promessa di salvezza. Cari fratelli e sorelle, tutto questo Giovanni Paolo II non lo ha soltanto pensato, e nemmeno soltanto creduto con una fede astratta: lo ha compreso e vissuto con una fede maturata nella sofferenza. Su questa strada, come Chiesa, siamo chiamati a seguirlo, nel modo e nella misura che Dio dispone per ciascuno di noi. La croce ci fa giustamente paura, come ha provocato paura e angoscia in Gesù Cristo (cfr Mc 14,33-36): essa però non è negazione della vita, da cui per essere felici occorra sbarazzarsi. È invece il “sì” estremo di Dio all’uomo, l’espressione suprema del suo amore e la scaturigine della vita piena e perfetta: contiene dunque l’invito più convincente a seguire Cristo sulla via del dono di sé. Qui mi è caro rivolgere un pensiero di speciale affetto alle membra sofferenti del corpo del Signore: esse, in Italia come ovunque nel mondo, completano quello che manca ai patimenti di Cristo nella propria carne (cfr Col 1,24) e contribuiscono così nella maniera più efficace alla comune salvezza. Esse sono i testimoni più convincenti di quella gioia che viene da Dio e che dona la forza di accettare la croce nell’amore e nella perseveranza. 

    Sappiamo bene che questa scelta della fede e della sequela di Cristo non è mai facile: è sempre, invece, contrastata e controversa. La Chiesa rimane quindi “segno di contraddizione”, sulle orme del suo Maestro (cfr Lc 2,34), anche nel nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d’animo. Al contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San Pietro (3,15), che avete scelto assai opportunamente quale guida biblica per il cammino di questo Convegno. Dobbiamo rispondere “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (3,15-16), con quella forza mite che viene dall’unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero e dell’azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi. 

    L’educazione

    In concreto, perché l’esperienza della fede e dell’amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all’altra, una questione fondamentale e decisiva è quella dell’educazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quelle della sua libertà e capacità di amare. E per questo è necessario il ricorso anche all’aiuto della Grazia. Solo in questo modo si potrà contrastare efficacemente quel rischio per le sorti della famiglia umana che è costituito dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali. Un’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri “no” a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità, questi “no” sono piuttosto dei “sì” all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio. Voglio esprimere qui tutto il mio apprezzamento per il grande lavoro formativo ed educativo che le singole Chiese non si stancano di svolgere in Italia, per la loro attenzione pastorale alle nuove generazioni e alle famiglie. Tra le molteplici forme di questo impegno non posso non ricordare, in particolare, la scuola cattolica, perché nei suoi confronti sussistono ancora, in qualche misura, antichi pregiudizi, che generano ritardi dannosi, e ormai non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e nel permetterne in concreto l’attività. 

    Testimonianze di carità

    Gesù ci ha detto che tutto ciò che avremo fatto ai suoi fratelli più piccoli lo avremo fatto a Lui (cfr Mt 25,40). L’autenticità della nostra adesione a Cristo si verifica dunque specialmente nell’amore e nella sollecitudine concreta per i più deboli e i più poveri, per chi si trova in maggior pericolo e in più grave difficoltà. La Chiesa in Italia ha una grande tradizione di vicinanza, aiuto e solidarietà verso i bisognosi, gli ammalati, gli emarginati, che trova la sua espressione più alta in una serie meravigliosa di “Santi della carità”. Questa tradizione continua anche oggi e si fa carico delle molte forme di nuove povertà, morali e materiali, attraverso la Caritas, il volontariato sociale, l’opera spesso nascosta di tante parrocchie, comunità religiose, associazioni e gruppi, singole persone mosse dall’amore di Cristo e dei fratelli. La Chiesa in Italia, inoltre, dà prova di una straordinaria solidarietà verso le sterminate moltitudini dei poveri della terra. È quindi quanto mai importante che tutte queste testimonianze di carità conservino sempre alto e luminoso il loro profilo specifico, nutrendosi di umiltà e di fiducia nel Signore, mantenendosi libere da suggestioni ideologiche e da simpatie partitiche, e soprattutto misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è importante dunque l’azione pratica ma conta ancora di più la nostra partecipazione personale ai bisogni e alle sofferenze del prossimo. Così, cari fratelli e sorelle, la carità della Chiesa rende visibile l’amore di Dio nel mondo. 

