Archive for dicembre, 2006

QUESTO AMORE


Questo amore
Cosi violento
Cosi fragile
Cosi tenero 
Cosi disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore cosi vero
L’amore è una realtà pienamente umana (di tutta la persona e non solo di una sua componente) che si esprime solo con un atto libero, cioè cosciente e volontario. Si può esprimere come un orientamento del carattere che orienta la persona nei rapporti col mondo, un atteggiamento universale verso tutta la realtà.  Un’arte che si acquisisce attraverso la maturazione della persona e l’esercizio delle sue facoltà umane.Che cosa significa dare  amore? La risposta sembra semplice, ma in realtà è piena di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi “cedere” qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l’atto di dare in questo modo. Il “tipo commerciale” è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento. La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito si rifiuta di dare. Alcuni trasformano in sacrificio l’atto di dare. Sentono che solo per il fatto che è penoso dare, si dovrebbe dare; la virtù, per loro, sta nell’accettare il sacrificio. Per loro, la regola che è meglio dare anziché ricevere significa che è meglio soffrire la privazione piuttosto che provare la gioia.Per la persona attiva, dare ha un senso completamente diverso. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell’atto mi sento vivo.

Il  concetto di amore per se stessi può essere sintetizzato citando questa massima di Meister Eckhart: “Se ami te stesso, ami gli altri come ami te stesso. Finché amerai un’altra persona meno di te stesso, non riuscirai mai ad amare te stesso, ma se ami tutti nello stesso modo, compreso te stesso, li amerai come una persona, e quella persona è sia Dio sia l’uomo. E’ grande e giusto chi, amando se stesso, ama in ugual modo il suo prossimo.

BUON 2007!!!

Daniela Tuscano e Donatella Camatta

Annunci

31 dicembre 2006 at 13:09 12 commenti

ALBA DI SANGUE – Impiccato Saddam Hussein. Vendetta è fatta

Non sono molto originale, in fatto di titoli. Non di rado mi approprio di qualche parola o frase altrui per introdurre miei articoli e/o commenti. E benché la mia mente avesse partorito delle alternative (una delle quali, Vendetta è fatta, l’ho poi utilizzata, come si vede, a mo’ di catenaccio) nemmeno stavolta ho fatto eccezione. Alba di sangue mi sembrava molto più efficace. Mica tanto per qualche gusto vampiresco-thrilling che al contrario non è proprio nelle mie corde, e neppure perché la notizia della (scontata) esecuzione del tiranno è giunta, appunto, all’alba, ma per la… paternità di quelle tre parole. Ero infatti sicurissima di averle lette da qualche parte: ma dove? Ho dovuto pensarci qualche istante, poi me lo sono ricordato. Ma certo, Tex Willer! Precisamente il numero 21 del glorioso fumetto italiano.

L’ex segretario alla Difesa del presidente Bush, Donald Rumsfeld, stringe la mano a Saddam Hussein. Sotto, mentre rilascia un autografo elogiativo per il dittatore.

E allora, non ho avuto più esitazioni: Alba di sangue andava benissimo. Lo ammetto, mi è un po’ spiaciuto per Bonelli e per il suo eroe, americano nella finzione (anzi, mezzosangue indiano, per la precisione), ma italianissimo nella sua problematicità e, diciamolo pure – ne ho piene le tasche del politically correct -, nella sua profondità. Tex è un duro, ma al tempo stesso un giusto.

Resta però un fumetto. Un fumetto ambientato nel Far West. Ed era questo che volevo sottolineare.

A meno di non voler credere alle favole, sappiamo tutti che dietro il processo intentato a Saddam dal governo-fantoccio iracheno c’era la longa manus di chi ama moltissimo quella gloriosa epopea: l’epopea delle pistole facili, degli indiani tutti cattivi e dei bianchi tutti bravi, in particolare delle sentenze sbrigative e dei cappi al collo. E con un cappio al collo è finita – per giunta nel giorno della festa dell’Id [vedi commento n° 13 in https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/24/cara-belta/#comments] -, esattamente come in un fumetto di Tex Willer o, forse, in uno di quei film propagandistici di John Wayne. Oh, yeah.

Sopra: Saddam subito dopo la cattura nel famigerato bunker. L’immagine fece il giro del mondo

E’ finita come in un fumetto, un grottesco e tragico fumetto, perché tutta questa guerra è stata ed è un fumetto, e ci sarebbe da ridere se non fosse per quei morti inutili, straziati, decapitati, per quell’Iraq che non è stato liberato, per quegli oppositori, quei curdi e quei peshmerga che mai avranno giustizia perché con la fine fisica del despota si è voluto porre anche la parola “fine” all’“uomo che voleva uccidere il mio papà” (sono le parole di George W.), ma ci si è ben guardati dall’imputargli, da vivo, quelle morti, e ora che non c’è più chi se ne importa. Ci sarebbe da ridere, e invece si freme di rabbia, a sentirsi nelle grinfie di quei detestabili, insolenti teocon (gli stessi con cui Pio XIII, cioè il card. Ratzinger, ha indicato come validi alleati per i “cristiani” contro i nemici della fede, vale a dire i soliti edonisti-relativisti-coppie di fatto ecc.) e dei loro epigoni nostrani che oggi ipocritamente condannano una vendetta ampiamente prevista e prevedibile, cui essi stessi hanno contribuito con solerzia di schiavi. Quei teocon che eruttavano sulla superiorità dell’Occidente, l’eredità cristiana, la democrazia da esportare, e che ora si mostrano per quelli che sono: del tutto uguali, sia come metodo, sia come etica, al dittatore che hanno spedito sulla forca (pardon: che hanno consegnato alla nuova, democratica giustizia irachena), condividendo la truce allegria dei macellai che essi a parole vogliono sconfiggere e che, naturalmente, non ricambieranno neanche per un centesimo questo “favore”.

