IL SIGNIFICATO DELLA VITA

31 ottobre 2006 at 0:03 6 commenti

Un’esperienza controversa
Einstein dice: “Colui che considera la sua vita destituita di qualsiasi significato, non solo è infelice, ma è anche incapace di vivere”.  Egli parte dal presupposto che il conoscere il perché delle cose e soprattutto il senso della vita è l’assillo che affiora spesso nella ricerca dell’uomo. Nell’esperienza del singolo, nel suo impatto con la nascita, la morte, la sofferenza,. .. l’interrogativo si ripropone, magari con veemenza. Pertanto, è ragionevole e importante trovare un orientamento per la vita.

  Perché vivere?
Ogni uomo volendo ragionevolmente progettare la sua vita, va alla ricerca di un senso, di una ragione per agire. La domanda fondamentale è: Perché vivere?
Essa si fa ancora più pressante di fronte alle diverse  situazioni “insensate” ed assurde della creazione (la condizione transitoria delle creature: nascono, soffrono, muoiono, si eliminano a vicenda in nome dell’ecosistema, soccombono a causa di eventi catastrofici della natura) e della storia (le contraddizioni degli uomini espresse nel male che essi compiono: guerre, violenze, ingiustizie. ..).

Tre fattori determinanti
La definizione del senso della vita non può prescindere da tre fattori strettamente connessi alla vita:

a. Il fattore Alfa (= inizio): il senso del nascere

Da come l’uomo vive il problema della nascita, si determina il senso della vita.
Se la propria nascita è vista in senso positivo come atto d’amore, la vita appare più bella ed è vissuta più serenamente e con maggior senso.
Al contrario aumentano le difficoltà di accettazione di sé, degli altri…

Anche il modo di accogliere il proprio essere nati condiziona il modo di vivere.
Accettare di essere nati , infatti, vuol dire accettare di aver avuto un inizio, di essere definiti originariamente da un limite e da una fragilità, di non essere la propria origine, ma di venire da un altro. Vuol dire procedere da un dono, accettare fino in fondo di essere figli.

  b. Il fattore Beta (Bios = vita): il senso del vivere quotidiano
Dai valori che l’uomo pone a fondamento del suo vivere quotidiano  ne derivano scelte concrete che definiscono il senso delle cose che fa.

  c. Il fattore Omega (= fine): il senso del morire
l dono del vivere comprende anche la morte. Vivere è anche accettare di morire. Ed è ultimamente di fronte alla morte che l’uomo è chiamato a decidersi. Da come egli risolve il problema della morte ne viene il senso della vita.

ASSUMERE LA MORTE E’ CONDIZIONE PER VIVERE

1. Come ti collochi in questo momento di fronte alla morte?

* Dopo le prime reazioni iniziali, ti riesce di soffermarti sul “pensare alla morte”, ma resta un qualcosa di puramente mentale e ne prendi subito le distanze: la morte non ti riguarda perché è altro da te (o almeno lo presumi).

2. La “tua” morte la senti amica o nemica?
– fai fatica a percepirla come “tua”, eppure ti appartiene poiché è una certezza della tua vita.
– dinanzi alla “tua” morte puoi ribellarti e combatterla, ma ti ritroverai sconfitto e travolto.
– con la “tua” morte devi invece familiarizzare e sentirla compagna, perché è parte di te stesso. Essa è garanzia di crescita e di vita.

* Convivere e amare la propria morte significa imparare a vivere.
La morte ultima, definitiva, con la M maiuscola è il momento finale di altre morti (morte simbolica).

3. Esempio paradigmatico: il grembo della madre.
Il feto nel grembo della madre vive per nove mesi in uno stato permanente di beatitudine e di benessere.
Il cordone ombelicale gli garantisce il passaggio del nutrimento necessario ancor prima di avvertirne il bisogno.
Il liquido amniotico è l’ambiente ideale a temperatura costante, senza scompensi e disagi di sorta.
La placenta appare come il bozzolo della sicurezza e della protezione contro ogni fattore negativo esterno.
Il feto si trova in uno stato di “paradiso terrestre” e “vive da Dio”.
Eppure, pur in questo stato di felicità, il bisogno di nascere chiede rottura, frantumazione, morte.
Il bambino che viene alla luce distrugge in qualche modo il suo “mondo incantato” portandosi appresso i segni di questa morte. Nasce sporco, lercio, coperto di sangue, segno di una lotta violenta.
L’angoscia del soffocamento, prima esperienza della morte simbolica, lo spinge all’urlo disperato che gli dà vita (piange). Con l’apertura  e l’attivazione dei polmoni viene definitivamente consegnato al mondo reale.
Quando lo stato di benessere nasconde e cancella la “necessità del morire” urge provvedere dall’esterno, con il taglio cesareo, decisione di farlo morire alla situazione precedente per poterlo vedere rinato alla vita.
Il permanere oltre ogni limite in questo stato di beatitudine e non accettare la morte simbolica, porta inesorabilmente nella Morte definitiva.

