Archive for novembre, 2006

AMICIZIA E’… FAMIGLIA – Daniela Tuscano, Daniele Quattrocchi e Stefania Travagin

(Bresso. Ruben, due anni e mezzo,  trotterella già per casa. Kesia ha nove mesi. Entrambi sono gli amatissimi bambini di Daniele e Stefania. Li incontro indaffaratissimi, in un salotto pieno di libri, cuscini, giocattoli. Ma sempre disponibili a un incontro.)

DANIELA – “Lo scorso anno, con un mio caro amico, ho assistito a uno spettacolo teatrale, dove si affrontava il tema del ‘linguaggio muto dei bambini’: ‘i miei pensieri sono diversi dai vostri’, ‘ho un’interiorità che voi non conoscete’. DANIELE – “È vero che i bambini sono una sorta di… messaggeri celesti. Senza la giusta disposizione d’animo, non si comprende il loro linguaggio. Ruben, per esempio, è venuto a trovarmi in sogno, ancor prima che nascesse. Ero in Senegal. L’ho sognato adulto, che mi veniva incontro e mi abbracciava. In un’altra occasione, sempre da quelle parti, mi ha ‘chiamato’ mentre dormivo. L’ho sentito vicinissimo fisicamente, benché lui si trovasse in Italia e io in Africa. È stata un’esperienza fortissima. Ruben è un bambino molto spirituale, con cui si riesce a comunicare su un alto livello. Ma è lui che, in un certo senso, ci guida”. STEFANIA – “Col loro semplice arrivo, i bambini ti fanno crescere. È sorprendente: cresci educandoli. E ogni volta è una novità. Ruben è stato l’annuncio in sé, la gravidanza stessa con cui mi sono rapportata. Con Kesia sono cresciuta diversamente, ho imparato a essere più costante, diretta, decisa; più concreta, insomma. Non ho voluto lasciare indietro niente. È stato maggiormente sviluppato il tema dell’accoglienza”. DANIELA – “Non per niente è una femmina (risate)… ma l’educazione reciproca avviene, con modalità simili e diverse al tempo stesso, già a scuola. Non è però sufficiente la buona disposizione. Anche l’accoglienza deve trovare l’ambiente adatto per manifestarsi”. DANIELE – “È vero. Noi, per esempio, abbiamo potuto contare sia sull’appoggio economico, sia sull’appoggio morale non solo dei parenti, ma anche degli amici. Non necessariamente gli amici con figli: è molto interessante questo aspetto. L’arrivo di un figlio è sempre, e comunque, qualcosa di totalmente altro, ma fondamentale si è rivelata la certezza di non essere soli. E, al tempo stesso, di essere rispettati nelle nostre scelte. Ci sono stati tre gradini: la vicinanza di chi ci voleva bene, le idee dell’uno e dell’altra, il confronto e la successiva scelta”. STEFANIA – “I bambini cambiano non solo le relazioni a due, ma a tre, a quattro (risate)… Il ‘privato’ è bandito. Devi condividere cose, aumenta il senso di unione e di comunione; ma, del resto, devi anche ‘organizzare’ tanto, come dicevo prima. Ad esempio i momenti d’intimità a due, la serata in cui si vuole – si deve – stare da soli. Quando non si hanno figli, l’intimità è il fulcro della relazione. Adesso è una pausa, un momento in cui ti rigeneri, ripigli le forze, ti confronti con te stesso e con l’altro. Ed è necessaria all’interno di un rapporto, le coppie che vi rinunciano commettono un errore. Ed è ancora diverso da quando si sta da soli totalmente, che pure è un altro momento irrinunciabile”. DANIELA – “Mi sento di affermare che i figli allargano gli orizzonti affettivi, ma non annullano le singolarità di ognuno. In qualche misura, i bambini proteggono la diversità. Forse sono i diversi per eccellenza”. DANIELE – “Lo sono sì, nel momento in cui chiedono, dànno. Anche chi non ne ha ne trae giovamento. Posso aggiungere che i bambini incarnano il ‘compromesso’, nel significato originario – e nobile – del termine. Ci si deve adeguare reciprocamente: anche loro, certo. Molti dimenticano troppo spesso che i bambini sono già persone complete; complete e realiste: non avendo gli strumenti per decifrare i grandi discorsi, badano alle azioni, e sono giudici spietati – quel giudizio tanto più limpido quanto più sincero, diretto, senza infingimenti – della tua sincerità. I figli non sono l’appendice dei genitori; ma non ne sono nemmeno gli idoli. Usarli per consolidare, ad esempio, un rapporto finito, o per un compiacimento narcisistico, è sbagliato esattamente come cancellarsi del tutto, come singoli e come coppia. Si dice sempre: i bambini hanno i loro tempi; vero, ma anche i genitori hanno i loro, e ognuno, secondo le proprie capacità, deve rispettare l’altro”. STEFANIA – “Non si deve nemmeno dimenticare che tante volte la rinuncia a un figlio è dovuta a fattori concreti, non è data nessuna possibilità di aprirsi un futuro, il lavoro è precario e avvilente, non esiste alcun sostegno reale in questa direzione, mentre ci si spreca in proclami altisonanti…”  DANIELA – “I reazionari ecc., quelli che invocano il ritorno ai ‘sani valori di una volta’, oltre che bugiardissimi sono ignorantissimi. I valori non appartengono al passato: sono valori, e basta. D’altra parte essi non esistono come astrazioni: sono anzi immersi nel tempo, si vivificano e si attualizzano nel confronto con la storia dell’altro. Lo diceva mirabilmente il rimpianto cardinale Martini: la doverosa, cordiale apertura al pluralismo delle culture (e delle sfide del mondo attuale) deve convivere con la cura di custodire principi e valori di portata universalistica, retaggio della nostra specifica tradizione europea. Una tradizione a sua volta frutto delle molteplici contaminazioni culturali che si sono verificate fin dal Rinascimento”. DANIELE – “Beh, Silo ha sempre detto che in aree geografiche molto diverse, così come in ogni raggruppamento umano che abbia sinceramente a cuore il miglioramento delle condizioni di vita per sé e per i propri simili, esiste un momento umanista da rintracciare e sviluppare. Ce ne siamo accorti durante i nostri viaggi in Senegal: laggiù l’idea di famiglia è un po’ diversa dalla nostra.  I senegalesi, come molti africani, adorano letteralmente i bambini. Per loro la nascita è un evento pubblico e, anche se non possiedono nulla, un figlio è sempre una benedizione.