Abu-ghraib-leash.jpgGuantanamo, un’altra foto famigerata: la soldatessa Lynndie England tortura un prigioniero iracheno

Quei teocon che non hanno avuto alcuno scrupolo ad allearsi in precedenza col piccolo Hitler del Medio Oriente, quando quest’ultimo si spacciava per uomo moderno e filo-occidentale. Anche allora Saddam inghiottiva nelle sue buie galere migliaia di uomini, vecchi, donne e bambini, anch’essi desaparecidos come le vittime di un altro dittatore foraggiato sempre dagli Usa e però, guarda il caso, morto 91enne nel suo letto, con le esequie religiose che la Chiesa non si è certo sognata di negargli com’è accaduto all'”empio” Welby.

Ma allora era diverso, vero, signori teocon? Allora Saddam Hussein era troppo importante, troppo prezioso come il petrolio che generosamente vi concedeva  – e quando si è messo nella zucca di non concedervelo più, solo allora vi siete ricordati, o magari avete scoperto, i genocidi dei curdi e degli sciiti, i diritti umani, l’identità cristiana e occidentale minacciata… Lo stesso era accaduto con un altro ex-grande amico della famiglia Bush, certo Osama Bin Laden (nella foto) -.

E la stessa morte è diventata un fumetto, o meglio (peggio) un Grande Fratello da esibire: stamane il Tg5 ci preannunciava con compiacimento che il filmato dell’esecuzione di Saddam sarebbe stato trasmesso quanto prima, e così è avvenuto: tanto per soddisfare quel gusto per la morte che il Papa attribuisce soltanto alla nefasta influenza degli “edonisti” – infatti non è stata spesa una sola parola da parte sua per scongiurare l’esecuzione, e solo in seguito il padre Lombardi ha blandamente avanzato il dubbio che si trattasse, chissà, di vendetta, e che – grande intuizione! – “la pena di morte è sempre un fatto tragico” (ma non condannabile in assoluto e infatti, sia pure in casi rarissimi, il Catechismo l’ammette, mentre in materia di aborto ed eutanasia l’anatema è totale e senza eccezioni) -. Sì, la morte è diventata un gioco, il voyeurismo dei nostri tempi, grazie all’opera di diseducazione dei media (ricordate il kit del Saddam impiccato, pubblicato dal britannico, civilissimo “Sun”?). Peccato, i momenti più cruenti ce li siamo persi, ma possiamo star tranquilli, fra poco li vedremo su Internet, e saranno alla portata di tutti, in particolare dei nostri figli.

D’altra parte una nazione, la più potente e progredita del mondo, che mette a capo di uno Stato Arnold Schwarzenegger (sopra), un altro tragico fumetto coi trascorsi che tutti conosciamo e che oggi le reti Mediaset ci hanno ininterrottamente propinato, e che elegge un campione degli omicidi “legalizzati” come Guida Suprema del popolo forse ha smarrito la sua strada. E dunque, grazie per la partecipazione, ma non abbiamo più bisogno di voi.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/08/nessuna-giustizia-nella-condanna-a-morte-di-saddam-hussein-neanche-l%e2%80%99ombra-della-giustizia/ )

****

L’impiccagione di Saddam Hussein
è un atto di barbarie
 

Come ogni esecuzione capitale, l’impiccagione di Saddam Hussein è un atto barbaro e preistorico, da condannare senza esitazione.
In questo caso, poi, si aggiungono l’ipocrisia e la cieca arroganza che contraddistinguono spesso l’operato degli Stati Uniti e dei loro governi-fantoccio: si dimentica che Saddam è stato per anni un fedele alleato degli USA e proprio in quel periodo ha commesso molti dei crimini di cui viene accusato. Le vittime della sua politica brutale, inoltre, non sono tanto diverse per numero e orrore da quelle causate dalle mostruose scelte degli Stati Uniti. Se si dovesse seguire questa logica aberrante da “occhio per occhio”, Bush, Rumsfeld e compagnia dovrebbero subire lo stesso trattamento, giacché i loro crimini non sono certo inferiori a quelli di Saddam.
L’impiccagione eseguita proprio nel giorno della festa del sacrificio, una ricorrenza sacra per i musulmani, inoltre, ha un sapore provocatorio che denota la solita, arrogante cecità rispetto alle conseguenze dei propri atti. E’ facile prevedere un aumento della tensione e della violenza in un paese già martoriato da attentati quotidiani, come confermato dalle prime notizie arrivate dall’Iraq.
L’Iraq non ha bisogno di esibire come un trofeo il cadavere del suo ultimo dittatore, ma del ritiro delle truppe d’invasione e di un serio impegno internazionale per riportarvi giustizia e riconciliazione.

Partito Umanista – Segreteria Programmatica

30 dicembre 2006 at 17:49 14 commenti

CARA BELTA’

“Cara Beltà”, bellezza amata, questo il titolo del Concerto di Natale organizzato ieri alla parrocchia dei santi Nazaro e  Celso, a Bresso. La bellezza, per non essere soltanto ammirata o concupita, deve spirare da dentro. Oggi come mai abbiamo bisogno di questa bellezza. Io lo chiedo non soltanto per quelli che mi amano e che amo, ma anche e soprattutto per chi non sarà né amato né ricordato.

In particolare, questo Natale, il mio pensiero di bellezza va a Roberto Buffo e a Piergiorgio Welby.

