REALTA’ SENZA DIO, OGGI

13 novembre 2006 at 21:00 16 commenti

Fame e povertà. In occasione della Giornata del Ringraziamento, Benedetto XVI ricorda gli oltre 800 milioni di persone nel mondo che non hanno i soldi per comprarsi, letteralmente, il pane quotidiano, e che si trovano soprattutto nel Terzo Mondo. “Pane Quotidiano” è anche il nome di una

Una delle sedi dell’associazione Pane Quotidiano, a Milano (www.panequotidiano.org)

benemerita istituzione milanese, laica, che da oltre cent’anni si occupa di fornire generi di prima necessità ai poveri che vivono ai margini della grande metropoli. Il sito c’informa che, al momento attuale, fra questi ultimi non si annoverano soltanto gli immigrati, ma anche i cosiddetti “poveri di ritorno”: ex-operai, impiegati, spesso molto anziani, a cui la pensione non basta per vivere. Da qualche parte, però, ho letto che a questa categoria si stanno aggiungendo anche diversi insegnanti.

Quando, dunque, si parla di fame e di povertà, non dobbiamo più pensare a Paesi lontani, o a “mondi” per noi sconosciuti e inquietanti, sempre altri, come gli extracomunitari: no, quella gente ormai siamo noi.

Il Papa esorta a cambiare stili di vita, per la giusta redistribuzione delle ricchezze e, anche, per la salvaguardia dell’ambiente: “Ogni persona e ogni famiglia può e deve fare qualcosa per alleviare la fame nel mondo adottando uno stile di vita e di consumo compatibile con la salvaguardia del creato e con criteri di giustizia verso chi coltiva la terra in ogni Paese. Ogni uomo si senta corresponsabile dei suoi fratelli, perché a nessuno manchi il necessario per vivere. I prodotti della terra sono un dono destinato da Dio per l´intera famiglia umana”. Invita quindi i governi a tradurre in politica quest’urgenza.

Ma non si ferma qui. Egli vede nella preghiera un mezzo insostituibile per cominciare quest’opera di impegno e di ricostruzione. A partire dalle piccole cose, come la lode prima e dopo i pasti: “Una pia consuetudine da conservare o riscoprire perché educa a non dare per scontato il pane quotidiano, ma a riconoscere in esso un dono della Provvidenza”.

Cos’altro aggiungere? Nulla; il Papa ha ragione. Le sue parole mi hanno ricordato la prima lettera pastorale del nostro indimenticato cardinale Martini, redatta nel 1980. In anni, cioè, di pieno efficientismo, rampantismo come si diceva allora, dove gli unici valori che sembravano contare erano meramente, volgarmente, ottusamente materiali, mentre si abusava in modo spudorato della Milano da bere, si cementificava, si azzardava, si speculava su tutto, anche sulla terza età (Mario Chiesa, chi era costui?).

 Il cardinale Carlo Maria Martini

Anche i cattolici militanti, presso i quali suonava la riscossa della grancassa ciellina e del suo chiassoso interventismo politico (a destra), erano rimasti sedotti da queste sirene molto terrene e terrestri. Si aspettavano un pastore tuonante e tornitruante, deciso a far valere il Vangelo a colpi di leggi statali, e si sono scontrati con la parola ferma e dolce del colto prelato piemontese: La dimensione contemplativa della vita.

Contemplazione, mistica: roba sorpassata, inutile, vana, oggi anche la fede deve essere efficiente, al passo coi tempi, manageriale insomma. “La fede senza le opere è morta”, si proclamava. Vero. Ma le opere, senza la fede, non sono nulla. La provocazione di Martini, come quella di Ratzinger oggi, era esattamente questa: i cristiani – ma potremmo dire, tutti i credenti, non necessariamente in Dio, ma, parafrasando Pasolini più che Marx, col “sogno di una cosa” – sono sale della terra perché hanno gli occhi rivolti al cielo; non per evitare di guardare le cose di quaggiù, ma per attingere luce e vederle meglio, profeticamente, con gli occhi dell’amore che è più che assistenza, è comunione, è condivisione, è stare insieme.

Ben vengano quindi le parole del Papa, purché non restino isolate, purché vengano tradotte in corpo e in azione, sia dalla Chiesa sia da ognuno di noi.

Gioventù senza Dio. “Perché s’è avuto e si ha ancora il timore di dire che il Dio rifiutato è un vuoto che nessuna demagogia del benessere e dell’uguaglianza, o d’ambedue assieme, può colmare; e che quel vuoto, a riempirlo, sarà solo il cupo inferno della materia impazzita e della sua impazzita cecità e solitudine?”, si chiedeva Giovanni Testori all’indomani del sequestro Moro. L’episodio dei ragazzi milanesi che aggrediscono e umiliano un compagno Down http://www.vividown.org/ (ma, anche, la sciagurata supplente che intrattiene relazioni sessuali con cinque studenti quindicenni), filmando la prodezza con un videofonino per poi diffonderla su Google, conferma la tremenda giustezza dell’analisi testoriana: il rifiuto di Dio, dove “Dio” è il diverso per eccellenza poiché totalmente Altro, comporta per giocoforza, logica, banalità la negazione del proprio simile, il suo misconoscimento e la sua cancellazione. Ciò che rende l’Altro odioso, è il mio diventare Straniero, cioè straniato, alieno, siderale, misera monade senza stelle, pronto a eliminare come un insetto immondo ciò che infastidisce il mio muto e disperato senso estetico.

Il sonno della ragione genera mostriFrancisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797-99

E non accorgersi della supplica di tanti giovani che, nel vortice insensato delle maschere urlanti, cercano e vogliono un significato, il significato, ultimo delle cose, della vita, del perché stanno al mondo, è il peccato irremissibile che ci verrà imputato e da cui non potremo difenderci.

Concludeva Testori: “L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome: privata, cioè, di Dio. Dunque, d’una realtà irreale.

La letteratura “sorpassata”. E’ un bel maschio Roberto Saviano (sotto), dalla fisionomia dolcemente schietta, innocentemente spudorata, virile e austera dei mediterranei, anzi degli arabi. Roberto SavianoE’ sotto scorta da quando ha scritto Gomorra, romanzo-verità sulle organizzazioni mafiose del Napoletano. Ma ora non lo farebbe più: “E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola.
Un ragazzo  giorni fa, a proposito della tragedia di Welby, ha parlato di “sorpassata letteratura”. La letteratura non risolve nulla, non serve a nulla, non allevia alcun dolore, sosteneva. No, certo, non lo allevia, aiuta a capirlo, che è assai di più. La sorpassata letteratura è tanto inutile che gli scrittori sono, da sempre, i primi a cadere sotto i colpi della violenza.

Anna Politkovsakia (sopra), invece, sembrava una maestrina. La sua essenzialità era molto diversa da quella magmatica di Saviano. Era un quadro dell’ultimo Picasso, il disegno perfetto e senza sbavature, il ritorno alla parola primigenia. Per quella parola, per quella faccia l’hanno freddata sotto casa. Indagava sulle responsabilità del governo russo nel genocidio ceceno. Ora non indagherà più, è morta. La morte, scaraventata sulla sua faccia prima del tempo, non poteva che essere stupida e brutale; e, pur avendola sorpresa sola, non è venuta sola, ma stridente e preceduta dalle sinistre fanfare della caricatura e dell’odio: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi tu vinci” diceva Gandhi.

