ACQUA: FONTE DI VITA O DI… GUADAGNO?

23 novembre 2006 at 16:27 8 commenti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

L’acqua, dono della Natura, sta assumendo grande importanza a livello economico e politico nel nostro Paese e nel Mondo.   

Noi vorremmo affermare il riconoscimento dell’acqua come diritto umano di ogni essere vivente e in quanto tale salvaguardare l’acqua come BENE COMUNE, come dono  da non sprecare , da distribuire nel rispetto dei criteri di efficacia, efficienza ed economicità, senza puntare al lucro.

Questi concetti sono bene esplicitati nella campagna “Portatori d’acqua” che potete trovare sui siti www.portatoridacqua .it   e www.contrattoacqua. it   e che è stata lanciata a Milano nel luglio scorso.

La campagna  ha elaborato una proposta di legge popolare la cui raccolta firme partirà a gennaio,  ma anche proposte di approfondimento con schede di lavoro e materiale specifico per i ragazzi dalle elementari alle superiori. Chi è interessato può rivolgersi direttamente alla segreteria della campagna. ( via Rembrandt, 9  20147 Milano tel 02.48703730   fax 02.4079213).

In Lombardia Formigoni in agosto  ha fatto approvare una legge per privatizzare l’acqua.

A Milano è nato il “comitato milanese per l’acqua” per contrastare l’intenzione della sindaca Moratti di ricollocare il servizio idrico, ora affidato a MM il cui pacchetto azionario è totalmente nelle mani del Comune, in AEM, il cui pacchetto azionario è invece prevalentemente privato (solo il 34 % è in mano pubblica).  Risultato:  il servizio idrico cittadino verrebbe privatizzato.

Il comitato sta raccogliendo le firme. Entro il 15 dicembre vorremmo presentare al sindaco le prime 5000 firme. Vi mando in allegato il foglio petizione per  raccogliere le firme tra i residenti e abitanti di Milano dai 16 anni in su. E’ gradita la collaborazione per la raccolta firme i cui fogli vanno consegnati nei punti di raccolta indicati.

Grazie per l’attenzione

Amalia Navoni amalia.navoni@fastwebnet.it

Tel e fax 02.38002691

Il Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua plaude al Governo che ricorrerà contro la legge regionale sui servizi pubblici

La legge lombarda sull’acqua è da cancellare!

Emilio Molinari: “Anche in Lombardia l’acqua deve restare pubblica”

“La nuova legge sull’acqua della Regione Lombardia deve essere cancellata. È’ questo il commento del Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua  alla notizia che il Consiglio dei Ministri (di venerdì 6 ottobre) ha deciso di ricorrere per incostituzionalità contro la legge sui servizi pubblici (tra cui appunto l’acqua), approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia a fine luglio.

La legge regionale n. 18/2006 prevede per gli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali, coincidenti coi territori delle province) l’obbligo di separare l’erogazione dalla gestione dei servizi idrici, creando nuovi “carrozzoni” e moltiplicando i Consigli di Amministrazione. Ma quel che è peggio obbliga, unica in Italia, a mettere a gara l’erogazione dei servizi idrici, cioè il core business dell’acqua.

Contro questi due aspetti il Governo Prodi, su iniziativa del Ministro Paolo Ferrero, ha deciso di impugnare la legge lombarda per incostituzionalità .

Bene: il Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua plaude al Governo Prodi, la cui decisione va nella direzione più volte dichiarata di impegnarsi per la gestione pubblica dell’acqua. Il nostro Comitato aveva già espresso giudizi fortemente critici sulla nuova legge regionale lombarda. In ogni caso noi andremo avanti nella nostra denuncia, raccogliendo il dissenso dei cittadini, dei movimenti, delle istituzioni che rifiutano la privatizzazione dei servizi idrici. Il nostro intento è quello di coalizzare tutte quelle forze che lottano affinché l’acqua resti nel nostro paese totalmente in mani pubbliche.”

Ricordiamo inoltre che c’è aspetto particolarmente grave, illegittimo ed incostituzionale della legge regionale che il Contratto Mondiale sull’Acqua intende contestare e che riguarda i cittadini milanesi. Si tratta dell’anomalia dell’ATO della città di Milano, per il quale la legge prevede una specifica deroga, per la quale mentre tutti gli ATO della regione devono andare a gara obbligatoriamente, l’ATO di Milano in barba ad ogni legge sulla concorrenza e sui servizi può far assorbire direttamente la propria acqua dalle private AEM prima e ASM di Brescia poi.

Su questo fronte dichiara Molinari: la Sindaca Moratti ha annunciato che intende ricollocare il servizio idrico, ora affidato a MM il cui pacchetto azionario è totalmente nelle mani del Comune, in AEM il cui pacchetto azionario è invece prevalentemente privato (solo il 34 % è in mano pubblica).  Risultato:  il servizio idrico cittadino verrebbe privatizzato e affidato alla SPA Azienda Energetica Milanese, agli intrecci societari di questa con Edison e indirettamente con il colosso francese EdF. Per non parlare dell’intento di fondere la AEM di Milano con ASM di Brescia, pure questa in parte privatizzata e con l’acqua già inglobata”.

Le associazioni milanesi, la società civile, La Camera del Lavoro, hanno già dato vita ad un Comitato Cittadino per L’acqua Pubblica e invitano tutti i cittadini, i lavoratori la cultura milanese, gli studenti, a far sentire la loro voce: l’acqua di Milano resti ai milanesi e ad una gestione pubblica e da loro partecipata.

