SEPARATISMO EDUCATIVO, PROVOCAZIONE O NECESSITA’?

24 novembre 2006 at 15:55 12 commenti

In occasione della Giornata mondiale contro la Violenza sulle Donne (25 novembre, vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2005/05/02/19/), vi sottopongo alcune riflessioni “controcorrente”.

Anni addietro alcuni pedagogisti inglesi, dopo un approfondito lavoro di ricerca, decretarono il fallimento della scuola mista. Maschi e femmine – questa la sorprendente conclusione – apprendono in modo diverso: devono quindi ricevere un’educazione distinta.

Il pubblico più maturo reagì con diffidenza a questa proposta. Non erano poi lontanissimi i tempi dell’infanzia rigidamente divisa in fiocchi rosa e azzurri, dove le scuole “serie” erano, naturalmente, solo quelle maschili. Gli istituti femminili inculcavano alle bambine il dovere del servizio, dell’abnegazione, del sacrificio, corroborato da robuste dosi di economia domestica infarcite da qualche nozione di cultura generale (in fondo, il loro futuro di spose e madri richiedeva pur sempre un minimo di raziocinio). I ricercatori anglosassoni, con la loro profferta, volevano dunque tornare al passato?

In realtà, essi muovevano da un presupposto diverso. Si erano accorti che, a parità di anni e condizioni, le ragazze si dimostravano più attente, mature, responsabili, interessate dei loro compagni maschi. Di qui il fervido consiglio: scuole separate.Si tratta di razzismo al contrario, dichiararono molti, fra cui la sottoscritta, convinta soprattutto della validità della relazione tra i sessi nella fase infantile e adolescenziale. L’esperienza maturata in seguito mi ha spinta, però, a rivedere le mie posizioni. Se l’ipotetica separazione lasciasse intatta la struttura educativa, sarebbe inutile, anzi dannosa. La scuola non può trasformarsi in un’azienda che premia chi è più efficiente lasciando indietro gli altri. Ma se rappresentasse l’unica maniera per permettere alla ragazza di crescere seguendo i propri ritmi d’apprendimento e per favorirne l’autentica maturazione personale… potrei essere d’accordo.

Pur se educata nella famiglia più liberale del mondo, infatti, la bambina apprende ben presto che il mondo non contempla la sua esistenza se non in subordine a quella maschile. La pubblicità, il cinema, la televisione, la società tutta le inviano messaggi in cui questa subalternità è costantemente ribadita; e attraverso la TV la piccola scopre che in molte parti del mondo, senza che nessuno si scandalizzi, essa è costretta a velarsi, a vergognarsi di sé, a rinunciare agli studi per badare a un marito spesso imposto e non di rado molto più anziano di lei. Impara, dal linguaggio degli amichetti, che una femmina non vale nulla, perché considerata debole, fragile, irresoluta.Con questo bagaglio psicologico-culturale giunge a scuola. E la scuola è l’istituzione che per eccellenza riflette, con la cupa fissità d’uno specchio antico, la svalutazione sociale della donna. Lì il sessismo del linguaggio diventa norma; e la norma è il maschio. Nelle antologie ricorrono pochi nomi femminili (in alcune, anche recentissime, non se ne trova neppure uno); dalla storia addirittura scompaiono. All’unica rivoluzione riuscita, quella delle donne appunto, non si dedica che in sparuti casi qualche pagina distratta, da spiegare, semmai, a discrezione dell’insegnante. In compenso è obbligatorio conoscere a memoria le campagne di Napoleone e le guerre (dichiarate e combattute da maschi) vengono presentate come momenti fondamentali di progresso e di civiltà: “la sola igiene del mondo”. La filosofia poi, madre di tutte le materie, è paradossalmente il regno assoluto degli uomini. E i pregiudizi misogini di Platone e Aristotele diventano paradigmi del sapere universale.

Le scuole elementari e medie pullulano di insegnanti donne: professioniste mal pagate che spesso, a costo di enormi sacrifici, cercano di rimediare allo sfascio definitivo del sistema scolastico. Tuttavia quest’impegno non è riconosciuto da nessuno: non dall’istituzione, all’interno della quale “non si fa carriera” (questo il vero motivo della scarsità di personale docente maschile, che però, guarda il caso, ricompare in modo massiccio all’Università, dove riceve gratificazione e rispetto, oltre a un lauto stipendio); non dalla società; dagli studenti men che meno.