Nel senso della sua stretta fisicità, Anna ha perso. Nella sua lucida demoralizzazione, Roberto ha perso. Ma in qualche parte del loro mondo, della loro storia, essi sono usciti da sé, hanno rotto la monade, hanno seguito la passione, hanno, in ultima analisi, creduto: come tutti i credenti sono dei maratoneti, non degli scattisti, ma solo procedendo piano si sa pazientare e aspettare il testimone. Gli scattisti esultano nella loro momentanea e singola gloria, nei maratoneti prevale lo spirito di corpo.

Roberto denuncia l’indifferenza e l’avidità che lo circondano, e lo dice dai giornali: cerca ancora il dialogo, sta solo cercando di scuoterci, di risvegliarci dal nostro torpore ormai genetico, dall’analfabetismo dell’anima. Conviene a tutti ascoltare la sua e le altre voci finché siamo ancora in tempo. Siamo ancora in tempo?

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/31/il-significato-della-vita/)

N. B.: Su “Repubblica” del 14 novembre compaiono le seguenti rettifiche da parte di Roberto Saviano:Caro direttore, credo ci sia stato un errore di traduzione riguardo l’ultima domanda della mia intervista al ‘Pais’ ripresa da Repubblica (Domanda: “Se potesse tornare indietro, lo scriverebbe Gomorra? Risposta: «No. E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola».) Vorrei rettificare che pur non aspettandomi di subire tali pressioni o di vivere nella situazione in cui mi trovo, la solidarietà io l’ho sentita in maniera concreta da tutti coloro che, dal mio editore alle persone di ogni parte d’Italia, me l’hanno voluta esprimere. Continuerò a scrivere come ho sempre fatto”.

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NESSUNA GIUSTIZIA – Nella condanna a morte di Saddam Hussein neanche l’ombra della giustizia BLOCCO DEL TRAFFICO E… NUOVE AUTOSTRADE!

16 commenti Add your own

  • 1. gianna  |  14 novembre 2006 alle 0:12

    Da Arcoiris tv

    Analfabetismo: un problema solo delle altre nazioni?

    Federico Batini , presidente nazionale di Cofir, fa il punto sull’educazione in Italia. Nel mondo ci sono più di ottocento milioni di analfabeti, ma la sensazione generale è che ciò non riguardi l’Italia. In realtà, a parte il problema di diverse centinaia di migliaia di persone che non sanno leggere e scrivere, il nostro Paese deve affrontare l’emergenza dell’analfabetismo funzionale: un tipo di analfabetismo cioè che riguarda chi, pur essendo in grado di leggere e scrivere, non è in grado di applicare queste capacità se si tratta di compilare un modulo, capire la posologia di un medicinale o leggere un grafico. Secondo le ultime indagini un terzo degli italiani, pur scolarizzato, è sotto il livello minimo. Ancora: dispersione scolastica, istruzione permanente, scarsità di risorse economiche, contenuti dei programmi, formazione degli insegnanti, riconoscimento dei crediti e delle competenze… Non dovremmo forse porci qualche domanda sul nostro sistema educativo?

    FILMATO: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=5839

    Rispondi
  • 2. Düsseldorfer  |  14 novembre 2006 alle 15:01

    Gloria all’associazione che descrivi, ce ne vorrebbero di più!
    Ottimo il discorso del papa con il quale concordo in pieno, ma lui e la sua chiesa, di concreto, cosa stanno facendo?

    Rispondi
  • 3. don luca  |  14 novembre 2006 alle 18:43

    l’impegno di tali associazioni è fondamentale per la chiesa e per il mondo,sono totalmente d’accordo con Testori che un DIO RIFIUTATO crea VUOTO.

    Rispondi
  • 4. massimo del papa  |  14 novembre 2006 alle 13:59

    mi piace qualcuno che si permette di dire “il papa ha ragione” anche se oggi non va di moda. non mi piacciono i pontefici, questo men che mai, ma se dice una cosa vera dovrei forse contestarla? e amo quando riprendi pasolini. il sale della terra, poi, da pasolini passò… ai rolling stones. ma questa è un’altra storia……..

    Rispondi
  • 5. joelle  |  16 novembre 2006 alle 16:51

    Da chiesa.it

    O la pace o la vita. Il falso dilemma smascherato da Benedetto XVI

    Parlando ai vescovi svizzeri, il papa dà risposta alla principale obiezione rivolta contro la gerarchia della Chiesa dai cattolici progressisti. E ai vescovi tedeschi dice…

    di Sandro Magister

    ROMA, 16 novembre 2006 – Nel secondo dei due discorsi rivolti ai vescovi svizzeri in visita “ad limina”, Benedetto XVI ha risposto a quella che è forse l’obiezione più ricorrente rivolta contro il papa e la gerarchia della Chiesa dalle correnti cattoliche progressiste.
    L’obiezione è che la gerarchia della Chiesa da un lato – quello della vita e della famiglia – predichi verità definite innegoziabili, pure e dure, impositive anche nelle decisioni politiche, e dall’altro lato – quello della pace, della giustizia, della salvaguardia della natura – annacqui invece la “differenza cristiana” e pronunci parole deboli, acquiescenti con I poteri mondani.

    Secondo le correnti cattoliche progressiste, la priorità andrebbe rovesciata. La Chiesa dovrebbe mettere al primo posto la battaglia per la pace, la giustizia e la difesa della natura, ed essere invece più comprensiva con le moderne “soggettività” per quanto riguarda la vita e la famiglia.

    Benedetto XVI ha detto ai vescovi svizzeri d’aver molto riflettuto su questo. E la sua convinzione è che in effetti esista nel mondo d’oggi una scissione tra “due parti della moralità”.

    La pace, la giustizia, la difesa della natura fanno oggetto quasi di una nuova religione, a prescindere dalle soluzioni proposte, che secondo il papa “sono spesso molto unilaterali e non sempre credibili”.

    Sulla vita e la famiglia ha largo seguito invece una “antimoralità” contraria a quella proposta dalla Chiesa.

    La risposta di Benedetto XVI è che è necessario “ricollegare queste due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra loro”.

    Infatti, “solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte è possibile e credibile anche l’etica della pace”.

    In questo, papa Joseph Ratzinger si pone pienamente nel solco del suo predecessore.

    Basti ricordare quanto disse Giovanni Paolo in un’udienza al Movimento per la Vita, il 22 maggio 2003:

    “Un’elementare coerenza esige che chi cerca la pace difenda la vita. Nessuna azione per la pace può essere efficace se non ci si oppone con la stessa forza agli attacchi contro la vita in ogni sua fase, dal suo sorgere sino al naturale tramonto”.

    In quegli stessi mesi del 2003 papa Karol Wojtyla godeva di largo consenso per la sua predicazione contro la guerra in Iraq.

    Quando però – come nel discorso citato – disse che l’azione per la pace e quella contro l’aborto sono tutt’uno, immediatamente fu criticato da molti di quegli stessi che applaudivano le sue condanne della guerra.

