AMICIZIA E’… FAMIGLIA – Daniela Tuscano, Daniele Quattrocchi e Stefania Travagin

26 novembre 2006 at 8:09 15 commenti

(Bresso. Ruben, due anni e mezzo,  trotterella già per casa. Kesia ha nove mesi. Entrambi sono gli amatissimi bambini di Daniele e Stefania. Li incontro indaffaratissimi, in un salotto pieno di libri, cuscini, giocattoli. Ma sempre disponibili a un incontro.)

DANIELA – “Lo scorso anno, con un mio caro amico, ho assistito a uno spettacolo teatrale, dove si affrontava il tema del ‘linguaggio muto dei bambini’: ‘i miei pensieri sono diversi dai vostri’, ‘ho un’interiorità che voi non conoscete’. DANIELE – “È vero che i bambini sono una sorta di… messaggeri celesti. Senza la giusta disposizione d’animo, non si comprende il loro linguaggio. Ruben, per esempio, è venuto a trovarmi in sogno, ancor prima che nascesse. Ero in Senegal. L’ho sognato adulto, che mi veniva incontro e mi abbracciava. In un’altra occasione, sempre da quelle parti, mi ha ‘chiamato’ mentre dormivo. L’ho sentito vicinissimo fisicamente, benché lui si trovasse in Italia e io in Africa. È stata un’esperienza fortissima. Ruben è un bambino molto spirituale, con cui si riesce a comunicare su un alto livello. Ma è lui che, in un certo senso, ci guida”. STEFANIA – “Col loro semplice arrivo, i bambini ti fanno crescere. È sorprendente: cresci educandoli. E ogni volta è una novità. Ruben è stato l’annuncio in sé, la gravidanza stessa con cui mi sono rapportata. Con Kesia sono cresciuta diversamente, ho imparato a essere più costante, diretta, decisa; più concreta, insomma. Non ho voluto lasciare indietro niente. È stato maggiormente sviluppato il tema dell’accoglienza”. DANIELA – “Non per niente è una femmina (risate)… ma l’educazione reciproca avviene, con modalità simili e diverse al tempo stesso, già a scuola. Non è però sufficiente la buona disposizione. Anche l’accoglienza deve trovare l’ambiente adatto per manifestarsi”. DANIELE – “È vero. Noi, per esempio, abbiamo potuto contare sia sull’appoggio economico, sia sull’appoggio morale non solo dei parenti, ma anche degli amici. Non necessariamente gli amici con figli: è molto interessante questo aspetto. L’arrivo di un figlio è sempre, e comunque, qualcosa di totalmente altro, ma fondamentale si è rivelata la certezza di non essere soli. E, al tempo stesso, di essere rispettati nelle nostre scelte. Ci sono stati tre gradini: la vicinanza di chi ci voleva bene, le idee dell’uno e dell’altra, il confronto e la successiva scelta”. STEFANIA – “I bambini cambiano non solo le relazioni a due, ma a tre, a quattro (risate)… Il ‘privato’ è bandito. Devi condividere cose, aumenta il senso di unione e di comunione; ma, del resto, devi anche ‘organizzare’ tanto, come dicevo prima. Ad esempio i momenti d’intimità a due, la serata in cui si vuole – si deve – stare da soli. Quando non si hanno figli, l’intimità è il fulcro della relazione. Adesso è una pausa, un momento in cui ti rigeneri, ripigli le forze, ti confronti con te stesso e con l’altro. Ed è necessaria all’interno di un rapporto, le coppie che vi rinunciano commettono un errore. Ed è ancora diverso da quando si sta da soli totalmente, che pure è un altro momento irrinunciabile”. DANIELA – “Mi sento di affermare che i figli allargano gli orizzonti affettivi, ma non annullano le singolarità di ognuno. In qualche misura, i bambini proteggono la diversità. Forse sono i diversi per eccellenza”. DANIELE – “Lo sono sì, nel momento in cui chiedono, dànno. Anche chi non ne ha ne trae giovamento. Posso aggiungere che i bambini incarnano il ‘compromesso’, nel significato originario – e nobile – del termine. Ci si deve adeguare reciprocamente: anche loro, certo. Molti dimenticano troppo spesso che i bambini sono già persone complete; complete e realiste: non avendo gli strumenti per decifrare i grandi discorsi, badano alle azioni, e sono giudici spietati – quel giudizio tanto più limpido quanto più sincero, diretto, senza infingimenti – della tua sincerità. I figli non sono l’appendice dei genitori; ma non ne sono nemmeno gli idoli. Usarli per consolidare, ad esempio, un rapporto finito, o per un compiacimento narcisistico, è sbagliato esattamente come cancellarsi del tutto, come singoli e come coppia. Si dice sempre: i bambini hanno i loro tempi; vero, ma anche i genitori hanno i loro, e ognuno, secondo le proprie capacità, deve rispettare l’altro”. STEFANIA – “Non si deve nemmeno dimenticare che tante volte la rinuncia a un figlio è dovuta a fattori concreti, non è data nessuna possibilità di aprirsi un futuro, il lavoro è precario e avvilente, non esiste alcun sostegno reale in questa direzione, mentre ci si spreca in proclami altisonanti…”  DANIELA – “I reazionari ecc., quelli che invocano il ritorno ai ‘sani valori di una volta’, oltre che bugiardissimi sono ignorantissimi. I valori non appartengono al passato: sono valori, e basta. D’altra parte essi non esistono come astrazioni: sono anzi immersi nel tempo, si vivificano e si attualizzano nel confronto con la storia dell’altro. Lo diceva mirabilmente il rimpianto cardinale Martini: la doverosa, cordiale apertura al pluralismo delle culture (e delle sfide del mondo attuale) deve convivere con la cura di custodire principi e valori di portata universalistica, retaggio della nostra specifica tradizione europea. Una tradizione a sua volta frutto delle molteplici contaminazioni culturali che si sono verificate fin dal Rinascimento”. DANIELE – “Beh, Silo ha sempre detto che in aree geografiche molto diverse, così come in ogni raggruppamento umano che abbia sinceramente a cuore il miglioramento delle condizioni di vita per sé e per i propri simili, esiste un momento umanista da rintracciare e sviluppare. Ce ne siamo accorti durante i nostri viaggi in Senegal: laggiù l’idea di famiglia è un po’ diversa dalla nostra.  I senegalesi, come molti africani, adorano letteralmente i bambini. Per loro la nascita è un evento pubblico e, anche se non possiedono nulla, un figlio è sempre una benedizione.