STEFANIA – “Abbiamo scelto i nomi dei bambini [Ruben, di origine ebraica, significa ‘Figlio della Provvidenza’; Kesia, variante africana dell’originale ebraico Keziah, vuol dire ‘la preferita’, n.d.A.] anche in omaggio a questi amici, che ci hanno arricchiti e fatti crescere. Ci siamo scambiati esperienze, abbiamo imparato ancor di più che il bambino non è un ‘dono’ privato ed esclusivo”. DANIELE – “Anche perché, per loro, l’individualismo occidentale è difficile da comprendere, così come l’idea di futuro. Cos’è il futuro per i senegalesi, cos’è il futuro qui? Innanzi tutto, qui possiamo parlare di ‘futuro’, magari un po’ grigio, ma garantito (anche se non sappiamo per quanto ancora: le differenze tra noi sono quindi destinate ad assottigliarsi) (risate)… gli africani, invece, vivono alla giornata. E questo è sufficiente a cambiare un’intera scala di valori, o, forse, a mettere i valori al posto giusto. Le loro storie e i loro figli sono una riscoperta dell’essenzialità”. STEFANIA – “Quando gli abbiamo comunicato che, per qualche tempo, non ci avrebbero visti e al nostro posto sarebbero arrivati altri, si sono felicitati con noi. Si capiva che la loro gioia veniva dal profondo, eppure avevano una gran voglia di rivederci, per tanti versi anch’essi sono spontanei come bambini. Ho sempre in mente il più simpatico del gruppo, Zorom: anch’egli padre, alle prese coi problemi di tutti i giorni che, dalle sue parti, sono centuplicati. Quando gli ho mostrato il filmato dove apparivi tu e gli amici rimasti in Italia, e che lui ovviamente non conosceva, si è commosso: il solo sapere che, in un posto lontano, delle persone si adoperavano per lui lo ha intensamente emozionato. Io considero Zorom, a tutti gli effetti, uno di famiglia: forse è un po’ difficile da spiegare”. DANIELA – “Probabilmente quest’idea di comunità può costituire il momento umanista cui alludeva Daniele. Attraverso il loro insegnamento noi ritroviamo il piacere di uscire dalle nostre case, attraverso l’esempio della nostra iniziativa singola essi possono superare l’atteggiamento vittimistico che ogni tanto li pervade… o almeno così mi pare”. DANIELE – “Ti ‘pare’ giusto. Gli africani, da anni, aspettano che l’uomo bianco risolva i problemi portando soldi e mezzi. Non è neanche una pretesa assurda, visto che certi uomini bianchi ne hanno combinate di tutti i colori (circa trecento milioni di schiavi sono una prova sufficiente?). E alcuni, di lingua francese, continuano a farlo anche adesso, mettendo le mani su tutte le loro risorse. Noi invece, proponiamo a tutti, bianchi e neri, di impegnarsi a uscire da questa situazione di immobilità. Quindi se io faccio qualcosa per te, tu a tua volta farai qualcosa per gli altri. Facile a dirsi, un po’ meno ad attuarsi. Per le resistenze di tutti. Ma quelle culturali e religiose, te l’ho detto, si superano”. STEFANIA – “Anche perché l’Islam senegalese, del quale, guarda caso, nessuno parla, convive senza problemi con altre tradizioni e credenze. Figurati che si possono trovare cristiani e musulmani in una stessa famiglia! Il senegalese, in particolare, è molto pacifico, volonteroso e dialogante nei confronti delle altre culture. Ma è proprio sulla cultura che dobbiamo scommettere: sulla cultura e sulla conoscenza reciproca. Per questo non è sufficiente portare degli aiuti materiali, e nemmeno insegnare a servirsi di questi aiuti: ciò che conta è che comprendano di avere in sé una grande forza, e imparino a usarla, a seconda delle proprie capacità, per spezzare le catene di un sistema che li condanna alla miseria e alla passività. Sennò si diventa facili prede del fondamentalismo. Vabbè, abbiamo divagato…” (risate) DANIELA – “Fa nulla, in fondo è tutto collegato. Mi è molto piaciuta però la vostra suggestione. Considerare anche i lontani come ‘di famiglia’…” DANIELE – “…che, in tanti casi, sono la nostra vera famiglia. D’accordo i parenti, però gli amici sono più gratuiti, perciò spesso più autentici, il loro affetto è di ‘sostanza’”. (risate) STEFANIA – “La destrutturazione sociale si riflette anche sulle famiglie. Apparteniamo a tante realtà diverse, anche nel nostro piccolo gruppo si può verificare… Occorre ricominciare a educarsi vicendevolmente. Se si mette al centro il bambino e ci si adopera con impegno e coerenza, tutti possono pervenire a buoni risultati. Noi stessi siamo ‘diventati’ genitori: prima non lo eravamo. Chiunque può essere genitore e aiutare a crescere”. DANIELA – “Anche non essendolo biologicamente?” STEFANIA – “Certo, anche in quel caso. Io cerco d’informarmi in vari modi: non solo consultando gli amici, ma leggendo. Però non necessariamente i classici, che propongono modelli spesso superati. Quelli nuovi vanno pur costruiti, per adattarsi alle situazioni che la vita presenta, e con cui bisogna fare i conti. Ho appena finito un libro, I bambini indaco, contenente osservazioni utili sui figli attuali, percepiti come colore…”  DANIELA – “Si può dire che anche i bambini contribuiscono a far sviluppare il ‘momento umanista’ citato da Daniele; anch’essi sono storia, sono una parabola dell’umanità. Che conosce il suo passato e per questo va incontro al suo futuro. Mi viene anche in mente, a tal proposito,
la Lettera ai bambini scritta anni fa dal papa Giovanni Paolo II. Con semplicità e chiarezza il Pontefice insisteva sull’importanza del loro contributo per diffondere la pace nel mondo intero”.
DANIELE – “Bambini come portatori di pace? Sì. E senza scadere nella retorica. Bisogna partire dal loro mondo, piccolo, umile, che già contiene tutte le domande e le risposte. Mi sono accorto che hanno un approccio non-violento col prossimo perché sono aperti, non discriminano nemmeno in base all’età. Non hanno il senso del possesso, non come lo intendiamo noi. Dicono: “È mio!” a qualsiasi cosa gli piaccia, perché lo sentono dire da noi, però poi lo lasciano lì, non la tengono gelosamente a sé per sempre, pronti come sono a nuove scoperte e avventure. Potrebbero quindi condividere, e insegnarci a condividere tutto, senza grossi problemi. È chiaro che non vivono in un mondo ideale, ma con regole stabilite, restrizioni e convenzioni con cui devono fare i conti. Ed è doveroso che sappiano decifrarle, giuste o sbagliate che siano. Se mio figlio vuole attraversare la strada – e sempre ci prova, cerca in ogni momento di affermare la sua personalità (risate) -, devo impedirglielo perché c’è un rischio reale per lui. Ma non basta imporsi, bisogna convincerlo della bontà di un’azione. Quando sperimenta una costrizione non necessaria, se ne accorge e reagisce a suo modo. Per farti un