“S-CAMBIA”. PER SUPERARE L’ETERNO FEMMININO – Interessante appuntamento degli umanisti torinesi

16 dicembre 2006 at 21:13 11 commenti

Incontro Tiziana Cardella in vista di S-Cambia, appuntamento organizzato dal Partito umanista di Torino (domenica 17 dicembre ore 15, presso la Casa umanista di via Martini 4/b) sulla condizione femminile.

“Non se ne parla abbastanza – afferma Cardella. – Nel corso della storia, e anche oggi, si attribuisce alla donna uno status di diversità intesa come vera e propria inferiorità, pretesto per il mantenimento di diseguaglianza sociale e sessuale”. Le recentissime notizie lo confermano: nella civilissima Italia la Corte di Cassazione, già famigerata per le sentenze dei jeans “a prova di stupro” e della violenza “meno grave” se a subirla è una donna, o anche una bambina, non più vergine, ha deliberato che se un marito picchia la moglie per dissensi di carattere religioso non si è in presenza di un vero e proprio reato, a patto che si tratti – si noterà la finezza – di “episodi sporadici espressioni di una reattività temporanea”.

“Simili aberrazioni – ragiona Cardella – sono il frutto di un pregiudizio duro a morire: quello cioè per cui le donne sono meno razionali, intelligenti, riflessive, costanti, coerenti e intraprendenti degli uomini”.

 – Possiamo quindi affermare che la recrudescenza delle violenze sulle donne è stato lo stimolo più potente per la realizzazione di quest’incontro?

– E’ stata l’esplosione mediatica attorno al fenomeno “stupri”. Alcune ragazze hanno chiesto come mai non ci fosse stata una presa di posizione del Partito umanista e hanno chiesto di organizzare qualcosa.

Inizialmente, come Segreteria formazione del Pu, avevamo pensato a una conferenza, poi, soprattutto a causa dello scarso tempo a disposizione, abbiamo scelto una forma alternativa: l’incontro-dibattito, con la speranza di preparare un evento più ampio l’anno prossimo.

– Cosa pensate della recrudescenza della violenza sulle donne in questo periodo?

– In realtà, parlando tra donne, abbiamo registrato soprattutto un aumento della violenza morale, negli ultimi 10 anni, più che un aumentato pericolo “fisico”. Sembra essere aumentata è la percezione del pericolo, fomentata soprattutto dai media, che sostengono politiche collaterali ed assolutamente estranee ad un reale interesse nei confronti dell’incolumità degli esseri umani, in questo caso di sesso femminile ( p. es. spostare l’attenzione dalla cronaca politico-finanziaria, oppure aumentare la xenofobia attraverso l’utilizzo del terrorismo psicologico, ecc.).

  
foto campagna 

– Avete contattato associazioni di donne o singole? In che modo? Si sono dimostrate disponibili?
– Abbiamo contattato associazioni di donne, di uomini che si occupano della lotta contro il maschilismo e di singole e singoli. Le associazioni sono state raggiunte formalmente, via email o telefonicamente. Abbiamo organizzato anche dei banchetti ed alcuni volantinaggi. Ci sono state pochissime risposte, nonostante la grande disponibilità e la curiosità suscitate dall’organizzazione dell’incontro.

– Immigrate? Cattoliche?

– Le immigrate con le quali abbiamo avuto contatti hanno reagito in due modi, sostanzialmente: dichiarando di non vivere una condizione di discriminazione o sottomissione, ma di aver scelto di sottostare alle “regole di convivenza” tra uomo e donna, oppure dando per scontato che il fatto di essere nate donne porta con sé il fardello del dover subire il maschilismo che, purtroppo, è molto vivo in tutte le zone del mondo.

Quanto alla religione, a parte le donne che si sono definite musulmane, non abbiamo chiesto alcun credo, quindi non sappiamo rispondere precisamente al tuo secondo quesito. Se invece chiedi se abbiamo deliberatamente chiesto a donne cattoliche, la risposta è no.