STEFANIA – “Abbiamo scelto i nomi dei bambini [Ruben, di origine ebraica, significa ‘Figlio della Provvidenza’; Kesia, variante africana dell’originale ebraico Keziah, vuol dire ‘la preferita’, n.d.A.] anche in omaggio a questi amici, che ci hanno arricchiti e fatti crescere. Ci siamo scambiati esperienze, abbiamo imparato ancor di più che il bambino non è un ‘dono’ privato ed esclusivo”. DANIELE – “Anche perché, per loro, l’individualismo occidentale è difficile da comprendere, così come l’idea di futuro. Cos’è il futuro per i senegalesi, cos’è il futuro qui? Innanzi tutto, qui possiamo parlare di ‘futuro’, magari un po’ grigio, ma garantito (anche se non sappiamo per quanto ancora: le differenze tra noi sono quindi destinate ad assottigliarsi) (risate)… gli africani, invece, vivono alla giornata. E questo è sufficiente a cambiare un’intera scala di valori, o, forse, a mettere i valori al posto giusto. Le loro storie e i loro figli sono una riscoperta dell’essenzialità”. STEFANIA – “Quando gli abbiamo comunicato che, per qualche tempo, non ci avrebbero visti e al nostro posto sarebbero arrivati altri, si sono felicitati con noi. Si capiva che la loro gioia veniva dal profondo, eppure avevano una gran voglia di rivederci, per tanti versi anch’essi sono spontanei come bambini. Ho sempre in mente il più simpatico del gruppo, Zorom: anch’egli padre, alle prese coi problemi di tutti i giorni che, dalle sue parti, sono centuplicati. Quando gli ho mostrato il filmato dove apparivi tu e gli amici rimasti in Italia, e che lui ovviamente non conosceva, si è commosso: il solo sapere che, in un posto lontano, delle persone si adoperavano per lui lo ha intensamente emozionato. Io considero Zorom, a tutti gli effetti, uno di famiglia: forse è un po’ difficile da spiegare”. DANIELA – “Probabilmente quest’idea di comunità può costituire il momento umanista cui alludeva Daniele. Attraverso il loro insegnamento noi ritroviamo il piacere di uscire dalle nostre case, attraverso l’esempio della nostra iniziativa singola essi possono superare l’atteggiamento vittimistico che ogni tanto li pervade… o almeno così mi pare”. DANIELE – “Ti ‘pare’ giusto. Gli africani, da anni, aspettano che l’uomo bianco risolva i problemi portando soldi e mezzi. Non è neanche una pretesa assurda, visto che certi uomini bianchi ne hanno combinate di tutti i colori (circa trecento milioni di schiavi sono una prova sufficiente?). E alcuni, di lingua francese, continuano a farlo anche adesso, mettendo le mani su tutte le loro risorse. Noi invece, proponiamo a tutti, bianchi e neri, di impegnarsi a uscire da questa situazione di immobilità. Quindi se io faccio qualcosa per te, tu a tua volta farai qualcosa per gli altri. Facile a dirsi, un po’ meno ad attuarsi. Per le resistenze di tutti. Ma quelle culturali e religiose, te l’ho detto, si superano”. STEFANIA – “Anche perché l’Islam senegalese, del quale, guarda caso, nessuno parla, convive senza problemi con altre tradizioni e credenze. Figurati che si possono trovare cristiani e musulmani in una stessa famiglia! Il senegalese, in particolare, è molto pacifico, volonteroso e dialogante nei confronti delle altre culture. Ma è proprio sulla cultura che dobbiamo scommettere: sulla cultura e sulla conoscenza reciproca. Per questo non è sufficiente portare degli aiuti materiali, e nemmeno insegnare a servirsi di questi aiuti: ciò che conta è che comprendano di avere in sé una grande forza, e imparino a usarla, a seconda delle proprie capacità, per spezzare le catene di un sistema che li condanna alla miseria e alla passività. Sennò si diventa facili prede del fondamentalismo. Vabbè, abbiamo divagato…” (risate) DANIELA – “Fa nulla, in fondo è tutto collegato. Mi è molto piaciuta però la vostra suggestione. Considerare anche i lontani come ‘di famiglia’…” DANIELE – “…che, in tanti casi, sono la nostra vera famiglia. D’accordo i parenti, però gli amici sono più gratuiti, perciò spesso più autentici, il loro affetto è di ‘sostanza’”. (risate) STEFANIA – “La destrutturazione sociale si riflette anche sulle famiglie. Apparteniamo a tante realtà diverse, anche nel nostro piccolo gruppo si può verificare… Occorre ricominciare a educarsi vicendevolmente. Se si mette al centro il bambino e ci si adopera con impegno e coerenza, tutti possono pervenire a buoni risultati. Noi stessi siamo ‘diventati’ genitori: prima non lo eravamo. Chiunque può essere genitore e aiutare a crescere”. DANIELA – “Anche non essendolo biologicamente?” STEFANIA – “Certo, anche in quel caso. Io cerco d’informarmi in vari modi: non solo consultando gli amici, ma leggendo. Però non necessariamente i classici, che propongono modelli spesso superati. Quelli nuovi vanno pur costruiti, per adattarsi alle situazioni che la vita presenta, e con cui bisogna fare i conti. Ho appena finito un libro, I bambini indaco, contenente osservazioni utili sui figli attuali, percepiti come colore…”  DANIELA – “Si può dire che anche i bambini contribuiscono a far sviluppare il ‘momento umanista’ citato da Daniele; anch’essi sono storia, sono una parabola dell’umanità. Che conosce il suo passato e per questo va incontro al suo futuro. Mi viene anche in mente, a tal proposito,
la Lettera ai bambini scritta anni fa dal papa Giovanni Paolo II. Con semplicità e chiarezza il Pontefice insisteva sull’importanza del loro contributo per diffondere la pace nel mondo intero”.
DANIELE – “Bambini come portatori di pace? Sì. E senza scadere nella retorica. Bisogna partire dal loro mondo, piccolo, umile, che già contiene tutte le domande e le risposte. Mi sono accorto che hanno un approccio non-violento col prossimo perché sono aperti, non discriminano nemmeno in base all’età. Non hanno il senso del possesso, non come lo intendiamo noi. Dicono: “È mio!” a qualsiasi cosa gli piaccia, perché lo sentono dire da noi, però poi lo lasciano lì, non la tengono gelosamente a sé per sempre, pronti come sono a nuove scoperte e avventure. Potrebbero quindi condividere, e insegnarci a condividere tutto, senza grossi problemi. È chiaro che non vivono in un mondo ideale, ma con regole stabilite, restrizioni e convenzioni con cui devono fare i conti. Ed è doveroso che sappiano decifrarle, giuste o sbagliate che siano. Se mio figlio vuole attraversare la strada – e sempre ci prova, cerca in ogni momento di affermare la sua personalità (risate) -, devo impedirglielo perché c’è un rischio reale per lui. Ma non basta imporsi, bisogna convincerlo della bontà di un’azione. Quando sperimenta una costrizione non necessaria, se ne accorge e reagisce a suo modo. Per farti un altro esempio, semplice semplice: Ruben voleva a tutti i costi mangiar da solo, ma non ci riusciva. Lo abbiamo aiutato, anche se non voleva saperne, ma alla fine ci siamo venuti incontro entrambi: è stato un sano compromesso. Nemmeno la volontà può essere assoluta. Il bambino vive anche paure, difficoltà e resistenze: a volte motivate, a volte no. Deve essere in grado di conoscerle e di sperimentarle, per poi superarle. Ma alle sue condizioni, che d’altronde, attraverso il confronto, diventano le nostre”. STEFANIA – “La competizione, nel senso di miglioramento continuo, deve avvenire dentro di sé, rispettando i propri tempi, e non con altri”. DANIELA – “Riguardo alla competizione mi hai ricordato un servizio andato in onda qualche tempo fa su un tg nazionale: una gara di velocità fra poppanti, in Bulgaria. I bambini venivano stimolati dai genitori a percorrere a gattoni un breve tragitto per la ‘conquista’ di un succhiotto. L’ho trovato allucinante: il fatto poi che si svolgesse in un teatro accentuava questo carattere di esibizionismo sfacciato, di edonismo puro. Dei genitori, ovviamente. I figli come scimmiette ammaestrate, da esibire per far bella figura. STEFANIA – “È violenza brutale, ancor di più perché mascherata da gioco, da goliardata…” DANIELA – “…ma anche in quel caso, come diceva Daniele, il bambino reclamava a suo modo. E molti, a un certo punto, se ne sono infischiati di buffetti e pizzichi, e si sono assisi come piccoli re, beatamente scomposti, meravigliosamente lenti, nel bel mezzo della sala”. (risate) DANIELE – “È quanto asserivo sulla differenza tra costrizione e responsabilità. Poi non ci si stupisca se crescono giovani contemporaneamente deboli e velleitari. Sono gli adulti a renderli così. Oggi sentiamo tanti genitori accusare i figli di non credere in niente e di non impegnarsi in nessuna causa meritevole, di abbandonare o trascurare la scuola e dedicarsi soltanto alla discoteca e alle droghe. Ho l’impressione che chi esprime giudizi così sommari non conosca poi così bene questi figli o, almeno, non voglia cercare la soluzione del problema”. DANIELA – “Un autore greco di cui mi sfugge ora il nome, qualche secolo prima di Cristo, scriveva: ‘Oggi la gioventù è cambiata. Non ha ideali, è anemica e fiacca’. A quanto pare siamo nella stessa situazione da più di duemila anni… (risate) Anche molti genitori, a scuola, o si lamentano in maniera eccessiva dei figli, o sono iper-protettivi. È chiaro: bisogna distinguere le sofferenze tipiche della crescita, che spesso non sono comprese dall’adulto, col malessere generale tipico dei nostri tempi, ma…” DANIELE – “Ma certo, sappiamo benissimo che il consumo di droga e le più tristi forme di depressione sono in aumento fra i ragazzi, così come le manifestazioni di violenza e d’intolleranza. Gli adulti, però, non stanno meglio. Da tempo, per le nuove generazioni, si sono chiuse le porte della partecipazione a qualsiasi livello: sociale, politico, culturale e artistico. Le vecchie forme di aggregazione non coinvolgono più, o non come prima: penso alle manifestazioni, ai cortei”. DANIELA – “Concordo, anche se i temi della pace hanno mobilitato moltissime persone”. DANIELE – “Perché il bisogno era irrinunciabile e perché, comunque, c’è stata una partecipazione trasversale, in nome di un valore condiviso e non, che so, di partiti organizzati, che ormai lasciano il tempo che trovano. Sta di fatto che questa esigenza c’è, si avverte…” DANIELA – “Io me ne rendo conto tutti i giorni, a scuola: quasi temono a esporsi perché gli è stato insegnato che… facevano male. Pensa un po’! Mentre quando si comincia a dar loro una possibilità, a far intravedere loro un lembo di cielo, ecco che cambia tutto. Magari piano, certo non va lasciato a livello di desiderio; ma avviene. Una mamma mi ha detto: ‘Ho notato che, dopo le sue lezioni, a mia figlia s’è accesa una scintilla’. La scintilla da sola non fa calore, ma se non ci fosse non divamperebbe il fuoco…” DANIELE – “E proprio per questo servono strumenti perché quel fuoco divampi. Strumenti che gli adulti non forniscono ai loro figli; l’esempio che hai portato lo dimostra pienamente. Quei bimbi pizzicati, tranne i felici e geniali casi di quei  rivoltosi sbragati in mezzo al palco (e mi sembra di vederli, nella loro serafica incuranza!), saranno un domani gli adolescenti cui si prospetterà un unico sbocco per canalizzare le emozioni: l’attività sportiva, che di per sé non è certo un male, ma che è sempre più improntata a una dura selezione, dettata dai voleri degli sponsor”. DANIELA – “Dove, logicamente, lo sport agonistico stimola gli istinti di prevaricazione e di possesso”. STEFANIA – “Mentre esiste, in ognuno di noi, un’aspirazione e una speranza in un futuro migliore. Io e Daniele ci siamo fermati proprio pochi giorni fa a contemplare le scritte che i ragazzi delle scuole superiori avevano lasciato sotto l’arena del Parco Nord. Leggendo alcune di queste frasi, abbiamo compreso l’ansia di sfuggire a una realtà opprimente”. DANIELE – “Alcuni testi, fra l’altro, erano poetici: ‘Lascia che il tuo corpo parli e ascoltalo, lascia che il corpo dell’altro parli e ascoltalo con doppia attenzione’, ‘La pioggia è una cosa meravigliosa perché ti permette di camminare fra la gente piangendo a testa alta’… questa è splendida, sono sentimenti così teneri, così… infantili. ‘Non c’è altra realtà fuorché quella che vediamo – aveva scritto un terzo – per questo la gente vive così. Prendendo per vere le immagini esterne e non permettendo all’esterno di int…’, qui s’interrompeva, quasi avesse saggiato la durezza di quell’involucro di insensibilità che lo soffocava. C’è quindi sensibilità, dolcezza nei nostri giovani. Ed è una sensibilità che, di solito, non riesce a imporsi nella maggior parte delle compagnie. Bisogna lasciarsi andare, non aver paura di dire quello che si sente e mostrarlo agli altri. Ma capisco la reticenza: è una questione di educazione (o meglio, di diseducazione) anche questa. Da piccoli si hanno tutte le potenzialità, ma la debolezza che viene dalla dipendenza rende vulnerabili. Via via che si cresce la forza aumenta, ma la volontà si attenua, in qualche modo si appiattisce se non è stata esercitata precedentemente. I bimbi bulgari ‘ribelli’ mi fanno ben sperare. Hanno comunicato col corpo che non ci stanno. Mi auguro, ma ancor più auguro ai loro genitori, che il messaggio sia stato raccolto”. DANIELA – “In altre parole, non c’è niente di più allegramente, irregolarmente regolato di un bambino. È insieme l’imprevisto e la ciclicità dell’esistenza. È una contraddizione unitiva”.