    Ecco qui di seguito il passaggio del discorso di Benedetto XVI ai vescovi svizzeri relativo alle due morali:

    ”Il nostro annuncio si scontra con una specie di antimoralità. ..”

    di Benedetto XVI, 9 novembre 2006

    Sento spesso dire che una nostalgia di Dio, di spiritualità, di religione esiste oggi nelle persone e che si ricomincia anche a vedere nella Chiesa […] una grande portatrice di esperienza spirituale: è come un albero nel quale possono porre il loro nido gli uccelli, anche se poi vogliono di nuovo volar via […].

    Quello che invece risulta molto difficile alla gente è la morale che la Chiesa proclama.

    Su questo ho riflettuto – ci rifletto già da molto tempo – e vedo sempre più chiaramente che, nella nostra epoca, la morale si è come divisa in due parti.

    La società moderna non è semplicemente senza morale, ma ha, per così dire, “scoperto” e rivendica una parte della morale che, nell’annuncio della Chiesa negli ultimi decenni e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta.

    Sono I grandi temi della pace, della non violenza, della giustizia per tutti, della sollecitudine per I poveri e del rispetto della creazione.

    Questo è diventato un insieme etico che, proprio come forza politica, ha un grande potere e costituisce per molti la sostituzione o la successione della religione.

    In luogo della religione, che è vista come metafisica e cosa dell’al di là – forse anche come cosa individualistica – entrano I grandi temi morali come l’essenziale che poi conferisce all’uomo dignità e lo impegna. […]

    Questa moralità esiste ed affascina anche I giovani, che si impegnano per la pace, per la non violenza, per la giustizia, per I poveri, per la creazione. E sono davvero grandi temi morali, che appartengono del resto anche alla tradizione della Chiesa. I mezzi che si offrono per la loro soluzione sono poi spesso molto unilaterali e non sempre credibili, ma su questo non dobbiamo soffermarci ora. […]

    L’altra parte della morale, che non di rado viene colta in modo assai controverso dalla politica, riguarda la vita.

    Fa parte di essa l’impegno per la vita, dalla concezione fino alla morte, cioè la sua difesa contro l’aborto, contro l’eutanasia, contro la manipolazione e contro l’auto-legittimazio ne dell’uomo a disporre della vita.

    Spesso si cerca di giustificare questi interventi con gli scopi apparentemente grandi di poter con ciò essere utili alle generazioni future e così appare addirittura come cosa morale anche il prendere nelle proprie mani la vita stessa dell’uomo e manipolarla.

    Ma, dall’altra parte, esiste anche la consapevolezza che la vita umana è un dono che richiede il nostro rispetto e il nostro amore dal primo fino all’ultimo momento, anche per i sofferenti, gli handicappati e i deboli.

    In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e della famiglia.

    Il matrimonio viene sempre di più emarginato. Conosciamo l’esempio di alcuni paesi, dove è stata fatta una modifica legislativa, secondo la quale il matrimonio adesso non è più definito come legame tra uomo e donna, ma come un legame tra persone. Con ciò ovviamente è distrutta l’idea di fondo [del matrimonio] e la società, a partire dalle sue radici, diventa una cosa totalmente diversa.

    La consapevolezza che sessualità, eros e matrimonio come unione tra uomo e donna vanno insieme – “I due saranno una sola carne”, dice la Genesi –, questa consapevolezza s’attenua sempre di più. Ogni genere di legame sembra assolutamente normale: il tutto presentato come una specie di moralità della non-discriminazione e un modo di libertà dovuta all’uomo. Con ciò, naturalmente, l’indissolubilità del matrimonio è diventata un’idea quasi utopica che, proprio anche in molte persone della vita pubblica, appare smentita. Cosi anche la famiglia si disfa progressivamente.

    Certo, per il problema della diminuzione impressionante del tasso di natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi, che ci si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia come comunità durevole, nella quale può poi crescere la generazione futura.

    In questi ambiti, dunque, il nostro annuncio si scontra con una consapevolezza contraria della società, con una specie di antimoralità che si appoggia su di una concezione della libertà vista come facoltà di scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti, come non-discriminazione , quindi come approvazione di ogni tipo di possibilità, ponendosi così in modo autonomo come eticamente corretta.

    Ma l’altra consapevolezza non è scomparsa. Essa esiste, e io penso che noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra loro.

    Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte è possibile e credibile anche l’etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi in ogni direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e solo allora si può giungere alla vera giustizia.

    Penso che in ciò abbiamo davanti un grande compito: da una parte, non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo ma come dono nel quale ci è dato l’amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper “perdere la propria vita”; dall’altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in modo progressivo e nuovo.

    __________

    E il giorno dopo, ai vescovi tedeschi…

    Il giorno dopo l’incontro con i vescovi svizzeri, il 10 novembre, Benedetto XVI ha anche incontrato un gruppo di vescovi tedeschi in visita “ad limina”.

    Con questi suoi connazionali il papa si è soffermato su alcune questioni di notevole portata anche per la Chiesa universale. Tra le quali:

    1. La secolarizzazione

    “Ritengo che la Chiesa in Germania debba considerarla come una sfida provvidenziale e affrontarla con coraggio. Noi cristiani non dobbiamo temere il confronto spirituale con una società che dietro la sua ostentata superiorità intellettuale nasconde la perplessità dinanzi alle domande esistenziali ultime. Le risposte che la Chiesa trae dal Vangelo del Logos fatto uomo in verità si sono dimostrate valide nei confronti con il pensiero degli ultimi due millenni; hanno una valenza duratura. Rafforzati da questa consapevolezza, possiamo dare conto a tutti coloro che ci chiedono ragione della speranza che è in noi (cfr. 1 Pietro 3, 15)”.

    2. L’islam

    “Questo vale anche per i nostri rapporti con i fedeli delle altre religioni, soprattutto con i molti musulmani che vivono in Germania, e ai quali andiamo incontro con rispetto e benevolenza. Proprio loro, che osservano le loro convinzioni e i loro riti religiosi spesso con grande serietà, hanno diritto di ricevere la nostra testimonianza umile e salda in favore di Gesù Cristo. Per poterla dare con una forza persuasiva, occorre però un impegno serio. Per questo, nei luoghi in cui la popolazione musulmana è numerosa, dovrebbero essere disponibili degli interlocutori cattolici con conoscenze adeguate sia linguistiche sia della storia delle religioni, che li rendano capaci di dialogare con i musulmani. Questo dialogo, però, presuppone innanzitutto una solida conoscenza della propria fede cattolica”.

    3. La religione nelle scuole

    “Innanzitutto occorre preoccuparsi dei programmi di studio per l’insegnamento della religione, che devono essere ispirati al Catechismo della Chiesa Cattolica, affinché nel corso degli studi venga trasmessa la totalità della fede e delle consuetudini della Chiesa. In passato, non di rado il contenuto della catechesi veniva posto in secondo piano rispetto ai metodi didattici. La presentazione integrale e comprensibile dei contenuti della fede è un aspetto decisivo per l’approvazione dei libri di testo per l’insegnamento della religione. Non meno importante è anche la fedeltà degli insegnanti alla fede della Chiesa e la loro partecipazione alla vita liturgica e pastorale delle parrocchie o delle comunità ecclesiali nel cui territorio svolgono il loro lavoro. Nelle scuole cattoliche, inoltre, è importante che l’introduzione alla visione cattolica del mondo e alla pratica della fede, come pure l’integrale formazione cattolica della personalità, siano trasmesse in modo convincente non soltanto durante l’ora di religione, bensì durante tutta la giornata scolastica – non da ultimo attraverso la testimonianza personale degli insegnanti”.