Comitato Italiano del Contratto Mondiale sull’Acqua

Milano,  07 ottobre 2006

********

Ce ne accorgiamo solo ora, solo in quest’ultimo periodo si comincia a parlarne, ma è attorno all’acqua, e non al petrolio, che si sono concentrati gli interessi del capitale mondiale. L’acqua, l’elemento più semplice, oseremmo dire il più banale del mondo, che san Francesco chiamava “humile et pretiosa et casta”. “Pretiosa”, infatti, “preziosa”, soprattutto nel linguaggio medioevale sembrava quasi un ossimoro accostata agli altri due attributi. Ma “pretiosa” davvero, ché senza di essa non si può sopravvivere; l’acqua ci riporta all’essenzialità, al ventre materno, alla purezza, alla linearità. Alla castità, appunto, fisica e morale. Un mio amico si domandava come si può tollerare di comprare una bottiglietta d’acqua naturale pagandola 1/1.5 euro. A conti fatti, constatava, è più cara della benzina.

Le cose stanno in questi termini. Ma, se ci si pensa bene, l’insensatezza viene da molto più lontano: dal fatto stesso di comprare acqua minerale. L’Italia è il Paese dove il consumo in bottiglia è il più elevato d’Europa. Se ripenso all’acqua di Milano, la cara, vecchia acqua di “rubinetto” che mandavo giù a caraffate da bambina, magari ravvivandola con le cartine della Frizzina… mi sembra di aver vissuto in un sogno, o in una fiaba dai contorni sfumati, abbacinanti.

Ci hanno convinti, impercettibilmente ci siamo lasciati convincere che quell’acqua non era “più buona”. Ce la teniamo ben stretta, la paghiamo a peso d’oro, anzi di… acqua, perché sappiamo, sappiamo che ce n’è così poca… Davvero ce n’è poca?

No, l’acqua sarebbe sufficiente per tutti. Se la sprecassimo meno. Se inquinassimo meno i pozzi. Se, a partire da casa nostra, amassimo di più il bene pubblico, e lo considerassimo davvero la nostra casa, non una spazzatura comune.

Nel film Mery per sempre il protagonista Michele Placido lo dimostrava chiaramente agli attoniti alunni-carcerati: in Sicilia manca l’acqua perché c’è la mafia. Vi hanno chiuso le fonti idriche e ora vi fanno pagare quello che è un vostro semplice, sacrosanto diritto.

Rammenta Stefano Cecere: “L’acqua non si può ‘vendere’ (almeno non ancora completamente), ma semplicemente ‘distribuire’.. quindi quello che paghi è il confezionamento (in super bottiglie di plastica) e il trasporto (spesso diverse centinaia di chilometri)”.Ma mentre la benzina, prosegue Stefano, arriva da molto lontano, subisce dei processi di raffinazione molto dispendiosi e inquinanti, centinaia di migliaia di persone muoiono per farcela avere…, per l’acqua “humile et casta” non sono certo necessarie tutte queste operazioni.Funziona così nel “mondo alla rovescia”: accapigliarsi per inezie, senza (voler) capire che la Natura attorno alla quale astrattamente discettiamo ci ha abbandonati da un pezzo al nostro destino di morte e di assurdità.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2004/11/30/fino-allultima-goccia-dicembre-2003/, www.acquabenecomune.org)

N.B.: L’articolo è stato poi pubblicato anche sul numero di gennaio 2007 di “Tempi di Fraternità”

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BLOCCO DEL TRAFFICO E… NUOVE AUTOSTRADE! SEPARATISMO EDUCATIVO, PROVOCAZIONE O NECESSITA’?

8 commenti Add your own

  • 1. anna polo  |  24 novembre 2006 alle 19:24

    Mi sembra un’iniziativa da appoggiare, ecco il testo della petizione

    anna

    PETIZIONE POPOLARE CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA DI MILANO

    Lo scorso settembre 2006, la sindaca Moratti ha annunciato l’intenzione del Comune di Milano di inglobare la Metropolitana Milanese (a capitale pubblico) che gestisce il servizio idrico della città nell’AEM, a larga maggioranza privata. Ma l’acqua è un bene fondamentale per ciascuno di noi, non è possibile privatizzarla e darle un prezzo di mercato.

    Noi sottoscritti cittadine e cittadini milanesi chiediamo al Sindaco e al Consiglio comunale :
    – che nello statuto comunale sia introdotto il riconoscimento del diritto all’acqua per tutti
    – che la proprietà, la gestione e l’erogazione dell’acqua restino interamente pubbliche e non siano oggetto di processi di fusione o cessione a privati
    – che la cittadinanza possa esercitare un controllo sulle decisioni che riguardano l’acqua;
    – che venga avviato un programma per ridurre gli sprechi e i consumi idrici a livello familiare e di aziende
    – che la politica tariffaria sia indirizzata al miglioramento della qualità dell’acqua, per garantire l’accesso come diritto alle fasce protette e non sia finalizzata ad obiettivi di profitto

    Cognome e Nome Indirizzo Firma

    Punti di raccolta
    CMA c/o Contratto Mondiale Acqua, via Rembrandt 9
    CMA c/o Camera del Lavoro, corso Porta Vittoria 43
    CMA c/o Negozio civico Chiamamilano, Largo Corsia dei Servi

    Rispondi
  • 2. danielatuscano  |  24 novembre 2006 alle 20:30

    Da “Tempi di Fraternità” di questo mese, riporto alcune interessanti riflessioni. I grassetti sono miei.

    BENI COMUNI: BENI DI TUTTI E PER TUTTI

    “[…]A lungo ci si è occupati delle radici cristiane dell’Europa, con lo sguardo rivolto al passato, ma non ci si è occupati dei rischi che un ideale positivo come quello dell’unità dei popoli che vogliono collaborare scada nella monetizzazione di tutto. Mi sembra che preferire Dio o il fratello a Mammona sia un frutto della radice cristiana, se pure non nominata…

    Un segnale chiaro sulla direzione da prendere è venuto in alcune mobilitazioni contro il tentativo abbastanza avanzato di privatizzare l’acqua, bene primario. Dalla lotta delle donne di Plachimada, piccolo villaggio del Kerala, in India, contro uno stabilimento della Coca Cola, che si era appropriato di tutta l’acqua disponibile del territorio alle iniziative in Italia di padre Zanotelli contro la privatizzazione dell’acqua a Napoli e in Sicilia è tutto un mondo che resiste e si fa sentire.