Daniela Tuscano (poi pubblicato nel numero di aprile di “Tempi di Fraternità”. Nelle foto: Ruben, Kesia e i loro genitori; Stefania in Senegal con una piccola amica. Vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/08/amicizia-e-impegno-daniela-tuscano-e-donatella-camatta/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/03/20/amicizia-e-fedelta-daniela-tuscano-e-cristiano-culicchi/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/06/30/la-diversita-e-la-cifra-dellamore/)

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Entry filed under: chi trova un amico..., educazione e scuola, semi di speranza, strade umaniste.

SEPARATISMO EDUCATIVO, PROVOCAZIONE O NECESSITA’? STOP AIDS!!!

15 commenti Add your own

  • 1. gianna  |  26 novembre 2006 alle 8:48

    Magnifica l’intervista e stupendi i bambini… c’è tanto da approfondire… grazie daniela

    Rispondi
  • 2. laura  |  26 novembre 2006 alle 9:15

    …ecco cosa intendevo dicendo che sei una persona stimolante!

    Comunque, è un argomento su cui mi arrovello da anni (sulla mia famiglia, più che altro!). Approfitto di questa bellissima intervista per fare i complimenti a Ruben, Kesia e ai loro genitori e… per rispondere al questionario che mi hai mandato.

    Un abbraccio

    Laura

    – Cosa intendi per famiglia?

    Un insieme di persone che vivono insieme, si conoscono davvero, si vogliono bene e si accettano così come sono.

    – Come la vivi personalmente?

    Sono felice della famiglia che mi sono creata. E’ un posto di condivisione e di libertà, un nido dove mi sento al sicuro. La mia famiglia di origine, quella in cui sono nata e non ho creato io, è una dimensione un po’ più difficile, secondo me perché non c’è una vera accettazione gli uni degli altri. L’affetto c’è, naturalmente, ma non sempre c’è la voglia di conoscersi davvero. Forse dipenderà dall’età, ma c’è più desiderio di controllo che di condivisione.

    – Cosa sono i figli, la fedeltà, la quotidianità per te?

    I figli sono persone a cui non si può fare a meno di voler bene. Devono essere lasciati liberi ma se possibile protetti. Io sono stata protetta fino al soffocamento!!!

