Archive for gennaio, 2007

LA GUERRA DEI BERLUSCONES – La saga della coppia in diretta sui media. C’interessa?

E vabbene, stavolta ne parlo. Ne era così contento anche il mio babbo… Hai visto, la moglie di Berlusconi (sig.ra Bartolini-Lario, foto sotto) si è lamentata dalle pagine di ‘Repubblica’ [i dettagli nel commento n° 1] per il comportamento maschilista del marito alla Notte dei Telegatti (sic, sic)! E’ un bel colpo…. Talmente bello, che il quotidiano ha pensato addirittura di sbatterlo in prima pagina. Ma anch’io, in fondo, ho un cuore e, per non essere tacciata di insensibilità d’animo – soprattutto verso il candore d’un padre che crede ancora esista la politica, e soprattutto una “maggioranza” e un'”opposizione”, – ecco cosa penso della “clamorosa” notizia.

…ma, alla fine, ci frega una cippalippa delle diatribe interne di due individui mossi evidentemente dallo stesso fine? Lui il solito “ganassa” imperioso e maschilista, lei che, invece, recita la parte della moglie illuminata e, ora, tradita (ricordiamo che si professava anche contro la guerra in Iraq: che dite, eleggiamo la signora a paladina dei pacifisti? Già Zanotelli scompare di fronte a lei)…
 
Se ne accorge adesso che il modello proposto dal marito è diseducativo? Quale acume, quale sensibilità, signora Bartolini-Lario ecc. ecc.! Brava, santi sentimenti! Sono almeno trent’anni che le televisioni del suo amato consorte ammanniscono messaggi di fanciulle-oggetto, scambi di coppia, grandi fratelli, talpe, puzzole, pupe, secchioni, tronisti, stronzisti, Lelimora e Costantini e Vannemarchi e il marito di Costanzo e i CecchipaVoni, e si è accorta solo oggi del benessere morale dei suoi figli/e? E di quelli altrui? Chissenefrega, naturalmente, secondo la più pura filosofia berlusconide.
 
…Se non altro, Truman era inconsapevole di quanto gli accadeva…

E il giornale di “sinistra” le concede pure la prima pagina (l’altra è sui Pacs), mentre l’Italia va allo sfascio e il governo di “sinistra” si appresta ad allargare la base Usa a Vicenza, incurante delle proteste dei più (e i giornali di “sinistra”, da bravi, o sorvolano, o sminuiscono la notizia, sennò si colpisce il governo di “sinistra”, ma che scherziamo?) .
 
Nel Paese del gossip si dà invece spazio all’Evita Peron nostrana, l’una ballerina (col dittatore, nella foto sotto), l’altra ex-attrice (diciamo così), e anzi ricordiamo l'”educativo” film col quale impose le sue… doti: Sotto sotto strapazzato da anomala passione, in cui interpretava la (svestita) parte della sposa gay di uno stralunato Enrico Montesano. Alla capricciosa moglie di un tiranno che si atteggiava a protettrice dei diseredati, hanno dedicato montagne di libri, canzoni, persino uno zuccheroso film con la boccheggiante Madonna, “don’t cry for me Argentinaaaaaaaa. ..”, chissà che non accada la stessa cosa alla dolce metà dell’italico tirannello?

Non fa bisogno di aggiungere che, come in ogni lieto fine che si rispetti, il premuroso e affranto maritino è corso ai ripari, con una lettera grondante mea culpa (anch’essa pubblica, s’intende). E vissero felici & contenti.
 
Certo, oggigiorno, tutto quanto fa spettacolo (tranne gli spettacoli seri, quelli degli artisti autentici intendo). Ma io, scusate, ho altro da fare che seguire la loro improbabile sit-com.

Daniela Tuscano

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31 gennaio 2007 at 18:39 13 commenti