    4. Le facoltà di teologia

    “Non si sottolineerà mai abbastanza che la fedeltà al ‘Depositum fidei’, così come viene presentato dal magistero della Chiesa, è per eccellenza il presupposto per una seria ricerca e un insegnamento serio. Questa fedeltà è anche un’esigenza dell’onestà intellettuale per chiunque svolge un compito di insegnamento accademico su incarico della Chiesa. I Vescovi hanno qui il dovere di dare il loro ‘nihil obstat’ da responsabili di vertice solo dopo un esame coscienzioso. Solo una facoltà teologica che si sente obbligata a rispettare questo principio potrà essere in grado di dare un contributo autentico allo scambio spirituale all’interno delle università”.

    5. I seminari

    “Al riguardo, il Concilio Vaticano II, nel suo decreto ‘Optatam Totius’, ha stabilito norme importanti che, purtroppo, non sono ancora state pienamente attuate. Ciò vale in particolare per l’istituzione del cosiddetto corso introduttivo prima dell’inizio degli studi veri e propri. Questo non dovrebbe soltanto trasmettere una solida conoscenza delle lingue classiche, che occorre espressamente esigere per lo studio della filosofia e della teologia, ma anche la familiarità con il catechismo, con la pratica religiosa, liturgica e sacramentale della Chiesa. Dinanzi al crescente numero di persone interessate e di candidati che non provengono più da una formazione cattolica tradizionale, un tale anno introduttivo è urgentemente necessario. Inoltre, durante questo anno lo studente può raggiungere una chiarezza maggiore sulla sua vocazione al sacerdozio. D’altro canto, le persone responsabili della formazione sacerdotale hanno la possibilità di farsi un’idea del candidato, della sua maturità umana e della sua vita di fede. I cosiddetti giochi delle parti con una dinamica di gruppo, i gruppi di autocoscienza ed altri esperimenti psicologici sono invece meno adatti allo scopo e possono creare piuttosto confusione ed incertezza”.

    6. Preti e laici

    “E importante che i profili specifici delle diverse missioni non vengano confusi. L’omelia durante la santa messa è un compito legato al ministero ordinato; quando è presente un numero sufficiente di sacerdoti e di diaconi, spetta a loro la distribuzione della santa comunione. Inoltre, continua ad essere avanzata la richiesta perché i laici possano svolgere delle funzioni di guida pastorale. A tale riguardo, non possiamo discutere le questioni che vi sono connesse solo alla luce della convenienza pastorale, poiché qui si tratta di verità della fede, vale a dire della struttura sacramentale- gerachica voluta da Gesù Cristo per la sua Chiesa. Poiché questa si fonda sulla Sua volontà come anche la delega apostolica poggia sul Suo mandato, esse sono sottratte all’intervento umano. Solo il sacramento dell’ordinazione autorizza chi lo riceve a parlare e ad agire ‘in persona Christi’”.

    Rispondi
  • 6. paolo prete  |  17 novembre 2006 alle 19:57

    Paolo Farinella, prete di Genova invia un Appello/Manifesto

    A tutte le Amiche e Amici, credenti e non credenti.

    Lettera aperta al papa

    con raccolta di firme contro il ritorno alla Messa di Pio V (1570-1962)

    e in difesa del Concilio Vaticano II.

    Uno spettro si aggira sulla Chiesa. Il papa Benedetto XVI si sta accingendo a pubblicare, forse per l’08 dicembre 2006 un «motu proprio» con cui concederà «come diritto» la facoltà di celebrare la Messa secondo il rito di papa Pio V del 1570 in vigore fino al 1962: rigorosamente in latino (ecclesiastico) e con il prete che dà le spalle al popolo. Si ritorna al pre-concilio, alla chiesa degli anni ’50. Un gruppo francese di Bordeaux è già stato autorizzato.

    Vogliamo dire al papa che in forza del diritto e della dottrina egli non può ripristinare la Messa di Pio V senza diventare complice di ciò che i fondamentalisti sono e rappresentano e della denigrazione costante a cui sottopongono il concilio e i suoi papi: Giovanni XXIII e Paolo VI.

    No! Noi non ci stiamo! Il rito di Pio V fu abolito da Paolo VI e sostituito con la riforma del Concilio che nemmeno il papa può abolire, modificare o rinnegare.

    L’indulto della Messa di Pio V riguarda prevalentemente i discepoli del vescovo Marcel Lefebvre e i nostalgici dei «bei tempi andati», i quali già cantano vittoria e vedono in questo cedimento papale il primo passo verso l’abrogazione ufficiale del concilio per essi erroneo se non scismatico.

    Qualcuno dirà che si tratta di una bega interna alla Chiesa e che quindi «come non credente»… passa all’ordine del giorno. Personalmente penso che sia una questione della massima gravità che dovrebbe interessare e appassionare tutti, credenti e non credenti. In Francia sta succedendo un putiferio.

    Se passa questa linea di ritorno al passato, vinceranno i fondamentalisti cattolici sostenuti e finanziati dalle estreme destre fasciste di tutto il mondo per un ritorno dello Stato e della politica ad essere la longa manus laica del potere ecclesiastico. La Messa di Pio V (1570) è una bandiera, un vessillo per una nuova battaglia di Lepanto contro il mondo moderno. I lefebvriani attribuiscono le cause dello sfacelo del mondo e della Chiesa al Concilio ecumenico Vaticano II. Sono contro la libertà religiosa, contro l’ecumenismo, contro la democrazia, contro lo Stato di diritto, contro la laicità dello Stato perché sono a favore solo di se stessi e con se stessi. Molta della politichetta in giro per il mondo è suggerita e sostenuta da costoro, che sostengono nel mondo dittatori (non rossi of corse!) e militari e come in Italia hanno sostenuto a spada tratta il governo e la maggioranza di Berlusconi. I nostri politici saranno i primi ad accorrere a parlar latino.

    Se passa questo indulto il concilio viene derubricato a semplice incidente della storia, messo da parte e affossato. E’ la politica che finora ha guidato la Cei sotto la gestione del cardinale Ruini che mirava ad un progetto culturale con cui condizionare la società italiana, specialmente oggi che è venuto a mancare il famigerato e cosiddetto partito cattolico, splendidamente sostituito dagli atei devoti.

    Il Convegno di Verona ne è un esempio e l’icona: ha dominato il clericalismo, ha zittito il laicato, ha dato visibilità alla facciata con dietro il vuoto assoluto: né progetto né cultura, né tanto meno Cristo e il Vangelo. Verona è stata l’apoteosi di Ruini e dei chierici pagani teo-con e la sconfessione del pur timido Tettamanzi. La Cei degli ultimi 15 anni pur di condizionare la politica e passando sopra ad ogni contraddizione morale, non ha esitato ad allearsi con uomini oscuri, faccendieri, evasori fiscali, corruttori, affiliati alla P2, divorziati e senza parvenza di etica come Berlusconi (vassalli, valvassori e valvassini incorporati) sempre pronti ad essere proni, pur di averne un tornaconto elettorale e politico. In questo progetto c’è l’ansia per dominare la gestione del potere, ma manca soltanto Cristo e la logica della Croce. C’è un grande malessere oggi nella Chiesa e nella società, dominate da un egoismo individuale e corporativo, dove ciascuno fa fatica a vedere «l’interesse comune» come dimensione e misura del bene personale.