    La fedeltà per me è la spontanea conseguenza dell’amore. Se amo una persona voglio quella e basta. Naturalmente gli occhi ce l’ho, posso riconoscere un bell’uomo, ma non lo desidero perché non voglio lui.

    La quotidianità mi è mancata per tanti anni (ero in una relazione a distanza). La quotidianità è una bella cosa: è poter condividere tanti piccoli gesti, tanti piccoli rituali con la persona o le persone che amo.

    – Se non hai figli e/o partner, ti piacerebbe averne? E se non puoi? Anche gli amici possono appartenere alla famiglia e in che misura (dall’esterno, all’interno, magari con forme di regolamentazione statale…)

    Non ho figli ma prima o poi vorrei averli. Tutti mi dicono che c’è poco tempo (ho 33 anni), ma io devo seguire il mio istinto. Meglio nessun figlio, che un figlio quando non sei pronta (altrimenti le conseguenze le paga lui!). Ho un po’ di paura a fare figli. Non so se riuscirei ad essere una buona mamma.

    Il compagno ce l’ho e lo amo.

    Se non potessi aver figli non ne farei un dramma. Prima proverei qualche cura, senza arrivare a mettere in pericolo la mia salute, poi farei una richiesta di adozione. Se non potessi avere figli in adozione andrei avanti lo stesso. Fare figli è un mio desiderio ma non la ragione della mia vita.

    Credo che l’amicizia e la famiglia siano cose diverse. Non c’è una scala d’importanza: agli amici si può voler bene come e più che ai familiari. Con i familiari spesso c’è un legame di sangue che rende più cogente il rapporto. Stai con un amico se vuoi, è una relazione elettiva. Con i familiari c’è anche un obbligo morale o sociale: è un tuo parente, un tuo consanguineo. Io accetto dai familiari cose che non accetterei da un amico (smetterei di frequentarlo).

    – Cosa dovrebbe fare lo Stato, se ritieni sia il caso, per aiutare le famiglie?

    Dovrebbe semplificare la vita delle donne. Più asili, più servizi, reale protezione e tutela della maternità.

    Dovrebbe rendere meno costosa l’istruzione pubblica.

    Dovrebbe allargare il concetto di famiglia (anche a coppie di fatto, etero e omosessuali).

    – E per altre forme aggregative?

    Lo Stato dovrebbe tutelare tutte le forme aggregative dei cittadini migliorando i servizi e rendendoli più accessibili (anche economicamente) a tutti.

    – Ritieni che la famiglia sia un valore da difendere e da diffondere? In che modo?

    Non ho mai pensato alla famiglia come un valore da difendere e da diffondere. Certo la famiglia è un valore. Ma è un qualcosa di naturale, cioè si crea per il desiderio dei singoli individui. Non si può forzare e non si può diffondere, perché ognuno decide da sé quando, se, come e con chi formare una famiglia. Per quello che riguarda le famiglie che si sfasciano, non si può obbligare la gente a restare insieme se non se la sente più.

    Si può proteggere la famiglia se mai dai problemi esterni: offrire servizi adeguati, fare in modo che i ragazzi trovino un lavoro fisso altrimenti non possono formare la famiglia anche se vogliono, tutelare davvero le donne altrimenti non fanno i figli per paura di perdere il lavoro.

    – Esistono, secondo te, modelli proposti dalla società (tv, giornali, moda) che in qualche modo minacciano, ridicolizzano o sminuiscono la famiglia? Sei d’accordo con chi afferma che la famiglia è in pericolo e va preservata, anche con leggi dello Stato, da “altre forme aggregative” che potrebbero oscurarne il significato?

    Logicamente la TV banalizza la famiglia: la pubblicità tipo “famiglia felice” che si sveglia la mattina a suon di biscottini senza grassi e va a letto la sera con tisanine rilassanti deforma la realtà. Per non parlare delle mamme gioiose che puliscono in un lampo cucine incrostate, o dei papà sorridenti su macchine supersportive. Inoltre la TV contrappone a questa immagine zuccherosa un’immagine di successo individuale, maschile e femminile, basato sull’esaltazione dell’EGO (tutti belli, ricchi, eternamente giovani, in carriera), che non prevede un “altro” e quindi non prevede una famiglia.

    La famiglia per me non va difesa da altre forme aggregative, che costituiscono pur sempre una famiglia. Se il mio vicino di casa dorme con un uomo o con una donna a me non importa niente. Non è un pericolo per nessuno.

    La famiglia va difesa piuttosto dai rischi che le impediscono di formarsi o di crescere (problemi lavorativi, economici, di salute, su cui lo Stato può intervenire) o che minacciano di farla esplodere (eccessivo edonismo – ed egoismo – osannato dalla TV e dalla moda).

    Rispondi
  • 3. chiocciola  |  26 novembre 2006 alle 9:31

    Non ci sono leggi o regole che tengano. Tutto è delegato alla sensibilità e all’intelligenza delle persone, di coloro che compongono la famiglia.
    Per me famiglia sono anche solo due persone che vivono insieme. Da li’ si parte e da li’ tutto nasce e si evolve.
    Purtroppo molti convivono o si sposano pensando che la vita prosegua come prima, anzi magari credono che, allontanandosi dalla famiglia di origine si possa avere più libertà, meno obblighi.
    E invece vengono colti alla sprovvista dalle responsabilità (lo so è un termine barboso, vecchio, stantio). Bisogna pagare l’affitto, le spese, la luce, la spesa, cucinare, e l’assicurazione, e la macchina…. ……… ……… e si perde di vista il fatto che forse vale la pena accollarsi tutto questo ( che peraltro i nostri genitori hanno fatto con molti più sacrifici, in epoche molto tristi e, per un certo verso, più dure di quella attuale).
    Siamo noi che dobbiamo cambiare, nessuno puo’ obbligarci ad amare di più il senso della famiglia.

    Rispondi
  • 4. thor  |  26 novembre 2006 alle 10:00

    Le troppe “distrazioni” ed i soverchianti e sempre più pressanti ed alienanti impegni che ci prendono fuori dal nostro nucleo familiare, ma ripercussivi al suo interno, nella società di oggi, ha portato all’annientamento delle comunicazioni verbali tra familiari stessi, magari si và su internet, si telefona agli amici, si studia o si leggono libri, ci si dedica ad un qualsiasi hobby, ma parlare non si usa più, perchè purtroppo il più delle volte si creano delle situazioni che portano in discussione altri problemi che si vanno ad aggiungere a quelli di cui la vita al di fuori già ci sommerge …ed alla distanza le armi si spuntano, cadono e ci si isola per non soffrire più.
    Questo è un triste spaccato della società di oggi.

    Rispondi
  • 5. dhalila  |  26 novembre 2006 alle 10:11

    Famiglia significa costruire qualcosa di positivo…educare i figli in maniera che crescano sereni , aiutare e farsi aiutare dal partner nei momenti di difficoltà …insomma essere un nucleo nel quale si cerchi sempre di appianare i contrasti… ma certamente non chiudendosi agli altri…
    mah forse è un sogno!!

    Rispondi
  • 6. ladyfinley  |  26 novembre 2006 alle 10:40

    la famiglia per conto mio può anche non avere legami di sangue ,quello che deve unire le persone è l’amore!quello che ora manca nelle famiglie tradizionali è il dialogo!