– Lo domandavo perché la cultura religiosa è, da sempre, un potente fattore di repressione o di liberazione per le donne di ogni Paese. In altri termini: dove si trovano, a parer vostro, le tracce di un nuovo maschilismo?

– Sono palesi all’interno delle strutture di potere ad opera, indistintamente, di uomini e donne. Qui, sì, esiste una parità!

Per strutture di potere intendiamo soprattutto istituzioni politiche e aziendali, ma anche organizzazioni sociali e schemi più ristretti (movimenti sociali, gruppi di amici o situazioni di aggregazione umana “oziosa”).

Per esempio si assiste ad una demonizzazione crescente di quello che è stato – e quello che ancora è – il fenomeno della lotta femminista, indicandolo come qualcosa di vecchio, superato, addirittura noioso e controproducente. Non ci sorprenderemmo se questa demonizzazione fosse circoscritta al tema della questione femminile; purtroppo, però, ci rendiamo conto che rientra a pieno titolo in una sorta di riscrittura della storia, che ha lo scopo di assopire le coscienze e la collettività, per sviluppare il più possibile l’individualismo, tanto caro al sistema consumista al quale apparteniamo (quasi letteralmente). Si osserva, infatti, che la stessa ridicolizzazione e svalorizzazione vengono fatte nei confronti delle lotte sindacali, delle micro e macro rivoluzioni e, in generale, di tutte quelle realtà che tentano di mettere in discussione le affermazioni che vorrebbero, ipocritamente, convincere tutti che lo schiavismo non esiste più, il maschilismo appartiene al passato, le torture esistono solo nelle dittature, il controllo delle menti attraverso l’informazione manipolata e le sostanze chimiche sono solo fantascienza e gli ultimi lager erano in territorio tedesco.
In sintesi, le tracce di nuovo maschilismo ci sono ogni volta che qualcuno afferma che l’uguaglianza esiste già e “cos’altro vorrebbero, le donne?”.

– In quale maniera valorizzare la diversità della donna come ricchezza?
– Esistono differenze di genere che vanno addirittura oltre lo schema uomo/donna: sono riconosciute, oggi, differenti identità sessuali che portano con sé diversi modi di intendere la società e, pertanto, ne arricchiscono il sistema di relazioni. Sarebbe ugualmente bello, ed è quello che ci piace provare a fare giorno dopo giorno, se si riuscisse a esaltare la diversità dei bambini e degli anziani, come ricchezza… delle varie identità culturali e religiose, delle differenti sfumature sociali che contribuiscono a comporre la futura Nazione Umana Universale.

– Come agire perché la cultura femminile sia considerata “universale” al pari di quella maschile? Quale sarebbe il ruolo delle scuole in tal senso?
– Su quest’argomento si è dibattuto a lungo ed una prima approssimazione è questa: nella storia che viene insegnata, per attitudini diverse tra uomo e donna ed anche per convenzioni sociali forti e diffuse, sembrerebbe che la donna non abbia nessuno spazio. Eppure le donne sono servite come collanti tra reami, come muse ispiratrici, come manipolatrici nell’ombra, come sostegni incancellabili a fianco degli uomini. E non potrebbe essere altrimenti, perché possiamo sperimentare quella stessa potenza anche oggi. Non si sta dicendo che siano state o siano migliori degli uomini, ma semplicemente molto diverse e la scuola dovrebbe dare un’educazione in questo senso: cioè il giusto spazio, né più né meno, a tutte quelle realtà che non si impongono semplicemente con la forza economica, politica o muscolare, perché comunque hanno un’influenza fortissima, anche se evidentemente non immediata né facilmente riconoscibile.
In realtà sappiamo anche che le rivoluzioni sociali delle donne sono rivoluzioni silenziose, rivoluzioni nell’ombra… sono rivoluzioni lunari, non solari, ed è un concetto riconosciuto in tutte le culture in tutti i momenti storici.