FORSE NON LO SAI… MA PURE QUESTO E’ AMORE – Fra Masseo, uno di noi

Fra Masseo ha da poco superato la trentina e vive in un convento del Sud Italia. Lo incontro a Milano, dove lui si è recato per una visita ai parenti. Ma la nostra amicizia risale ad almeno un anno fa. Abbiamo comunicato attraverso un monitor, le nostre parole si sono rincorse sulle pagine elettroniche di un computer. Strano connubio, quello tra l’informatica e la fede. Eppure ha funzionato. In fondo, è solo una questione di ruoli. I problemi sorgono quando questi ruoli si confondono, quando cioè il mezzo diventa fine. Ma, nel nostro caso, il “mezzo” (il computer) si è rivelato un preziosissimo aiuto per raggiungere il “fine” (la reciproca conoscenza, la fiducia). D’altronde, anche i ruoli possono diventare una prigione. Oltre i ruoli c’è la persona ed è questa che m’interessa. Fra Masseo è, innanzi tutto, Masseo. Un uomo che, come tutti, vive, soffre, ama. Ho deciso di parlare, soprattutto, del suo amore, del suo modo di amare. L’amore, anzi gli amori, sono molteplici e proprio per questo così irripetibili e umanizzanti. Vogliamo conoscere la sua esperienza perché, pur nella diversità di situazioni, in essa possiamo rispecchiarci. Contemporaneamente, l’amore di fra Masseo ci stimola a diventare “cercatori di noi stessi”. Scoprire che il cuore umano sa provare molto, e di più, ci preserva dalla banalizzazione dei sentimenti. Un’avventura che vale la pena vivere.

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– Fra Masseo, comincio nel modo più classico (e prevedibile): cioè da com’è nata la tua vocazione. Vorrei che spiegassi ai lettori, con parole semplici, un sentimento ineffabile.

“Una domanda da cento milioni di dollari!… Ma ci proverò.

“Dovrei partire dalla mia infanzia. Sì, perché da quando ho incontrato il Signore ho cominciato a rileggere tutta la mia vita ‘con gli occhi di Dio’. Ricordo che, da piccolo, mi piaceva tanto andare nel bosco vicino casa (abitavo in campagna), o nei campi a giocare. E lì rimanevo incantato nel vedere la natura e la immaginavo come una grande chiesa: con certe assi, costruivo anche dei crocifissi. Senza volerlo, riflettevo sulla bellezza del creato e del suo Creatore. Ricordo ancora quando mia madre, a letto, insegnava a noi quattro figli la preghiera dell’Ave Maria. Questi avvenimenti hanno senz’altro contribuito a fermare in me una certa sensibilità verso il divino. A catechismo andavo volentieri, ma non sopportavo chi, scherzando, mi diceva che mi sarei fatto prete. Mai avrei accettato questa scelta, non mi piacevano i preti”.

– Non sei il primo che lo dice: non mi piacevano i preti, non avrei mai pensato di… Sembra che, spesso, certi amori non sboccino “a prima vista”.

“Infatti col passare degli anni, nel periodo dell’adolescenza, mi allontanai dalla fede. Iniziavo ad avere conflitti coi miei genitori – cosa normale a quell’età, ma lo avrei capito dopo – e con tutto ciò che mi circondava. Restavo però sempre affascinato dalla trascendenza, così presi a interessarmi di astrologia e cose del genere… Quando pensavo a Dio, però, mi veniva subito in mente
la Chiesa, il mio parroco che era molto noioso e, di conseguenza, lo rifiutavo. A scuola le cose non andavano benissimo, e non avevo amici: sia per la mia forte timidezza, sia perché la campagna non offriva possibilità di incontro coi giovani”.

– Ma, a un certo punto, vivesti esperienze particolari, decisive…

“Sì, dovevo frequentare il corso di preparazione alla cresima, assieme a mia sorella. La cosa fu abbastanza traumatica: ero ‘fuori corso’, insomma già adolescente, e non mi andava di stare con ragazzi più piccoli di me. Inoltre, la mia timidezza era davvero un muro che m’impediva di uscire dal ‘barattolo’. Ma dovevo andarci. Nel frattempo, in parrocchia, era arrivato un nuovo parroco. Una persona davvero stravagante! Iniziai così a seguire il catechismo e fui fortunato perché nel mio stesso corso trovai altri ragazzi della mia età che già conoscevo. È stata una bellissima esperienza. Con questi ragazzi intrecciai una profonda amicizia e il nostro parroco cercava in tutti i modi di alimentare in noi lo spirito comunitario. Organizzavamo attività di qualsiasi tipo, mi divertivo tanto, avevo ottimi amici e di tutto ciò ringraziavo il Signore”.