    Responsabilità civili e politiche dei cattolici

    Il vostro Convegno ha giustamente affrontato anche il tema della cittadinanza, cioè le questioni delle responsabilità civili e politiche dei cattolici. Cristo infatti è venuto per salvare l’uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall’inizio, hanno avuto una dimensione e una valenza anche pubblica. Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est (cfr nn. 28-29), sui rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22,21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica. La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo. 

    Una speciale attenzione e uno straordinario impegno sono richiesti oggi da quelle grandi sfide nelle quali vaste porzioni della famiglia umana sono maggiormente in pericolo: le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune terribili epidemie. Ma occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale. La testimonianza aperta e coraggiosa che la Chiesa e i cattolici italiani hanno dato e stanno dando a questo riguardo sono un servizio prezioso all’Italia, utile e stimolante anche per molte altre Nazioni. Questo impegno e questa testimonianza fanno certamente parte di quel grande “sì” che come credenti in Cristo diciamo all’uomo amato da Dio. 

    Essere uniti a Cristo

    Cari fratelli e sorelle, i compiti e le responsabilità che questo Convegno ecclesiale pone in evidenza sono certamente grandi e molteplici. Siamo stimolati perciò a tenere sempre presente che non siamo soli nel portarne il peso: ci sosteniamo infatti gli uni gli altri e soprattutto il Signore stesso guida e sostiene la fragile barca della Chiesa. Ritorniamo così al punto da cui siamo partiti: decisivo è il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra noi, lo stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc 3,13-15). La nostra vera forza è dunque nutrirci della sua parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per noi, come faremo nella Celebrazione di questo pomeriggio, adorarlo presente nell’Eucaristia: prima di ogni attività e di ogni nostro programma, infatti, deve esserci l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire. Nell’unione a Cristo ci precede e ci guida la Vergine Maria, tanto amata e venerata in ogni contrada d’Italia. In Lei incontriamo, pura e non deformata, la vera essenza della Chiesa e così, attraverso di Lei, impariamo a conoscere e ad amare il mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo fino in fondo parte di essa, diventiamo a nostra volta “anime ecclesiali”, impariamo a resistere a quella “secolarizzazione interna” che insidia la Chiesa nel nostro tempo, in conseguenza dei processi di secolarizzazione che hanno profondamente segnato la civiltà europea. 
    Cari fratelli e sorelle, eleviamo insieme al Signore la nostra preghiera, umile ma piena di fiducia, affinché la comunità cattolica italiana, inserita nella comunione vivente della Chiesa di ogni luogo e di tutti i tempi, e strettamente unita intorno ai propri Vescovi, porti con rinnovato slancio a questa amata Nazione, e in ogni angolo della terra, la gioiosa testimonianza di Gesù risorto, speranza dell’Italia e del mondo (dal sito http://www.donboscoland.it/articoli/visualizzaarticolo.pax?idrealta=16&ID=2738).

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  • 20. fra roberto  |  20 ottobre 2006 alle 12:42

    ecco cosa pubblica il sito http://www.italiacattolica.it di Luca Spatocco oggi: http://www.narth.com/docs/normalita.html Non aggiugo che l’invito del nostro Fondatore a rispondere con lettera aperta a chi ancora una volta vomita sentenze, ma non di suo, utilizzando pseudoscienziati manipolati e stupidi. Chiedo formalmente che un primo passo della nostra “marcia pacifica su Roma” sul modello di Martin Luther King sia una lettera aperta a “Italiacattolica” e riferimento formale in tutti i periodici online dove si può dire la verità.
    Un abbraccio a tutti

    fra Roberto

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  • 21. danielatuscano  |  20 ottobre 2006 alle 17:20

    A fra Roberto rispondo che avevo già letto da qualche parte le geniali teorie di Nicolosi & Co. Però ho visto che su quel sito c’è dell’altro, starei per dire: molto peggio. Benché anche dalla grafica si intuisca l’orientamento teo-kojon, qualcosa potrebbe stornare i sospetti, visto che si celebrano anche figure di santi, a volte di martiri non solo canonizzati o comunque venerati pure dai cattolici (p. es., Bonhoeffer), ma che in vita si sono distinti (è il caso di Romero) per la difesa dei diritti umani e dei più deboli contro lo sfruttamento e la dittatura (che in Salvador, paese di Romero, non era certo di sinistra). Si esaltano perfino le figure di don Puglisi, A. Tonelli e suor Mainetti, è riportato un bel commento di Ravasi sul fondamentalismo. Ovviamente non manca il discorso del Papa. Tutto ok, insomma.