Siccome queste cose potrebbero essere difficilmente comprensibili e potremmo trovarci di fronte ad uno scoglio culturale ancora molto grosso, possiamo proporre di appoggiarci, quantomeno, alla lingua italiana: la lingua italiana è ancora pensata al maschile, non esiste praticamente una cultura della scrittura di genere. E’ vero che è faticoso e non si propone di obbligare nessuno al suo utilizzo, ma almeno andarci per gradi partendo da regole che stiamo dimenticando e inventare nuove regole più inclusive (non altre regole esclusive): se il direttore della scuola si chiama Maria Bianchi è una direttrice. Che le piaccia o no. (risate)
Per i neologismi, potremmo chiedere che vengano affrontati come arricchimento culturale, senza imposizioni, ma per esempio possiamo scatenare la fantasia di docenti e allievi su semplici quesiti quotidiani che modificano atteggiamenti mentali, tipo: com’è il femminile di “sindaco”? E di “successore”?

– Cosa significa quindi dirsi donna e femminista nel 2006? E’ ancora importante?
– Per quanto ci riguarda, il fatto di essere umanisti include il fatto di essere femministi, perché, come da dizionario del Nuovo Umanesimo si pone lo sviluppo della questione femminile come imprescindibile nel processo di umanizzazione della società“. In teoria, quindi, la domanda potrebbe essere anche “come si può dirsi uomo e femminista, nel 2006?”.

In quest’ottica, sarà un nodo importante finché non sarà sciolto grazie all’impegno di ciascuno.

– L’idea dell’essere umano come valore centrale è molto suggestiva ma alcune femministe potrebbero obiettare che questa visione “inclusiva” finisce per smarrire la specificità delle donne. Inoltre Silo, il fondatore del Movimento umanista, è pur sempre un uomo. Cosa rispondete? 
– Rispondiamo che la specificità delle donne lo è tanto quanto la specificità degli uomini. Questa faccenda genera molta tensione, tra donne, che si moltiplica se si includono uomini nella discussione.
Silo è stato il fondatore in un momento storico e in una posizione geografica ancora più grave per le donne, rispetto alla situazione attuale. Esistono donne leader sociali, politici o storici, nel passato o attuali, che saltano subito in mente? No. E’ un dato di fatto, che continua ad essere un ruolo più semplice per un uomo che per una donna. Non c’è niente di male, in un certo senso: il problema è che, quando se ne riesce a parlare senza cadere nel “noi siamo così e invece voi siete colà”, quello che capita abbastanza abitualmente è che le donne si sentono private anche della libertà di esprimere una difficoltà e gli uomini si sentono accusati ingiustamente.

D’altro canto succede spesso anche, nel Movimento umanista perché comunque siamo tutti figli di questo sistema, coi suoi pregi ed i suoi difetti, che le donne debbano ricorrere a modelli con ruoli prettamente maschili, anziché femminili, per poter essere riferimenti riconosciuti da tutti. Anche questo fa parte della “questione femminile” da affrontare, d’altronde.

– All’incontro partecipano anche uomini? In ogni caso, avete notato un certo loro interesse per questo tema?
– Partecipano anche uomini, nonostante pochissimi abbiano mostrato un interesse genuino: la maggior parte di loro (e parliamo di amici fraterni e compagni), hanno vissuto quest’incontro come una cosa fastidiosa e superflua.
L’importante, però, è che partecipino lo stesso, perché non può esserci un cambiamento di alcun tipo senza un impegno condiviso.

– Segni di speranza per il futuro?
– Speriamo che sia femmina! (risate)

Daniela Tuscano

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11 commenti Add your own

  • 1. donatella  |  17 dicembre 2006 alle 0:31

    Violenze sulle donne: al centro del Comune di Venezia quasi 3000 richieste in dieci anni
    Ogni giorno una donna domanda aiuto

    «Non ci sono purtroppo età o ceti sociali al riparo da violenze e ancora più grave, è che il 73% dei casi di maltrattamento avvenga nei nuclei familiari». Esordisce così Patrizia Marcuzzo, assistente sociale del servizio antiviolenza del “Centro donna”, spazzando via alcuni luoghi comuni, primo fra tutti il ritenere che gli abusi alle donne avvengano in famiglie disagiate o di basso livello culturale. Niente di più sbagliato.