– Il secondo “incontro”?“Partecipai a un matrimonio. Un matrimonio strano. Devi sapere che le nozze, da noi, sono molto sfarzose. Quella coppia, però, non volle né abiti, né ricevimento, né bomboniere. Erano due laici francescani. L’unico regalo che vollero erano soldi per la costruzione di un ospedale in Bolivia. Quell’evento mi mise in contatto con la spiritualità francescana e decisi che, se avessi trovato la persona giusta, mi sarei sposato nello stesso modo. Poco dopo il mio parroco organizzò una gita ad Assisi. Fu per me l’occasione per conoscere san Francesco. Lì ho ricevuto il colpo decisivo o, se vuoi, l’innamoramento si trasformò in amore. Potrei aggiungere tante cose… ma mi limito a dirti che in quella circostanza il Signore mi conquistò e mi portò a intraprendere la strada che oggi sto percorrendo”.

– Sei stato capito, aiutato oppure ostacolato in questa scelta?

“Sia gli amici, sia la famiglia, sia il parroco non mi hanno capito. Per loro ero ‘stregato’. Il mio parroco stesso, ironia della sorte, non crede nella vita consacrata: di conseguenza, tutti credevano stessi sbagliando.

“Oggi le cose vanno molto meglio. Con tutti, anche con la famiglia, ho un rapporto sereno. Con gli amici, poi, il sentimento si è rafforzato ed è diventato strettissimo”.

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– E il clima culturale e sociale intorno a te, invece? Ti ha favorito o no?

“Mi ha favorito, tanto. Al Sud la fede ha ancora una dimensione sociale. Ma l’aiuto maggiore mi è giunto, credo, dall’ambiente pulito che mi circondava. Mi spiego meglio: tante dimensioni che caratterizzano la vita giovanile di oggi non favoriscono l’ascolto della Parola di Dio. Oggi i giovani si preoccupano molto di apparire in un certo modo, alcune abitudini rendono sordi. Il grido dei poveri, che è la voce di Dio, non trova ascolto. Nel mio percorso è stata fondamentale anche l’esperienza coi malati. Attualmente trovo che, anche per i bambini, diventa impossibile trovare del tempo libero, persino per fare catechismo. Le mamme vengono a lamentarsi che i figli sono già stressati…”.

– Tu hai visto il film di Nanni Moretti
La Messa è finita? Secondo me dà un’immagine veritiera delle difficoltà e delle crisi che incontra un sacerdote nelle società occidentali, iper-tecnologizzate, materialiste e senza punti di riferimento.

“Non ho visto il film. Ma so che i frati del Nord Europa vivono una realtà del tutto differente. Figurati che abitano in appartamenti… Un’esperienza certo interessante, che però non conosco bene. Penso, comunque, che le difficoltà di oggi siano in fondo le stesse che il cristianesimo ha incontrato fin dall’inizio”.

– Forse per un ragazzo o ragazza dei nostri giorni tale scelta comporta, all’apparenza, sacrifici maggiori perché si vive in un contesto storico e sociale non tanto secolarizzato, come alcuni dicono, ma non più a misura umana. Il profitto è diventato un valore, anzi‘ il’ valore.

“Nel nostro ordine le vocazioni nascono più al Sud che al Nord eppure, anche nella mia stessa terra, pochi frati provengono da grandi città. Roma, per esempio, ci ha donato pochissimi frati. Non sembra strano? Dio chiama e lascia liberi. Chi non risponde alla chiamata non fa peccato, ma è necessario mettersi in ascolto e oggi mi pare manchi anche quello. Tuttavia, si assiste anche al fiorire di nuove comunità religiose”.

– Ma le vocazioni non potrebbero essere in calo anche per l’ostinata esclusione delle donne dal ministero?

“Sinceramente non lo credo. È necessario, semmai, rivalutare il senso della chiamata all’interno della comunità.

“Non siamo noi che decidiamo di essere sacerdoti. Io non mi sento per niente inferiore a un sacerdote. Dovremmo al limite riscoprire il nostro ‘sacerdozio universale’, donato a tutti e a tutte attraverso il battesimo. Per essere sacerdoti non è sufficiente dir Messa e confessare”.

– Il fatto è che le donne non hanno tutte le possibilità di scelta riservate invece agli uomini. Comunque, tu pensi che
la Chiesa cattolica valorizzi a sufficienza il carisma femminile?

“A mio parere sì. Nella storia della Chiesa ci sono state molte donne che hanno contribuito al miglioramento della società e della Chiesa stessa: santa Giovanna d’Arco, santa Teresa d’Avila, santa Teresina (queste ultime, Dottori della Chiesa), Madre Teresa di Calcutta.
La Chiesa, poi, si definisce da sempre ‘la sposa di Cristo’”.