Buon Natale! 

Daniela Tuscano

 

L’AMORE FA (Quattordici volte amore)

L’amore fa l’acqua buona

Fa passare la malinconia
Crescere i capelli l’amore fa
L’amore accarezza i figli
L’amore parla con i vecchi
Qualcuno vuole bene ai più lontani
Anche per telefono
L’amore fa guerra agli idioti
Agli arroganti pericolosi
Fa bellissima la stanchezza
Avvicina la fortuna (quando può)
Fa buona la cucina
L’amore è una puttana
Che onora la bellezza
Di un bacio per regalo
Cose che fanno ridere l’amore fa
Cose che fanno piangere
L’amore fa belli gli uomini
Sagge le donne l’amore fa
Cantare le allodole
Dolce la pioggia d’autunno
E vi dico che fa viaggiare, sì
Illumina le strade
Fa grandi le occasioni
Di credere e di imparare
Cose che fanno ridere l’amore fa
Cose che fanno piangere
Fa crescere i gerani e le rose
Aprire i balconi l’amore fa
Confondere le città
Ma riconoscere i padroni (l’amore lo fa)
Aprire bene gli occhi
Amare più se stessi
L’amore fa bene alla gente
Comprendere il perdono
L’amore fa.
Ivano Fossati**** 

ULTIM’ORA. Da don Paolo Farinella ricevo e pubblico volentieri il seguente avviso:

A tutte le amiche e amici, che mi hanno scritto  moltissime e-mail sulla morte di Welby.

Il 24 dicembre domenica IV di Avvento io e la mia comunità nella chiesa di San Torpete in Genova centro storico, alle ore 10,00 celebreremo la Messa per Giorgio Welby e lo innesteremo nella immensa e infinita misericordia di Dio attraverso la  misteriosa riserva che per Ebrei e Cristiani si chiama  “merito dei Padri e delle Madri”. Celebreremo l’Eucaristia per  ringraziare il Signore di averlo già accolto nella casa della sua Paternità. Noi credenti sappiamo e crediamo che sulla croce è morto Gesù che ha abbracciato tutti senza escludere nessuno.

24 dicembre 2006 at 7:20 14 commenti

LO SCHIAFFO DEL SOLDATO – Negati a Welby i funerali religiosi. Ma dov’è finita la carità?

Mi ero ripromessa di non tornare più sulla vicenda di Piergiorgio Welby, scomparso due giorni fa https://danielatuscano.wordpress.com/2006/09/24/piergiorgio-in-nome-dellumanita/#comments. La sua lezione, affermavo, dev’essere accolta con rispetto e silenzio. Non mi è stato possibile.

Il Vicariato di Roma gli ha negato i funerali religiosi http://www.romasette.it/modules/AMS/article.php?storyid=122. Nel comunicato stampa si legge che “il dott. Welby aveva ripetutamente chiesto l’interruzione della propria vita, e ciò è contrario alla dottrina della Chiesa”. Intervistato sull’argomento, mons. Rino Fisichella, mal recitando la parte del “padre” rammaricato (in effetti la sua faccia, di pietra, è sempre tristemente uguale), ha confermato che ahilui, questa deplorevole faccenda non poteva che concludersi così, il “dott. Welby” si era messo contro la cultura della vita, ma stessimo tranquilli, la Chiesa non farà mancare né la sua preghiera né la sua miseric…

…no, mi dispiace, ma non riesco a usare questa parola. Mi suona bestemmia, in questi casi. E chi scrive è, o cerca di essere, cattolica. Ha denunciato più volte le pericolose ambiguità dei sostenitori dell’eutanasia. Ma Piergiorgio ora, che già mi era parso simile a Giovanni Paolo II nei suoi ultimi momenti, lo vedo sempre più accomunato al Condannato per eccellenza, a quel Cristo cui il soldato sferrò uno schiaffo: “Rispondi così al sommo sacerdote?” (Gv 18, 22) .

I nostri sommi sacerdoti, in nome della Vita, negano un alito di concreta vita all’anima di Piergiorgio. Eppure, Piergiorgio, so che dall’alto ci scruti e sai che anche noi, oggi, noi cattolici intendo, non siamo tutti così. Ci vergogniamo di una Chiesa che fino a poco tempo fa (ma evidentemente, in questi tempi di rinnovata Controriforma, si sta tornando ai “bei tempi andati”) negava ai suicidi la sepoltura in terra consacrata. Ma non ha mai disdegnato solenni esequie a un mafioso. Non accetta la tua salma nel suo sacro tempio, a te che rischiavi di morire soffocato, a te che soffrivi atrocemente dall’età di 18 anni, a te che, forse, volevi non tanto l’eutanasia quanto evitare un vano, sadico accanimento terapeutico. Il dolore in sé non è un valore, e tu lo sapevi bene. Sei morto per testimoniare la vita degna, non per fornire alibi a chi vorrebbe sbarazzarsi di un corpo deforme e negato.

E mentre il Papa torna a tuonare sulle coppie di fatto, non vorrei davvero, specie in questo periodo, vergognarmi di essere cattolica. Ma non è questione di religione, è questione di… quella parola che non riesco a scrivere ora. A Natale, secondo lo stanco e ipocrita vaniloquio, siamo tutti più buoni. Se lo siamo sempre, però, altrimenti non ci salva nemmeno Gesù Bambino. E loro, loro non lo sono. Perdonaci, Piergiorgio, ora puoi farlo.

image

 TI VOGLIO BENE

Daniela Tuscano

22 dicembre 2006 at 22:00 20 commenti

“S-CAMBIA”. PER SUPERARE L’ETERNO FEMMININO – Interessante appuntamento degli umanisti torinesi

Incontro Tiziana Cardella in vista di S-Cambia, appuntamento organizzato dal Partito umanista di Torino (domenica 17 dicembre ore 15, presso la Casa umanista di via Martini 4/b) sulla condizione femminile.