    Violenze casalinghe e trasversali. A chiedere aiuto al “Centro donna” di viale Garibaldi – un servizio che quest’anno festeggia il suo decimo anniversario – sono arrivate madri di famiglie già note ai servizi sociali, ma anche mogli di commercialisti, avvocati e imprenditori, donne italiane e immigrate, accomunate dall’essere vittime di percosse, minacce psicologiche e abusi sessuali da ex mariti o attuali compagni. Sì, perché il pericolo maggiore di violenze non è né per strada né sul luogo di lavoro, ma fra le pareti domestiche.

    Venticinque donne al mese chiedono aiuto. In dieci anni di servizio il centro antiviolenza ha ricevuto 2913 richieste d’aiuto, e nel solo 2004, sono state 223 le donne che hanno preso contatto con le operatrici (circa 25 al mese); in media le donne che poi accettano di seguire un percorso che le aiuti a mettere fine alle violenze subite sono ogni anno un’ottantina. «Quando arriva una chiamata cerchiamo di capire se si tratta di un’urgenza, ad esempio una donna che è appena stata picchiata o violentata, e in tal caso avrà la priorità, o se siamo di fronte ad una donna che ha scelto di uscire allo scoperto dopo anni di abusi e sofferenze in casa – spiega l’assistente sociale -. In questo caso, cominciamo a costruire un percorso assieme alla persona, grazie al lavoro d’equipe con gli altri servizi del territorio».

    Ed è proprio questo l’aspetto più difficile: costruire un cammino che sostenga la donna dopo che ha deciso di rompere il silenzio. «Molto spesso ci troviamo di fronte a donne che non lavorano e che dipendono dai loro mariti, in questo caso la priorità sarà quella di inserirle nel mercato del lavoro affinché possano diventare autonome», continua la Marcuzzo.

    Il primo scoglio, trovare un lavoro. Il “Progetto donna e lavoro”, in collaborazione con il Comune e la Provincia, nasce da questa esigenza ed ha l’obiettivo di creare una rete che metta in contatto le donne con le offerte di lavoro esistenti. «Potersi mantenere diventa il primo passo per l’affermazione dell’autonomia – dice la Marcuzzo – che può portare poi alla scelta di lasciare la propria casa».
    Su questo punto, l’assistente sociale tiene a sottolineare che non esistono soluzioni uguali per tutti i casi, ma ogni percorso è pensato e costruito in sintonia con le esigenze della donna e, nel caso ci siano, dei figli.

    Francesca Delle Vedove

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  • 2. Massimo Trapani  |  17 dicembre 2006 alle 12:33

    No che non siete sole Daniela, questa stortura del sistema giudiziario rompe le palle al sottoscritto anche oltre che a tante persone di buon senso.
    Ma che significa tutto cio’? Da dove derivano certe sentenze indegne di uno stato democratico?
    Semplice e’ ancora una volta la dimostrazione di quanto poco stato laico noi siamo e di quanto conti invece ancora la presenza di una religione di Stato che cerca di convincere l’assemblea dei credenti persino durante le prediche ad evitare di intrattenere rapporti o matrimoni con persone di altre religioni. Mogli e buoi dei crocifissi tuoi!!!!
    Ignoranti e presuntuosi come non mai questi vecchietti che la mattina fanno i pater familia e di notte son certo vanno a cercare alternative sadomaso alla loro prolungata astinenza e medicale impotenza.
    Va da se’ che in questo momento non esiste alternativa a questo sistema giudiziario, visto che appena si parla di riforma della giustizia si sollevano proteste a piu’ mani dai soloni costituzionali.
    E allora becchiamoci sia la violenza sessuale firmata Levi’s e allo stesso tempo l’assoluta certezza da parte degli uomini di perdere i propri figli in caso di separazione.
    Eh si perche’ la donna sara’ pure puttana e provocatrice ma e’ destinata ad essere mamma a qualsiasi condizione, mentre l’uomo che ha piu’ ormoni che neuroni al cervello e quindi come buon animale della giungla non sa, anzi non deve, resistere alle tentazioni della carne, invece, non avra’ mai i requisiti “tecnici” per essere un buon mammo!
    A tutti costoro farei presente una mia giornata tipo con tanto di colazioni da preparare, accompagnamenti in piscina e pranzi semplici ma allo stesso nutrienti, con tanto di dovere di sedersi alla stessa poltrona con i pargoli per accontentarli la sera guardando i loro programmi preferiti assieme almeno ad uno dei genitori….ecc ecc