– Forse sono proprio le promesse “definitive” che, nel periodo attuale, spaventano. Difficile impostare una “pedagogia dell’amore e della fedeltà”.“Le promesse ‘definitive’ hanno una radice e un’essenza divina. La nostra umanità non può comprenderle. Non è naturale vivere il celibato o restare unito a una persona per sempre. È Gesù

stesso ad affermarlo, quando gli apostoli gli chiedono spiegazioni riguardo al ripudio della donna: impossibile agli uomini, ma non a Dio. Se dovessi valutare la mia scelta con criteri esclusivamente razionali, non reggerei…

“Oggi credo sia necessario ripartire da una rinnovato impegno cristiano come un cammino di sequela: tutti siamo chiamati a recuperare l’immagine di Dio che ci appartiene”.

– Hai parlato di amici, poi di matrimonio, poi di san Francesco, vero santo perché vero uomo. E ancora adesso di Chiesa come ‘sposa di Cristo’. Il tuo linguaggio è molto ‘nuziale’, il tuo cammino segnato da esperienze molto umane. Non si è trattato quindi di un’astrazione, una fuga dal mondo, come si diceva un tempo con una brutta espressione. Del resto fu proprio Gesù a manifestarsi ai suoi durante una festa di nozze, l’avvenimento più importante, e gioioso (spiritualmente e fisicamente) nella vita di una persona.

“Il cristianesimo non diminuisce, ma potenzia l’esperienza umana. La rafforza”.


La Trasfigurazione può essere letta anche in questi termini, io penso: un’umanità più completa, perché in essa c’è il germe dell’eternità. È già eternità. Ma questi discorsi rischiano comunque di rimanere un tantino imprendibili se, appunto, non si conosce il percorso che li sottende, se non si conosce l’uomo che ha vissuto quest’esperienza, se ha provato qualcosa di simile all’amore umano…

“Sì, mi sono innamorato. Anzi, i primi mesi in convento sono stati difficili perché, pochi giorni prima di entrarvi, la ragazza che avevo tanto desiderato si era finalmente dichiarata. Ho dovuto lottare per capire quale fosse la scelta giusta. Ho rallentato e poi interrotto il mio cammino, ma, alla fine, ho capito che il mio cuore era per il Signore.

“Credo comunque che l’amore per Dio sia diverso da quello per una donna. In realtà noi tutti siamo chiamati ad amare Dio nello stesso modo. E, di conseguenza, Dio ci ama allo stesso modo. I consacrati non sono dei privilegiati.

“Il fatto sta nella vocazione e nella tua risposta. È Dio che mi ha voluto così, così come forse vorrebbe te sposata. Ogni scelta, naturalmente, comporta dei sacrifici. Non è assolutamente facile ‘distribuire’ il nostro amore verso il popolo di Dio. Se non si intraprende un cammino serio si combinano tanti pasticci. Ma se ci si lascia accompagnare dal Signore, diventa davvero meraviglioso.

“Allo stesso modo, non ho scelto di diventare prete e non lo diventerò. Ma, in realtà, non è stata una mia scelta. È Dio che mi ha voluto così. È un po’ come quando ci s’innamora di una ragazza piuttosto che di un’altra. Io sono sempre pronto a capire cosa Dio vuole da me, e per ora non mi sento orientato a quella scelta, anche se avrei tutte le carte in regola per farla”.

– Eppure, nel sentire comune, è impossibile vivere e comprendere l’amore in modo pieno e soddisfacente senza una persona concreta al fianco.

“È l’amore che deve farsi concreto. L’amore diventa pieno quando si fa dono. Non è pieno a seconda di chi amo, ma a seconda di come amo”.

– In che modo una vocazione come la tua potrebbe contribuire a migliorare l’amicizia tra i sessi?

“Nella consapevolezza che siamo complementari. Dovremmo capire che siamo gli uni bisognosi degli altri. I nostri cammini personali migliorerebbero se ci aprissimo alla diversità dell’altro. Per la verità molto anche ci accomuna. Non so, forse la mia scelta di castità potrebbe aiutare una coppia che vive un momento di crisi”.

– Per ascoltare le esigenze dell’altro/a, per riscoprire le piccole cose, la gioia dell’attesa…

“…sì, qualcosa di simile…”.