  4. L’inizio della vita: la fase orale sensoria, fiducia o sfiducia fondamentale.
Il bambino nel suo rapporto privilegiato con la madre (seno, latte, nutrimento) entra a contatto con il mondo. Trovando nella madre una presenza d’attenzione e d’amore matura in sè certezza intima di benessere interiore, fiducia nella vita e ottimismo, premessa di relazioni positive. Ma il mondo non finisce nell’orizzonte della madre, deve accettare il progressivo distacco da lei (morire) per rinascere alla realtà familiare.

  5. L’adolescenza: l’io ideale e l’io reale.
L’adolescente vive una grande confusione: il suo io ideale si confonde frequentemente con l’io reale. C’è sovrapposizione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che realmente è. Il suo “fantasma” tende a far scomparire la persona reale.
Per l’adolescente rinascere significa morire al proprio “fantasma” e far posto a se stessi (conoscenza e accettazione di sè), dire continuamente la verità di sé a se stessi.
Il Vangelo dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Ma per amare gli altri in modo autentico è indispensabile prima amare se stessi in modo vero. Ciò è molto difficile e faticoso, lacerante e talvolta sconvolgente.
Basta un esempio: quanto mi ferisce in un momento di scontro con una persona che amo il sentirmi dire qualcosa di negativo! La reazione immediata è quella della rottura: per alcuni giorni non le rivolgo più la parola. Eppure in quel momento l’amico ti dice la verità. Non lo fa in circostanze normali poiché teme che tu non capisca, non sia disposto a riconoscere la verità su di te e, inoltre, non vuol rischiare di perdere la tua amicizia. Devi riconoscere che troppe volte le relazioni d’amicizia sono una sorta di “fiera delle ambiguità”.

  6. I “vuoti di felicità”.
La vita del feto nel grembo della madre è beatitudine e benessere. Il nascere chiede di morire a questa situazione, di accettare la propria nudità (l’insufficienza, il non bastare a se stesso) e trovare fuori di sé ciò che lo completa. La nuova nascita esige un cammino lento e progressivo.
Il bambino inizialmente riempie il suo vuoto di felicità con la presenza totalizzante della madre, poi si incontra con l’affetto del padre e dei familiari.
Man mano cresce si accorge che questo non gli basta, cerca gli amici, ma anche questi non sono in grado di colmare tutti i vuoti di felicità. La solitudine gli è sempre in qualche modo compagna.
Trova l’amato/a del cuore in un incontro esaltante e sconvolgente, si innamora e decide di viver con lui/lei. Eppure anche nell’esperienza dell’amore più grande rimangono “vuoti di felicità”.
L’uomo scopre di aver una fame e sete infinite di felicità, che nessun suo simile può saziare in quanto ognuno è limitato e non può divenire il tutto per l’altro.
L’uomo dunque si mette in ricerca di Dio, l’unico capace di colmare ogni “vuoto di felicità” poiché lui solo è il Tutto.

  7. Gli “assaggi di felicità”.

  8. La  morte e la rinascita finale.
Il processo continuo di morte-rinascita conduce l’uomo alla vecchiaia in modo sereno. L’esperienza della morte fisica è assunta e accettata come momento ultimo della vita da vivere con dignità.
Ma rimane nel cuore dell’uomo un ultimo interrogativo: “Questa morte finale è il grande imbroglio, una fregatura della natura o l’ultimo passaggio verso una rinascita definitiva?” .
La ricerca continua attraverso l’analisi di due ipotesi contrapposte.
L’ipotesi atea afferma che la morte è definitiva, è la fine di tutto, è decadimento nel baratro del nulla.
L’ipotesi religiosa crede che la morte è il passaggio verso una vita eterna in cui l’amore di sè e degli altri sarà pieno.

(A cura di Donatella)

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NONVIOLENZA (ancora) IN MOVIMENTO – Sempre e solo “no” alle guerre COSI’ COME SONO – Figli Down, dono e ricchezza

6 commenti Add your own

  • 1. danielatuscano  |  31 ottobre 2006 alle 9:01

    Bah, riflettere sul connubio vita-morte mi va benissimo, lodevole il tentativo di ridare il suo reale significato all’esperienza del trapasso, soprattutto in questo periodo. Voglio dire che detesto Halloween e rimpiango i tempi in cui i primi di novembre erano per tutti, grandi e piccini, solo la festa dei Santi e dei Morti, che la Chiesa molto giustamente celebra insieme.