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  • 3. donatella  |  18 dicembre 2006 alle 10:15

    Se avvenisse tra paesi, la chiameremmo guerra.
    Se si trattasse di una malattia, la definiremmo epidemica. Di una perdita di petrolio, lo definiremmo un disastro. Poiché accade alle donne, è solo una faccenda di tutti i giorni. Si tratta di violenza alle donne. Di molestie sessuali sul posto di lavoro e di abusi sessuali su ragazzine. Si tratta di percosse che milioni di donne subiscono ogni giorno. Di stupro tra le
    pareti domestiche o durante un incontro con il proprio ragazzo.
    Chi ne sa di più di violenza sulle donne di una donna che l’ha subita? Gli studi ci dicono che, nella maggior parte dei paesi, il 50 per cento delle donne ha subito violenza fisica o sessuale.
    Un enorme numero subisce molestie sessuali, ossia commenti, rumori o contatti indesiderati. .

    Ieri sono stati presentati i risultati di una indagine dell’Istat sulle violenze fisiche e psichiche verso le donne in Italia. Il quadro risultante è un insieme sconcertante di violenze familiari, timori di denunciare l’accaduto, danni permanenti all’integrità psicologica. Numeri inquietanti per un Paese civile, che tanto civile poi non è .
    La donna è la vittima di un variegato ‘campionario’ di violenze fisiche e psichiche da parte dell’uomo che è quasi sempre un intimo familiare o persona conosciuta, di cui la vittima si fida. L’estensione del fenomeno più alto al Nord, 3,4%, e specialmente nelle grandi aree metropolitane, 3,6%) è dimostrato da un altro dato: sono 118 mila (pari lo 0,7% del totale) le donne di età 14-59 anni che hanno subito almeno una violenza tra il 1999 e il 2001, cioè prima dell’indagine Istat, compiuta su 22mila donne.
    Oltre il 43,8% delle donne che ha subito uno stupro o un tentativo di stupro, lo ha subito – evidenzia l’indagine Istat – in luoghi familiari e, negli ultimi tre anni, il 25,8% delle violenze subite si è verificato a casa della vittima o di amici e parenti, l’11,8% in automobile, il 9,9% a lavoro o negli spazi attinenti. Il 28,8%, invece, è avvenuto in strada, il 4,3% in un parco pubblico, o in un giardino o al mare e il 5,9% in un locale pubblico. Il 24,2% delle donne abusate nel corso della vita e il 29,4% di quelle che lo sono state negli ultimi tre anni ha subito più volte violenze dalla stessa persona. Questa percentuale è molto diversa se si considerano le violenze consumate rispetto a quelle tentate (rispettivamente il 42,9% e il 19,7% nel corso della vita; il 61,7% e il 24% negli ultimi tre anni). «Il che porta a dire che – si legge nell’indagine – quando la gravità della violenza sessuale è maggiore, la vittima la subisce con maggiore frequenza».
    Il 45,1% delle donne ha subito violenze, tentate o consumate, almeno settimanalmente (il 12,4% tutti i giorni, il 20,1% più volte la settimana e il 12,6% una volta la settimana) e il 17,5% qualche volta al mese. «Malgrado ci siano donne che hanno subito violenze ripetute molto raramente (il 14,5% meno di una volta l’anno), oltre la metà (62,6%) di coloro che hanno subito violenze ripetute – aggiunge l’indagine – sono state oggetto di soprusi almeno una volta al mese».