    Rispondi
  • 7. alessandro  |  26 novembre 2006 alle 9:46

    Bella intervista, ma come ha detto qualcuno bisognerebbe pensarci un pò a rispondere… Ora come ora con quelle bellissime foto mi viene in mente solo la celebre canzone di Cat Stevens che gli dedico…

    ciao

    alessandro

    FATHER AND SON

    Father:

    It’s not time to make a change
    Just relax, take it easy
    You’re still young, that’s your fault
    There’s so much you have to know
    Find a girl, settle down
    If you want, you can marry
    Look at me, I am old
    But I’m happy

    I was once like you are now
    And I know that it’s not easy
    To be calm when you’ve found
    Something going on

    But take your time, think a lot
    I think of everything you’ve got
    For you will still be here tomorrow
    But your dreams may not

    Son:

    How can I try to explain
    When I do he turns away again
    And it’s always been the same
    Same old story

    From the moment I could talk
    I was ordered to listen
    Now there’s a way and I know
    That I have to go away
    I know I have to go

    Father:

    It’s not time to make a change
    Just sit down and take it slowly
    You’re still young that’s your fault
    There’s so much you have to go through
    Find a girl, settle down
    If you want, you can marry
    Look at me, I am old
    But I’m happy

    Son:

    All the times that I’ve cried
    Keeping all the things I knew inside
    And it’s hard, but it’s harder
    To ignore it

    If they were right I’d agree
    But it’s them they know, not me
    Now there’s a way and I know
    That i have to go away
    I know I have to go

    Testo della canzone (traduzione italiana)

    Padre e figlio

    Padre:

    Non è tempo di cambiare
    Rilassati, prendila con calma
    sei ancora giovane, questa è la tua colpa
    Hai ancora molte cose da conoscere
    trovare una ragazza, sistemarti,
    se vuoi puoi sposarti
    Guarda me, sono vecchio,
    ma sono felice

    una volta ero come sei tu ora,
    e so che non è facile
    Rimanere calmi quando hai trovato
    qualcosa che va
    ma prendi il tuo tempo, pensa a lungo
    Perché, pensa a tutto quello che hai avuto.
    Per te sarà ancora qui il domani,
    ma forse non i tuoi sogni.

    Figlio:

    Come posso provare a spiegare,
    quando lo faccio, si volge altrove di nuovo
    È sempre la stessa vecchia storia
    Dal momento in cui potevo parlare,
    mi fu ordinato di ascoltare
    Ora c’è una strada e so
    che devo andarmene
    So che devo andare

    Padre:

    non è tempo di cambiare
    Siediti, prendila con calma
    sei ancora giovane, questa è la tua colpa
    Ci sono ancora molte cose da affrontare
    trovare una ragazza, sistemarti,
    Se vuoi puoi sposarti
    Guarda me sono vecchio,
    ma sono felice

    Figlio:

    tutte le volte che piansi,
    tenendo tutto dentro di me
    È dura, ma è anche dura
    ignorare tutto

    Se avevano ragione, ero d’accordo,
    ma sono loro che tu conosci, non me
    Ora c’è una strada e io so
    che devo andarmene
    So che devo andare

    Rispondi
  • 8. ernesto  |  26 novembre 2006 alle 11:01

    beh a questo punto, canzone per canzone non si può evitare “figlio” del nostro renatino… una poesia struggente che anch’io dedico ai genitori soprattutto nel passaggio del figlio che non è un clone, mi sembra molto vicino a quello che ha detto Daniele…baci ernesto

    Figlio delle mie stagioni travagliate
    figlio mio

    fiore profumato germogliato al sole
    dell’oblio..

    Con che puntualità sei qui
    come un miracolo sei qui

    così ti accoglierò così
    il figlio
    che voglio…

    Pretendere che la vita sia così
    infallibile

    maestra quando mette insieme tanta
    solitudine

    pianeti controversi noi
    un equilibrio fragile

    decidere chi essere
    un padre
    un figlio

    saggezza
    orgoglio…

    cambierai da solo…
    cercherai il tuo cielo

    tenterai il tuo volo senza me
    io pregherò per te…

    soffrirò in silenzio
    quando tu cadrai

    sarò io il più credibile amico che avrai

    più forte il senso dell’impegno
    il bisogno di lealtà

    un uomo per eccesso
    o forse per difetto chi lo sa…

    Tu l’energia, il coraggio io
    la stessa scuola figlio mio

    nessun segreto fra di noi…

    sii sempre
    cosciente
    sincero coerente…

    ecco che ti trovo
    in un mondo avaro

    chi voleva un figlio e invece poi
    non lo ha cercato mai

    che non sia una copia
    un clone perché mai
    se poi tutte le risposte le ha lui

    Se puoi cerca d’essermi figlio
    se puoi

    (R.Zero)

    Rispondi
  • 9. *roberta64  |  27 novembre 2006 alle 8:19

    ciao Daniela, che dire… come sempre l’articolo è molto interessante
    ed io rivedo tutte le situazioni riportate riguardo i rapporti tra
    genitori e bambini. Sai sono sempre arrivata ad una conclusione. Per me
    ai propri figli non si insegna la MODESTIA, qualitè che hanno ormai in
    pochi… Se i propri figli non primeggiano in tutto cade il cielo. Se
    non prendono un voto eccellente vengono chiusi in bagno in attesa di
    sonore sberle a turno… Devono fare lo sport preferito del papà…(lui
    non è riuscito ad essere un campione). E’ tutto già pronto tutto già
    stabilito dai genitori e questi bambini fino a che non si fanno le ossa
    devono sottostare.
    E qui mi fermo… ho tanti esempi che mi
    rattristiscono..
    bacione Daniela
    è tanto che non ci sentiamo, ma
    credimi il pensiero c’è sempre. Roberta 64

    Rispondi
  • 10. geo  |  27 novembre 2006 alle 23:12

    I genitori non sono coloro che ti mettono al mondo,ma coloro che ti crescono…i figli non sono coloro che rappresentano le aspettative dei genitori,ma coloro che completano le vite di chi li ama…la famiglia è dove c’è amore…che sia composta da 2,3 o anche 900 individui… che siano due donne,due uomini,singoli con figli…un uomo e una donna…dove si ama si può costruire un nucleo familiare… altrimenti diventiamo solo pantomime di noi stessi…non esiste un modello…il mulino bianco per fortuna è andata a fuoco!nessuno ha il diritto di dire che la mia non è o non potrebbe essere una vera famiglia!
    Lo stato dovrebbe pensare a questioni più importanti piuttosto che occuparsi di preservare un significato astratto…ma in Italia tendiamo a conservare invece che a crescere…ho votato sinistra…che delusione!e sì che le davo tanto fiducia (non che la destra sia meglio…DAS IST DOCH ALLES MIST!)

    Rispondi
  • 11. Daniele e Stefania  |  28 novembre 2006 alle 0:30

    no al Ritalin (la droga per i bambini)

    danno le droghe (prozac, ritalin) ai bimbi “iperattivi” per “tranquillizzarli”, invece di modificare le strutture educative affinché tutti possano esprimersi come vogliono. E con l’accordo dei genitori, educatori, sociologi, medici, e soprattutto con la spinta dell’industria farmaceutica, stanno drogando e generalizzando una vera “guerra chimica” diretta alle nuove generazioni. Si parla già di dare ed estendere a tutti i bambini e studenti, queste droghe per migliorare l’apprendimento!