    Ho l’impressione che vogliano dare l’idea di un sito, se non ufficiale, almeno ufficioso (ma si pubblicizzano il Pime, “Mondo e Missione”: mica robetta). L’inganno dura pochi secondi, ma non solo per l’articolo citato da fra Roberto: ce ne sono altri al cui confronto, ripeto, quello impallidisce.

    A parte i soliti attacchi all’Islam la cui integrazione è “praticamente” impossibile, a parte la bizzarra tesi secondo cui Hitler sarebbe stato “creato dai protestanti”, pregasi dare un’occhiata ai commenti sulla pena di morte, http://www.effedieffe.com/rx.php?id=1134. Commenti a volte autorevolissimi (Lorenzetti, contrario, è un teologo accreditato in Vaticano http://www.sanpaolo.org/fa_oggi/0605f_o/0605fo49.htm), a volte assai meno; ma il fatto di mettere sullo stesso piano Lorenzetti e un tal Marco Massignan (chi è?), per cui la condanna capitale, lungi dall’essere in contrasto con la Scrittura, si può al contrario comminare con tranquilla coscienza, la dice lunga sulla vera “linea” del sito. Anzi, i credenti che vi si oppongono sono influenzati dalla “tipica superficialità laica ed illuministica,e nel recepire così i quadri interpretativi da altre culture, dimenticano di «leggere» i tempi in cui vivono assumendo come postulati essenziali la fede e la tradizione […] – scrive Massignan – …la pena di morte: non pochi credenti la giudicano contraria allo spirito cristiano e in disaccordo con il Vangelo, non accorgendosi così di sconfessare non solo la Scrittura stessa, ma anche il magistero bimillenario della Chiesa…”. Dunque, secondo Massignan, anche l’opposizione alla forca è il frutto avvelenato della mentalità laica e relativista! 😮 Ci manca solo che sostenga chiaramente che il capestro è simbolo della santa civiltà occidentale, e il quadro è completo.

    Non occorre aggiungere che, al contrario, la condanna dell’eutanasia e dell’aborto è assoluta, totale e senza sconto.

    E non è finita. Sullo stesso sito si pubblicizza un libro (il cui banner, però, ora è misteriosamente scomparso) dove si sostengono le tesi per cui l’attacco alle Torri Gemelle è frutto di un complotto israelo-americano e che az-Zarqawi era nientemeno che un agente segreto del Mossad, o ad esso ambiguamente vicino, ecc. Traduzione: gli ebrei, i loro foraggiatori americani e i mercenari arabi vogliono conquistare il mondo. Le stesse tesi dei Protocolli dei Savi di Sion. Giudicate voi.

    L’altra notiziola carina viene da “La Stampa web”. Eccola:

    A Verona applausi per Berlusconi, contestato Prodi
    19/10/2006

    VERONA. Il Veneto e Verona non hanno abbandonato Silvio Berlusconi e persino la messa celebrata dal papa Benedetto XVI in occasione del quarto convegno ecclesiastico nazionale è diventata occasione per misurare la il livello di insofferenza del nord-est.

    Lo stadio Bentegodi si è trasformato in una vetrina della politica e l’attenzione si è spostata dalla omelia del Papa verso i due eterni rivali, l’attuale premier Prodi e l’ex premier Berlusconi.

    Il campo da gioco è diventato terreno di aspro scontro. Applausi e cori per Berlusconi mentre il premier Prodi ha ricevuto qualche fischio.

    Lo staff del Professore: una claque organizzata

    «Dopo una messa con il Papa, solo una clacque organizzata, e non un gruppo di fedeli, può rivolgersi al Presidente del Consiglio insultandolo». E’ la reazione dello staff del presidente del consiglio, Romano Prodi, che all’esterno dello stadio Bentegodi, dove si era svolta la cerimonia con Papa Ratzinger, è stato fatto oggetto di insulti mentre saliva in macchina. «Evidente la strumentalizzazione partitica – affermano dallo staff di Prodi – tanto più grave perchè a margine di una cerimonia religiosa con il Papa».