– Nell’ultimo Sinodo hanno concluso che i matrimoni dei sacerdoti non ovvierebbero alla crisi delle vocazioni. Naturalmente io non condivido questo ragionamento, ma vorrei conoscere il tuo parere…

“La mia scelta è diversa. Io faccio voto di castità. I preti si ‘adeguano’, per dir così, alla Tradizione della Chiesa. Penso sia sbagliato cancellare questo carisma dalla Chiesa cattolica. Piuttosto, io rivaluterei la figura del diacono sposato. Certamente fra qualche anno (in alcuni Paesi avviene già) le loro responsabilità saranno maggiori. Poi a me piace immaginare una Chiesa finalmente unita nelle diversità (cattolici, ortodossi, protestanti…): tutti carismi di un’unica Chiesa. Questo mi piacerebbe”.

– Cosa rispondi a chi obietta che il cristianesimo ha una visione pessimistica della sessualità?

“Non è il cristianesimo, forse è la nostra cultura (nella quale, peraltro, s’incarna il cristianesimo). È la tradizione platonica e latina che ha operato la distinzione tra anima e corpo, per esempio”.

– Non potrai però negare che il Vaticano sia molto più intransigente sulla morale sessuale che su altri temi: un’ossessione che non si trova nelle altre confessioni cristiane.

“Non sono d’accordo. È un luogo comune dire che
la Chiesa si preoccupa solo di stabilire regole in materia di morale sessuale. Giovanni Paolo II, per esempio, ha scritto quattordici encicliche, e molte di esse sono di natura sociale”.

– Va bene, ma parlare di luogo comune mi sembra esagerato. Dieci anni fa padre Zanotelli, nel corso di una visita da queste parti, pronunciò una dura requisitoria contro una Chiesa che fustigava i peccati sessuali ma era incapace di denunciare la profonda immoralità del sistema capitalistico. E molte persone subiscono sulla loro pelle questa rigidità, avvertono l’esigenza di dialogare con una Chiesa che li rifiuta, penso ai divorziati risposati, ai gay…

“Anch’io ho avuto modo di incontrare Zanotelli, ma confesso di non essere molto informato in merito. Comunque torno a ripetere che esistono encicliche, come
la Rerum novarum o
la Populorum progressio, che sono certamente una voce chiara della Chiesa in merito ai temi sociali.

“Capisco quanto certe problematiche siano urgenti. Io non sono sacerdote, né moralista, né psicologo, ma conosco diversi confratelli che accompagnano spiritualmente queste persone. Da parte mia (e di tanti frati che conosco) non c’è nessuna discriminazione. Quando incontro qualcuno che ha bisogno di aiuto cerco, nel limite del possibile, di rendermi disponibile”.

– In altre parole, è il rapporto col povero. Ma chi è il povero, o meglio “i” poveri? Perché il singolare, si sa, esprime un universo irreale, mitico…

“Per i francescani i poveri sono Gesù Cristo crocifisso. Bella frase, vero? In realtà questa è l’essenza del francescanesimo: stare ‘con’ i poveri. Sembra quasi assurdo ma un francescano, prima di raccogliere fondi per combattere ‘la povertà’, sceglie di condividere una vita povera con coloro che, secondo il Vangelo, ereditano, anzi sono, il Regno di Dio. E dunque, per rispondere alla tua domanda: chi sono i poveri? Chiunque abbia bisogno dell’altro. Oggi abbiamo bisogno di incontrare gente della quale ci si possa fidare. Siamo poveri d’amore. Noi, coi nostri peccati, cerchiamo di sconfiggere questo tipo di povertà”.

– Tu hai accennato a un “sogno”, quello ecumenico di vedere tutte le confessioni cristiane radunate in un’unica Chiesa, mantenendo però le proprie specificità. Come pensi si possa collaborare insieme? Come giudichi i valdesi?

“Ogni volta che ho vissuto esperienze ecumeniche ne sono uscito arricchito. Ho fatto parte per quattro anni di un movimento ecumenico. I valdesi sono venuti un giorno a predicare nella nostra chiesa. Non li conosco bene, ma conosco pastori protestanti sposati che vedono la nostra scelta del celibato come una ricchezza”.

– Da ultimo, cosa dunque dire a un giovane che voglia “scommettere su Dio”, magari anche abbracciando una vocazione come la tua?