Da questa scuola che non le contempla, ma che le sfrutta, io non avrei problemi a togliere le donne, siano esse scolare, professoresse o presidi. Per quanto tempo? Basterebbero le elementari, forse le medie; di sicuro il momento in cui la personalità si sviluppa in modo completo. Immagino una sorta di college dove non contino competitività e carriera, in cui s’insegnino i valori più originali dell’esperienza femminile, il rispetto della diversità, la religiosità non patriarcale. Hegel? La ragazza potrà relativizzarlo (e quindi capirlo meglio, compatendo il suo elogio della famiglia patriarcale) dopo aver imparato, magari attraverso Edith Stein e Carla Lonzi, ad amarsi di più.

So che questa mia idea incontrerà fortissime resistenze. Qualcuno obietterà pure che, in ogni caso, la società ha le sue regole e rinchiudersi in un gineceo non serve a nulla. Il fatto è che nell’era della comunicazione globale un’auto-reclusione sarebbe pressoché impossibile. Inoltre, a differenza del passato, oggi non è certo la scuola l’unico luogo deputato alla conoscenza tra giovani uomini e giovani donne: occasioni di incontro sono sempre possibili. E, una volta tornata alla scuola mista, la ragazza avrà tutto il tempo di dialogare coi maschi, ma su un piano di effettiva parità, maggiormente consapevole delle proprie capacità e del proprio valore.

Daniela Tuscano (si ringraziano “I Corvi” per l’immagine)

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Entry filed under: dalla parte di lei, educazione e scuola.

ACQUA: FONTE DI VITA O DI… GUADAGNO? AMICIZIA E’… FAMIGLIA – Daniela Tuscano, Daniele Quattrocchi e Stefania Travagin

12 commenti Add your own

  • 1. gianna  |  24 novembre 2006 alle 17:37

    GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

    La scelta di questo giorno come data simbolo è frutto di una decisione presa durante l’incontro femminista latinoamericano e dei Caraibi tenutosi a Bogotà nel 1981; solo nel 1999 l’ONU ha stabilito di elevare questa giornata a celebrazione internazionale.
    La scelta non è casuale: il 25 novembre 1960 Minerva e Maria Teresa Mirabal, dominicane, furono fermate da agenti del servizio militare di intelligenza mentre andavano a trovare i mariti in prigione. Dopo numerose torture furono chiuse nell’auto nella quale viaggiavano e spinte in un precipizio per simulare una morte accidentale: l’evento scosse le coscienze dei connazionali e divenne celebre come esempio di efferatezza estrema anche negli altri paesi.

    I dati odierni non sono rassicuranti, il rapporto presentato dal consiglio d’europa ha un che di drammatico: uccide più donne la violenza subita dal partner che nn cancro, incidenti stradali o le guerre. La violenza familiare è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni.
    Le statistiche parlano di 1 stupro ogni 4 minuti negli USA e di un omicidio ogni 10 giorni in svezia solo x dirne qualcuno….
    In Italia il fenomeno è in crescita (+22% dal 2004 al 2005).

    Rispondi
  • 2. raffaele mangano  |  24 novembre 2006 alle 19:58

    letto!
    E tu vieni a mettere i tuoi Vaffa! sul mio blog!

    Rispondi
  • 3. danielatuscano  |  24 novembre 2006 alle 20:12

    Certo, appena ho un po’ di tempo… ora sto uscendo! Però mi sarebbe piaciuto un tuo parere sul mio post… anche se negativo! 🙂

    Rispondi
  • 4. raffaele mangano  |  24 novembre 2006 alle 22:14

    Allora non mi conosci!!! In effetti come potresti!
    Ho apprezzato molto il tuo argomentare e non ho nulla da eccepire.
    Sono perfettamente cosciente che una vera parità debba partire dal riconoscimento delle diversità, il che non significa che uno dei due sessi debba essere subalterno all’altro.
    Se mai complementare.
    ciao!
    raffaele

    Rispondi
  • 5. Angelo Fracchia  |  25 novembre 2006 alle 12:11

    Pungolo certo, giusto può darsi. Ma io mi permetto di contropungolarti 🙂
    Il mondo odierno insegna anche che sei qualcuno solo se hai soldi, vestiti firmati, un bell’apparire. Che dire? Pensiamo anche a scuole divise per reddito? Così le/i ragazze/i più povere/i non si sentirebbero svantaggiati. E poi i tempi di apprendimento degli stranieri, che in casa ascoltano la televisione italiana ma parlano un’altra lingua, sono più lunghi, proprio alle elementari e in parte alle medie. Scuole separate anche per loro, vero? E poi, a parità di sesso, reddito e nazionalità, esistono tempi notevolmente diversi di crescita e maturazione tra le persone. Meglio dividere anche loro, perché un cervellone dovrebbe stare al passo di chi arranca?
    Penso che solo convivendo con chi ha stili diversi, tempi diversi, caratteristiche diverse sia possibile imparare a gestire e capire la ricchezza della diversità. Non è garantito, ma mi pare l’unica possibilità.
    A mio modestissimo parere, ovvio.
    Un saluto di cuore.