    A livello di governo, è positivo che si sia deciso di escludere il settore idrico dall’ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni, mostrando una certa sensibilità alla cultura dei beni comuni”.

    Andreina Cafasso

    “Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume inquinato, l’ultimo pesce pescato, mangerete i dollari?”

    Risposta di un capo Sioux a una proposta di “privatizzazione”

    Rispondi
  • 3. anna polo  |  26 novembre 2006 alle 11:28

    Si può mettere nel sito questa notizia? I responsabili de La mia spesa per la pace hanno aderito e partecipato al Forum di Milano e verranno il 2 dicembre, così sarebbe una forma carina di reciprocità.

    Anna

    sabato 25 novembre: Buy Nothing Day – Giornata mondiale del non acquisto

    Campagna “La mia spesa per la Pace”
    CHI COMPRA VOTA
    Votate ogni volta che fate la spesa,
    ogni volta che schiacciate il telecomando,
    ogni volta che andate in banca
    sono voti che date al sistema.
    (Alex Zanotelli, missionario)

    sabato 25 novembre 2006 è il:

    BUY NOTHING DAY
    GIORNATA MONDIALE DEL NON ACQUISTO
    ———— ——— ———
    La campagna “La mia spesa per la Pace”, coerentemente con il suo intento di
    contribuire a costruire la Pace con scelte di consumo critico nella spesa
    quotidiana, invita a non fare acquisti per 24 ore sabato 25 novembre 2006.
    Per un giorno non comprate nulla.
    Fate un gesto simbolico, importante, che mostri come si può sfuggire
    all’imperativo del consumismo riappropriandosi di una fetta di tempo per
    fare cose diverse dallo shopping di massa
    Che cos’è la giornata del non acquisto (Buy Nothing day)
    Una giornata dedi cata a tutto tranne che alle compere, per rendere concreto
    il dissenso verso il consumismo e smascherare le bugie di chi usa ogni mezzo
    per convincerci che l’unica via per uscire dalla crisi è tenere alti i
    consumi.
    Ci dicono “grazie” perché aumentando i consumi aiutiamo la nostra economia a
    risollevarsi. Ma i nostri consumi rappresentano il carburante per un sistema
    economico insostenibile, che aumenta le diseguaglianze, esaurisce le
    risorse, inquina la Terra.
    Ci fanno credere che è meglio usare il tempo per fare acquisti, anziché
    dedicarsi alle relazioni, ai figli, a un buon libro. Siamo proprio sicuri
    che sia così?
    Nel 1992 è stato lanciato il “Buy Nothing Day”, una giornata di
    disintossicazione per fermarsi a riflettere: un’occasione preziosa per
    mettere in discussione il nostro ruolo nel funzionamento del sistema e per
    scoprire come sia possibile divertirsi e stare bene anche senza comprare
    nulla.
    Il “Buy nothing day” commemora le vittime delle politiche orientate alla
    massimizzazione dei consumi: dalle popolazioni del Sud del mondo deboli di
    fronte alla globalizzazione dei mercati, all’ambiente deturpato da rifiuti e
    inquinamento, alla colonizzazione dell’immaginario a opera di pubblicitari
    che propongono modelli di vita irrealizzabili per la maggior parte della
    popolazione del mondo. La giornata del non acquisto è un invito a
    “demarkettizzare” la nostra vita.
    La giornata del non acquisto è un invito alla sobrietà e a ripensare alla
    solidarietà e alla gratuità quali componenti attive di un’economia
    sostenibile.
    La giornata del non acquisto non è uno sciopero, e non è contro i
    commercianti.
    La giornata del non acquisto vuole essere solo un piccolo passo verso
    un’economia più leggera, un’economia di giustizia, nella consapevolezza che
    il possesso di una grande quantità di beni non dà la felicità, ANZI.
    Facciamo sentire il nostro peso: chi compra vota!

    Per altre informazioni vedi:
    http://adbusters. org/metas/ eco/bnd/ (sito di riferimento mondiale)
    http://www.bilancid igiustizia. it (sito della campagna “Bilanci di giustizia”
    nel quale si trovano iniziative e materiali sulla Giornata del non acquisto,
    tra i quali numerosi biglietti per la diffusione della campagna: “e se per
    un giorno non comprassi nulla?”, “No grazie, oggi consumo relazioni”, “Non
    compro… e sono felice”, ecc. vedi qui)
    http://www.terre. it/eventi/ indici/77. html (sito di Terre di mezzo)

    ATTENZIONE: la fondazione Banco alimentare onlus ha fissato nello stesso
    giorno l’annuale edizione della Colletta alimentare, iniziativa mediante la
    quale chi lo desidera può fare acquisti per i bisognosi, consegnandoli fuori
    dai punti vendita al personale della Colletta.
    La campagna “La mia spesa per la Pace”, deplorando la sovrapposizione delle
    due iniziative, invita tutti coloro che sono intenzionati a partecipare alla
    Colletta alimentare ad acquistare i prodotti da destinare alla Colletta nei
    giorni precedenti il 25 novembre oppure ad effettuare gli acquisti il 25
    novembre stesso, ma limitandosi solo alla merce da donare.
    Ti ringraziamo e ti invitiamo a fare il passaparola.
    Alla prossima.
    Diventa il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo
    (Mohandas Karamchand Gandhi)

    Rispondi
  • 4. thomas  |  26 novembre 2006 alle 13:41

    Ciao
    certo che aderiamo, avevamo già partecipato in passato al Comitato Milanese per l’Acqua. Contatterò Amalia Navoni che conosco bene e darò l’adesione come PU. Potremmo raccogliere attivamente delle firme.
    Thomas

    Rispondi
  • 5. maya desnuda  |  26 novembre 2006 alle 17:51

    Questo lo postavo già nel maggio scorso su Blogosfera…

    Quando è troppo è troppo. Coca Cola Criminale

    Perché tutti devono sapere lo schifo che c’è dietro alla Coca Cola…gente che viene ammazzata, villaggi cui vengono prosciugate falde acquifere.