    Molti mi hanno scritto scandalizzati che Berlusconi sia considerato un campione del cattolicesimo e si permetta – oltre a tutto il resto – di far persino impunemente la comunione, nonostante sia un divorziato risposato. Li capisco in pieno… come dissi altre volte sto diventando sempre più “intollerante con gli intolleranti”.

    Io non so se B. ieri abbia ricevuto la comunione. Penso di sì, figuriamoci se poteva mancare a un simile rito, di fronte al Papa, ai vescovi e a tutti i fans a lui plaudenti! So, comunque, che l’ha ricevuta un anno fa circa, e chissà quante altre volte!, perché ne aveva parlato il settimanale “Oggi” o “Gente”, pubblicando in copertina una foto che lo ritraeva mentre, con l’aria devota e la lingua ben stesa, si accingeva a ricevere la sacra particola da un sacerdote al tempo stesso ieratico e benevolente.

    Agli altri divorziati risposati, come si sa, non è concesso neppure di accostarsi all’altare, sia perché in stato di peccato mortale, sia per non arrecar scandalo al resto dei fedeli. Ma Lui, beh, Lui mica è come “gli altri”: Lui è Lui, il Presidente più amato dai Vaticani, che fra poco torna in sella e potrà ancora finanziarci la scuola cattolica ed esentare i nostri istituti dall’Ici. Questo è quello che davvero conta, il resto vada a ramengo. Si potrebbe rispettosissimamente obiettare del conflitto di interessi, della scandalosa ostentazione del lusso da epulone, del crasso narcisismo, degli affari poco chiari, del disprezzo per la cultura, dell’alleanza con partiti xenofobi o neofascisti, delle tv (private ma anche pubbliche, ormai contagiate dal “nuovo corso” da lui instaurato) in cui si esaltano a piene mani l’edonismo, il relativismo ecc. – con contorno di bestemmie – tanto combattuti dal prode Ratzinger… In altre parole, dire che B. è anticristiano è una tautologia.

    Ma cosa volete che conti? Alla fin delle fini, B. non è né frocio né di sinistra. E poi, queste cose valgono per i poveracci, per chi non sa o non può difendersi. Se sono così scemi da non riuscire ad accumulare uno stratosferico conto in banca, cavoli loro. C’è o non c’è la selezione naturale? E poi si dicono antidarwinisti…

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  • 22. vittorio  |  20 ottobre 2006 alle 21:50

    “Noi Siamo Chiesa”

    Via N.Benino 3 00122 Roma

    Via Bagutta 12 20121 Milano

    tel.+39-022664753

    cell. 3331309765

    email vi.bel@iol.it

    http://www.we-are-church.org/it

    Comunicato stampa

    Per il rinnovamento della Chiesa italiana convegni come quello di Verona sono del tutto insufficienti.

    E Benedetto XVI contribuisce più alla linea della chiusura che a quella della speranza.

    Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione sulla conclusione del Convegno ecclesiale di Verona :

    “Il quarto Convegno ecclesiale di Verona, oggi concluso, ha mostrato nella sua preparazione e soprattutto nel suo svolgimento, la sua insufficienza come sede di elaborazione collettiva e di decisioni per la vita ed il rinnovamento della Chiesa cattolica italiana. Dopo il primo positivo Convegno del 1976, i cui esiti – che volevano continuare la linea del Concilio – sono poi stati disattesi, e dopo i convegni di Loreto e di Palermo, siamo, mi sembra, arrivati al capolinea di un’esperienza.

    I fatti sono chiari : il Convegno è stato preparato con un forte controllo da parte della gerarchia sia nella selezione dei delegati che nelle relazioni, nella sua struttura “spettacolare”, nell’esclusione – di fatto – dalla partecipazione di una consistente area di cattolicesimo “conciliare”, nel poco tempo lasciato alla discussione e soprattutto nel divieto di votare sulle proposte emerse dai gruppi di discussione che, considerate tutte sullo stesso piano, saranno accettate o bocciate tra qualche mese dalla Conferenza Episcopale. Nonostante questi limiti, a quanto si è potuto sapere, nelle discussioni si è manifestata, a volte con forza, una realtà vivace, critica e concreta nella sua volontà di un nuovo impegno sociale e politico e di un vero rinnovamento della pastorale.