    Angelo Fracchia

    Rispondi
  • 6. arco  |  25 novembre 2006 alle 10:43

    nella scuola di mia figlia hanno fatto due sezioni, dividendo i bambini in italiani e nell’altra i stranieri…si sono create delle incomprensioni notevoli e alla fine hanno dovuto eliminare la seconda sezione. mia figlia è stata messa nella sezione degli stranieri perchè figlia di madre straniera, ma lei era italiana al 100% e dopo 2 mesi è stata trasferita nella sezione italiana senza che io abbia mai influito minimamente x farlo fare. secondo il mio punto di vista facendo così contribuiscono al pensiero razzista, e ottengono l’effetto contrario al desiderio di voler insegnare ai bambini che siamo tutti uguali, gialli, rossi, bianchi, neri, italiani e non che siano…

    Rispondi
  • 7. kristal31  |  25 novembre 2006 alle 10:31

    Alle superiori ho frequentato una scuola tutta al femminile, e devo dirti che sia io che le mie compagne di classe eravamo d’accordo nell’affermare che ci trovavamo male sensa presenze maschili nella stessa classe. La presenza maschile serve ad amalgamare il gruppo e poi è sempre un confronto che deve esserci, la mia classe era composta da 30 ragazze non siamo mai state unite o d’accordo neanche per fare un regalo di compleanno ad una nostra compagna, c’erano continui litigi e prese in giro ed aravamo tutte divise in gruppetti di alleanze formati da 4 max 5 persone ciascuno, ci siamo abbracciate solo in quinto l’ultimo giorno di scuola e ci siamo divertite tutte e 30 solo in gita scolastica per il resto ci siamo sempre odiate. Pensate che ad oggi ci incontriamo per strada e non ci salutiamo

    Rispondi
  • 8. Joelle  |  25 novembre 2006 alle 17:38

    Sono d’accordo con Angelo. La separazione non porta mai frutti positivi. Vedi educazione nel seminario.
    Ti abbraccio,
    Joelle

    Rispondi
  • 9. Ale  |  25 novembre 2006 alle 19:08

    Secondo me la coeducazione è ormai un elemento acquisito. E non si può regredire. Il separatismo anche, a livello di movimento femminista, lo credo un progetto perdente, nella misura in cui accetta come irimediabile l’asimmetria dell’attuale assetto patriarcale, e disperatamente rifiuta un progetto di cambio a lungo termine della mentalità.
    la coeducazione ha un sacco di difficoltà, ma è anche positiva perchè implica il confronto dell’infante-adolecsente etc, ovvero persona in formazione, con il ruolo maschile e femminile.
    Vedi l’esempio degli scout. Fu vista come un conquista notevole la fusione dei due scoutismi, maschili e femminili, in u unco movimento. E all’inizio essa fu osteggiata proprio dai settori ecclesiali. (d’altronde nella religione il separatismo non è una novita “rivoluzionari”; c’è sempre stato. E c’è ancora, ad esempio in sinagoga o in moschea).
    Diverso è il problema della sfida che questo compoirta. E sono d’accordo che i problemi ci sono, ma…
    ciao
    ale