altro esempio, semplice semplice: Ruben voleva a tutti i costi mangiar da solo, ma non ci riusciva. Lo abbiamo aiutato, anche se non voleva saperne, ma alla fine ci siamo venuti incontro entrambi: è stato un sano compromesso. Nemmeno la volontà può essere assoluta. Il bambino vive anche paure, difficoltà e resistenze: a volte motivate, a volte no. Deve essere in grado di conoscerle e di sperimentarle, per poi superarle. Ma alle sue condizioni, che d’altronde, attraverso il confronto, diventano le nostre”. STEFANIA – “La competizione, nel senso di miglioramento continuo, deve avvenire dentro di sé, rispettando i propri tempi, e non con altri”. DANIELA – “Riguardo alla competizione mi hai ricordato un servizio andato in onda qualche tempo fa su un tg nazionale: una gara di velocità fra poppanti, in Bulgaria. I bambini venivano stimolati dai genitori a percorrere a gattoni un breve tragitto per la ‘conquista’ di un succhiotto. L’ho trovato allucinante: il fatto poi che si svolgesse in un teatro accentuava questo carattere di esibizionismo sfacciato, di edonismo puro. Dei genitori, ovviamente. I figli come scimmiette ammaestrate, da esibire per far bella figura. STEFANIA – “È violenza brutale, ancor di più perché mascherata da gioco, da goliardata…” DANIELA – “…ma anche in quel caso, come diceva Daniele, il bambino reclamava a suo modo. E molti, a un certo punto, se ne sono infischiati di buffetti e pizzichi, e si sono assisi come piccoli re, beatamente scomposti, meravigliosamente lenti, nel bel mezzo della sala”. (risate) DANIELE – “È quanto asserivo sulla differenza tra costrizione e responsabilità. Poi non ci si stupisca se crescono giovani contemporaneamente deboli e velleitari. Sono gli adulti a renderli così. Oggi sentiamo tanti genitori accusare i figli di non credere in niente e di non impegnarsi in nessuna causa meritevole, di abbandonare o trascurare la scuola e dedicarsi soltanto alla discoteca e alle droghe. Ho l’impressione che chi esprime giudizi così sommari non conosca poi così bene questi figli o, almeno, non voglia cercare la soluzione del problema”. DANIELA – “Un autore greco di cui mi sfugge ora il nome, qualche secolo prima di Cristo, scriveva: ‘Oggi la gioventù è cambiata. Non ha ideali, è anemica e fiacca’. A quanto pare siamo nella stessa situazione da più di duemila anni… (risate) Anche molti genitori, a scuola, o si lamentano in maniera eccessiva dei figli, o sono iper-protettivi. È chiaro: bisogna distinguere le sofferenze tipiche della crescita, che spesso non sono comprese dall’adulto, col malessere generale tipico dei nostri tempi, ma…” DANIELE – “Ma certo, sappiamo benissimo che il consumo di droga e le più tristi forme di depressione sono in aumento fra i ragazzi, così come le manifestazioni di violenza e d’intolleranza. Gli adulti, però, non stanno meglio. Da tempo, per le nuove generazioni, si sono chiuse le porte della partecipazione a qualsiasi livello: sociale, politico, culturale e artistico. Le vecchie forme di aggregazione non coinvolgono più, o non come prima: penso alle manifestazioni, ai cortei”. DANIELA – “Concordo, anche se i temi della pace hanno mobilitato moltissime persone”. DANIELE – “Perché il bisogno era irrinunciabile e perché, comunque, c’è stata una partecipazione trasversale, in nome di un valore condiviso e non, che so, di partiti organizzati, che ormai lasciano il tempo che trovano. Sta di fatto che questa esigenza c’è, si avverte…” DANIELA – “Io me ne rendo conto tutti i giorni, a scuola: quasi temono a esporsi perché gli è stato insegnato che… facevano male. Pensa un po’! Mentre quando si comincia a dar loro una possibilità, a far intravedere loro un lembo di cielo, ecco che cambia tutto. Magari piano, certo non va lasciato a livello di desiderio; ma avviene. Una mamma mi ha detto: ‘Ho notato che, dopo le sue lezioni, a mia figlia s’è accesa una scintilla’. La scintilla da sola non fa calore, ma se non ci fosse non divamperebbe il fuoco…” DANIELE – “E proprio per questo servono strumenti perché quel fuoco divampi. Strumenti che gli adulti non forniscono ai loro figli; l’esempio che hai portato lo dimostra pienamente. Quei bimbi pizzicati, tranne i felici e geniali casi di quei  rivoltosi sbragati in mezzo al palco (e mi sembra di vederli, nella loro serafica incuranza!), saranno un domani gli adolescenti cui si prospetterà un unico sbocco per canalizzare le emozioni: l’attività sportiva, che di per sé non è certo un male, ma che è sempre più improntata a una dura selezione, dettata dai voleri degli sponsor”. DANIELA – “Dove, logicamente, lo sport agonistico stimola gli istinti di prevaricazione e di possesso”. STEFANIA – “Mentre esiste, in ognuno di noi, un’aspirazione e una speranza in un futuro migliore. Io e Daniele ci siamo fermati proprio pochi giorni fa a contemplare le scritte che i ragazzi delle scuole superiori avevano lasciato sotto l’arena del Parco Nord. Leggendo alcune di queste frasi, abbiamo compreso l’ansia di sfuggire a una realtà opprimente”. DANIELE – “Alcuni testi, fra l’altro, erano poetici: ‘Lascia che il tuo corpo parli e ascoltalo, lascia che il corpo dell’altro parli e ascoltalo con doppia attenzione’, ‘La pioggia è una cosa meravigliosa perché ti permette di camminare fra la gente piangendo a testa alta’… questa è splendida, sono sentimenti così teneri, così… infantili. ‘Non c’è altra realtà fuorché quella che vediamo – aveva scritto un terzo – per questo la gente vive così. Prendendo per vere le immagini esterne e non permettendo all’esterno di int…’, qui s’interrompeva, quasi avesse saggiato la durezza di quell’involucro di insensibilità che lo soffocava. C’è quindi sensibilità, dolcezza nei nostri giovani. Ed è una sensibilità che, di solito, non riesce a imporsi nella maggior parte delle compagnie. Bisogna lasciarsi andare, non aver paura di dire quello che si sente e mostrarlo agli altri. Ma capisco la reticenza: è una questione di educazione (o meglio, di diseducazione) anche questa. Da piccoli si hanno tutte le potenzialità, ma la debolezza che viene dalla dipendenza rende vulnerabili. Via via che si cresce la forza aumenta, ma la volontà si attenua, in qualche modo si appiattisce se non è stata esercitata precedentemente. I bimbi bulgari ‘ribelli’ mi fanno ben sperare. Hanno comunicato col corpo che non ci stanno. Mi auguro, ma ancor più auguro ai loro genitori, che il messaggio sia stato raccolto”. DANIELA – “In altre parole, non c’è niente di più allegramente, irregolarmente regolato di un bambino. È insieme l’imprevisto e la ciclicità dell’esistenza. È una contraddizione unitiva”.