    Il complesso discorso di Benedetto XVI meriterà una riflessione approfondita. A una prima lettura esso (e, a ruota, quello del Card. Ruini) mi sembra abbia sostanzialmente ignorato l’ avvio di una nuova ricerca ed i problemi posti durante il convegno. La posizione del Papa poi, mi sembra, sia intrisa del consueto pessimismo sulla cultura europea ed occidentale, sul suo relativismo e preoccupata di una rinnovata presenza cristiana che non rifiuti l’abbraccio con i teocon ; essa ignora problemi come quello degli extracomunitari o dell’illegalità violenta e diffusa (mafia) emersi nel convegno, accenna solo ed in modo rituale alle questioni della guerra, della pace, del rapporto Nord-Sud del mondo e ripete con enfasi la rigidità “non negoziabile” sulle questioni della vita, della famiglia, dell’omosessualità, dei Pacs, ignorando la ricca elaborazione teologica e pastorale degli ultimi anni in merito.

    Infine mi sembra che il Papa debba spiegare meglio cosa intende per “secolarizzazione interna alla Chiesa” di cui ha parlato. I responsabili di questo peccato siamo forse noi, cristiani critici, che ci richiamiamo sempre, con determinazione e pazienza, al Concilio Vaticano II, che veniamo esclusi da questi incontri e che siamo fermamente convinti che, invece di proclamarsi cristiani bisogna cercare di comportarsi da cristiani ?”

    Roma, 20 ottobre 2006

    “Noi Siamo Chiesa” fa parte del movimento internazionale We Are Church-IMWAC, fondato a Roma nel 1996. Esso è impegnato nel rinnovamento della Chiesa Cattolica sulla base e nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). IMWAC è presente in venti nazioni ed opera in collegamento con i movimenti per la riforma della Chiesa cattolica di orientamento simile.

    Vittorio Bellavite
    Via Vallazze 95
    20131 Milano (Italy)
    Tel. 0039-022664753-0039-0270602370

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  • 23. giovanni  |  20 ottobre 2006 alle 23:33

    Sto finendo proprio in questi minuti la mia rassegna stampa. Mi sono letto tutta la prolusione di Ratzinger pubblicata integralmente su “Avvenire”, per “Repubblica”, la cronaca del “B XVI moment” di Politi(non proprio fedele al testo pontificio), l’interviste a Rosy Bindi (difensore dell’indifendibile!) ed Enrico Boselli ( concordo su quasi tutta la linea!) per poi finire col pezzo di Scoppola “Lo spirito del Concilio”. Il testo di Scoppola è imbarazzante: si emoziona quasi a parlare del Papa, che viene definito come in dialogo con i fedeli “da fedele a fedele” ed esalta fino all’inverosimile l’accenno di Benedetto XVI, peraltro subito contraddetto dal proseguio della riflessione papale, sulla Chiesa, che non fa politica. B XVI è “un genio”: prima, citando Mt 22,21, parla della Chiesa come non attore politico e poi si dice preoccupato perchè l’ordinamento pubblico rischia di riconoscere forme deboli d’amore. Mi manca da leggere Gentiloni su “Il Manifesto” ( spero Vittorio, che la tua dichiarazione sia stata inviata anche al “Manifesto”, ma in ogni caso provvedo pure io!) ed Accattoli sul “Corriere della sera”. Spero in scritti migliori di uno Scoppola davvero cortigianesco!

    Saluti

    Giovanni

    Rispondi
  • 24. danielatuscano  |  21 ottobre 2006 alle 7:02

    Su “Aprile Online” si legge il seguente commento: “Chi insegue alleanze con il “riformismo cattolico” è stato servito. Un papa teocons oscurantista che si scaglia contro i più elementari diritti civili e tace su fame, ingiustizie sociali e guerra e una base che insulta Prodi e osanna Silvio Berlusconi. A proposito, non sarebbe il caso che il premier invece di prestarsi ingenuamente a prevedibili maltrattamenti da imprenditori e cattolici militanti, tutta gente che NON LO HA VOTATO, cercasse un rapporto più assiduo con i lavoratori, i precari e i disoccupati, cioè coloro che hanno scelto di essere da lui rappresentati?”. Non si poteva essere più chiari.