“Non se ne parla abbastanza – afferma Cardella. – Nel corso della storia, e anche oggi, si attribuisce alla donna uno status di diversità intesa come vera e propria inferiorità, pretesto per il mantenimento di diseguaglianza sociale e sessuale”. Le recentissime notizie lo confermano: nella civilissima Italia la Corte di Cassazione, già famigerata per le sentenze dei jeans “a prova di stupro” e della violenza “meno grave” se a subirla è una donna, o anche una bambina, non più vergine, ha deliberato che se un marito picchia la moglie per dissensi di carattere religioso non si è in presenza di un vero e proprio reato, a patto che si tratti – si noterà la finezza – di “episodi sporadici espressioni di una reattività temporanea”.

“Simili aberrazioni – ragiona Cardella – sono il frutto di un pregiudizio duro a morire: quello cioè per cui le donne sono meno razionali, intelligenti, riflessive, costanti, coerenti e intraprendenti degli uomini”.

 – Possiamo quindi affermare che la recrudescenza delle violenze sulle donne è stato lo stimolo più potente per la realizzazione di quest’incontro?

– E’ stata l’esplosione mediatica attorno al fenomeno “stupri”. Alcune ragazze hanno chiesto come mai non ci fosse stata una presa di posizione del Partito umanista e hanno chiesto di organizzare qualcosa.

Inizialmente, come Segreteria formazione del Pu, avevamo pensato a una conferenza, poi, soprattutto a causa dello scarso tempo a disposizione, abbiamo scelto una forma alternativa: l’incontro-dibattito, con la speranza di preparare un evento più ampio l’anno prossimo.

– Cosa pensate della recrudescenza della violenza sulle donne in questo periodo?

– In realtà, parlando tra donne, abbiamo registrato soprattutto un aumento della violenza morale, negli ultimi 10 anni, più che un aumentato pericolo “fisico”. Sembra essere aumentata è la percezione del pericolo, fomentata soprattutto dai media, che sostengono politiche collaterali ed assolutamente estranee ad un reale interesse nei confronti dell’incolumità degli esseri umani, in questo caso di sesso femminile ( p. es. spostare l’attenzione dalla cronaca politico-finanziaria, oppure aumentare la xenofobia attraverso l’utilizzo del terrorismo psicologico, ecc.).

  
foto campagna 

– Avete contattato associazioni di donne o singole? In che modo? Si sono dimostrate disponibili?
– Abbiamo contattato associazioni di donne, di uomini che si occupano della lotta contro il maschilismo e di singole e singoli. Le associazioni sono state raggiunte formalmente, via email o telefonicamente. Abbiamo organizzato anche dei banchetti ed alcuni volantinaggi. Ci sono state pochissime risposte, nonostante la grande disponibilità e la curiosità suscitate dall’organizzazione dell’incontro.

– Immigrate? Cattoliche?

– Le immigrate con le quali abbiamo avuto contatti hanno reagito in due modi, sostanzialmente: dichiarando di non vivere una condizione di discriminazione o sottomissione, ma di aver scelto di sottostare alle “regole di convivenza” tra uomo e donna, oppure dando per scontato che il fatto di essere nate donne porta con sé il fardello del dover subire il maschilismo che, purtroppo, è molto vivo in tutte le zone del mondo.

Quanto alla religione, a parte le donne che si sono definite musulmane, non abbiamo chiesto alcun credo, quindi non sappiamo rispondere precisamente al tuo secondo quesito. Se invece chiedi se abbiamo deliberatamente chiesto a donne cattoliche, la risposta è no.

– Lo domandavo perché la cultura religiosa è, da sempre, un potente fattore di repressione o di liberazione per le donne di ogni Paese. In altri termini: dove si trovano, a parer vostro, le tracce di un nuovo maschilismo?

– Sono palesi all’interno delle strutture di potere ad opera, indistintamente, di uomini e donne. Qui, sì, esiste una parità!

Per strutture di potere intendiamo soprattutto istituzioni politiche e aziendali, ma anche organizzazioni sociali e schemi più ristretti (movimenti sociali, gruppi di amici o situazioni di aggregazione umana “oziosa”).

Per esempio si assiste ad una demonizzazione crescente di quello che è stato – e quello che ancora è – il fenomeno della lotta femminista, indicandolo come qualcosa di vecchio, superato, addirittura noioso e controproducente. Non ci sorprenderemmo se questa demonizzazione fosse circoscritta al tema della questione femminile; purtroppo, però, ci rendiamo conto che rientra a pieno titolo in una sorta di riscrittura della storia, che ha lo scopo di assopire le coscienze e la collettività, per sviluppare il più possibile l’individualismo, tanto caro al sistema consumista al quale apparteniamo (quasi letteralmente). Si osserva, infatti, che la stessa ridicolizzazione e svalorizzazione vengono fatte nei confronti delle lotte sindacali, delle micro e macro rivoluzioni e, in generale, di tutte quelle realtà che tentano di mettere in discussione le affermazioni che vorrebbero, ipocritamente, convincere tutti che lo schiavismo non esiste più, il maschilismo appartiene al passato, le torture esistono solo nelle dittature, il controllo delle menti attraverso l’informazione manipolata e le sostanze chimiche sono solo fantascienza e gli ultimi lager erano in territorio tedesco.
In sintesi, le tracce di nuovo maschilismo ci sono ogni volta che qualcuno afferma che l’uguaglianza esiste già e “cos’altro vorrebbero, le donne?”.