    Leggete…e meditate…la fonte è sicura, sicurissima.

    ==============================
    NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
    ==============================
    Supplemento settimanale del giovedi’ de “La nonviolenza e’ in cammino”
    Numero 8 del 21 aprile 2005

    1. INIZIATIVE. VANDANA SHIVA: LE DONNE DEL KERALA CONTRO LA COCA COLA
    [Da “Le monde diplomatique”, edizione italiana, marzo 2005. Vandana Shiva,
    scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca
    e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non
    solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell’ambiente e
    delle culture native, e’ oggi tra i principali punti di riferimento dei
    movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione
    a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni
    e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le
    opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990;
    Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria,
    Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma
    2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo
    sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre
    dell’acqua, Feltrinelli, Milano 2003]

    Espulsa dal governo indiano nel 1977, la Coca Cola ha rimesso piede nel
    paese il 23 ottobre 1993, quando vi si insediava l’altra multinazionale
    americana, la Pepsi-Cola. Attualmente le due imprese possiedono novanta
    stabilimenti “d’imbottigliamento”, che in realta’ sono di pompaggio: 52
    appartengono alla Coca Cola e 38 alla Pepsi-Cola. Ognuno di essi estrae da 1
    a 1,5 milioni di litri d’acqua al giorno.
    Questo genere di bevande gassose presenta rischi certi, derivanti dallo
    stesso processo di fabbricazione. Prima di tutto gli stabilimenti
    d’imbottigliamento, pompando dalle falde, tolgono ai poveri il diritto
    fondamentale a procurarsi acqua potabile. Inoltre, generano rifiuti tossici
    che minacciano l’ambiente e la salute pubblica. Infine, producono bevande
    notoriamente pericolose per la salute – il parlamento indiano ha costituito
    una commissione parlamentare mista incaricata d’indagare sulla presenza di
    residui di pesticidi.
    Per piu’ di un anno, nel distretto di Palaghat, nel Kerala, alcune donne
    delle tribu’ di Plachimada hanno organizzato sit-in di protesta contro il
    prosciugamento delle falde freatiche provocato dalla Coca Cola. “Gli
    abitanti – scrive Virender Kumar, giornalista del quotidiano “Mathrubhumi” –
    si caricano sulla testa grandi quantita’ di acqua potabile, da andare a
    cercare sempre piu’ lontano, mentre camion pieni di bevande gassose escono
    dallo stabilimento della Coca” (1). Per fare un litro di Coca Cola sono
    necessari nove litri di acqua potabile.
    Le donne adivasi (2) di Plachimada hanno iniziato ad organizzarsi poco dopo
    l’apertura dello stabilimento della Coca Cola la cui produzione doveva
    raggiungere, nel marzo 2000, 1.224.000 bottiglie di Coca Cola, Fanta,
    Sprite, Limca, Thums up, Kinley Soda e Maaza. Il panchayat locale (3) aveva
    concesso alla multinazionale, sotto condizione, l’autorizzazione ad
    attingere acqua con l’aiuto di pompe a motore.
    Ma la multinazionale, del tutto illegalmente, dopo aver scavato piu’ di sei
    pozzi attrezzandoli con pompe elettriche ultrapotenti, ha iniziato a pompare
    milioni di litri di acqua pura. Il livello delle falde e’ drasticamente
    sceso, passando da 45 a 150 metri di profondita’.
    Non contenta di rubare acqua alla collettivita’, la Coca Cola ha inquinato
    il poco che ne rimaneva convogliando le acque sporche nei pozzi a secco
    scavati nello stabilimento per sotterrare i rifiuti solidi.
    Prima, l’impresa depositava i rifiuti in superficie, cosicche’ nella
    stagione delle piogge questi ultimi, disperdendosi fra risaie, canali e
    pozzi, costituivano una gravissima minaccia per la salute pubblica.
    Oggi non e’ piu’ cosi’. Ma la contaminazione delle sorgenti di acqua resta
    un dato di fatto.
    Con le sue procedure, la Coca Cola ha provocato il prosciugamento di 260
    pozzi, la cui trivellazione era stata eseguita dalle autorita’ per sopperire
    al bisogno di acqua potabile e all’irrigazione agricola.
    In questa regione del Kerala, definita “il granaio di riso” proprio perche’
    si tratta di un ecosistema ricco e molto ben fornito di acqua, le rese
    agricole sono diminuite del 10%. Il colmo e’ che la Coca Cola ridistribuisce
    agli abitanti dei villaggi, sotto forma di concime, i rifiuti tossici
    prodotti dal suo stabilimento. I test effettuati hanno infatti dimostrato
    che questi concimi hanno un’alta percentuale di cadmio e piombo, due
    sostanze cancerogene.
    Rappresentati delle tribu’ e dei contadini hanno denunciato non solo la
    contaminazione delle riserve acquifere e delle sorgenti, ma anche le
    trivellazioni senza criterio che compromettono gravemente i raccolti; hanno
    richiesto, in particolare, la protezione delle tradizionali sorgenti di
    acqua potabile, degli stagni e dei vivai di pesci, la manutenzione delle vie
    navigabili e dei canali, il razionamento dell’acqua potabile.