    Poiché il tempo è breve, vorrei raggiungere 10.000 firme entro il 2 dicembre per avere il tempo di spedirle materialmente in Vaticano. Possiamo farcela, dobbiamo farcela.

    Chi conosce giornalisti della carta stampata o della tv, s’impegni a dare risalto a questa raccolta di firme con cui ci opponiamo allo sfascio del concilio, ad un ritorno al passato e ci apriamo alla speranza di un nuovo concilio da celebrare a Gerusalemme che abbia al centro i grandi problemi che assillano l’umanità a cominciare dalla pace in Medio Oriente.

    A quanti firmeranno, il mio grazie di cuore, a quanti non firmeranno, il mio grazie di cuore. Personalmente su questo fronte sono pronto a pagare qualsiasi prezzo, come sempre è stato, come sarà e come è giusto.

    Paolo Farinella, prete Genova

    Per firmare, ecco il link: http://appelli.arcoiris.tv/proconciliovaticano/

    Rispondi
  • 7. danielatuscano  |  17 novembre 2006 alle 22:25

    In questi interventi si sono assommati temi di tale importanza impossibili da esaurire in questa sede. Mi limiterò pertanto a cenni assai brevi, sperando di approfondire (anche e soprattutto grazie a contributi ben più autorevoli del mio) in futuro.

    1) Grazie a Gianna per avermi segnalato il link di Arcoiris con annesso commento. Il fenomeno dell’analfabetismo di ritorno è tristemente diffuso nella scuola italiana e non se ne parla mai abbastamza. Proprio oggi cercavo di far riflettere i miei studenti sull’importanza della lettura per evitare di diventare dei marziani, gente cioè che magari usa gli stessi vocaboli – parlare di “grammatica” mi sembra impegnativo… – senza però capirsi veramente. L’analfabetismo di ritorno crea una nuova Babele, il ritorno al caos. E il caos abbrutisce, è portatore di violenza, di inciviltà. Il caso del ragazzo malmenato ne è solo un esempio. Senza cultura non accettiamo l’altro e, alla fine, nemmeno noi stessi.

    2-3) La Chiesa non è un ente assistenziale e bene ha fatto il Papa a ricordarlo. La Chiesa non deve rinunciare alla sua missione principale che è annunciare Cristo. I sacerdoti non sono degli operatori sociali ma uomini di Dio. Il problema è che annunciare Cristo significa vivere alla luce del Vangelo e quindi dare un concreto esempio di radicalità evangelica. Bene individuare le cause vere e profonde della fame, delle guerre ecc., doveroso puntare il dito sui responsabili di questa situazione, ma se poi si scende a patti con chi (penso ai vari governi) mantiene un sistema disumano per stigmatizzare sempre e soltanto i comportamenti “immorali” gli annunci diventano poco credibili, velleitari e generici, non servono insomma a nulla e nessuno, a partire dai potenti, li prende sul serio.

    Ho dato atto al Papa di essersi occupato, per una volta tanto, di problemi reali e non di sesso come al solito, ma da quanto ho letto dai vostri successivi scritti questa gerontocrazia vaticana sta per riservarci l’ennesima cocente delusione.

    4-5) Il cristianesimo di Testori deve essere ancora adeguatamente studiato, di là da ideologismi d’accatto. Magister, invece, ha poco da parlare di smascheramenti: dovrebbe chiudere la ciabatta e stop. In linea di massima diciamo così: è vero che per alcuni (ma, al contrario di Magister, NON mi riferisco ai cattolici orrendamente definiti “progressisti”) la Chiesa dovrebbe occuparsi solo dei problemi inerenti alla fame, alla povertà ecc. dimenticando la morale e anche la fede, e ciò è errato. La Chiesa non è un S.p.A. della beneficenza, lo dicevo anche prima. E’ pure vero che una riflessione sui grandi temi etici deve interessare chiunque, è vero che nelle società secolarizzate si tendono a sfaldare i legami tradizionali (è sempre stato così) e l’ideologia materialista celebra e santifica il capriccio individuale per sé stesso, ma ciò è cagionato da fattori diversissimi tra loro; i fondamentalisti, invece – e con essi, mi spiace davvero dirlo, il Papa – ne attribuiscono la colpa esclusivamente a certi “depravati”, l’avevo affermato all’indomani dell’elezione di Ratzinger al soglio pontificio e i fatti mi stanno purtroppo dando ragione.

    6) L’appello anti-Messa latina va in questa direzione, perché attraverso la concessione papale i fondamentalisti anti-conciliari riprenderanno fiato e troveranno legittimazione. Il cammino verso lo sfaldamento del Vaticano II è in atto, e con ciò si darà un calcio all’ecumenismo, al dialogo con le differenti culture, all’universalità del messaggio cristiano per trincerarsi in una fortezza medievale eurocentrica e crociata, dove Gesù diventa il simbolo civile dell’Occidente schierato non solo contro l’Islam, ma anche contro la società moderna.

    Ricordo che al tempo del Concilio i padri presentarono due differenti titoli per un capitolo fondamentale degli Atti: La Chiesa “e” il mondo contemporaneo e La Chiesa “nel” mondo contemporaneo. Prevalse il secondo, e una semplice preposizione articolata compì la rivoluzione. Nel primo caso, sostenuto dalla corrente conservatrice, si voleva porre l’accento sulla diversità – intesa come gelosa auto-esclusione – della Chiesa, “mondo a parte” perfetto e immutabile, dall’universo profano e peccatore, nel secondo, in linea col precetto evangelico, si sottolineava l’appartenenza della Chiesa alla famiglia umana e la sua volontà di mescolarsi e di portare la testimonianza della Parola in mezzo agli uomini d’oggi.

    Da un po’ di tempo a questa parte la corrente conservatrice ha ripreso forza e il ritorno alle contrapposizioni frontali è ormai quasi del tutto avvenuto, col benestare vaticano.

    Nella realtà senza Dio la Chiesa si arrocca quindi tra le sue quattro dorate mura, timorosa e diffidente, con poca speranza nello Spirito. Al punto da affidarsi, come il Papa al tempo di Carlo Magno, al braccio secolare – non importa se credente o meno, non importa quanto fedele al Vangelo, basta sia disposto a soddisfare gli interessi immediati, e molto terreni, dell’orticello clericale -.

    Il guaio è che come alleati si ritrova ben altri che un Carlo Magno.