Daniela Tuscano (poi pubblicato nel numero di aprile di “Tempi di Fraternità”. Nelle foto: Ruben, Kesia e i loro genitori; Stefania in Senegal con una piccola amica. Vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/08/amicizia-e-impegno-daniela-tuscano-e-donatella-camatta/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/03/20/amicizia-e-fedelta-daniela-tuscano-e-cristiano-culicchi/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/06/30/la-diversita-e-la-cifra-dellamore/)

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26 novembre 2006 at 8:09 15 commenti

SEPARATISMO EDUCATIVO, PROVOCAZIONE O NECESSITA’?

In occasione della Giornata mondiale contro la Violenza sulle Donne (25 novembre, vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2005/05/02/19/), vi sottopongo alcune riflessioni “controcorrente”.

Anni addietro alcuni pedagogisti inglesi, dopo un approfondito lavoro di ricerca, decretarono il fallimento della scuola mista. Maschi e femmine – questa la sorprendente conclusione – apprendono in modo diverso: devono quindi ricevere un’educazione distinta.

Il pubblico più maturo reagì con diffidenza a questa proposta. Non erano poi lontanissimi i tempi dell’infanzia rigidamente divisa in fiocchi rosa e azzurri, dove le scuole “serie” erano, naturalmente, solo quelle maschili. Gli istituti femminili inculcavano alle bambine il dovere del servizio, dell’abnegazione, del sacrificio, corroborato da robuste dosi di economia domestica infarcite da qualche nozione di cultura generale (in fondo, il loro futuro di spose e madri richiedeva pur sempre un minimo di raziocinio). I ricercatori anglosassoni, con la loro profferta, volevano dunque tornare al passato?

In realtà, essi muovevano da un presupposto diverso. Si erano accorti che, a parità di anni e condizioni, le ragazze si dimostravano più attente, mature, responsabili, interessate dei loro compagni maschi. Di qui il fervido consiglio: scuole separate.Si tratta di razzismo al contrario, dichiararono molti, fra cui la sottoscritta, convinta soprattutto della validità della relazione tra i sessi nella fase infantile e adolescenziale. L’esperienza maturata in seguito mi ha spinta, però, a rivedere le mie posizioni. Se l’ipotetica separazione lasciasse intatta la struttura educativa, sarebbe inutile, anzi dannosa. La scuola non può trasformarsi in un’azienda che premia chi è più efficiente lasciando indietro gli altri. Ma se rappresentasse l’unica maniera per permettere alla ragazza di crescere seguendo i propri ritmi d’apprendimento e per favorirne l’autentica maturazione personale… potrei essere d’accordo.

Pur se educata nella famiglia più liberale del mondo, infatti, la bambina apprende ben presto che il mondo non contempla la sua esistenza se non in subordine a quella maschile. La pubblicità, il cinema, la televisione, la società tutta le inviano messaggi in cui questa subalternità è costantemente ribadita; e attraverso la TV la piccola scopre che in molte parti del mondo, senza che nessuno si scandalizzi, essa è costretta a velarsi, a vergognarsi di sé, a rinunciare agli studi per badare a un marito spesso imposto e non di rado molto più anziano di lei. Impara, dal linguaggio degli amichetti, che una femmina non vale nulla, perché considerata debole, fragile, irresoluta.Con questo bagaglio psicologico-culturale giunge a scuola. E la scuola è l’istituzione che per eccellenza riflette, con la cupa fissità d’uno specchio antico, la svalutazione sociale della donna. Lì il sessismo del linguaggio diventa norma; e la norma è il maschio. Nelle antologie ricorrono pochi nomi femminili (in alcune, anche recentissime, non se ne trova neppure uno); dalla storia addirittura scompaiono. All’unica rivoluzione riuscita, quella delle donne appunto, non si dedica che in sparuti casi qualche pagina distratta, da spiegare, semmai, a discrezione dell’insegnante. In compenso è obbligatorio conoscere a memoria le campagne di Napoleone e le guerre (dichiarate e combattute da maschi) vengono presentate come momenti fondamentali di progresso e di civiltà: “la sola igiene del mondo”. La filosofia poi, madre di tutte le materie, è paradossalmente il regno assoluto degli uomini. E i pregiudizi misogini di Platone e Aristotele diventano paradigmi del sapere universale.

Le scuole elementari e medie pullulano di insegnanti donne: professioniste mal pagate che spesso, a costo di enormi sacrifici, cercano di rimediare allo sfascio definitivo del sistema scolastico. Tuttavia quest’impegno non è riconosciuto da nessuno: non dall’istituzione, all’interno della quale “non si fa carriera” (questo il vero motivo della scarsità di personale docente maschile, che però, guarda il caso, ricompare in modo massiccio all’Università, dove riceve gratificazione e rispetto, oltre a un lauto stipendio); non dalla società; dagli studenti men che meno.

Da questa scuola che non le contempla, ma che le sfrutta, io non avrei problemi a togliere le donne, siano esse scolare, professoresse o presidi. Per quanto tempo? Basterebbero le elementari, forse le medie; di sicuro il momento in cui la personalità si sviluppa in modo completo. Immagino una sorta di college dove non contino competitività e carriera, in cui s’insegnino i valori più originali dell’esperienza femminile, il rispetto della diversità, la religiosità non patriarcale. Hegel? La ragazza potrà relativizzarlo (e quindi capirlo meglio, compatendo il suo elogio della famiglia patriarcale) dopo aver imparato, magari attraverso Edith Stein e Carla Lonzi, ad amarsi di più.

So che questa mia idea incontrerà fortissime resistenze. Qualcuno obietterà pure che, in ogni caso, la società ha le sue regole e rinchiudersi in un gineceo non serve a nulla. Il fatto è che nell’era della comunicazione globale un’auto-reclusione sarebbe pressoché impossibile. Inoltre, a differenza del passato, oggi non è certo la scuola l’unico luogo deputato alla conoscenza tra giovani uomini e giovani donne: occasioni di incontro sono sempre possibili. E, una volta tornata alla scuola mista, la ragazza avrà tutto il tempo di dialogare coi maschi, ma su un piano di effettiva parità, maggiormente consapevole delle proprie capacità e del proprio valore.

Daniela Tuscano (si ringraziano “I Corvi” per l’immagine)

24 novembre 2006 at 15:55 12 commenti

ACQUA: FONTE DI VITA O DI… GUADAGNO?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

L’acqua, dono della Natura, sta assumendo grande importanza a livello economico e politico nel nostro Paese e nel Mondo.   

Noi vorremmo affermare il riconoscimento dell’acqua come diritto umano di ogni essere vivente e in quanto tale salvaguardare l’acqua come BENE COMUNE, come dono  da non sprecare , da distribuire nel rispetto dei criteri di efficacia, efficienza ed economicità, senza puntare al lucro.

Questi concetti sono bene esplicitati nella campagna “Portatori d’acqua” che potete trovare sui siti www.portatoridacqua .it   e www.contrattoacqua. it   e che è stata lanciata a Milano nel luglio scorso.

La campagna  ha elaborato una proposta di legge popolare la cui raccolta firme partirà a gennaio,  ma anche proposte di approfondimento con schede di lavoro e materiale specifico per i ragazzi dalle elementari alle superiori. Chi è interessato può rivolgersi direttamente alla segreteria della campagna. ( via Rembrandt, 9  20147 Milano tel 02.48703730   fax 02.4079213).

In Lombardia Formigoni in agosto  ha fatto approvare una legge per privatizzare l’acqua.