    Invitata a fornire spiegazioni sul suo operato, la Coca Cola ha rifiutato al
    panchayat i chiarimenti richiesti. Di conseguenza, quest’ultimo le ha
    notificato la soppressione della licenza di sfruttamento delle acque. Per
    tutta risposta, la multinazionale ha cercato di comprarne il presidente,
    Anil Krishnan, offrendogli 300 milioni di rupie. Inutilmente.
    Tuttavia, mentre il panchayat le ritirava il permesso di sfruttamento, il
    governo del Kerala, da parte sua, ha continuato a proteggere l’impresa.
    Non a caso le ha concesso circa 2 milioni di rupie (36.000 euro) a titolo di
    sovvenzione alla politica industriale regionale. La Pepsi e la Coca Cola
    ricevono aiuti simili in tutti gli stati in cui sono presenti. E questo per
    bibite il cui valore nutrizionale e’ nullo rispetto a quello delle bevande
    indiane tradizionali (nimbu pani, lassi, panna, sattu…).
    L’industria delle bibite gassose utilizza sempre piu’ lo sciroppo di mais ad
    alto tenore di fruttosio. Non solo questo edulcorante e’ nefasto per la
    salute, ma lo stesso mais viene coltivato per produrre industrialmente
    alimenti per il bestiame. Una grande quantita’ di mais viene quindi
    sottratta al consumo alimentare, privando alla fine i poveri di un prodotto
    di base essenziale e a buon mercato.
    Per di piu’, la sostituzione di dolcificanti estratti dalla canna da
    zucchero, come il gur e il khandsari, danneggia i contadini ai quali questi
    prodotti garantivano redditi e mezzi di sussistenza.
    In sintesi, la Coca Cola e la Pepsi-Cola provocano, sulla catena alimentare
    e sull’economia, un impatto pesante che non si limita al contenuto delle
    bottiglie.
    *
    Nel 2003, le autorita’ sanitarie del distretto hanno informato gli abitanti
    di Plachimada che l’acqua, ormai inquinata, non poteva essere usata per
    scopi alimentari. Le donne erano state le prime a denunciare questa
    “pirateria idrica” nel corso di un dharna (sit-in) di fronte ai cancelli
    della multinazionale.
    Nato per iniziativa delle donne adivasi, il movimento ha attivato, non solo
    a livello nazionale, ma mondiale, un crescendo di solidarieta’.
    Incalzato dall’espandersi del movimento e dalla siccita’ che ha
    ulteriormente aggravato la crisi idrica, finalmente, il 17 febbraio 2004, il
    capo del governo del Kerala ha ordinato la chiusura dello stabilimento della
    Coca Cola. Le alleanze arcobaleno, nate inizialmente tra le donne della
    regione, hanno finito con il coinvolgere tutto il panchayat.
    Non solo, quello di Perumatty (nel Kerala), ha presentato, in nome del
    pubblico interesse, un’istanza contro la multinazionale presso il tribunale
    supremo del Kerala.
    Il 16 dicembre 2003, il giudice Balakrishnana Nair ha ordinato alla Coca
    Cola di smettere di pompare illegalmente dalla falda di Plachimada.
    Le motivazioni della sentenza valgono quanto il verdetto stesso.
    Il magistrato ha infatti voluto precisare: “La dottrina della pubblica
    sicurezza si basa innanzi tutto sul principio per cui alcune risorse come
    l’aria, l’acqua del mare, le foreste abbiano, per l’insieme della
    popolazione, un’importanza cosi’ grande che sarebbe totalmente
    ingiustificato farne oggetto di proprieta’ privata. Le suddette risorse sono
    un dono della natura e dovrebbero essere messe a disposizione di tutti in
    modo gratuito, indipendentemente dalla posizione sociale. Poiche’ tale
    dottrina impone al governo di proteggere queste risorse, in modo che
    l’insieme della collettivita’ possa usufruirne, nessuno puo’ autorizzarne
    l’utilizzo da parte di privati o a fini commerciali… Tutti i cittadini
    senza eccezione sono i beneficiari delle coste, dei corsi d’acqua,
    dell’aria, delle foreste, delle terre fragili da un punto di vista
    ecologico. In quanto amministratore, lo stato, per legge, ha il dovere di
    proteggere le risorse naturale [le quali] non possono essere trasferite alla
    proprieta’ privata”.
    In sintesi: l’acqua e’ un bene pubblico. Lo stato e le sue diverse
    amministrazioni hanno il dovere di proteggere le falde freatiche da uno
    sfruttamento eccessivo, e la loro inazione in materia e’ una violazione al
    diritto alla vita garantito dall’articolo 21 della Costituzione indiana. La
    Corte suprema ha sempre affermato che il diritto di usufruire di un’acqua e
    di un’aria non inquinate fa parte integrante del diritto alla vita stabilito
    dal suddetto articolo.
    In altre parole, anche in assenza di una legge che regoli specificamente
    l’utilizzazione delle falde freatiche, il panchayat e lo stato sono tenuti
    ad opporsi allo sfruttamento intensivo di queste riserve sotterranee.
    E il diritto di proprieta’ della Coca Cola non si estende alle falde situate
    sotto le terre che le appartengono. Nessuno ha il diritto di appropriarsi
    della maggior parte dell’acqua, e il governo non ha alcun potere di
    autorizzare un terzo privato ad estrarne tali quantita’.
    Da qui i due ordini emessi dal tribunale: entro un mese la Coca Cola dovra’
    progressivamente smettere di pompare acqua per suo uso; passato questo
    termine, il panchayat e lo stato garantiranno l’applicazione della sentenza.
    *