    “Psicofarmaci ai bambini italiani, è uno scandalo. Troppi e somministrati con troppa leggerezza. In cinque anni in Italia la prescrizione di psicofarmaci ai bambini è aumentata addirittura del 280 per cento. Negli Usa, dove i bambini in terapia sono più di undici milioni, l’aumento è stato del 150 per cento. Ministro Turco, intervenga subito”. E’ l’appello che hanno lanciato, in una conferenza stampa svolta ieri a Roma, Luca Poma portavoce di “Giù le Mani dai Bambini”, il resto dell’articolo lo petete leggere su:
    http://www.disinformazione.it/psicofarmaci_ai_bambini.htm

    grazie mille a dany x aver pubblicato l’intervista e a tutti per i commenti.
    pace forza e allegria

    Rispondi
  • 12. danielebausi  |  28 novembre 2006 alle 11:44

    credo che non ci sia gioia più grande dell’avere figli. Certo il concepimento è tutt’altra cosa, ma anche quelli adottati portano una grande felicità pari all’altra.
    Io per motivi che tutti conosciamo, non potrò mai essere padre naturale, ma nonostante abbia un figlio adottato a distanza, è come….non riesco a spiegarlo. Come averlo quì.
    Gli scrivo, lui mi riscrive, adesso si avvicina il Natale e sto organizzandomi su come mandargli un regalo.
    Vorrei anche io farmi un regalo; la possibilità, l’anno prossimo, di andare a trovarlo.
    Forse sono andato fuori tema, ma sui bambini ce ne sarebbe ancora tanto da parlare, tanto da imparare.

    Rispondi
  • 13. danielatuscano  |  30 novembre 2006 alle 22:52

    Grazie a tutti e in particolare al dolce Daniele per la sua toccante testimonianza. Tvb :-*

    Rispondi
  • 14. donatella  |  3 dicembre 2006 alle 13:39

    Pensiero figli e madri

    Quando mi impegno a confortare qualcuno, mi pare di udire mia madre. La sua più grande raccomandazione era di prendersi cura degli altri. Cokie

    Una delle primissime cose che ricordo di mia madre era che metteva da parte i soldi per determinate opere di carità.
    Mi insegnava che avevo l’obbligo di restituire qualcosa alla società non importa quanto poco fosse al mese. Ali

    Mamma era la casa. Lei è l’essere uman più umano che abbia mai conosciuto, oltre a essere stata bellissima. Era il faro della sua comunità. In casa era un oceano di affetto, disciplina, allegria, amore, forza, tenerezza, incoraggiamento, comprensione, ispirazione, sostegno. Leontyne

    Fin da piccola ho sempre desiderato essere come mia madre. Non necessariamente un’attrice, non pensavo di averne il coraggio, ma una donna attiva e multiforme quale era lei. Isabella

    Cara mamma, sto benissimo. Smettila di preoccuparti per me. Lettera su papiro, diciassettenne egizia 2000 a C. circa

    Lei è la mia insegnante, la mia consigliera, la mia più grande ispiratrice. Whitney

    Rispondi
  • 15. catti cifatte  |  17 dicembre 2006 alle 1:11

    PADRI

    Intervista a Marco Deriu (I° parte)

    Marco Deriu dopo una laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Sociologia presso l’Università di Parma. Attualmente è Ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Studi Politici e Sociali dell’Università di Parma. È stato direttore della rivista Alfazeta dal 1996 al 1999 e consulente culturale per diversi enti pubblici e privati. È docente a contratto di Sociologia presso l’Istituto Teologico S. Antonio di Bologna e di Geografia presso l’Università della Calabria. Fa parte della redazione del quadrimestrale “La società degli individui”, e collabora con numerose riviste. È membro della Associazione per la Decrescita.
    Ha curato i volumi “Gregory Bateson”, Bruno Mondadori, Milano, 2000 e “L’illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale”, EMI, Bologna, 2001. Assieme a Pietro Montanari e Claudio Bazzocchi ha curato il volume Guerre private, Il ponte, Bologna, 2004. È autore dei volumi “La fragilità dei padri. Il disordine simbolico paterno e il confronto con i figli adolescenti”, Unicopli, Milano, 2004 e “Dizionario critico delle nuove guerre”, Emi, Bologna, 2005.

    Nella famiglia tradizionale, al ruolo del padre in genere si riferisce ciò che attiene dell’andamento delle risorse finanziarie di una casa, che è considerato di fondamentale e vitale importanza: il padre rappresenta cioè l’esclusiva, se non la principale fonte economica. Si sa del resto che molte donne non sono economicamente indipendenti, i numeri e le statistiche parlano chiaro; quale condizionamento psicologico può derivare dunque dall’essere padre portatore delle risorse? E secondo te sta cambiando qualcosa?

    Certamente in passato il padre coincideva in gran parte con la figura del bread-winner, l’uomo lavoratore che assicura il pane e tutto il necessario materiale alla famiglia per poter vivere. Questa figura e la sua corrispondente, quella della madre “casalinga” che si occupa di tutte le necessità domestiche, erano complementari, nel senso che rimandavano l’una all’altra. Questa complementarità determinava forme di dipendenza reciproca di tipo produttivo e riproduttivo. È ovvio che il potere economico assicurava al padre un certo controllo sul resto della famiglia e sulle decisioni fondamentali. Ma anche al di là degli espliciti o implici ricatti economici di uno schema di questo genere ciò che è interessante è riflettere sui fondamenti dei processi identitari relativi alle figure del padre e della madre. Il padre costruiva la sua identità socialmente attraverso il lavoro, la professione, lo status sociale. Questa identità si esprimeva in un ruolo sociale, in un riconoscimento economico e un sistema di diritti e doveri famigliari. La madre invece traeva la propria identità in termini innanzitutto relazionali, attraverso la cura delle persone, del marito, della prole, dello spazio famigliare in generale. L’identità sociale ed economica del padre si appoggiava sul lavoro di cura, affettivo e relazionale della madre e viceversa.
    Questo tipo di organizzazione tradizionale che abbiamo piuttosto schematicamente richiamato e che affondava le radici nella famiglia patriarcale è andato sempre più in crisi negli ultimi decenni. Da questo punto di vista è in corso una radicale trasformazione. Da una parte i modelli emancipatori e la trasformazione del mercato e della società hanno portato le donne ad entrare sempre più nel mondo del lavoro e ad assumere una crescente indipendenza economica. Dall’altra le trasformazioni del mondo del lavoro e i cambiamenti culturali hanno messo in crisi le certezze della relazione costitutiva tra lavoro, professione e identità maschile. Il lavoro si è andato trasformando e precarizzando, le professioni oggi sono qualcosa di più fluido e incerto che nel passato. Allo stesso tempo l’ideologia del sacrificio e della centralità del lavoro che ha attraversato i secoli precedenti ha perso oggi gran parte del suo fascino e della sua attrattiva. Insomma l’identificazione maschile con il lavoro non è più così netta e forte.

    Tutto questo è insieme conseguenza e causa della trasformazione delle relazioni tra i sessi. Ne scaturiscono cambiamenti enormi in termini di psicologie, di dinamiche relazionali, di mutamenti sociali. Posso fare solo qualche esempio anche se ognuno meriterebbe di essere approfondito. Dal punto di vista maschile, gli uomini cominciano a non essere così sicuri e a fare così conto sul lavoro per definire se stessi. C’è l’esperienza della precarietà che sta trasformando radicalmente l’esperienza sociale di intere generazioni. C’è la crescente consapevolezza che l’identità professionale non è più semplicemente ereditabile dal proprio padre o acquistabile sul mercato delle conoscenze, si costruisce attraverso un percorso di esplorazione, sperimentazione, sedimentazione e strutturazione, in cui l’elemento personale e biografico per la prima volta ha un grande peso. Allo stesso tempo molti padri cominciano a vedere anche l’universo delle relazioni interpersonali con la compagna o con i figli come una dimensione di gratificazione importante e anche di riequilibrio personale, assai più che in passato. Poi cambiano le premesse delle relazioni: l’autonomia delle donne come ideale e come esperienza psicologica, economica e sociale produce nuove condizioni nella costruzione delle relazioni di coppia. La libertà della donna, dei suoi desideri, dei suoi progetti oggi è un elemento sempre più imprescindibile in una relazione di coppia affinchè questa possa funzionare. Senza contare le trasformazioni che la femminilizzazione del lavoro sta producendo a livello sociale.