    C’è poi il sommerso delle violenze sessuali: soltanto il 7,4% delle donne che ha subito una violenza tentata o consumata ha denunciato il fatto (9,3% negli ultimi tre anni). «La quota di sommerso è dunque – nota l’Istat – altissima». Chi non ha mai denunciato lo stupro subito o tentato (circa il 90%) l’ha fatto o per paura di essere giudicata male o di non essere creduta oppure per un senso di vergogna o colpa. «Anche la paura dell’abusatore e la sfiducia nelle capacità delle forze dell’ordine sono due elementi determinanti – sottolinea l’indagine – nella scelta di non denunciare l’episodio: il 14,3% inoltre non ha denunciato la violenza perché ha agito per conto suo o con l’aiuto dei suoi familiari mentre il 16,8% ha dichiarato che il fatto non è stato abbastanza grave».
    Altri dati interessanti dell’indagine: quasi un terzo delle donne non parla con nessuno dell’episodio che ha subito e chi lo ha fatto, ha scelto un familiare, un amico o un vicino; l’84,7% delle vittime ritiene la violenza grave, il 57,6% molto grave e l’11,4% poco grave, solo l’1,8% per niente grave. Le conseguenze della violenza subita? Quasi la metà è divenuta più diffidente e fredda (48,9%), mentre c’è chi ha difficoltà ad instaurare relazioni (8,6%) fino ad avere rapporti sessuali (6,8%). Insomma cambia la vita per una donna violentata: l’11,7% dichiara di non essere più tranquilla quando esce, il 7,7% di evitare strade isolate quando esce, il 2,7% di non uscire più di sera.
    “I dati drammatici che oggi l’Istat ha pubblicato sulla violenza sessuale alle donne, in Italia, insieme al recente scandalo che ha coinvolto il nostro Paese per il turismo sessuale in Brasile, sono la spia del valore che una parte consistente della nostra società dà alla donna“. Lo ha dichiarato in una nota la deputata verde Laura Cima commentando l’indagine Istat su un campione di oltre 22mila donne, che rivela come più di mezzo milione di loro abbia subito uno stupro o un tentativo di stupro e ben 10 milioni, almeno una molestia sessuale. “Il fatto che le donne siano per lo più tenute lontano da posti dirigenziali all’interno della vita politica e lavorativa è l’altra faccia della stesso problema“. Cima chiede “più centri di ascolto e più consultori per le donne, più spazi dove conoscersi, confrontarsi e offrire sostegno a tutte le ragazze che non vogliono più sentirsi vittime. Questi dati – prosegue la deputata Verde – mostrano un volto inaccettabile dell’uomo italiano ancora succube di una cultura maschile imbevuta di violenza e di non rispetto che va combattuta a partire da campagne educative e culturali nelle scuole e nelle istituzioni”. (da lanazione.it)

    Rispondi
  • 4. tiziana  |  18 dicembre 2006 alle 16:21

    All’incontro hanno partecipato una dozzina di persone ed è stato proprio carino ed interessante.
    Abbiamo usato alcune delle tue domande e alcune nostre: non smettevano più di parlare! c’è stata una grande partecipazione “passionale”, nonostante avessimo tentato di stemperarla proponendo come gioco il fatto di mettersi nei panni dei partecipanti dell’altro sesso.
    Abbiamo raccolto le sintesi dei due gruppi e le fonderemo con l’intervista ed altro materiale che avevamo, per metterlo a disposizione delle Segr. Formazione di altre città (e ovviamente della Comm. Documentazione).