    La rivolta delle donne, che sono il cuore e l’anima del movimento, e’ stata
    ripresa da giuristi, parlamentari, scienziati e scrittori…
    Il movimento si e’ esteso ad altre regioni, dove la Coca e la Pepsi pompano
    le riserve acquifere a danno degli abitanti. A Jaipur, la capitale del
    Rajahstan, dopo l’apertura, nel 1999, dello stabilimento della Coca Cola, il
    livello delle falde e’ passato da dodici metri di profondita’ a trentasette
    metri e cinquanta. A Mehdiganj, una localita’ a venti chilometri dalla
    citta’ santa di Varanasi (Benares), e’ sceso di dodici metri e i campi
    coltivati attorno allo stabilimento sono ormai inquinati. A Singhchancher,
    un villaggio del distretto di Ballia (nell’est dell’Utar Pradesh), lo
    stabilimento della Coca Cola ha inquinato definitivamente acque e terre.
    Ovunque la protesta si organizza.
    Ma va sottolineato che, nella maggior parte dei casi, le autorita’ pubbliche
    reagiscono con violenza alle manifestazioni. A Jaipur, per esempio, il
    militante pacifista Siddharaj Dodda e’ stato arrestato nell’ottobre 2004 per
    aver partecipato ad una marcia che chiedeva la chiusura dello stabilimento.
    Al prosciugamento dei pozzi si aggiungono i rischi di contaminazione da
    pesticidi. Il tribunale supremo del Rajahstan ha proibito la vendita delle
    bibite prodotte da Coca e Pepsi, perche’ queste ultime si sono rifiutate di
    fornire la lista dettagliata dei componenti, quando alcune analisi hanno
    dimostrato la presenza di pesticidi pericolosi per la salute (4). Le due
    multinazionali hanno presentato ricorso alla Corte suprema dell’India, ma
    questa ha rifiutato l’appello e ha convalidato la richiesta del tribunale
    del Rajahstan, ordinando la pubblicazione della composizione precisa dei pro
    dotti fabbricati dalla Pepsi e dalla Coca. A tutt’oggi, queste bevande sono
    proibite nella regione.
    Uno studio, condotto nel 1999 da All India Coordinated Research Project on
    Pesticide Residue (Aicrp), ha dimostrato che il 60% dei prodotti alimentari
    venduti sul mercato e’ contaminato da pesticidi e che il 14% ne contiene
    dosi superiori alla quantita’ massima autorizzata.
    Una tale constatazione rimette in discussione il mito secondo cui le
    multinazionali privilegerebbero la sicurezza e l’affidabilita’, il che le
    renderebbe degne di una fiducia rifiutata al settore pubblico e alle
    autorita’ locali. Questo pregiudizio elitario contro l’amministrazione
    pubblica di beni e servizi ha contribuito a fare accettare la
    privatizzazione dell’acqua. In India, come altrove nel mondo, il ricorso ai
    privati impedisce di fornire acqua di qualita’ a un prezzo abbordabile.
    *
    Il 20 gennaio 2005, in tutta l’India, attorno agli stabilimento della Coca
    Cola e della Pepsi-Cola, sono state organizzate delle catene umane.
    Tribunali popolari hanno notificato agli “idro-pirati” l’ordine di lasciare
    il paese.
    Il caso di Plachimada dimostra che il potere del popolo puo’ avere la meglio
    su quello delle imprese private. I movimenti per la difesa delle acque,
    peraltro, si spingono ben oltre.
    Vogliono parlare anche delle dighe, e del grande progetto di collegamento
    fluviale i cui piani, che prevedono la deviazione del corso di tutti i fiumi
    della penisola indiana, suscitano un’opposizione crescente (5). Denunciano
    le privatizzazioni incentivate dalla Banca mondiale e la privatizzazione
    della fornitura di acqua a Delhi (6). Bisogna infatti sottolineare che il
    saccheggio non potrebbe aver luogo senza l’aiuto di stati centralizzatori e
    corporativi.
    La battaglia contro il furto dell’acqua non riguarda solo l’India.
    L’eccessivo sfruttamento delle falde freatiche, i grandi progetti di
    deviazione dei corsi d’acqua pregiudicano la conservazione della Terra nel
    suo complesso. Per avere un’idea della posta in gioco, bisogna sapere che se
    ogni punto del pianeta ricevesse la stessa quantita’ di precipitazioni, con
    la stessa frequenza e secondo lo stesso schema, ovunque troveremmo le stesse
    piante e le stesse specie animali. Il pianeta e’ fatto di diversita’. Il
    ciclo idrologico del pianeta e’ una democrazia dell’acqua – un sistema di
    distribuzione al servizio di tutte le specie viventi. Dove non c’e’
    democrazia dell’acqua, non ci puo’ essere vita democratica.
    *
    Note
    1. Virenda Kumar, Lettera aperta al capo del governo, “Mathrubhumi”,
    Thiruvananthapuram (Kerala), 10 marzo 2003.
    2. Il termine Adivasi designa le tribu’ autoctone nelle quali non esiste un
    sistema di caste [ndt].
    3. Il consiglio che esercita l’autorita’ nel villaggio.
    4. Le bevande contenevano diversi pesticidi tra i quali il Ddt. La
    commissione del governo ha concluso che questi residui erano “nei limiti
    normativi” accettati in India… Nelle bottiglie di Coca o di Pepsi
    consumate negli Stati uniti o in Europa non si trova alcuna traccia di
    pesticidi.
    5. Arundhati Roy, The Cost of Living, Modern Library, 1999.
    6. Per il ritrattamento delle acque, il cantiere e’ stato affidato a
    Degremont, filiale del gruppo Suez. A Delhi, negli ultimi anni il prezzo
    dell’acqua e’ aumentato di dieci volte.