    Rispondi
  • 8. massimo del papa  |  18 novembre 2006 alle 21:52

    IL PREMIO

    Cari ragazzi che avete torturato un vostro compagno disabile e adesso vi siete pentiti: voi siete delle merde. Merde in progress, più esattamente. Diverrete stronzi grandi e grossi, ma non cambierete. Siete molto più “minus habens” della vostra vittima, siete voi i minorati. Se vi foste limitati a fare quello che avete fatto, basterebbe definirvi dei perdenti, dei falliti. Ma è il modo in cui oggi lo “spiegate”, a non lasciarvi scampo. A fare di voi dei sottouomini. Vi discolpate. Cercate motivazioni. Scuse. Dite: non mi rendevo conto, stavamo giocando, non pensavo d’essere io.
    Ma non è possibile non ricordare una viltà così crudele come quella compiuta su chi non poteva difendersi. Non ha senso cavarsela spiegando la matrice ludica dell’atto: anche i nazisti (ai quali inneggiavate) in lager uccidevano per gioco. La dissociazione non convince, se la limitate a quell’unico atto. E non potete piagnucolare adesso, solo adesso, perchè vi hanno scoperti dopo cinque mesi di omertà, di vanterie, di assoluta serenità, di proiezioni delle vostre gesta con cui vi siete divertiti, esaltati (allora lo sapevate, d’essere chi siete…). Nessuno di voi ha preso la sua colpa senza condizioni: cercate attenuanti, per quanto improbabili o – l’abbiamo detto che siete dei minorati – demenziali. Non v’importa di andare a trovare quel vostro compagno umiliato. Non l’avete cercato. Questo coraggio non l’avete. Questa dignità non vi sfiora. Non vi interessa guardarlo in faccia per capire, dai suoi occhi, se meritate una possibilità. Non siete pentiti. Siete solo sporchi, come chi vi ha allevato. Dite di non esservi resi conto dell’orrore inscenato. Scegliete: o mentite, e allora siete mostri. O siete sinceri, e in questo caso siete, appunto, mentalmente inferiori. Voi, non il ragazzo che avete torturato (è la parola giusta, perchè c’era in voi volontà di far soffrire, e di provarne piacere). Uno di voi si è giudicato con un’autoassoluzione: ho fatto una solenne cazzata. Una cazzata?
    Non meglio di voi è la vostra classe, che rideva, rideva mentre consumavate le sevizie. Non uno – non uno – si è alzato, nel vostro filmetto, in soccorso del capro espiatorio, per porre fine allo scempio. Le conseguenze più imbarazzanti del vostro nazismo privato, anzi, deliziavano tutti. E non crediate che un ragazzo così non capisca: capisce tutto, avverte tutto. Sorride perchè è mite, perchè sa di non potersi difendere. Di essere solo contro un mondo che lo disprezza, lo odia, lo vuole cancellare. Tutto il dolore di quel sorriso non lo lascerà più.
    Cari ragazzi e ragazze: voi avete ucciso una speranza. In chi avete annientato come essere umano, e in chi ha avuto la disgrazia di osservarvi all’opera. Né voi, né le vostre famiglie hanno speso una parola per questo, in segno di partecipazione di un ragazzo che, rispetto a voi, ha la colpa di essere “difettoso” e di non poter conoscere Amore. Per tutti, l’unica priorità, adesso, è quella di proteggervi. Da chi? Da voi stessi?
    È inutile, cari ragazzi: siete i vermi che vi mangiano vivi, siete gli zombi di voi stessi. Siete carne morta. Non farete niente di buono a questo mondo, dove siete di troppo. Siete abituati, voi, alla comprensione. A buon diritto, v’incitano a rifarvi. Una cosa che quel vostro compagno non può più. Vi auguro di comprendere la proporzione del male provocato, e che questa consapevolezza non cessi di infettarvi, come una piaga che vi fa marcire. Ma non m’illudo. Perchè siete sottouomini. Vi aspetto presto su tutti gli schermi, in tournée, naturalmente a tariffa. A qualche reality. O sui giornali, come opinionisti. Sarete premiati, per lo scempio compiuto.

    Massimodelpapa

    Rispondi
  • 9. danielebausi  |  21 novembre 2006 alle 18:49

    Oggi, purtroppo, si parla di bullismo; il ragazzo down picchiato e offeso, i bambini legati con lo scotch dalla maestra, ma anche quello contro i gay non è da meno.
    Forse perchè non se ne parla, o forse perché non viene testimoniato dai diretti interessati, o forse perché non fa notizia.
    Anche io non venivo accettato dai miei compagni alle medie perché ero troppo effeminato e quindi “finocchio” era il saluto quotidiano quando ti rivolgevano la parola. Si facevano i gruppi di studio ed io ero sempre escluso fino al momento che la professoressa imponeva la mia presenza in uno. Ma i compagni si spostavano tutti da un lato lasciandomi isolato da una parte e mai venivo interpellato. Io accettavo qualsiasi cosa dicessero purchè non mi offendessero.
    Avevo il rifiuto totale e il terrore di andare a scuola ogni mattina. Mi alzavo con la speranza che oggi sarebbe andata meglio e “pagavo” il loro silenzio con la merenda o con dei giornali di sport che in casa venivano via via destinati ai rifiuti. Ma non bastava; sullo schienale della mia sedia, con un grosso pennarello nero, scrissero “buco” e i fiorentini sanno il significato.
    I professori restavano passivi a tutto ciò e mai una volta mi avessero chiesto come stavo o altro.
    Uno di loro, che era il bullo di turno, una mattina mi prese a schiaffi e tutti gli altri gli stavano intorno ridendo e offendendo. Cercavo di andare in bagno sempre durante le ore di lezione in modo da non incontrare nessuno altrimenti mi mettevano le mani addosso toccandomi o facendomi toccare prendendomi per i capelli e facendomi sbattere la faccia contro il loro “pacchi”.
    Anche gli sputi fecero la sua comparsa per un certo periodo: mentre il prof di turno spiegava, il compagno seduto dietro di me mi sputava in testa.
    Quella volta reagii ma le conseguenze furono disastrose.
    Molte volte ho pianto nella mia stanza ma anche non dicevo niente ai miei perchè avevo il timore di non essere creduto.
    Non è credibile quanta cattiveria e crudeltà possa nascondersi in un ragazzo di 12-14 anni.
    L’ora di ginnastica era la peggiore di tutte, facevo di tutto per dimenticarmi le scarpe o la tuta. Volevo evitare a tutti costi che si ridesse di me per come mi muovevo o per come correvo.
    Solo in terza media le cose cominciarono ad andare un po’ meglio. Rimaneva il soprannome ma mi accettarono un po’ di più nei gruppi di studio e feci addirittura qualche comparsa in qualche festa.
    In prima superiore le cose andarono meglio. Forse per la presenza di due ripetenti e quindi avendo un anno di più degli altri venivano idolatrati come esempi da seguire.
    Anche io ero ripetente della prima media. Bocciatura dovuta alle conseguenze dei fatti raccontati sopra.
    Mi presero in simpatia e stringemmo una bella amicizia e devo dire che mi aiutarono molto a superare certi complessi che nei quattro anni precedenti mi ero creato.
    Oggi, a 41 anni, mi accorgo le cose non sono affatto cambiate e le stesse violenze e lo stesso fenomeno di bullismo esiste ancora nelle scuole. E questo mi addolora.

    Rispondi
  • 10. danielatuscano  |  22 novembre 2006 alle 22:36

    Già da qualche giorno ho in mente un articolo sul bullismo, come impropriamente viene chiamata la violenza giovanile ai danni delle cosiddette minoranze, non solo disabili, ma anche ragazze (le più perseguitate da sempre, per una cultura che affonda nella notte dei tempi: recentissima la notizia della dodicenne stuprata) e, senza dubbio, omosessuali. Di questi ultimi si parla poco per un colpevole imbarazzo, pregiudizio e vergogna anche da parte del corpo docente. Del resto, da qualche parte almeno, la situazione non è così drammatica come 25-30 anni fa. Da parte mia, cerco di mettere sempre a proprio agio gli studenti parlando di tutte le diversità, senza escluderne nessuna (o quasi). Studenti disabili ne ho avuti, gay qualcuno, ragazze tantissime, sempre, ed è dai programmi scolastici che bisogna partire, dalla letteratura, per abbattere le discriminazioni.