A Milano è nato il “comitato milanese per l’acqua” per contrastare l’intenzione della sindaca Moratti di ricollocare il servizio idrico, ora affidato a MM il cui pacchetto azionario è totalmente nelle mani del Comune, in AEM, il cui pacchetto azionario è invece prevalentemente privato (solo il 34 % è in mano pubblica).  Risultato:  il servizio idrico cittadino verrebbe privatizzato.

Il comitato sta raccogliendo le firme. Entro il 15 dicembre vorremmo presentare al sindaco le prime 5000 firme. Vi mando in allegato il foglio petizione per  raccogliere le firme tra i residenti e abitanti di Milano dai 16 anni in su. E’ gradita la collaborazione per la raccolta firme i cui fogli vanno consegnati nei punti di raccolta indicati.

Grazie per l’attenzione

Amalia Navoni amalia.navoni@fastwebnet.it

Tel e fax 02.38002691

Il Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua plaude al Governo che ricorrerà contro la legge regionale sui servizi pubblici

La legge lombarda sull’acqua è da cancellare!

Emilio Molinari: “Anche in Lombardia l’acqua deve restare pubblica”

“La nuova legge sull’acqua della Regione Lombardia deve essere cancellata. È’ questo il commento del Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua  alla notizia che il Consiglio dei Ministri (di venerdì 6 ottobre) ha deciso di ricorrere per incostituzionalità contro la legge sui servizi pubblici (tra cui appunto l’acqua), approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia a fine luglio.

La legge regionale n. 18/2006 prevede per gli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali, coincidenti coi territori delle province) l’obbligo di separare l’erogazione dalla gestione dei servizi idrici, creando nuovi “carrozzoni” e moltiplicando i Consigli di Amministrazione. Ma quel che è peggio obbliga, unica in Italia, a mettere a gara l’erogazione dei servizi idrici, cioè il core business dell’acqua.

Contro questi due aspetti il Governo Prodi, su iniziativa del Ministro Paolo Ferrero, ha deciso di impugnare la legge lombarda per incostituzionalità .

Bene: il Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua plaude al Governo Prodi, la cui decisione va nella direzione più volte dichiarata di impegnarsi per la gestione pubblica dell’acqua. Il nostro Comitato aveva già espresso giudizi fortemente critici sulla nuova legge regionale lombarda. In ogni caso noi andremo avanti nella nostra denuncia, raccogliendo il dissenso dei cittadini, dei movimenti, delle istituzioni che rifiutano la privatizzazione dei servizi idrici. Il nostro intento è quello di coalizzare tutte quelle forze che lottano affinché l’acqua resti nel nostro paese totalmente in mani pubbliche.”

Ricordiamo inoltre che c’è aspetto particolarmente grave, illegittimo ed incostituzionale della legge regionale che il Contratto Mondiale sull’Acqua intende contestare e che riguarda i cittadini milanesi. Si tratta dell’anomalia dell’ATO della città di Milano, per il quale la legge prevede una specifica deroga, per la quale mentre tutti gli ATO della regione devono andare a gara obbligatoriamente, l’ATO di Milano in barba ad ogni legge sulla concorrenza e sui servizi può far assorbire direttamente la propria acqua dalle private AEM prima e ASM di Brescia poi.

Su questo fronte dichiara Molinari: la Sindaca Moratti ha annunciato che intende ricollocare il servizio idrico, ora affidato a MM il cui pacchetto azionario è totalmente nelle mani del Comune, in AEM il cui pacchetto azionario è invece prevalentemente privato (solo il 34 % è in mano pubblica).  Risultato:  il servizio idrico cittadino verrebbe privatizzato e affidato alla SPA Azienda Energetica Milanese, agli intrecci societari di questa con Edison e indirettamente con il colosso francese EdF. Per non parlare dell’intento di fondere la AEM di Milano con ASM di Brescia, pure questa in parte privatizzata e con l’acqua già inglobata”.

Le associazioni milanesi, la società civile, La Camera del Lavoro, hanno già dato vita ad un Comitato Cittadino per L’acqua Pubblica e invitano tutti i cittadini, i lavoratori la cultura milanese, gli studenti, a far sentire la loro voce: l’acqua di Milano resti ai milanesi e ad una gestione pubblica e da loro partecipata.

Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua

Milano,  07 ottobre 2006

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Ce ne accorgiamo solo ora, solo in quest’ultimo periodo si comincia a parlarne, ma è attorno all’acqua, e non al petrolio, che si sono concentrati gli interessi del capitale mondiale. L’acqua, l’elemento più semplice, oseremmo dire il più banale del mondo, che san Francesco chiamava “humile et pretiosa et casta”. “Pretiosa”, infatti, “preziosa”, soprattutto nel linguaggio medioevale sembrava quasi un ossimoro accostata agli altri due attributi. Ma “pretiosa” davvero, ché senza di essa non si può sopravvivere; l’acqua ci riporta all’essenzialità, al ventre materno, alla purezza, alla linearità. Alla castità, appunto, fisica e morale. Un mio amico si domandava come si può tollerare di comprare una bottiglietta d’acqua naturale pagandola 1/1.5 euro. A conti fatti, constatava, è più cara della benzina.

Le cose stanno in questi termini. Ma, se ci si pensa bene, l’insensatezza viene da molto più lontano: dal fatto stesso di comprare acqua minerale. L’Italia è il Paese dove il consumo in bottiglia è il più elevato d’Europa. Se ripenso all’acqua di Milano, la cara, vecchia acqua di “rubinetto” che mandavo giù a caraffate da bambina, magari ravvivandola con le cartine della Frizzina… mi sembra di aver vissuto in un sogno, o in una fiaba dai contorni sfumati, abbacinanti.

Ci hanno convinti, impercettibilmente ci siamo lasciati convincere che quell’acqua non era “più buona”. Ce la teniamo ben stretta, la paghiamo a peso d’oro, anzi di… acqua, perché sappiamo, sappiamo che ce n’è così poca… Davvero ce n’è poca?

No, l’acqua sarebbe sufficiente per tutti. Se la sprecassimo meno. Se inquinassimo meno i pozzi. Se, a partire da casa nostra, amassimo di più il bene pubblico, e lo considerassimo davvero la nostra casa, non una spazzatura comune.

Nel film Mery per sempre il protagonista Michele Placido lo dimostrava chiaramente agli attoniti alunni-carcerati: in Sicilia manca l’acqua perché c’è la mafia. Vi hanno chiuso le fonti idriche e ora vi fanno pagare quello che è un vostro semplice, sacrosanto diritto.

Rammenta Stefano Cecere: “L’acqua non si può ‘vendere’ (almeno non ancora completamente), ma semplicemente ‘distribuire’.. quindi quello che paghi è il confezionamento (in super bottiglie di plastica) e il trasporto (spesso diverse centinaia di chilometri)”.Ma mentre la benzina, prosegue Stefano, arriva da molto lontano, subisce dei processi di raffinazione molto dispendiosi e inquinanti, centinaia di migliaia di persone muoiono per farcela avere…, per l’acqua “humile et casta” non sono certo necessarie tutte queste operazioni.Funziona così nel “mondo alla rovescia”: accapigliarsi per inezie, senza (voler) capire che la Natura attorno alla quale astrattamente discettiamo ci ha abbandonati da un pezzo al nostro destino di morte e di assurdità.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/fino-allultima-goccia-dicembre-2003/, www.acquabenecomune.org)

N.B.: L’articolo è stato poi pubblicato anche sul numero di gennaio 2007 di “Tempi di Fraternità”

23 novembre 2006 at 16:27 8 commenti

BLOCCO DEL TRAFFICO E… NUOVE AUTOSTRADE!