– In quale maniera valorizzare la diversità della donna come ricchezza?
– Esistono differenze di genere che vanno addirittura oltre lo schema uomo/donna: sono riconosciute, oggi, differenti identità sessuali che portano con sé diversi modi di intendere la società e, pertanto, ne arricchiscono il sistema di relazioni. Sarebbe ugualmente bello, ed è quello che ci piace provare a fare giorno dopo giorno, se si riuscisse a esaltare la diversità dei bambini e degli anziani, come ricchezza… delle varie identità culturali e religiose, delle differenti sfumature sociali che contribuiscono a comporre la futura Nazione Umana Universale.

– Come agire perché la cultura femminile sia considerata “universale” al pari di quella maschile? Quale sarebbe il ruolo delle scuole in tal senso?
– Su quest’argomento si è dibattuto a lungo ed una prima approssimazione è questa: nella storia che viene insegnata, per attitudini diverse tra uomo e donna ed anche per convenzioni sociali forti e diffuse, sembrerebbe che la donna non abbia nessuno spazio. Eppure le donne sono servite come collanti tra reami, come muse ispiratrici, come manipolatrici nell’ombra, come sostegni incancellabili a fianco degli uomini. E non potrebbe essere altrimenti, perché possiamo sperimentare quella stessa potenza anche oggi. Non si sta dicendo che siano state o siano migliori degli uomini, ma semplicemente molto diverse e la scuola dovrebbe dare un’educazione in questo senso: cioè il giusto spazio, né più né meno, a tutte quelle realtà che non si impongono semplicemente con la forza economica, politica o muscolare, perché comunque hanno un’influenza fortissima, anche se evidentemente non immediata né facilmente riconoscibile.
In realtà sappiamo anche che le rivoluzioni sociali delle donne sono rivoluzioni silenziose, rivoluzioni nell’ombra… sono rivoluzioni lunari, non solari, ed è un concetto riconosciuto in tutte le culture in tutti i momenti storici.

Siccome queste cose potrebbero essere difficilmente comprensibili e potremmo trovarci di fronte ad uno scoglio culturale ancora molto grosso, possiamo proporre di appoggiarci, quantomeno, alla lingua italiana: la lingua italiana è ancora pensata al maschile, non esiste praticamente una cultura della scrittura di genere. E’ vero che è faticoso e non si propone di obbligare nessuno al suo utilizzo, ma almeno andarci per gradi partendo da regole che stiamo dimenticando e inventare nuove regole più inclusive (non altre regole esclusive): se il direttore della scuola si chiama Maria Bianchi è una direttrice. Che le piaccia o no. (risate)
Per i neologismi, potremmo chiedere che vengano affrontati come arricchimento culturale, senza imposizioni, ma per esempio possiamo scatenare la fantasia di docenti e allievi su semplici quesiti quotidiani che modificano atteggiamenti mentali, tipo: com’è il femminile di “sindaco”? E di “successore”?

– Cosa significa quindi dirsi donna e femminista nel 2006? E’ ancora importante?
– Per quanto ci riguarda, il fatto di essere umanisti include il fatto di essere femministi, perché, come da dizionario del Nuovo Umanesimo si pone lo sviluppo della questione femminile come imprescindibile nel processo di umanizzazione della società“. In teoria, quindi, la domanda potrebbe essere anche “come si può dirsi uomo e femminista, nel 2006?”.

In quest’ottica, sarà un nodo importante finché non sarà sciolto grazie all’impegno di ciascuno.

– L’idea dell’essere umano come valore centrale è molto suggestiva ma alcune femministe potrebbero obiettare che questa visione “inclusiva” finisce per smarrire la specificità delle donne. Inoltre Silo, il fondatore del Movimento umanista, è pur sempre un uomo. Cosa rispondete? 
– Rispondiamo che la specificità delle donne lo è tanto quanto la specificità degli uomini. Questa faccenda genera molta tensione, tra donne, che si moltiplica se si includono uomini nella discussione.
Silo è stato il fondatore in un momento storico e in una posizione geografica ancora più grave per le donne, rispetto alla situazione attuale. Esistono donne leader sociali, politici o storici, nel passato o attuali, che saltano subito in mente? No. E’ un dato di fatto, che continua ad essere un ruolo più semplice per un uomo che per una donna. Non c’è niente di male, in un certo senso: il problema è che, quando se ne riesce a parlare senza cadere nel “noi siamo così e invece voi siete colà”, quello che capita abbastanza abitualmente è che le donne si sentono private anche della libertà di esprimere una difficoltà e gli uomini si sentono accusati ingiustamente.

D’altro canto succede spesso anche, nel Movimento umanista perché comunque siamo tutti figli di questo sistema, coi suoi pregi ed i suoi difetti, che le donne debbano ricorrere a modelli con ruoli prettamente maschili, anziché femminili, per poter essere riferimenti riconosciuti da tutti. Anche questo fa parte della “questione femminile” da affrontare, d’altronde.

– All’incontro partecipano anche uomini? In ogni caso, avete notato un certo loro interesse per questo tema?
– Partecipano anche uomini, nonostante pochissimi abbiano mostrato un interesse genuino: la maggior parte di loro (e parliamo di amici fraterni e compagni), hanno vissuto quest’incontro come una cosa fastidiosa e superflua.
L’importante, però, è che partecipino lo stesso, perché non può esserci un cambiamento di alcun tipo senza un impegno condiviso.