    Rispondi
  • 11. rino  |  23 novembre 2006 alle 7:23

    da “la Repubblica”

    Inventa rito maya per stuprare una bimba

    Consegnata dalla madre che voleva una casa. L´incontro in chat

    BOLOGNA – Il sacrificio rituale di una vergine per ottenere una casa popolare. Una ragazzina di 13 anni “concessa” dalla madre ad un amico, conosciuto via-chat, che dice d´essere un agente segreto esperto in antichi riti esoterici maya. Una trama da romanzo a basso costo. E invece è una storia vera. Il “gran sacerdote” è una guardia giurata di 40 anni, uno che girava con la pistola nella fondina e aveva la casa piena di maschere d´ogni parte del mondo mescolate a immagini sacre, piccoli altari cristiani, la capanna della natività sullo scaffale pieno di libri esoterici. L´hanno arrestato a Bologna, Antonio Laneve, 40 anni, di Taranto, fino a qualche tempo fa uomo della security all´aeroporto Marconi. Accuse gravissime: sequestro di persona, violenza aggravata su minori. La vittima è una ragazzina di 13 anni, abusata nella stanza degli orrori con le pareti tappezzate di maschere tribali nel giorno del suo compleanno.
    Lui e la madre della bambina si sono conosciuti su internet un anno fa. Per lei, Antonio era solo un nickname: “Kavajo”. Dagli incontri virtuali a quelli nella vita reale il passo è breve. Antonio entra in casa, conosce le tre figlie della donna, assume un atteggiamento “protettivo” nei confronti della più piccola, 13 anni. La sua è una famiglia difficile, seguita dai servizi sociali. Antonio, che in gioventù voleva fare il carabiniere ma viene rifiutato dall´Arma, dice che risolverà tutto. «Conosco un antico rito magico maya per avere la casa – dice alla donna – ma occorre una vergine. Tua figlia». Una mattina di ottobre dell´anno passato la bimba sale su un treno a Modena, dove abita con la famiglia, per raggiungere Antonio a Bologna. La madre non sembra preoccupata. Forse è proprio lei ad accompagnare la figlia in stazione, circostanze che la polizia riferirà alla Procura per i minori. Laneve è lì che l´aspetta, alla stazione di Bologna. La fa salire sullo scooter, poi via di corsa a casa. Giù le tapparelle. Luci basse. Poi, lo stupro.
    La bambina cerca di difendersi, ma l´uomo è forte, la prende a calci, la minaccia con la pistola. Dura un´ora il “rito propiziatorio”. E Antonio alla fine cerca di recitare l´improbabile copione del padre-padrone affettuoso. Prende per mano la sua piccola vittima, la porta in un ipermercato e le regala le scarpe da tennis che lei desiderava tanto. «È il tuo compleanno – dice – questo è il mio regalo. Ma tu non dire niente a nessuno». Un silenzio durato otto mesi. Ma a scuola, durante una lezione di educazione sessuale, la bambina scoppia in un pianto eloquente. Un´amica e gli insegnanti raccolgono il terribile segreto custodito per mesi, contattano la famiglia, scatta la denuncia. E intanto un´amica della bambina violentata tende un tranello all´orco. Cerca “Kavajo”sul web, lo trova, dice di interessarsi di esoterismo, e lui abbocca. Le manda una foto in passamontagna e fucile e le descrive un rito del tutto identico a quello sfociato nello stupro. L´altra mattina, perquisizione e arresto: a casa di Antonio Laneve la polizia trova la pistola con la quale ha minacciato la ragazzina, oggetti fallici, un fucile, pallottole, due pc e una web cam. Nella memoria al silicio del computer, un file inviato a qualcuno il giorno stesso dello stupro. E adesso la polizia delle telecomunicazioni dovrà scoprire a chi era destinato quel “file” e se ci sono tracce di altri “sacrifici maya”.

    Rispondi
  • 12. massimiliano frassi  |  24 novembre 2006 alle 17:12

    La contabilità del dolore.

    Sono dieci milioni le donne italiane che negli ultimi 5 anni hanno subito una grave forma di maltrattamento o di abuso.
    Una cifra abnorme. Impensabile. Così grande da apparire irrreale, malgrado la sua tragica verità.
    Dieci milioni di donne su una popolazione di poco più di 60 milioni significa che se camminiamo per strada, ogni sei persone una, di sesso femminile però, è stata maltrattata. In molti casi porterà quei segni per tutta l’intera sua esistenza. E la sua infelicità ricadrà su quella di chi le sta intorno, tranne, purtroppo, di quelli che l’hanno ferita.
    Dieci milioni di donne maltrattate significa, almeno quasi altrettanti aguzzini. La maggior parte dei quali impuniti. Liberi nella libertà di abusare.
    Arroganti e spavaldi. Pronti a reiterare quanto già hanno fatto.
    Mai stati meglio in una società come questa. Sempre così accondiscendente verso i carnefici, sempre così sorda verso le vittime.
    In provincia di Imperia un prete ha patteggiato la condanna per abusi su una quarantina di ragazzini pagando 4.000 euro di multa. Come dire, cento euro a bambino.
    Davanti a queste cifre, io che con la matematica ho sempre fatto a pugni, mi arrendo. E vi chiedo, per quanto ancora potremo tollerarle? Fino a quando sceglieremo di stare in passivo silenzio?
    Poiché se non saremo in grado di azzerare questo debito verso la parola civiltà, tutti quanti noi avremo perso. E gli unici ad uscirne indenni saranno quelli che hanno oltraggiato il corpo e l’anima di vostra madre, vostra sorella, vostra figlia.

    Rispondi
  • 13. andrea  |  25 novembre 2006 alle 23:41

    Avete sentito della spia russa che indagava sul delitto della Politkovsakia e che prima di morire ha accusato Putin? è terribile. io penso proprio che l’informazione ai potenti fa paura e quando non possono controllarla non si fanno scrupolo di ricorrere a soluzioni FINALI degne di Hitler. Vergogna.

    Rispondi
  • 14. donatella  |  25 novembre 2006 alle 23:43

    Ma ormai siamo fuori di testa…

    Non solo il pestaggio del ragazzo disabile nella scuola di Torino Internet pullula di video in cui gli studenti italiani si danno al teppismo in classe

    C’E’ un gruppo di studenti che arraffa il giornale del professore lo arrotola e glielo lancia addosso. Lui, il prof, resta seduto al suo posto, immobile, spaurito, ritirato e impotente davanti a quella che non è più neanche maleducazione. E’ violenza. Poi ci sono alcuni liceali o comunque vicini alla maggiore età che, chiusi in un’aula, a un segnale prestabilito, lanciano sedie contro un muro rischiando anche di colpire un compagno. Il tutto tra urla di incitamento e imprecazioni, in un crescendo di rabbia che ha poco di infantile. Che fa paura.

    E poi c’è lui, maglia bianca e sguardo strafottente che buca il videofonino. Impugna una pistola passa dietro al professore e gliela punta alla tempia. La classe ride mentre il docente tenta disperatamente di ignorare il “pistolero”, concentrandosi su un salvifico registro di classe. Prende tempo il professore, poi si gira, lento e si trova la pistola in faccia. Sorride disorientato. L’altro insiste, si volta verso i compagni e punta la pistola contro la camera. Tutti ridono. Il professore è paralizzato al suo posto, a testa china.