    Bacioni, Tiz

    Rispondi
  • 5. Comunicazioni Arcoiris  |  18 dicembre 2006 alle 17:53

    Libere dalla violenza, libere di scegliere
    Il 25 Novembre 2006 si è tenuta a Bologna una grande manifestazione contro la violenza alle donne, organizzata dalla Rete delle Donne di Bologna. Il video racchiude i momenti salienti della manifestazione, dagli interventi politici a quelli artistici.
    4000 donne unite per essere: Libere dalla Violenza e Libere di Scegliere

    Per vedere il filmato clicca qui: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=6126

    Rispondi
  • 6. sara  |  22 dicembre 2006 alle 13:58

    Nei giorni passati, sul giornalino on-line della scuola di Colle Val d’Elsa (città in cui stanno per costruire la più grande moschea d’Italia) è apparso l’articolo: Velo sì o no? È giusto che le donne islamiche portino il velo nel nostro Paese?
    I nostri compagni di Colle dicevano di sì, per difendere la libertà delle donne (libertà?).
    Secondo alcuni giornalisti e scrittori è giusto che le donne islamiche continuino a rispettare le loro tradizioni pur vivendo nel nostro Paese, mentre altri credono più opportuno che sia varata una legge che proibisce l’uso del velo: ma questo è veramente giusto?
    Ormai sono molti gli immigrati provenienti da una cultura musulmana che abitano in Italia e secondo me è molto giusto che possano vivere in una situazione e in ambiente senza lotte, che di sicuro non è la loro madrepatria, ma le tradizioni italiane si stanno perdendo, perché ci stanno imponendo le loro e noi non facciamo niente per fermarli.
    Queste persone potrebbero continuare ad esercitare le loro convinzioni, ma non dovrebbero condizionare con il loro culto un Paese che non è la loro madrepatria e che ha già delle leggi, ma che soprattutto è laico.
    Per loro portare il velo è una cosa normale, ma per noi è solo uno sconvolgimento della nostra cultura e tradizione, che deve sicuramente essere rispettata, come noi cerchiamo di fare con la loro.
    Una soluzione ovvia che ci farebbe avvicinare ai loro mondi senza però dimenticarci dei nostri, sarebbe integrarli nella nostra comunità senza razzismo (perché alla volte succede anche questo) e con una certa comprensione, a causa delle situazione che hanno vissuto prima di emigrare dal loro paese, allo stesso tempo senza inculcargli le nostre tradizioni.
    Portare un cappello o un velo in un ambiente pubblico, come la scuola, per noi è solo una forma di maleducazione che non viene ammessa, quindi loro si dovrebbero adeguare alla nostre regole, senza trasgredirle, ma naturalmente, non dimenticarsi di quello in cui credono. Naturalmente, visto che lo stato è laico, non ci dovranno neanche essere simboli di ogni altra religione.
    Loro dovrebbero, inoltre, pensare che se noi andassimo nel loro Paese non ci farebbero portare la minigonna, i tacchi e non ci farebbero costruire Chiese.
    Dovremmo chiederci se mettersi il velo è quello che le donne desiderano veramente o se questo è quello che vogliono i loro mariti. Forse non per tutte, ma molte donne non hanno libertà di scelta.
    Per me il velo è solo un simbolo dell’oppressione per le donne.
    Il mio appello è semplicemente quello di rispettarsi e di venirsi incontro.

    Rispondi
  • 7. danielatuscano  |  22 dicembre 2006 alle 16:00

    Sara solleva molte giuste obiezioni. Soprattutto mi sembra valida l’ultima: molte donne, che dichiarano di voler portare il velo, in realtà non hanno libertà di scelta. Si sa che alcune di loro, in patria, non erano più abituate a indossarlo.

    Noi abbiamo bisogno di simboli come di parole, ma quando i simboli e le parole diventano fine e non mezzo, abdicano alla loro funzione. Nelle frasi di Sara si legge una certa ansia. Uguale – me lo consenta – a quella degli immigrati, che in un Paese per loro straniero si aggrappano al velo come a un simbolo. Anch’essi, come noi, hanno timore di perdere la loro identità.

    La paura è sempre ciò che sta alla base della discriminazione. Logico che a pagarne le prime conseguenze siano le persone discriminate per eccellenza: le donne, appunto.