    2. INIZIATIVE. MARINA FORTI: COCA COLA, LA BATTAGLIA DEGLI AZIONISTI
    [Dal quotidiano “Il manifesto” del 19 aprile 2005. Marina Forti, giornalista
    particolarmente attenta ai temi dell’ambiente, dei diritti umani, del sud
    del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano “Il manifesto”
    sempre acuti articoli e reportages sui temi dell’ecologia globale e delle
    lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
    sopravvivere il mondo e l’umanita’ intera. Opere di Marina Forti: La signora
    di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
    Feltrinelli, Milano 2004]

    Non sono molte le occasioni per incontrare i massimi dirigenti esecutivi di
    una grande azienda multinazionale. Una e’ l’assemblea annuale degli
    azionisti: per questo una rete di attivisti sociali si e’ data appuntamento
    questa mattina all’Hotel Du Pont di Wilmington, Delaware, dove e’ convocata
    l’assemblea degli azionisti della Coca Cola.
    Con “una forte presenza dentro e fuori l’assemblea”, sperano di “lanciare un
    avvertimento agli azionisti, creditori e potenziali investitori, che saranno
    tenuti a rendere conto delle azioni irresponsabili dell’azienda”. La
    mobilitazione e’ promossa dalla campagna “Stop Killer Coke”, dall’India
    Resource Centre e da alcuni gruppi per la “corporate accountability”, che si
    potrebbe tradurre come “trasparenza” o “responsabilita’” delle aziende.
    Gli attivisti contano di farsi sentire anche dentro l’assemblea grazie a
    amici e simpatizzanti titolari di azioni della Coca Cola.
    Chiederanno conto all’azienda di Atlanta di “gravi violazioni dei diritti
    umani, ambientali, e sulla salute”. Citano in particolare due casi: il
    rapimento, tortura e uccisione di sindacalisti degli stabilimenti Coca Cola
    in Colombia, e la storia dello stabilimento di Plachimada, villaggio del
    Kerala, India, che ha prosciugato le falde idriche dell’intero distretto.
    *
    In Colombia, dal 1990 numerosi lavoratori degli impianti di imbottigliamento
    della Coca Cola sono stati uccisi. In particolare il sindacato Sinaltrainal
    denuncia che diversi suoi dirigenti – dipendenti della Coca Cola – sono
    stati rapiti, torturati e assassinati da squadre della morte. Nel 2001 la
    United Steelworkers Union (il sindacato dei metallurgici Usa) e il gruppo di
    avvocati International Labor Rights Fund hanno ripreso la denuncia del
    sindacato colombiano e hanno fatto causa alla Coca Cola presso il tribunale
    federale di Washington, con l’accusa di mantenere relazioni con diverse
    squadre della morte allo scopo di intimidire gli attivisti sindacali.
    L’azione legale per ora e’ finita in nulla, il tribunale ha accolto la
    difesa dell’azienda: Coca Cola non nega i fatti ma dice che rapimenti e
    uccisioni sono parte di un “generale clima di violenza” in Colombia. Dice
    anche che gli stabilimenti colombiani sono proprieta’ di ditte locali,
    dunque Coca Cola non ha responsabilita’ legali.
    *
    Altra e’ la storia di Plachimada, in India. Qui la Coca Cola aveva aperto
    nel 2000 uno stabilimento per imbottigliare le sue note bibite con licenza
    del locala panchayat, il consiglio elettivo di villaggio. Poi pero’ e’
    risultato che pompava 1,5 milioni di litri al giorno da sei pozzi. In breve,
    Plachimada e i villaggi circostanti sono rimasti all’asciutto, i pozzi
    pubblici di acqua potabile erano a secco, l’acqua per l’agricoltura
    scomparsa. Nel 2003 dunque il panchayat non ha rinnovato la licenza, e la
    Coca Cola ha fatto ricorso. E’ cominciata cosi’ una battaglia finita in un
    lungo “assedio” di massa allo stabilimento. Una sentenza della Hight Court
    (l’alta corte statale) del Kerala ha poi dato ragione al panchayat di
    Plachimada: diceva che lo stato ha “il dovere legale di protegge le risorse
    naturali. Queste risorse intese per l’uso e il beneficio pubblico non
    possono essere convertite in proprieta’ privata” (6 dicembre 2003). Nel
    febbraio del 2004 il governo del Kerala ha infine chiuso lo stabilimento. La
    storia pero’ non e’ finita, perche’ Coca Cola ha fatto ricorso e pochi
    giorni fa ha ottenuto una sentenza favorevole: sarebbe autorizzata a
    estrarre fino a cinquecentomila litri d’acqua al giorno – ma lo stabilimento
    resta chiuso, il panchayat e il comitato di solidarieta’ che lo sostiene
    intendono rivolgersi alla Corte suprema.
    *
    Tutto questo sara’ evocato oggi anche grazie a una risoluzione proposta da
    due “piccoli azionisti”: il fondo pensione degli impiegati comunali e quello
    degli insegnanti di New York chiederanno di mandare “una delegazione di
    inchiesta indipendente che includa rappresentanti di organizzazioni
    statunitensi e colombiane per i diritti umani” a verificare le condizioni di
    lavoro negli stabilimenti di Coca Cola all’estero. I vertici dell’azienda si
    opporranno, offrendo in cambio di commissionare una verifica a una ditta
    specializzata in monitoraggio degli standard sociali delle aziende.

    ==============================
    NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
    ==============================
    Supplemento settimanale del giovedi’ de “La nonviolenza e’ in cammino”
    Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
    Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
    Numero 8 del 21 aprile 2005

    Rispondi
  • 6. amalia navoni  |  27 novembre 2006 alle 12:50

    Per firmare singolarmente in zona 8 la biblioteca gallaratese Bonola si è prestata a raccogliere le firme, ma penso sia la sola.

    Sulla petizione ci sono i punti di raccolta delle petizioni firmate, se vai al negozio Chiamamilano in largo Corsia dei servi ( c.soVittorio Emanuele)dalle 13 alle 20 si può firmare anche singolarmente.

    Rispondi
  • 7. elena  |  30 novembre 2006 alle 20:04

    Leggete questo articolo del Manifesto è interessante .