    Storie di ordinaria violenza nella scuola italiana. Non è Bowling for Columbine, ma qualcosa comincia a rompersi, qualche limite, forse, sta pericolosamente crollando. Il caso del ragazzo disabile maltrattato dai compagni nella scuola di Torino e ripreso dal telefonino, è solo uno dei tanti a disposizione della Rete. Dove proliferano – e cronologicamente, da prima – immagini e filmati degli studenti italiani trasformati in una specie di orda barbarica. C’è sempre un sodàle che riprende tutto, divertendosi un mondo: sedie che volano, grida furiose e autoeccitate, droga, calci, pugni, bullismo all’ennesima potenza. Poi ci pensano Google e Youtube a fare il resto. Così, qualcuno potrà dire “io sono su internet”, i video circoleranno e i protagonisti penseranno di essere diventati famosi perché quel filmato avrà scalato la classifica di gradimento del sito. [continua a leggere l’articolo – Fonte la Repubblica http://www.sidoli.org/openxlink.shtml?http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/bullismo/bullismo-video/bullismo-video.html%5D

    Rispondi
  • 15. donatella  |  25 novembre 2006 alle 23:46

    Ma ormai siamo fuori di testa…

    Non solo il pestaggio del ragazzo disabile nella scuola di Torino Internet pullula di video in cui gli studenti italiani si danno al teppismo in classe

    C’E’ un gruppo di studenti che arraffa il giornale del professore lo arrotola e glielo lancia addosso. Lui, il prof, resta seduto al suo posto, immobile, spaurito, ritirato e impotente davanti a quella che non è più neanche maleducazione. E’ violenza. Poi ci sono alcuni liceali o comunque vicini alla maggiore età che, chiusi in un’aula, a un segnale prestabilito, lanciano sedie contro un muro rischiando anche di colpire un compagno. Il tutto tra urla di incitamento e imprecazioni, in un crescendo di rabbia che ha poco di infantile. Che fa paura.

    E poi c’è lui, maglia bianca e sguardo strafottente che buca il videofonino. Impugna una pistola passa dietro al professore e gliela punta alla tempia. La classe ride mentre il docente tenta disperatamente di ignorare il “pistolero”, concentrandosi su un salvifico registro di classe. Prende tempo il professore, poi si gira, lento e si trova la pistola in faccia. Sorride disorientato. L’altro insiste, si volta verso i compagni e punta la pistola contro la camera. Tutti ridono. Il professore è paralizzato al suo posto, a testa china.

    Storie di ordinaria violenza nella scuola italiana. Non è Bowling for Columbine, ma qualcosa comincia a rompersi, qualche limite, forse, sta pericolosamente crollando. Il caso del ragazzo disabile maltrattato dai compagni nella scuola di Torino e ripreso dal telefonino, è solo uno dei tanti a disposizione della Rete. Dove proliferano – e cronologicamente, da prima – immagini e filmati degli studenti italiani trasformati in una specie di orda barbarica. C’è sempre un sodàle che riprende tutto, divertendosi un mondo: sedie che volano, grida furiose e autoeccitate, droga, calci, pugni, bullismo all’ennesima potenza. Poi ci pensano Google e Youtube a fare il resto. Così, qualcuno potrà dire “io sono su internet”, i video circoleranno e i protagonisti penseranno di essere diventati famosi perché quel filmato avrà scalato la classifica di gradimento del sito. [continua a leggere l’articolo – Fonte la Repubblica http://www.sidoli.org/openxlink.shtml?http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/scuola_e_universita/servizi/bullismo/bullismo-video/bullismo-video.html%5D

    Rispondi
  • 16. rino  |  2 dicembre 2006 alle 9:24

    Da la Repubblica, per riflettere

    I ragazzi, l´angoscia e l´autolesionismo

    CORRADO AUGIAS

    Caro Augias, alcuni quotidiani hanno riportato un dato allarmante: secondo statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la prima causa di morte tra i ragazzi dai 15 ai 25 anni è il suicidio: 8 per cento dei decessi in questa fascia d’età. Un altro dato mi pare ancor più allarmante, la notizia non ha sorpreso nessuno. Come giustificare una così macroscopica distrazione da parte dei mass media?

    Forse si è voluto minimizzare una rilevazione non del tutto attendibile, benché la cosa suoni strana vista la consistenza scientifica dell’Oms. Certo che incidenti stradali ed eccessivo consumo di alcolici la fanno da padrone nella cause di mortalità giovanile.

    Da giovane ormai adulto trentenne vedo attorno a me ragazzi, in particolare adolescenti, sballottati da un mito all’altro: nuove bevande, sempre più subdolamente soft, come fattore di socializzazione; auto e velocità come segno di forza; rapporto uomo donna come aspra decalcomania delle gigantismo pornografico. Miti del successo, promesse virtuali che attecchiscono in coscienze svuotate.

    Mi torna alla mente una frase detta dal protagonista di Roger Dodger, film non di cassetta di qualche anno fa, che pressappoco faceva: «sono un pubblicitario, il mio mestiere è rendere infelice la gente e poi proporre il prodotto che prometta di lenire il loro dolore».
    Talvolta il prodotto non basta, ed il sistema del profitto mostra i limiti in termini sociali. Non c’è più spazio per la meglio gioventù.

    Marco Lombardi

    lombardimarco77@libero.it

    Non conosco la disaggregazione dei dati dell’Oms né i criteri con i quali sono stati raccolti, elementi fondamentali per valutare una statistica. Ciò che salta comunque all’occhio è che nei paesi europei esiste un’ampia fascia di disagio giovanile, una specie di angoscia magari inavvertita che sfocia in comportamenti teppistici o di autolesionismo.

    Negli ultimi anni le società affluenti hanno conosciuto mutamenti così rapidi e vistosi da diventare in qualche caso traumatici. Quando si verificano fenomeni di questa imponenza sono i giovani a risentirne di più, i meno attrezzati, coloro che si trovano in attesa di entrare nel mondo degli adulti: lavoro, famiglia, sicurezza, cose non facili da raggiungere al momento.

    La società dei consumi, lo stimolo della pubblicità, il carosello delle innovazioni tecnologiche (elettroniche in particolare) ha portato a una specie di esplosione dei desideri, di epidemia contagiosa che investe gli oggetti e gli esseri umani: voglio possedere quel motorino, quel telefonino, voglio possedere quella ragazza.

    Gli psicologi insegnano che l’aggressività può manifestarsi in uguale misura verso l’esterno o verso l’interno, verso gli altri o verso se stessi. Bisognerebbe introdurre dei contrappesi, esempi efficaci che andassero in senso contrario, reintroducendo un senso del limite. Ma chi può farlo oggi, di fronte a dei giovani, senza cadere nel ridicolo del parruccone moralista?

    So per certo che ai miei tempi (ecco affiorare il vecchio moralista, lo so) eravamo tutti consapevoli che i tempi dell’attesa sarebbero stati lunghi, l’esito incerto. Molti di questi ragazzi sembrano non saperlo più, la loro impazienza è bruciante come le loro vite così spesso consumate in un lampo, una corsa ubriaca in auto verso un’alba che non arriverà.

    Rispondi

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