Uno sguardo accennato, un po’ socratico, dietro le finestre appannate e poi via, all’aperto. Per Thomas Schmid (nella foto), della segreteria Ambiente del Partito umanista milanese, cuore di alpino, usare la bici o i piedi è del tutto naturale. Ma proprio perché ecologista convinto non può che scuotere la testa di fronte all’ennesima “domenica senza auto” che il Comune impone ai cittadini con l’illusione – “alla quale, peraltro, nessuno crede” – di limitare l’inquinamento atmosferico. 

“Siamo alle solite” accusa Schmid. “Con l’avvicinarsi dell’inverno, in Lombardia ricompare puntuale il problema dell’inquinamento dell’aria e si ricorre al palliativo di fermare il traffico domenicale. Ma c’è dell’altro: quest’anno si dibatte vivacemente sull’applicazione di un ticket di ingresso a Milano per ridurre la circolazione di automobili. Una nuova trovata. Nuova per modo di dire…”.

 Perché tanto scetticismo, Thomas? 

“Perché queste due soluzioni (blocco e ticket) non servono a migliorare la qualità dell’aria. Di più: sono profondamente inique, poiché colpiscono solo chi non può permettersi di acquistare l’auto di modello più recente. Le vetture nuove di zecca, infatti, restano libere di inquinare quanto vogliono”. 

Dal blocco domenicale vengono però esentati i veicoli elettrici… 

“Ma tutti sanno che l’elettricità viene generata da centrali che bruciano gasolio ed è importata dalle centrali nucleari francesi; da fonti, quindi, tutt’altro che pulite!”  “Inoltre – prosegue Schmid – l’ipocrisia dello Stato e della Regione Lombardia si palesa anche nella proliferazione di nuove autostrade e tangenziali:la BreBeMi,la Tangenziale est esterna e la Pedemontana. In tal modo si contribuisce significativamente ad aumentare la circolazione di automobili nell’area metropolitana intorno a Milano”.     

Quali soluzioni propone il Partito umanista? 

“Per risolvere il problema alle radici è indispensabile che le istituzioni, dal governo centrale al Sindaco di Milano, rinuncino a questi progetti, ma anche alla terza pista di Malpensa. I fondi stanziati dovrebbero invece essere immediatamente investiti nel miglioramento della rete di trasporto pubblico, in particolare metropolitane, tramvie e rete ferroviaria regionale, e nello spostamento su ferrovia del traffico merci da camion, accantonando progetti faraonici – come la TAV – inutili oltre che dispendiosi”. 

Tu sei svizzero di nascita, nelle città del Centro e del Nord Europa non mancano piste ciclabili… 

“L’Italia è ancora poco sensibile a questo tema. Le piste sono pochissime, strette, mal curate e poco sicure. Una delle nostre richieste è proprio che ogni strada venga dotata di pista ciclabile protetta dal traffico motorizzato.  

Voi, però, siete contrari anche alla costruzione di nuovi centri commerciali fuori dei centri urbani…  

“Di questi centri e di ‘outlet’. Per una ragione molto semplice: generano ulteriore circolazione di macchine e distruggono il tessuto cittadino”.  Thomas è ora sulla soglia di casa, pronto per “quattro passi nello smog”. Qualche auto in meno, ma il traffico non è certo bloccato. In compenso, ci si può sempre rivolgere a un taxi, con tariffa festiva inclusa, naturalmente. I tempi del “prezzo politico” sono decisamente fuori moda, troppo sessantotteschi. Thomas mi saluta col consueto, socratico sorriso… 

Daniela Tuscano

21 novembre 2006 at 19:00 13 commenti

REALTA’ SENZA DIO, OGGI

Fame e povertà. In occasione della Giornata del Ringraziamento, Benedetto XVI ricorda gli oltre 800 milioni di persone nel mondo che non hanno i soldi per comprarsi, letteralmente, il pane quotidiano, e che si trovano soprattutto nel Terzo Mondo. “Pane Quotidiano” è anche il nome di una

Una delle sedi dell’associazione Pane Quotidiano, a Milano (www.panequotidiano.org)

benemerita istituzione milanese, laica, che da oltre cent’anni si occupa di fornire generi di prima necessità ai poveri che vivono ai margini della grande metropoli. Il sito c’informa che, al momento attuale, fra questi ultimi non si annoverano soltanto gli immigrati, ma anche i cosiddetti “poveri di ritorno”: ex-operai, impiegati, spesso molto anziani, a cui la pensione non basta per vivere. Da qualche parte, però, ho letto che a questa categoria si stanno aggiungendo anche diversi insegnanti.

Quando, dunque, si parla di fame e di povertà, non dobbiamo più pensare a Paesi lontani, o a “mondi” per noi sconosciuti e inquietanti, sempre altri, come gli extracomunitari: no, quella gente ormai siamo noi.

Il Papa esorta a cambiare stili di vita, per la giusta redistribuzione delle ricchezze e, anche, per la salvaguardia dell’ambiente: “Ogni persona e ogni famiglia può e deve fare qualcosa per alleviare la fame nel mondo adottando uno stile di vita e di consumo compatibile con la salvaguardia del creato e con criteri di giustizia verso chi coltiva la terra in ogni Paese. Ogni uomo si senta corresponsabile dei suoi fratelli, perché a nessuno manchi il necessario per vivere. I prodotti della terra sono un dono destinato da Dio per l´intera famiglia umana”. Invita quindi i governi a tradurre in politica quest’urgenza.

Ma non si ferma qui. Egli vede nella preghiera un mezzo insostituibile per cominciare quest’opera di impegno e di ricostruzione. A partire dalle piccole cose, come la lode prima e dopo i pasti: “Una pia consuetudine da conservare o riscoprire perché educa a non dare per scontato il pane quotidiano, ma a riconoscere in esso un dono della Provvidenza”.

Cos’altro aggiungere? Nulla; il Papa ha ragione. Le sue parole mi hanno ricordato la prima lettera pastorale del nostro indimenticato cardinale Martini, redatta nel 1980. In anni, cioè, di pieno efficientismo, rampantismo come si diceva allora, dove gli unici valori che sembravano contare erano meramente, volgarmente, ottusamente materiali, mentre si abusava in modo spudorato della Milano da bere, si cementificava, si azzardava, si speculava su tutto, anche sulla terza età (Mario Chiesa, chi era costui?).

 Il cardinale Carlo Maria Martini

Anche i cattolici militanti, presso i quali suonava la riscossa della grancassa ciellina e del suo chiassoso interventismo politico (a destra), erano rimasti sedotti da queste sirene molto terrene e terrestri. Si aspettavano un pastore tuonante e tornitruante, deciso a far valere il Vangelo a colpi di leggi statali, e si sono scontrati con la parola ferma e dolce del colto prelato piemontese: La dimensione contemplativa della vita.