– Segni di speranza per il futuro?
– Speriamo che sia femmina! (risate)

Daniela Tuscano

16 dicembre 2006 at 21:13 11 commenti

FACILE COME BERE UN BICCHIERE (D’ORO)

 COMUNICATO   STAMPA

logoSI PUO’ IMPEDIRE LA PRIVATIZZAZIONE

DELL’ACQUA DI MILANO?

Venerdi 15/12/2006, ore 20:30

Camera del Lavoro, Corso di Porta Vittoria 43

Presentazione pubblica del Comitato Milanese per l’ Acqua

La città si mobilita contro i progetti di privatizzazione dell’acqua della Sindaca Letizia Moratti e contro la Legge regionale n.18 che li sostiene.

  • 5.000 firme già raccolte per la petizione popolare contro la privatizzazione dell’acqua di Milano
  • avvio di un’azione, in accordo con i Sindaci e i Presidenti provinciali della Regione, per promuovere un referendum abrogativo delle Legge reg.18.
  • partecipazione attiva alla raccolta di firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare per l’acqua pubblica promossa dal movimento italiano dell’acqua.

Con Alessandra Cangemi del Comitato Milanese per l’Acqua, ne parlano:

Don Raffaele Ciccone – Pastorale del lavoro

Onorio Rosati – Camera del lavoro

Emilio Molinari – Contratto Mondiale dell’acqua

Corrado Oddi – Comitato promotore della Legge di iniziativa popolare per l’acqua pubblica

Interverranno Renato Sarti, Fabrizio De Giovanni

Il CMA è una rete aperta a tutte le adesioni di associazioni, comitati, cittadini. Ad oggi aderiscono al Comitato: Comitato nazionale Contratto Mondiale Acqua, Camera del Lavoro di Milano, Arci, Attac, Rete scuole Milano, Chiamamilano, Amici di Beppe Grillo, Fondazione Roberto Franceschi, Cooordinamento Nord-Sud del mondo, Itineraria, Fondazione Luca Rossi, Fratelli dell’Uomo, Oltretutto, Puntorosso, Fonti di Pace, Rete Lilliput–Nodo di Milano, Ass. Dimensioni Diverse, Gas di Baggio, Umanisti per l’ambiente, Sinistra rossoverde.

Contatti: 024079213  /  3389939055                                                                                                    www.comitatomilanoacqua.info

14 dicembre 2006 at 8:12 4 commenti

NEL TUNNEL DEL NON-SENSO… aspettando la luce

Lo confesso: ogni tanto commetto il peccato, mi capita di imbattermi in un tg o persino in una trasmissione di Bruno Vespa, e non faccio zapping. Ne ignoro i motivi, credo più che altro si tratti di stanchezza; spero almeno sia solo quello, e non, per esempio, rassegnazione all’ineluttabile. Come che sia, ieri ho appunto seguito un servizio al telegiornale e ho scoperto l’esistenza di Sedrina, paese della Val Brembana perennemente immerso in un cono d’ombra. A quell’altitudine, infatti, pare che i raggi del sole non riescano a valicare le cime d’un aguzzo monte, ai cui piedi s’abbarbica la piccola comunità. Dopo vari tentativi (specchi, pannelli solari), gli abitanti hanno quindi deciso di “decapitare” la montagna.

La telecamera scorreva lenta tra le semplici abitazioni, e ogni tanto indugiava sul volto di corteccia di un alpigiano, che davanti ai microfoni, con ampi ed essenziali gesti delle mani, esprimeva la sua semplice e assoluta aspirazione: “Così si può ogni tanto vedere il sole”. Ma nella sua voce si avvertiva una sorta di rimpianto, quasi di scusa, per la montagna da sacrificare. Come se dovesse profanare una madre, il grembo stesso della Natura.

Sarà stato per quel dispiacere sobrio e infantile o per quei ritmi cadenzati – monotoni – che mi sfilavano di fronte, ma la storia del paesino oscuro non suscitava in me alcuna malinconia. Anzi, la seguivo come si segue una fiaba, dove i protagonisti riescono alfine a superare le difficoltà della vita grazie al cuore e all’istintiva sapienza. Forse perché negli occhi dell’alpigiano, la luce si vedeva lo stesso; si vedeva già. Diciamo che s’intuiva, nel desiderio primigenio e basilare di uscire allo scoperto. Uscire dal grembo è doloroso; ma il bambino comprende che è indispensabile, e si lancia e lancia al mondo la sua sfida e la sua presenza. Così, e solo così, potrà “ogni tanto vedere il sole”.

Nelle nostre città affollate le montagne non esistono. Eppure sono anch’esse buie. Non oscure: buie. Nulla, in esse, del fascino raccolto, quieto, brulicante di palpiti e di intimità delle oscurità profonde. Domestiche. No, un buio totale, assoluto, tetro. Il buio di un cielo vuoto di stelle e ingombro di una cappa caliginosa. Una montagna invisibile chiamata inquinamento, che nessun mezzo meccanico potrà mai abbattere. E un’altra montagna chiamata indifferenza, più tenace e invincibile dell’inquinamento atmosferico, lo smog dell’anima, che mai permetterà ai nostri cuori di godere, sia pure ogni tanto, d’un autentico raggio di sole.

In questo consiste la disparità tra noi e l’alpigiano. Noi, dal nostro grembo, non vogliamo uscire. Ma non per una forma d’affetto, sia pure regressivo e isterilito: nulla sappiamo dell’affetto. Il nostro è solo tedio. Di noi, del futuro e degli altri, che non conosciamo né c’importa di conoscere. Tedio della vita. Inutilità. Non-senso.