    Tutto bene prepararsi alla morte quindi, oggi passata sotto silenzio, come se non esistesse, o ridotta a mascherata (questo è il senso di Halloween), purché ciò non si riduca a illusorie pratiche di rilassamento new age e di tutta quella paccottiglia parareligiosa, di quel consumismo dello spirito che è la vera malattia mortale delle nostre metropoli inquinate.

    Rispondi
  • 2. donatella  |  14 novembre 2006 alle 14:54

    QUESTA VITA

    Sei meno facile… … osservarti nel Mio buio! Questa Vita..
    ….la Tua vita…non Tremare!
    A volte penso che sei fragile e il Mondo
    attorno ti sconvolge!!!
    …Dubbi non ne hai… resta qui con Me!…
    Parla……………ti aspetto nel mio silenzio!

    Donatella59

    Rispondi
  • 3. Ilaria  |  9 gennaio 2007 alle 20:59

    Beh, che dire..mi sono appassionata a queta tematica, anche se penso di essere molto giovane! Credeo che la morte sia una non comunicabilità tra la nostra persona e la società che ci bombarda continuamente di messaggi che limitano al massimo la possibilità di pensare. Il turbinio degli eventi, la monotonia e molto spesso gli impegni ci rendono assenti, quasi come macchine. Ovviamente non tutti sono così. Penso che la società stessa dovrebbe darci modo di pensare alla morte come ad un momento inevitabile che pone fine alla nostra esistenza, ma che potrebbe essere anche una cosa piacevole. Non basta la relione o il grado di religiosità a condizionare questo pensiero, ma anche la cultura nella quale viviamo. Ilaria

    Rispondi
  • 4. serafinella  |  29 gennaio 2007 alle 23:39

    Io credo che la morte sia un bel momento. Bello perché è la fine della vita, che ha, sì, dei momenti belli ma è molto difficile.
    Per me la morte è rinascita. Non cerco di immaginarla, perché, sicuramente, essa sarà diversa da come io la immaginerei e, certamente, sarà molto più bella. Sarà un ricongiungersi all’infinito, alla divinità, alla bellezza, sarà…assolutamente TUTTO !!!

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  • 5. fax  |  20 luglio 2007 alle 16:19

    La chiesa, quella con la “c” minuscola, porta la morte ad essere una delle cose più tristi che la vita ci può offrire.
    Ma a questo punto la religione è in errore. Se la morte è l’unica certezza, come può essere una cosa negativa o triste?
    La morte, sotto qualsiasi punto di vista, non è altro che una tappa fondamentale del nostro percorso. E con questo non ho assolutamente detto niente di simile a “ci saranno altre tappe” o “non ci saranno altre tappe”. Sappiamo solamente che prima o poi arriva. Per tutti. La Morte è gioia, deve essere gioia. E’ l’unica tappa sicura dopo quella chiamata Nascita. Se ci passano tutti, chi può permettersi di dire che non è giusta? Chi può permettersi di dire qualsiasi cosa?
    Se muoio io, muoio con la certezza che anche a voi toccherà la stessa sorte. E allora anche la vita cambia significato.
    Sappiamo da dove si parte. Sappiamo che ci si arriva. Commemorare la morte di “santi e non” non che un tentativo di esternazione, di allontanamento della morte da noi che teniamo il cero in mano. E che quindi non siamo ancora “trapassati”. Anche se dicono il contrario, ricordare il morto per non dimenticarci che alla polvere torneremo.

    Ultima cosa, davvero. Il rilassamento New Age, demonizzato dalla daniela ( che non conosco, ma ho una tab aperta sul suo wordpress che non ho ancora letto ) non è altro che la raccolta di decine di informazioni pervenute dal passato. Tutti i praticanti di una religione qualsiasi percorrono ( o dovrebbero ) la via del rilassamento attraverso preghiera, comunione , salmi o qualsiasi tipo di “attività che ti porta alla tua divinità”.

    Rispondi
  • 6. Davide  |  10 aprile 2008 alle 4:00

    Complimenti Donatella, è proprio un bell’ articolo, mi mette pace credere per un attimo che tutto sia normale e sentirmi ancora umano in questo mondo di ormai fatto solo di numeri e apparenze .
    Oltretutto, grazie a questo articolo ho finalmente preso una decisione importante che riguarda una mia attuale beatitudine, che se non lascerò, mi porterà a una morte definitiva.

    Ciao.
    Davide.

    Rispondi

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