    Per il fatto di avere e rappresentare una forza fisica quasi sempre superiore, gli uomini, anche padri, spesso non ammettono la loro parzialità: nel rapporto con le donne o mogli, nel rapporto con i figli e le figlie tendono ad imporre un potere che spesso sfocia nella violenza psicologica o fisica. Cosa occorre per fare superare questa “camicia di forza” che costringe anche gli uomini in un ruolo negativo per sé e per gli e le altri/e? hai conosciuto uomini che hanno vissuto la loro mascolinità valorizzando il senso del limite nello scoprire fragilità e tenerezza?

    L’elemento della forza fisica non va ipostatizzato ma va visto in relazione alla struttura sociale che ha accompagnato l’identità maschile e i ruoli sociali di genere. Lo stesso dicasi per la questione della parzialità. Il senso di onnipotenza maschile è stato fondamentalmente una costruzione culturale. È importante sottolineare questo aspetto per capire anche come tale idea di onnipotenza non sia destinata a durare, anzi si può dire che l’epoca dell’onnipotenza stia ormai tramontando. Per molti anni attraverseremo probabilmente un periodo di crisi anche drammatico, dove la violenza potrà perfino aumentare, ma una certa epoca – in cui l’autorità e le gerarchie maschili dominanavano indiscusse – è oramai finita. Certo oggi la violenza maschile si mostra sempre più radicale e assoluta. Assume la forma dell’omicidio e non più quelle sistematiche e strutturanti cui siamo stati abituati in passato. Ma questi crimini definitivi corrispondono ad una dichiarazione di impotenza quando non di fragilità. Di fronte alla libertà delle donne che assai più che in passato manifestano l’autonomia nelle loro scelte – di lavorare e guadagnare, di aprire e chiudere relazioni di coppia, di portare avanti o di interrompere gravidanze senza chiedere autorizzazioni a compagni o ex compagni, di rifiutare progetti famigliari eterodiretti o di ricostruire un proprio progetto personale e famigliare – di fronte a tutto questo lo spiazzamento maschile è molto forte. La violenza non è più sufficiente per imporre un ordine tradizionale che è già stato in gran parte distrutto. Per questo assume le forme assolute e definitive dell’omicidio, dell’eliminazione radicale dell’alterità. I dati ci parlano ad esempio di un crescente fenomeno di delitti in ambito domestico o di coppia: l’uccisione della propria compagna, della propria ex compagna, della persona che sta per lasciare un uomo o che lo ha già lasciato. Le pagine di cronaca di questi ultimi anni ci hanno abituati a questo tipo di plot. Ora resta il fatto che indipendentemente dalle motivazioni individuali o dalle ragioni dell’uno o dell’altra, l’atto dell’omicidio in sé manifesta l’incapacità maschile di accettare una situazione di fatto, quale che essa sia. Chi fa fuori l’alterità da un altro punto di vista segnala al contempo la propria impotenza e debolezza. E il fatto che spesso questi assassini finiscano per uccidere anche se stessi dimostra che essi non riescono più a immaginare un futuro possibile nemmeno per sé. Non riescono a intravvedere la possibilità di un cambiamento positivo, anche se doloroso. Non riescono a vedersi in trasformazione. E allo stesso tempo sentono che non si può tornare indietro. L’autonomia femminile è ormai un evento irreversibile.
    Il bivio che abbiamo di fronte dipende dunque in gran parte dalla capacità degli uomini di ricostruire le proprie relazioni e i propri progetti affettivi e famigliari integrando e accettando la libertà femminile e le sfide e anche le frustrazioni che questa porta con sè. Per me diventa fondamentale che gli uomini capiscano che la libertà delle donne, del loro desiderio non è una minaccia o una perdita, ma al contrario l’occasione per un salto di qualità del rapporto e dello scambio anche con se stessi. Il rapporto d’amore più profondo e più vero presuppone sempre la libertà del desiderio altrui, ovvero l’incontro tra due desideri liberi. Senza questa libertà non possiamo essere desiderati e scelti. Ovvero non c’è vero amore. Dunque la libertà ci espone sempre e contemporaneamente al desiderio altrui: possiamo incontrarlo o meno. Ma è necessario accettare questa possibilità come la condizione da cui occorre sempre ripartire e non come la conclusione della possibilità dell’amore.

    (“Tempi di Fraternità”, novembre 2006)

    Nuovi PADRI

    Intervista a Marco Deriu (II° parte)

    La figura di “Dio padre” è il riferimento di tutte le religioni monoteiste e patriarcali nate e nel cuore del medio oriente e sviluppate nel mediterraneo: ma oggi cosa è per te questa paternità, così esclusiva e così potente, di fronte alla rilettura del maschile e femminile? C’è sempre la necessità secondo te di riferirsi esclusivamente ad un padre per rappresentare il divino? Cosa ne pensi?

    Personalmente credo che quella del Dio padre sia una metafora che ha una storia antica e delle implicazioni di vario genere, alcune positive e altre negative. La metafora del Dio padre implica per un verso un’immagine personale del divino e nel rapporto con il sacro. Da questo punto di vista ci ha familiarizzato e umanizzato l’esperienza del sacro. Contemporaneamente implica l’idea che tutti siamo figli di questa divinità e dunque fratelli tra di noi, cioè ha trasmesso potenzialmente un messaggio di uguaglianza e di solidarietà. D’altra parte questa stessa metafora si trascina con sè tutti gli aspetti della simbologia patriarcale: il senso di amore e protezione ma anche l’ira e la vendicatività. Più in generale un ordine maschile di potere e gerarchia che suggerisce una minorità del principio femminile e concretamente delle donne, che non a caso in tutte le religioni monoteistiche sono in gran parte escluse dall’autorità religiosa o inserite in una posizione subordinata. È impressionante che a distanza di millenni resista ancora nell’universo religioso contemporaneo una separazione sessuale, una serie di divieti e di preclusioni verso le donne e implicitamente un senso di minaccia proiettato sul sesso femminile.
    Personalmente dunque auspico un superamento radicale di questa rappresentazione. Ma una nuova espressione del divino e del sacro non è una faccenda che si inventa a tavolino. A coloro che non si credono arrivati ma si sentono ancora in un sentiero di ricerca, compete solamente la dimensione dell’esplorazione di esperienze e universi che possano produrre altre simbologie e altre metafore. Allo stesso tempo altre simbologie e metafore produrranno nuove esperienze e sensibilità religiose. Questo è un cammino che ho cominciato da giovane. Ho smesso di credere a un Dio padre molto tempo fa quand’ero ancora adolescente e non sento nostalgia di quel tipo di rappresentazioni.

    Ad ogni modo la sfida oggi non è solamente quella di mettere in discussione l’immagine “patriarcale” e anche “paterna”. Si tratta probabilmente di uscire dagli schemi famigliari e anche personalistici del divino che abbiamo ereditato da tradizioni plurimillenarie, in una direzione che rimetta in discussione tutta una serie di griglie identitarie e opposizioni tradizionali: non solo quella tra uomo e donna, tra padre e madre, ma anche quelle tra esteriorità e interiorità, tra corpo e spirito, tra sacro e profano, tra fede e laicità, tra la specie umana e le altre specie, tra dio e creato, tra mente e natura ecc… È chiaro che questo percorso non si compie in qualche anno. Volenti o nolenti siamo ancora in gran parte immersi in schemi tradizionali. Possiamo liberarcene soltanto riconoscendoceli addosso e imbastendo con essi un confronto critico.