    Elena

    L’acqua bene comune diventerà legge
    Al via la raccolta di firme per l’iniziativa: «Un servizio pubblico privo di rilevanza economica»
    G. Ra.
    Roma
    All’inizio del 2007 inizierà in tutta Italia una raccolta di firme per la legge popolare contro la privatizzazione dell’acqua. La raccolta durerà sei mesi in modo che a metà luglio il parlamento sia investito da una valanga di firme, ben di più delle 50.000 necessarie. Il progetto di legge è stato presentato ieri a Roma. il testo è il risultato di una consultazione di massa avvenuta attraverso decine di riunioni locali e un successivo confronto sulla rete, per limare i vari articoli e non trascurare niente, fino ad arrivare al testo che sarà proposto al pubblico da gennaio, in una consultazione di massa che si prevede molto seguita e animata.
    Ieri si è presentato il comitato promotore che agisce per conto di 55 reti nazionali e centinaia di reti territoriali. Tutti fanno parte del movimento nazionale sull’acqua, bene comune. Hanno parlato, tra gli altri, Bersani di Attac, Podda della Cgil pubblico impiego, Molinari del contratto mondiale dell’acqua, Miliucci dei Cobas, Martinelli di Mani tese. Ha concluso Zanotelli, «prete e missionario», come si è definito. L’acqua è un grande obiettivo che unifica l’intero movimento e per molti aspetti coincide, come ha notato Zanotelli, con il movimento della pace: un movimento di pace, che cerca la democrazia.
    Dal discorso sull’acqua, sono emersi tre temi soprattutto.
    Il primo riguarda le lotte locali per l’acqua in Italia: sono frequenti e talvolta ottengono risultati insperati, ma sono circoscritte a una città o a un Ato, mentre l’attacco viene da forze organizzate, potenti strutture economiche multiutility che fondano imperi. Sono Spa moderne che rispondono agli azionisti molto più che agli utenti, hanno il valore come obiettivo e lo perseguono, trascinando gli enti locali, le città che dovrebbero essere gli azionisti unici o principali in un percorso che mette in pericolo la democrazia, prima di ogni altra cosa.
    Un altro tema è quello dell’acqua come bene comune universale. E allora vengono ricordate le lotte che si svolgono in gran parte del mondo con gli stessi avversari che agiscono anche in Italia, talvolta sotto le stesse spoglie, ma che nei paesi più poveri hanno una forza aggressiva assai maggiore. Anche in questo caso la campagna di sensibilizzazione per la raccolta delle firme avrà l’effetto di far conoscere lo stato dell’acqua nel mondo e di conseguenza far discutere, tra migliaia di persone, i pericoli ambientali che ci sovrastano.
    Il tema finale e più importante, riproposto dai relatori, è quello della democrazia. La democrazia che si forma, la democrazia che si impara praticandola, che si difende nel discorso pubblico. Intorno all’acqua di tutti , si organizza la difesa da chi pretende di sprecarla o privatizzarla; e a questo punto, automaticamente, è nato un gruppo, un primo embrione di una struttura di discussione politica generale. La raccolta delle firme per la legge di iniziativa popolare è una grande scuola di democrazia. «Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli». L’articolo 71 della Costituzione è di straordinaria apertura. Il popolo è capace di redigere il suo progetto, di scrivere la sua legge, di difenderla, di farla conoscere a tutti, di portarla in parlamento.

    Rispondi
  • 8. thomas  |  6 dicembre 2006 alle 20:02

    Ciao a tutti

    vi invitiamo ad un evento pubblico organizzato dal Comitato Milanese per l’Acqua, a cui aderiamo attivamente anche noi “Umanisti per l’Ambiente”:

    VENERDI 15 DICEMBRE, ORE 21.00
    CAMERA DEL LAVORO, Corso di Porta Vittoria 43, Milano (MM San Babila)
    NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA A MILANO
    SI ALL’ACQUA COME BENE PUBBLICO E DIRITTO UMANO

    Si presenteranno le firme raccolte a Milano per protestare contro l’annunciata privatizzazione degli acquedotti, che verranno consegnate il giorno dopo, il 16 dicembre, a Palazzo Marino. Molte di queste firme sono state raccolte durante il simbolo della pace in piazza Duomo.
    Si lancerà inoltre la raccolta firme che partirà a gennaio 2007 sulla proposta di legge di iniziativa popolare perché l’acqua rimanga un bene pubblico in tutta l’Italia.

    Dal 2002 il Comitato Milanese per l’Acqua contesta la decisione della Giunta Albertini di cedere alla Metropolitana Milanese SpA la gestione dell’Acquedotto di Milano. Si trattava però solo della prima mossa verso la privatizzazione futura del servizio idrico: nel silenzio dello scorso Agosto la Regione Lombardia ha approvato la Legge n. 18 che impone la privatizzazione dei servizi idrici. La sindaca di Milano Moratti vuole farlo senza neppure gare d’appalto, fondendo la Metropolitana Milanese SpA (al 100 % pubblica, che gestisce attualmente i servizi idrici) con la AEM SpA (al 66 % privata). AEM verrebbe a sua volta unita alla ASM di Brescia, creando una grande impresa fornitrice di servizi con capitale misto, operazione che potrebbe porre gli interessi dei privati al di sopra dell’interesse pubblico. Un’operazione che appare per vari aspetti illegittima, perché non c’è gara d’appalto e perché una società che si fonde con un’altra non può “portare in dote” le concessioni che le sono state assegnate.

    Per questo diciamo
    NO ALLA SVENDITA DEGLI ACQUEDOTTI DI MILANO A PRIVATI

    Si chiede pertanto al Comune di Milano:
    – che nello statuto comunale sia introdotto il riconoscimento del diritto all’acqua per tutti
    – che la proprietà, gestione e erogazione dell’acqua restino interamente pubbliche e non siano oggetto di fusione o cessione a privati.
    – che la cittadinanza possa esercitare il controllo sulle decisioni che riguardano l’acqua
    – che venga avviato un programma per ridurre gli sprechi e i consumi idrici a livello familiare e di aziende.
    – che la politica tariffaria sia indirizzata al miglioramento della qualità dell’acqua, per garantire l’accesso alle fasce protette, non all’ottenimento di profitti.

    Umanisti per l’Ambiente

    Rispondi

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