Contemplazione, mistica: roba sorpassata, inutile, vana, oggi anche la fede deve essere efficiente, al passo coi tempi, manageriale insomma. “La fede senza le opere è morta”, si proclamava. Vero. Ma le opere, senza la fede, non sono nulla. La provocazione di Martini, come quella di Ratzinger oggi, era esattamente questa: i cristiani – ma potremmo dire, tutti i credenti, non necessariamente in Dio, ma, parafrasando Pasolini più che Marx, col “sogno di una cosa” – sono sale della terra perché hanno gli occhi rivolti al cielo; non per evitare di guardare le cose di quaggiù, ma per attingere luce e vederle meglio, profeticamente, con gli occhi dell’amore che è più che assistenza, è comunione, è condivisione, è stare insieme.

Ben vengano quindi le parole del Papa, purché non restino isolate, purché vengano tradotte in corpo e in azione, sia dalla Chiesa sia da ognuno di noi.

Gioventù senza Dio. “Perché s’è avuto e si ha ancora il timore di dire che il Dio rifiutato è un vuoto che nessuna demagogia del benessere e dell’uguaglianza, o d’ambedue assieme, può colmare; e che quel vuoto, a riempirlo, sarà solo il cupo inferno della materia impazzita e della sua impazzita cecità e solitudine?”, si chiedeva Giovanni Testori all’indomani del sequestro Moro. L’episodio dei ragazzi milanesi che aggrediscono e umiliano un compagno Down http://www.vividown.org/ (ma, anche, la sciagurata supplente che intrattiene relazioni sessuali con cinque studenti quindicenni), filmando la prodezza con un videofonino per poi diffonderla su Google, conferma la tremenda giustezza dell’analisi testoriana: il rifiuto di Dio, dove “Dio” è il diverso per eccellenza poiché totalmente Altro, comporta per giocoforza, logica, banalità la negazione del proprio simile, il suo misconoscimento e la sua cancellazione. Ciò che rende l’Altro odioso, è il mio diventare Straniero, cioè straniato, alieno, siderale, misera monade senza stelle, pronto a eliminare come un insetto immondo ciò che infastidisce il mio muto e disperato senso estetico.

Il sonno della ragione genera mostriFrancisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797-99

E non accorgersi della supplica di tanti giovani che, nel vortice insensato delle maschere urlanti, cercano e vogliono un significato, il significato, ultimo delle cose, della vita, del perché stanno al mondo, è il peccato irremissibile che ci verrà imputato e da cui non potremo difenderci.

Concludeva Testori: “L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome: privata, cioè, di Dio. Dunque, d’una realtà irreale.

La letteratura “sorpassata”. E’ un bel maschio Roberto Saviano (sotto), dalla fisionomia dolcemente schietta, innocentemente spudorata, virile e austera dei mediterranei, anzi degli arabi. Roberto SavianoE’ sotto scorta da quando ha scritto Gomorra, romanzo-verità sulle organizzazioni mafiose del Napoletano. Ma ora non lo farebbe più: “E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola.
Un ragazzo  giorni fa, a proposito della tragedia di Welby, ha parlato di “sorpassata letteratura”. La letteratura non risolve nulla, non serve a nulla, non allevia alcun dolore, sosteneva. No, certo, non lo allevia, aiuta a capirlo, che è assai di più. La sorpassata letteratura è tanto inutile che gli scrittori sono, da sempre, i primi a cadere sotto i colpi della violenza.

Anna Politkovsakia (sopra), invece, sembrava una maestrina. La sua essenzialità era molto diversa da quella magmatica di Saviano. Era un quadro dell’ultimo Picasso, il disegno perfetto e senza sbavature, il ritorno alla parola primigenia. Per quella parola, per quella faccia l’hanno freddata sotto casa. Indagava sulle responsabilità del governo russo nel genocidio ceceno. Ora non indagherà più, è morta. La morte, scaraventata sulla sua faccia prima del tempo, non poteva che essere stupida e brutale; e, pur avendola sorpresa sola, non è venuta sola, ma stridente e preceduta dalle sinistre fanfare della caricatura e dell’odio: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi tu vinci” diceva Gandhi.

Nel senso della sua stretta fisicità, Anna ha perso. Nella sua lucida demoralizzazione, Roberto ha perso. Ma in qualche parte del loro mondo, della loro storia, essi sono usciti da sé, hanno rotto la monade, hanno seguito la passione, hanno, in ultima analisi, creduto: come tutti i credenti sono dei maratoneti, non degli scattisti, ma solo procedendo piano si sa pazientare e aspettare il testimone. Gli scattisti esultano nella loro momentanea e singola gloria, nei maratoneti prevale lo spirito di corpo.

Roberto denuncia l’indifferenza e l’avidità che lo circondano, e lo dice dai giornali: cerca ancora il dialogo, sta solo cercando di scuoterci, di risvegliarci dal nostro torpore ormai genetico, dall’analfabetismo dell’anima. Conviene a tutti ascoltare la sua e le altre voci finché siamo ancora in tempo. Siamo ancora in tempo?

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/31/il-significato-della-vita/)

N. B.: Su “Repubblica” del 14 novembre compaiono le seguenti rettifiche da parte di Roberto Saviano:Caro direttore, credo ci sia stato un errore di traduzione riguardo l’ultima domanda della mia intervista al ‘Pais’ ripresa da Repubblica (Domanda: “Se potesse tornare indietro, lo scriverebbe Gomorra? Risposta: «No. E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola».) Vorrei rettificare che pur non aspettandomi di subire tali pressioni o di vivere nella situazione in cui mi trovo, la solidarietà io l’ho sentita in maniera concreta da tutti coloro che, dal mio editore alle persone di ogni parte d’Italia, me l’hanno voluta esprimere. Continuerò a scrivere come ho sempre fatto”.

13 novembre 2006 at 21:00 16 commenti

NESSUNA GIUSTIZIA – Nella condanna a morte di Saddam Hussein neanche l’ombra della giustizia