    Le femministe spesso hanno escluso a priori dal confronto gli uomini, ma dopo un passaggio di esclusione, oggi si va alla riscoperta di un più proficuo confronto tra uomini e donne, nell’esigenza di scelte di reciproco sostegno alle politiche di genere: partendo dalla tua esperienza personale e di impegno sociale e politico come vedi l’evolversi delle dinamiche dei gruppi misti? Vedi possibile il superamento di divisioni e convergenze su obiettivi comuni senza che una parte o l’altra debba soccombere?

    Credo che l’aspetto interessante della situazione attuale sia la molteplicità di esperienze. Ci sono gruppi di donne, gruppi di uomini, gruppi misti, ma anche reti di persone che hanno scambi interpersonali al di fuori di appartenenze specifiche. E poi ci sono tutte le interazioni della vita quotidiana, meno consapevoli magari, ma altrettanto se non più importanti. Non credo che si debba andare da un modello ad un altro. Questa molteplicità di esperienze mi sembra feconda di per sè e credo che rappresenti l’espressione di una moteplicità di esigenze e di esperienze di dialogo, confronto e anche di conflitto. Personamente ho esperienza da molti anni di scambi all’interno di reti e gruppi di uomini anche se non faccio stabilmente parte di un gruppo di uomini. Mi sento molto vicino agli amici di “Maschile plurale di Roma” con i quali ho un dialogo continuo, ma vivendo in città diverse lo scambio non è sempre facile. Allo stesso tempo faccio parte di un gruppo misto a Parma, la città in cui vivo, che si chiama “Il circolo della differenza”. È nato alcuni anni fa ma sulla scorta di uno scambio quasi decennale con alcune donne che vengono da esperienze di femminismo. Il gruppo si è concretizzato spontaneamente quando ho scoperto altri amici uomini disposti ad impegnarsi in un percorso di riflessione su di sè e sul rapporto tra i sessi e alcuni fili si sono di nuovo intrecciati. In questo momento per me il desiderio più forte è quello di riattraversare spazi ed esperienze miste, ma con una sensibilità nuova, che proviene dalla consapevolezza della propria parzialità e dalla curiosità o dal desiderio dell’incontro con l’altra. Le cose sono legate. Anche la recente esperienza di un appello di uomini contro la violenza sessuale che abbiamo lanciato in settembre con Alberto Leiss, Stefano Ciccone, Jones Mannino, Claudio Vedovati, Sandro Bellassai ed altri, nasce comunque anche da scambi insieme in contesti misti, con donne e uomini di diversa provenienza.

    Un’altra novità interessante è che oltre alle associazioni e ai gruppi strutturati si stanno sperimentando altre forme di incontro come appuntamenti fissi o gruppi informali di persone di diverse città che si danno convegno in questo o quel posto, da Asolo, ad Anghiari, a Palermo, a Roma o a Milano. C’è una voglia di confronto e di scambio che intreccia uomini e donne ma anche diverse generazioni e diverse provenienze. Conosco esperienze di scambio tra gruppi etero e omosessuali, tra laici e religiosi, tra uomini e donne di diverse culture e provenienze. Io stesso attraverso gran parte di queste esperienze e trovo che siano molto arricchenti e stimolanti. Non so se emergeranno degli obiettivi comuni di lavoro. Ma credo che il modo attraverso cui ci si incontra e ci si confronta sia determinante per vedere qual è la direzione verso cui è possibile muoversi insieme.

    Dall’esperienza delle nuove famiglie allargate, da nuove relazioni tra i generi, o nuove modalità di convivenza, dalla messa in comune della vita e della maternità e paternità, quale spazio, quale considerazione chiedono oggi gli uomini? Cosa in particolare stanno costruendo i nuovi padri? Quale relazione con i figli e le figlie?

    Credo effettivamente che un cambiamento nell’universo maschile e paterno e nelle esperienze famigliari sia in corso. Soprattutto se guardiamo alle ultime generazioni di padri. Naturalmente dobbiamo tener conto che non stiamo parlando di una rivoluzione che si è realizzata, ma piuttosto dell’inizio di un percorso di trasformazione ancora in gran parte incerto e indefinito che può risolversi in direzioni completamente differenti. Penso alla maggiore attenzione dei nuovi padri verso il momento della nascita e una richiesta o una disponibilità crescente di condivisione dell’evento della nascita. Altri padri cominciano a condividere maggiormente la cura dei figli in casa. In molti ruoli i giovani padri di oggi si mostrano capaci di affiancarsi e all’occorrenza di sostituirsi alle madri per curare i figli in tutti gli aspetti: farli mangiare, pulirli, cambiarli e accudirli, farli addormentare, alzarsi di notte quando piangono, accompagnarli al Nido e in qualche caso addirittura affiancarli nell’ambientamento. Non possiamo non comprendere l’importanza del cambiamento in corso. Emerge chiaramente, per esempio, una maggior confidenza e condivisione della corporeità tra padri e figli, che comporta una vicinanza ed un contatto fisico significativamente diversi sia in termini quantitativi che qualitativi rispetto al passato. I padri si occupano della cura del corpo dei figli, cambiano il pannolone, fanno il “bagnetto”, li portano dal pediatra e più in generale li coccolano con più scioltezza e naturalezza. Manifestazioni d’affetto e di attenzione come baci, abbracci, l’andare a letto assieme o il prendere in braccio possono sembrare oggi cose del tutto naturali, ma fino a pochi decenni fa le esternazioni affettive e le cure corporee non costituivano affatto una modalità comune e diffusa nei rapporti padri-figli. Da questo punto di vista esse rappresentano un segnale rilevante del forte avvento della corporeità nell’esperienza paterna in particolare nei primi anni di vita dei bambini. Questo rapporto con la corporeità è particolarmente significativo innanzitutto perché attenua la preminenza della dimensione verbale e razionale e accentua la comunicazione fisica, non verbale, letteralmente di pelle. In secondo luogo il contatto corporeo è senza dubbio un potente mezzo di comunicazione affettiva, che pur essendo presente anche in passato tuttavia non veniva facilmente esplicitato o reso pubblico. Evidentemente poi la diminuzione della distanza fisica porta con sé anche una diminuzione della distanza psicologica. Molti dei nuovi papà non a caso investono inoltre molto tempo ed energie nelle dimensioni ludiche, nel gioco, nel divertimento con i figli e anche questo in termini sociologici rappresenta certamente una novità. Questa disponibilità di tempo e di condivisione ludica non era frequente nei rapporti padre-figli in passato.
    Tali aspetti di condivisioni ludico-corporee segnalano anche una disponibilità dei padri a far emergere il bambino che è in loro, e questo entro certi limiti può essere considerato un aspetto positivo. Certo, siamo ancora ben lungi da registrare una divisione equilibrata dei lavori di casa e di cura. I padri sembrano più disponibili per il gioco e per le dimensioni educative ma rimangono molto immaturi sul piano dei lavori routinari e domestici più faticosi e meno gratificanti. Resta ancora molta strada da fare ma è importante illuminare il cambiamento e sostenerlo, perché di questo passaggio di civiltà nel rapporto tra i sessi siamo tutti corresponsabili.

    (“Tempi di Fraternità”, dicembre 2006)

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