E’ anzi proprio il non-senso a caratterizzarci. Una forma amorfa, una radice senza terreno, che non diverrà mai pianta, o sarà pianta illusoria, irreale, capace però di portare frutti veri: i frutti avvelenati dell’odio, dell’incomprensione, della malinconia, dell’assenza.

Da un lato ci abbandoniamo a violenze efferate ai danni dei più deboli, temiamo l’immigrato che ci “ruba” un’identità che da tempo abbiamo abbandonato senza rendercene conto. Vediamo in ogni musulmano il rappresentante d’un mondo arcano e ostile, ma nel contempo (o, magari, proprio in virtù di ciò) dichiariamo di non volerne urtare la sensibilità. E siccome, nell’universo del non-senso, le parole hanno perduto il loro significato, ecco che crediamo di rabbonirlo, così come si tiene calma una bestia irragionevole, auto-censurando quelle vestigia di noi stessi che ci sono diventate indecifrabili. Così hanno infatti “pensato” i governanti inglesi: per non offendere la religiosità dei musulmani, si vietino nelle città gli addobbi natalizi! Come se non si sapesse che quegli addobbi nei nostri cuori li abbiamo vietati da un pezzo, da quando cioè abbiamo bestemmiato il Natale rendendolo rito pagano e consumistico, e il Consumismo, è noto, divora tutto e financo sé stesso, in un gigantesco sabba del Nulla. Non è più tempo di acquisti. La gente è povera. La luce serve per risparmiare. I colori di plastica non attirano più. Lo dicano, finalmente, come stanno in realtà le cose, e non si trincerino dietro la religione e i musulmani, che nei secoli hanno condiviso con cristiani ed ebrei una vita di Natali (quelli veri), Ramadan, Purim senza suscitare scandalo né riprovazione. Ma quelli erano tempi lenti. Tempi in cui si cercava insieme la luce. Si usciva allo scoperto. Si abbattevano le montagne. Erano tempi di senso, tempi di Dio. E, dunque, tempi dell’uomo.

Nei tempi del non-senso, nei tempi delle cose, non stupisce nemmeno non solo la mancanza di radici, ma il loro ribaltamento. L'”albero strano” che Dante incontra nel suo Purgatorio attira i golosi col suo profumo, ma non può essere mangiato, e si presenta capovolto, a significare la sovversione operata in terra da questi peccatori materiali. Noi non siamo ancora pentiti, a quanto pare. Tocca dunque a noi sovvertire, ricomporre, distruggere e confondere. Fino alle estreme conseguenze.

Ci deve importare della morte impunita di un topo di fogna, di un miserrimo caudillo, di un emulo di Francisco Franco? In tutta sincerità, no: meno di zero. Perché rammaricarcene? Piuttosto rammarichiamoci per tutte le vittime del topo di fogna che non siamo riusciti a salvare, e adoperiamoci per evitare che altri topi di fogna usurpino il trono della dignità umana. Compiendo poi tutte le atrocità del caso.

Sembra che Stefano Delle Chiaie, in fuga per le accuse (pure impunite) di piazza Fontana, avesse trovato un sicuro rifugio nel Cile pinochettiano. In molti, d’altronde, consideravano Pinochet un campione della democrazia e del comunismo, da Reagan al papa Giovanni Paolo II che con lui si fece ritrarre al celebre balcone.

Dicevo di piazza Fontana, già, oggi ricorre il 27° anniversario di un eccidio rimasto senza colpevoli. La giunta Moratti non ha dato, prevedibilmente, alcuna enfasi alla cosa, che è anzi passata del tutto sotto silenzio. Da un’inchiesta risulta che la maggioranza dei giovani d’oggi attribuisce la responsabilità della strage alle Brigate rosse. Dopo aver incolpato e lasciato morire Giuseppe Pinelli – definito da Bertinotti “la diciassettesima vittima” (qui sotto, le lapidi in suo ricordo) – e aver indagato in un’unica direzione – quella “sbagliata”, sia chiaro – non c’è male davvero!

Ricevo due lettere, quasi in contemporanea e fra loro complementari. La prima è di Massimiliano Frassi. Il quale scrive: “Capita oramai sempre più spesso di leggere notizie dove i canoni classici delle storie sono ribaltati, vittime punite ed assassini in libertà.
Oggi noto che chi commette dei crimini è sempre più rispettato, peggio ancora, a tratti quasi ‘premiato’. Gli si dedicano targhe o film. Ed un posto al talk show del momento statene certi è garantito. Mentre a chi subisce resta solo il vuoto di una perdita, quelle lacrime mai del tutto estinte. Un dolore unico da non poter essere condiviso. Da piccolo mi hanno inculcato che se non andavi a scuola venivano i carabinieri.
Oggi se magicamente azzerassi la mia anagrafe forse l’esempio che riceverei sarebbe opposto. Azzardati a fare il bravo che prima o poi ti passi qualche guaio.
Quella che vi può sembrare una provocazione nasce in realtà da una situazione, a tratti unica, che da tre anni vivo in prima persona.
Mi occupo, per chi ancora non lo sapesse, di bambini che hanno subìto abusi www.associazioneprometeo.org.
Da tre anni sono finito nell’obbiettivo di un comitato, formato da pedofili, loro parenti e sostenitori vari. Gente che ha preso fino a 13 anni in secondo grado per aver abusato bambini di tre e quattro ani d’età e gente che, temo, a processo mai ci finirà. Scopo di questo comitato è quello di far chiudere la mia associazione e ridurre il sottoscritto ‘all’eterno silenzio’.
Per farlo usano ogni arma in loro possesso, partendo da quella della calunnia che in ogni tipo di mafia, giacché anche le lobbies pedofile sono mafiose, dà buoni risultati.
Sono stati fati volantini contro di me, mandati in rete falsi lanci di agenzia, dove tra le varie si leggeva che ero stato arrestato per possesso di materiale pedofilo, o si faceva circolare la notizia che quelle immagini, da me spesso denunciate con ‘toni violenti’, mi avessero invece come protagonista. Grazie al lavoro certosino di questi delinquenti ho perso aiuti, supporti, contatti, amici. Ho visto i miei libri venire ritirati dalle librerie e le mie conferenze, fino ad ora circa duecento, cancellate per le infamie mandate agli organizzatori.
Il tutto senza che nessuno, e ribadisco nessuno, nella legalità intervenisse. Ricacciando i delinquenti al silenzio e permettendo a chi difende i bambini di continuare ad operare.
Segno questo che la rete pro pedofilia è sempre più attiva, ma anche, come ho detto prima che oggi stare dalla parte del bene rende la vita sicuramente meno facile. Per quasi tutti. Criminali esclusi”
.