Il Partito umanista esprime tutto il suo dissenso rispetto alla condanna a morte dell’ex-dittatore iracheno. Lontano dall’essere un atto di giustizia, la condanna a morte Saddam Hussein non rappresenta neanche una vittoria.Il verdetto del tribunale speciale di Bagdad riguarda il massacro di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, dopo un fallito attentato alla vita del rais, vale a dire una delle tante repressioni, neanche la più grave. Oltre ad essere una pratica che nulla ha a che vedere con la giustizia, la condanna a morte, in questo caso, è anche un clamoroso sbaglio, perché avrà come unici risultati quello di far diventare Saddam Hussein un martire per i sunniti e di inasprire ulteriormente i rapporti tra le diverse etnie in Iraq.
È successo molte altre volte: l’attuale amministrazione americana ha sbagliato di nuovo. Tutta la vicenda, dall’arresto di Saddam Hussein fino ad oggi, è stata gestita malissimo ed è finita ancora peggio. Il fatto, poi, che tale condanna sia stata pronunciata alla vigilia di importanti elezioni negli Stati Uniti, dimostra quanto poco Bush, i conservatori e buona parte dei democratici abbiano veramente a cuore il futuro del popolo iracheno.
La volontà di far coincidere i due eventi – la condanna a morte di Saddam Hussein e le elezioni americane – è dimostrata dalla “strana” fretta della Corte del Tribunale di Bagdad, che non ha consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a discarico che dovevano ancora essere ascoltati. Secondo la difesa molti documenti prodotti dall’accusa contro gli imputati erano falsi e il tribunale non ha convocato esperti internazionali per verificarne l’autenticità, ma solo “esperti” iracheni legati all’attuale ministero dell’interno.
Per non parlare della dubbia imparzialità della stessa corte giudicante. Prima di tutto i giudici sono stati nominati dal governo, il che già la dice lunga sulla loro imparzialità, visto che uno dei pilastri di un paese democratico è proprio l’indipendenza tra il potere esecutivo e quello giudiziario.Ma non è bastato: infatti alcuni giudici sono stati anche sostituiti, perché non si allineavano sulle posizioni ufficiali delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci.Infine il tribunale, sin dall’inizio, è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il suo Statuto, poi formalmente approvato dall’Assemblea nazionale irachena nell’agosto 2005.

L’esultanza di Bush alla notizia della condanna a morte dell’ex dittatore iracheno presenta sostanzialmente due aspetti: la prevedibilità e la stupidità.

Il primo aspetto – la prevedibilità – deriva dal fatto che G. W. Bush, quando era governatore dello stato del Texas, è stato corresponsabile della condanna a morte di ben 147 persone.

Inoltre se il presidente americano avesse voluto un processo regolare e una giustizia imparziale, avrebbe consegnato Saddam Hussein al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Ma Gli Stati Uniti, come anche la Cina e la Russia, non hanno ratificato il trattato che ha istituito il TPI, non solo perché il TPI non prevede la pena di morte, ma sostanzialmente perché non vogliono correre il rischio di vedere un giorno i propri responsabili sul banco degli imputati.

Il motivo principale, però, del perché non era gradito un processo con un dibattimento trasparente – come indubbiamente sarebbe stato se si fosse svolto in un tribunale internazionale – sta nel fatto che sarebbero emerse le complicità tra Saddam e gli americani, soprattutto quando Saddam, durante la guerra Iran-Iraq, era il potente rais laico che si opponeva all’islamismo iraniano.

Eppure, visto che Saddam Hussein è stato condannato per “crimini contro l’umanità”, un tribunale internazionale sarebbe stata la sede più adatta per affrontare un crimine del genere.

Il secondo aspetto – la stupidità – deriva dalla constatazione che l’esultanza di Bush è l’espressione di un sentimento tipico di chi sta partecipando attivamente a quella che ormai, in Iraq, è diventata una vera e propria guerra civile. Ora, se Bush è il presidente di un paese che ha mandato centinaia di migliaia di soldati in Iraq per favorire l’avvento della democrazia e della pace, come fa ad esultare per un evento – la prossima impiccagione di Saddam – che promuoverà, se non l’ha già fatto, il rais al ruolo di martire e simbolo della rivolta sunnita, e alimenterà al tempo stesso l’intransigenza sciita che punta su una rapida esecuzione della sentenza?

Se non si tratta di stupidità – e avremmo dei forti dubbi in proposito – allora è mero calcolo elettoralistico. Ma sappiamo, anche per le recenti esperienze che qui in Italia abbiamo avuto e continuiamo ad avere, che i due aspetti – la stupidità e il calcolo egoistico – se portati avanti con perseveranza, alla fine possono coincidere.

Pur non mettendo assolutamente in dubbio le accuse nei confronti di uno dei peggiori criminali della storia umana, gli umanisti rifiutano la logica della vendetta, di cui la pena di morte è una delle espressioni peggiori.

Ciò che sta accadendo in Iraq è orribile. Inoltre gran parte della stampa e dei media ci bombarda con un’informazione settaria e politicizzata, senza mai parlare della situazione irachena se non in termini di quanti morti ci sono stati oggi e quanti ieri. Raramente si assiste ad una riflessione seria e approfondita. Intanto il paese è martoriato da una vera e propria guerra civile.

Altrimenti il rischio è quello di generare, con l’impiccagione di Saddam, un altro Saddam.

Carlo Olivieri – Segreteria Programmatica Partito umanista

  Accanto: il kit del Saddam impiccato, ultima disgustosa “trovata” del tabloid inglese “The Sun”, il giornale più venduto del Regno Unito (ivi, commento n° 1)

“Non esiste bestia al mondo, per quanto feroce, che non abbia almeno un sentimento di pietà. Ma io non ne ho alcuno, perciò non sono una bestia”. (Shakespeare, Riccardo III)

8 novembre 2006 at 13:52 9 commenti

AMICO ASSOLUTO

Di Cristiano mi piacciono le spalle, diritte e sane, d’una forza gentile, e il petto, ampio, sereno e al tempo stesso calmo, confidente. Posarvi sopra la testa mi procura due diverse sensazioni: batticuore e protezione.

E fa pensare alla bellezza del corpo umano.

danicris2.jpg

Un amico lo ha associato al mare, ma io non lo vedo così. Sì, certo, lui appartiene anche al mare, però a me piace immaginarlo in un’altra dimensione, più terrestre. Perché Cristiano è l’uomo delle certezze e della natura, non è una persona che fugge, ha una sua solidità non granitica, delicata, malleabile come l’argilla o la creta, venata di rosso e di sole autunnale, come i pampini sulle colline.

Com’è assorto nella cattedrale quando prega, così intenso, fiducioso, umile, con l’inquietudine ingenua dei bambini. Un’anima nuda. Per questo ispira un sorriso lento e tenero, fragile, umido.

A me piace seguire i suoi passi, mi piace il suo modo di meravigliarsi, di concentrarsi sui piccoli miracoli dell’esistenza. Egli certo commette errori, ma il male non alberga in lui e i limiti gli scivolano via, così, sulla pelle, non lo trafiggono all’interno.

E lui giunge ogni anno puntuale come le stagioni, fedele alla natura, solare d’estate, raccolto e meditativo d’inverno, come ai primordi del mondo, quando l’umanità era innocente. “La vita è un dono” diceva Kahlil Gibran, a me sembra proprio la voglia donare, lasciare su una di quelle pietre bianche e rosa delle chiese venete, così aeree e dorate nella loro imponenza di porcellana. E io sono contenta di quei momenti regalati di intatta felicità.

Daniela Tuscano (nella foto: io e Cris a Verona… Abbiamo pranzato benissimo!!!  Cfr. anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/03/20/amicizia-e-fedelta-daniela-tuscano-e-cristiano-culicchi/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/06/30/la-diversita-e-la-cifra-dellamore/ e https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/30/ratzinger-al-parco-iride/)

6 novembre 2006 at 17:06 16 commenti


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