    Quindi lasciamo Scoppola alle sue sviolinate senza scopo e siamo propositivi. Ruini l’ha detto, anche riguardo all’Islam: la vera sfida è sul piano culturale. Ma anche noi abbiamo la cultura e, soprattutto, anche noi siamo cristiani! Non si riesce a capire che è tutta una questione lessicale. Stiamo giocando alle tre carte: il Papa che dice che i no sono dei sì, che la Chiesa non fa politica e non è mai stata così invasiva come ora… e gli “altri” che rispondono con la laicità da operetta o coi “tempi cambiati”! I tempi cambiati, ma dove siamo, a una sfilata di moda? E poi io non sono “altro”. Se questo è un Papa che ci vuole divisi, io cercherò strenuamente l’unità, gli piaccia o no. Rileggetevi Bellarmino, gente: lì c’è la chiave di tutto! E’ vero, la Chiesa non s’impiccia di politica perché la battaglia che sta conducendo ora non è POLITICA, ma VITALE: così la intende Ratzinger ed è inutile invocare leggi dello Stato, Europa ecc. Ma per capire una cosa simile abbiamo bisogno di politici di ben altro spessore. E poiché non esistono, è giunto il momento di muoverci. Noi. E io comincio subito, perché finito qui, e dopo la scuola, vado anch’io a Verona, ma per un convegno diverso, organizzato da Azione NonViolenta. Mentre il Papa si preoccupa del sesso, altrove si pensa al terrorismo, alla fame, ai rapporti Nord-Sud. Vi terrò informati.

    Rispondi
  • 25. nn  |  21 ottobre 2006 alle 8:37

    Dal blog di Franco Barbero
    http://donfrancobarbero.blogspot.com/

    Dopo e oltre Verona

    L’assemblea della chiesa cattolica italiana si è chiusa.

    Qualche voce di dissenso è risuonata anche all’interno dei pochi spazi in cui gli scrematissimi e selezionatissimi delegati/e potevano intervenire.

    Tutto sommato, è balzato in evidenza che questo genere di
    “assembramento cattolico” non ha più né senso, né valore alcuno rispetto alle sfide che la fede deve affrontare. Il metodo mortifica la libertà e rende irrilevante il discorso. Quelli/e che avrebbero qualcosa da dire sono stati prudentemente e deliberatamente esclusi/e.

    Ora che questo irrilevante e inutile adempimento si è concluso, con una eucarestia in cui si è adorato il papa (= papolatria), resta un motivo in più per individuare altri percorsi di comunità, uscendo dalle solite canzoni e dai consueti trionfalismi, costruiti per coprire il vuoto.

    E’ chiaro che da questa gerarchia non ci si può aspettare un briciolo di profezia.

    Rilanciare la comunità

    Da una chiesa àfona (=senza voce), monétona (=che ha una sola voce) ad una chiesa monòtona (=che ripete sempre le stesse cose) il passo è breve. Il frutto è una realtà ecclesiale “àtona” (=priva di vitalità).

    Rilanciare la comunità significa riprendersi la parola e la
    responsabilità di decidere le scelte della propria esperienza comunitaria senza lasciare la “direzione” al clero. Si tratta di riprendere e costruire un cammino sinodale, cioè una pratica di corresponsabilità di decisione condivise. A volte esercitando anche il ministero profetico del dissenso.

    Un pensiero ossessivo, debole, deviato

    A Verona si è ascoltato un papa monotono, che non sa andare oltre le trite e ritrite considerazioni sulla famiglia e sulla secolarizzazione.
    Uno spettacolo penoso di un pontificato tetro, triste, terrificante.

    Davvero il pensiero di Benedetto XVI è debole, incapace di guardare avanti, di spingersi oltre le sue categorie eurocentrice ed ellenistiche.
    Soprattutto è un pensiero “deviato”, cioè “fuori strada”. Fuori dal percorso della gente che cerca una vita adulta. “Deviato”, nell’etìmo latino, significa “fuori dalla strada”; io direi fuori da quella vita che si svolge nei sentieri dei comuni mortali.

    Anziché bollare altre persone di amori deboli e deviati, il papa
    potrebbe cominciare a interrogarsi se per caso il suo ministero non si sia trasformato nel “mestiere del gufo tra le macerie”.

    Incapace di imparare, questo pontificato sta pesando sulla istituzione cattolica come un’ombra densa e nera che prelude e preannuncia solo e sempre temporali, grandini, fulmini e saette.

    La speranza che cresce

    Ridotta la parola del papa a semplice opinione di un ministro della chiesa, possiamo cercare parole ben più autorevoli in tanti altri spazi ecclesiali, culturali e politici.

    Soprattutto la speranza e la fiducia crescono in noi quando ci nutriamo del messaggio biblico e facciamo riferimento alla persona storica di Gesù di Nazareth e al suo messaggio.