La seconda è del Centro Wiesenthal. Il quale scrive: “Il regime iraniano ha convocato 70 revisionisti dell’Olocausto da 30 paesi diversi per partecipare alla conferenza a Teheran intitolata: L’Olocausto, un prospetto del mondo. Questa conferenza viene dopo che il Presidente iraniano Ahmadinejad ha dichiarato che l’Olocausto è ‘un mito’ e la sua sponsorizzazione dei cartoni revisionisti a Teheran di quest’anno.
Queste bugie non possono non essere combattute.
Noi ti chiediamo di aderire alla petizione del Simon Wiesenthal Center indirizzata al Segretario Generale (designato ndr) delle Nazioni Unite Ban Ki-moon (
http://www.wiesenthal.com/site/lookup.asp?c=fwLYKnN8LzH&b=2284823) per chiedergli di istituire una Commissione ONU per protestare contro questa dissacrazione dell’Olocausto e per onorare le parole del Segretario Generale Kofi Annan quando disse nella giornata della Memoria del Gennaio 2006: ‘Il negazionismo dell’Olocausto è il lavoro degli stupidi. Noi dobbiamo rifiutare i loro falsi proclami ogni volta, dovunque vengano fatti, e da chiunque vengano fatti’.
Il Segretario Generale Annan ha anche detto: ‘Le Nazioni Unite sono state fondate come reazione agli orrori della Seconda Guerra Mondiale’.
Ma, questa Conferenza, insulta i principi fondatori delle Nazioni Unite e ridicolarizza la Risoluzione dell’Assemblea Generale che ha dichiarato il 27 Gennaio giorno internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto.
Contemporaneamente alla festa dell’odio di Teheran, sta riunendo i ‘testimoni della verità’, una videoconferenza trasmessa in tre città, Los Angeles, New York e Toronto, che riunisce i superstiti dell’Olocausto che esporranno gli orrori della “Soluzione Finale Nazista” e smentiranno i negazionisti.
Il regime iraniano, che ha minacciato il genocidio dello Stato ebraico, usa il negazionismo dell’Olocausto come un simbolo di Stato. Il loro ultimo obiettivo è demonizzare il popolo ebraico, la sua storia, i valori e la fede. Noi NON DOBBIAMO restare in silenzio.
Per favore, usa questo link per firmare adesso la petizione (http://www.wiesenthal.com/site/lookup.asp?c=fwLYKnN8LzH&b=2284823 ) -queste minacce non possono rimanere incontestate. E dopo aver firmato la petizione, per favore usate la funzione ‘invita i tuoi amici’ (appare in automatico dopo aver firmato la petizione ndr), per trasmettere questo importante messaggio ai vostri amici ed alla vostra famiglia.
Mandate le vostre domande (in inglese)  a:
information@wiesenthal.net
Oppure scrivete a Simon Wiesenthal Center, 1399 South Roxbury, Los Angeles, California 90035 Telefono: 310-553-9036 Sito Internet:
http://www.wiesenthal.com“.

La seconda missiva ha un carattere più “tecnico”, ma data l’importanza del messaggio l’ho trascritta per esteso.

Sia Frassi, sia il Centro Wiesenthal parlano di ribaltamento delle prospettive, dei valori, insomma del non-senso – e non dimentichiamo che, se oggi i negazionisti della Shoah rialzano la testa, non lo si deve solo ai gruppi neonazisti, ma anche a quelle frange della sinistra radicale che bruciano le bandiere d’Israele “imperialista e amerikano”, come è accaduto di recente in una manifestazione dove i Diliberti di turno si facevano immortalare in pose da alternativi mentre, alle loro spalle, giovinastri più simili a teppisti che a rivoluzionari si apprestavano ai loro riti vandalici e allucinati -. Certe frasi sono stilettate e non mi sento di aggiungere nient’altro alla loro inoppugnabilità. 

Se continueremo a barricarci dietro la montagna del non-senso e della noia, i risultati saranno questi e anche peggiori. E non ci risparmieranno. La barriera dello spirito, infatti, è spessa, ma vuota; ci impedisce di uscire, ma fa entrare tutto l’odio. E l’odio ha sempre la meglio su un cuore torpido e malato.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/07/20/quando-le-parole-diventano-kamikaze-a-proposito-del-partito-pedofilo-olandese/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/19/antisemitismo-nessuna-ambiguita/, https://danielatuscano.wordpress.com/2006/05/24/ahmadinejad-il-passato-che-ritorna/)

12 dicembre 2006 at 20:17 18 commenti

Articoli meno recenti


Calendario

dicembre: 2006
L M M G V S D
« Nov   Gen »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Posts by Month

Posts by Category