    Rispondi
  • 10. danielebausi  |  28 novembre 2006 alle 17:41

    Voglio partire con uno slogan che proprio in questa occasione si è visto affacciarsi in alcune (poche) strade di Firenze: L’uomo vero non picchia le donne.
    Io sono cresciuto contornato da donne; quando rientravo da scuola sia elementare che medie in casa mia c’era mia madre e mia sorella; poi mia nonna e mia zia. Spesso tutt’e quattro stavano insieme poichè mia nonna e mia zia abitavano proprio sopra a me.E io le ammiravo cucire, stirare, preparare dolci, fare l’uncinetto. Era un mondo a parte quello che vivevo da bambino. Quando poi salivo di sopra, una volta a settimana andava una signora, nel pomeriggio, a pulirgli la casa e aveva preso simpatia verso di me e anche io con lei.
    Ma torniamo alle donne; qualcuno mi ha anche detto che la mia omosessualità è dovuta un pò anche a questo, stavo troppo con le donne e poco con i maschietti.
    Forse un fondo di verità ci sarà senz’altro ma lasciatemi ikl beneficio del dubbio.
    Comunque, per tornare ai giorni nostri, vedo ancora tanti pregiudizi verso le donne; vengono ancora trattate male e messe in secondo piano; vige la supremazia dell’uomo e questo non deve accadere. Violenza non è solo quella fisica, ma forse quella psicologica è quella che fa male ancor di più.
    Io ho avuto molto da imparare dalle donne, ad esempio adesso la mia migliore amica è la proprietaria di questo blog, ho un rapporto bellissimo ed aperto con la mia responsabile dell’associazione di volontariato; con una mia amica collaboriamo per questi progetti con i ragazzi disabili.
    Non saranno importanti queste cose, ma se arrivo a dei risultati e a dei successi, guardandomi intorno sono dovuti alla complicità e all’intelligenza delle donne che mi circondano.
    Trovo ingiusto che la nostra società ancora le freni reclutandole a ruoli secondari o addirittura a ruoli di importanza relativa se non qusi nulla. Sono poche quelle che hanno valore e quando puntano i piedi, i media, i tg, i politi, ecc. fanno di tutto per metterle in ombra.
    Non dico che debbano essere uguale agli uomini, anche perchè la natura ci ha fatto diversi, ma la parità giustamente ottenuta deve essere stimolo per una collaborazione sempre più positiva, anche perchè dove non arriva un uomo, arriva la donna e viceversa e solo in questo si potrà arrivare ad essere completi.

    Rispondi
  • 11. danielatuscano  |  30 novembre 2006 alle 23:04

    Prima di intervenire ho raccolto alcune vostre risposte. Sapevo che avrei scosso gli animi.

    Il mio scritto era volutamente provocatorio. Non è, caro Angelo, una questione di meritocrazia. Il separatismo educativo aveva l’aspetto di una sfida ma siccome la risposta vera l’ha fornita Daniele adesso, ti consiglio di leggere il suo splendido commento. Stesso discorso per Kristal: mettere insieme delle ragazze così, per il gusto di farlo, non serve a nulla. Se l’educazione impartita loro è la stessa che si fornisce agli uomini, con gli stessi valori (o controvalori), cosa importa se le allieve e le insegnanti sono di sesso femminile?

    Biologicamente, siamo tutte femmine; per diventare donne ci vuole tempo, cultura, consapevolezza.

    So bene che la mia idea è irrealizzabile. Del resto i miei rapporti con gli uomini, o i ragazzi (se si tratta di studenti) sono ottimi, ma non parlo per motivi personali, si sa. E’ vero, Ale, l’attuazione del separatismo è perdente ma, dal punto di vista intellettuale, merita rispetto.

    Un abbraccio.

    P.S. per Daniele: Quella dell’uomo “effeminato” dalle donne è un pregiudizio misogino risalente alla fine dell’800 e dovuto al terrore dell’emancipazione femminile. Allo stesso modo, dicevano che le donne che lavoravano fuori casa diventavano mezzi maschi. Mio padre è cresciuto solo con sua mamma, e al mondo non si dà un uomo più virile di lui. 😀

    Rispondi
  • 12. due calzini  |  25 novembre 2007 alle 15:12

    Tematica interessantissima. Fai l’esempio della scuola inglese, ma ci sono molte contraddizioni anche nel mondo dell’educazione (ammesso che la scuola debba farne… secondo me dovrebbe istruire, nel senso migliore del termine). Infatti solo da pochi anni una grande agenzia educativa come gli scout inglesi hanno fuso le loro organizzazioni maschili e femminili per farne una sola. Notare che si tratta di associazioni con forte tradizione. Il fatto è che non ci si preoccupa molto, in ambito scolastico, di differenziare le figure: è antieconomico, ma sarebbe corretto che bambini e bambine avessero ENTRAMBE le figure di riferimento e un’attenzione PERSONALIZZATA e non di gruppo. Questo è valido ad ogni età e in ogni fase della crescita, così come è importante non lesinare sulle spese per l’istruzione.Demotivando gli insegnanti (ma anche gli alunni e le alunne) è quasi un miracolo che si possa ancora parlare di una scuola pubblica, in Italia. Di una vera educazione poi c’è addirittura un bisogno che sfiora l’emergenza!Insomma bisogna spendere in quella molto di più, ma come sappiamo si investe di più in ben altro. Ad esempio in armi…

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