    Siamo sicuri che “non dovrebbero esserci simboli religiosi”? La nostra cultura non è impregnata di cristianesimo? Pier Paolo Pasolini lo ricordava nella sua lirica Una forza del passato: “Sono figlio delle pale d’altare e delle chiese”. Personalmente, non era credente, ma la nostra sensibilità, la nostra storia è innervata di cristianesimo.

    Che però – attenzione – non si identifica sic et simpliciter con l’Occidente, come alcuni pseudo-pensatori vorrebbero farci credere. Il cristianesimo nasce in Oriente e si diffonde in tutto il mondo. La cultura greca e romana l’ha fatto proprio solo in un secondo momento; all’inizio l’ha duramente combattuto. Ricordiamo Celso, autore di un violento libello contro i “galilei” come allora venivano chiamati – anche dall’imperatore Giuliano, l’apostata – i cristiani. Non è una questione geografica, che sa sempre un po’ di razzismo. E’ che la religione, come tutti gli episodi culturali, cammina con l’uomo; e così avviene, sta avvenendo, avverrà dell’Islam, che è anche europeo, di cui anche siamo figli (Aristotele è giunto da noi grazie alle traduzioni di filosofi spagnoli musulmani).

    Dobbiamo vincere la paura, e non sarà facile. Ci vorranno anni, soprattutto ci vorrà sapienza e saggezza. Cosa che, al giorno d’oggi, manca (si veda la spregevole decisione di alcuni deputati inglesi sull’opportunità di esporre simboli natalizi).

    Anche qui, simboli! Non si può temere un simbolo, semmai l’uso che se ne fa.

    Anche in tal caso saranno le donne a farci uscire dall’impasse. Senza stravolgere né la tradizione né la religione. Gli uomini scassano tutto, le donne no: sanno pazientare. Nel frattempo, non dimentichiamo di capirle, di capirci, di aiutarci.

    Rispondi
  • 8. donatella  |  26 dicembre 2006 alle 11:05

    http://www.amnesty.it/campagne/donne/onemanfight.html

    Filmato…… …..NO alla violenza domestica

    Rispondi
  • 9. raffaele mangano  |  8 gennaio 2007 alle 19:14

    Ho messo sul blog una riflessione che intressa tutte le donne!!!

    http://www.raffaelemangano.splinder.com

    Sono una single e riflettevo sul fatto che qui in Italia non potrei mai adottare un bambino; allora ho pensato a quante altre cose, pur avendo un lavoro ed essendo una persona normale, qui non mi sono possibili :

    – non posso comprarmi una casa ( i prezzi sono folli)
    – è difficile per una giovane prendere in affitto una casa ( idem come sopra)
    – non posso ricoprire cariche pubbliche importanti ( sono una donna….)
    – non posso effettuare l’inseminazione artificiale ( a meno che non voglia rischiare di avere un bimbo con gravi problemi o di avere un parto plurigemellare..)

    – non posso sposare una persona del mio stesso sesso
    – non posso adottare un bambino qualora fossi sposata ad una persona del mio stesso sesso

    Allora mi chiedo, cosa ci faccio in un Paese che mi nega libertà fondamentali? >> M.V.

    Rispondi
  • 10. sara  |  9 gennaio 2007 alle 12:29

    grazie per avermi risposto.
    condivido in pieno l’idea che il velo o qualsiasi altra cosa rappresenti solo un simbolo, e che se questo è usato solo come un oggetto non succederà mai niente, il problema di questo fatto è che molte persone lo fanno e noi ci sottomettiamo al loro volere.
    comunque (anches e spero che così non sarà) credo che questa questione rimmarrà in sospeso per un po’ di tempoi fin quando non si presenterà un problema del genere, come è successo in molti casi quale quello dell’eutanasia e molti altri.
    sara

    Rispondi
  • 11. Rosario  |  12 marzo 2008 alle 15:22

    Bello il manifesto “I veri uomini non picchiano” Complimenti!

    Spero la cultura femminista si diffonda sempre più.

    Vai Tizianaaaaa. Eh mscusate 😛 🙂

    Rispondi

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