    Il vangelo deve occupare il nostro cuore. Allora anche il richiamo di monsignore Tettamanzi, a vivere più che a proclamare la nostra fede, avrà un senso.

    Dalla Bibbia e dalla vita quotidiana, se il nostro cuore sa ascoltare, giungono continuamente a ciascuno/a di noi tanti inviti a “costruire” percorsi di giustizia e di solidarietà.

    Rispondi
  • 26. gianna  |  1 novembre 2006 alle 21:00

    leggete anche questo, merita proprio

    Gianna

    “FROCI”, VOCABOLO INDEGNO

    Adriana Zarri

    Disturbati gli specialisti cattolici che dissertano di omosessualità.

    Diciamo il peccato (evidentemente un peccato linguistico che forse non figura nemmeno nella morale) ma non il peccatore, tanto più se – come in questo caso – il peccatore è persona degna e simpatica; il che tuttavia non gli ha impedito di usare l’antipatico e orribile verbo “attenzionare”.
    E tuttavia c’è di peggio: vocaboli che non sono soltanto brutti e volgari, ma moralmente indegni. Ci riferiamo a certi termini con cui qualcuno usa definire gli omosessuali: “froci” o “checche” (e abbiamo perfino faticato a registrarli, tanto ci ripugnano). Credo che sia passato il tempo in cui un omosessuale era considerato un pervertito o, tutt’al più, un malato o un anormale. Oggi sappiamo bene che l’omosessualità non è una malattia o un’anomalia e che il gay non è un portatore di handicap ma una persona degna e normale come chi gay non è. Poiché c’è una normalità numerica e statistica (per cui uno è normale se rientra nella maggioranza e anomalo se si colloca fuori: tra I meno) e una normalità che potremmo dire etica o conforme alla norma. Ma qual’è poi la norma? Ed anche in questo caso siamo in alto mare perché le norme sono tante: non una soltanto ma varie e variamente strutturate.

    Il disturbo
    E proseguiamo il discorso perché ormai siamo usciti dall’ambito puramente linguistico per dilungarci su un tema che va ben al di là del lessico. Di questo tema si è occupato lungamente un seminario tenuto presso l’università lateranense, durante il quale un presunto specialista (e, in questo caso, non diciamo solo il peccato ma anche il peccatore: un tale monsignor Anatrella, il cui nome bucolico ed agreste suona un insulto alle mie anatre, che nuotano, liete, in un laghetto) ha affermato che l’omosessualità, pur non essendo (bontà sua) “una malattia in senso proprio”, rappresenti però “un disturbo”. Al che viene da osservare che I soli distubati – non so se sessualmente o psicologicamente o in entrambi I settori – sono gli specialisti (o pseudo tali) che dissertano sopra I presunti disturbi altrui.

    Pseudoteologia

    Resto allibita di fronte ad alcune affermazioni di Ratzinger, grande teologo nonché vescovo di Roma, vale a dire pontefice dell’universo mondo cattolico. Riguardo all’ordinazione femminile Ratzinger scriveva, già nel 1994, che “la Chiesa non ha la possibilità di cambiare la sua prassi perché non è pura prassi, non è pura disciplina ma espressione della fede della Chiesa stessa che risulta dalla Rivelazione”. “Il sacerdozio maschile” aggiunse il teologo, a quei tempi non ancora papa, “è una realtà che precede la volontà della Chiesa, una volontà precisa del Signore stesso”. Ma quale mai rivelazione (né basta certo una maiuscola per renderla evidente), quale volontà del Signore afferma la suddetta “verità”? Forse il fatto che Cristo non ordinasse donne? Ma le donne, nell’ultima cena, certamente c’erano a cucinare e servire I commensali. E quand’anche? Cristo non ordinò neanche romani di lingua latina (quella lingua poi divenuta lingua ufficiale della chiesa). Vogliamo riservare il sacerdozio solo ad ebrei di lingua (o di dialetto) aramaico? Clericalismo! L’onorevole Pera – pessimo amico di papa Ratzinger – si oppone allo studio del Corano, da parte degli studenti islamici: studio ritenuto lecito ed opportuno anche dal cardinal Martino, presumibilmente d’accordo col pontefice. Ma certi non credenti, ai quali non interessa né Corano né Bibbia, sono più papisti del papa.

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