“Lo consiglierei di impegnarsi a pronunciare il ‘sì’ a Dio ‘nell’oggi’. La vocazione non è un progetto da realizzare in un futuro, ma una risposta a Dio nel presente. Sarà lui che, poi, metterà insieme ogni tassello. A volte i suoi disegni capovolgono le nostre attese. Bisogna avere fiducia in lui”.

 

 

Daniela Tuscano (foto di Ellyr e di PetaloSs)

29 gennaio 2007 at 14:29 2 commenti

I GIORNI DELLA VERGOGNA

“I GIORNI DELLA VERGOGNA”
Franca Valeri racconta la persecuzione

In occasione della Giornata della Memoria, il settimanale del Tg1 “Tv7” ha proposto una testimonianza inedita: Franca Valeri http://www.mymovies.it/dizionario/biblio.asp?a=3673 ha parlato per la prima volta della sua esperienza vissuta a partire dal 1938 con l’entrata in vigore, in Italia, delle leggi razziali (venerdì 26 gennaio 2007 – Rai Uno, ore 23.20). Il lungo racconto dell’esilio in Svizzera del padre e del fratello, della persecuzione, della sua fuga nella campagna lombarda, tra continui rischi, fino alla liberazione di Milano. Franca Valeri e’ stata testimone di Piazzale Loreto: “E’ stata una cosa atroce – dice l’attrice – ma noi avevamo bisogno di vedere, per poter credere che tutto era davvero finito”. Tra emozione, ironia e eloquenti immagini di archivio, la storia personale e sorprendente di una delle nostre attrici più amate, alla quale le leggi razziali impedivano di mettere piede in un teatro. La lunga intervista e’ stata realizzata da Roberto Olla.

27 gennaio 2007 at 8:40 11 commenti

RIPENSARE “IL DONO”

…Che dire, tutto il mondo ormai sa che ho letteralmente detestato quel disco. Da un po’ di tempo a questa parte devo però ammettere, non di essermi ricreduta (continuo a considerarlo un lavoro “minore” del Nostro), ma di aver superato, ecco, certe chiusure – pur se il termine non mi piace, ma al momento non me ne vengono altri -.

Io a volte me la sono presa con Renato, con la sua paraculaggine, le sue finte illuminazioni, il suo tono predicatorio ecc. ecc., però… però, tutto sommato, malgrado gli anni che passano e la lontananza, talvolta abissale, dallo spirito degli esordi (ma non sempre), o forse proprio in virtù di quei difetti troppo evidenti per essere davvero condannabili, il Nostro continua a sembrarmi, se non tutto “genuino”, di sicuro meno artefatto di altri. Lui, capace di colpi bassi, conserva però una sua intima sincerità. Non nascondo di essere rimasta scioccata dalla cattiveria con cui l’hanno assalito alcune frange socio-politiche e mi sono chiesta il motivo di tanto livore. Ho trovato odiose e strumentali certe polemiche, che avevano il solo, ultimo scopo di frugare nel suo intimo: ma come si permettevano???… Allo stesso tempo, ho ritenuto intollerabile il tentativo di ingabbiarlo in un unico schema, quasi ci si volesse appropriare della sua esclusiva immagine: perché? Non è forse un artista popolare?

Ma poi, di là da tutto, mi sono accorta (ed è la cosa più importante) che il cuore aveva ancora bisogno di lui. Non voglio fare la romantica a tutti i costi, il cuore a volte può sbagliare, ma non in determinate situazioni, non nei casi-limite. Andando a trovare il mio amico Roberto, mi tornavano alla mente questi versi: “Nelle corsie occupate dal dolore” e li sentivo così veri, così autentici. Ma vabbè, obietterà qualcuno, quello era il Renato del passato. Allora svelerò che mi è capitato di SOGNARE una situazione in cui si udiva un brano di Renato, e questo brano era… La Vita è un Dono.

(Realizzazione grafica a cura di ZeroNotturno)

La parola mi piace, mi è sempre piaciuta moltissimo, così come i suoi derivati: per-dono, con-dono. Mi dànno un’idea di comunione, di cattolicità (nel senso di universalità). E invero Renato è l’unico artista che possa eseguire un brano simile risultando credibile.

Sì, quel pezzo era per me come un balsamo, rigenerante. Così ho ripreso, dapprima con esitazione, poi sempre più convinta, ad ascoltare tutto il disco. Ripeto, non lo considero un granché, è stato registrato in fretta e Renato ha puntato sulla sua professionalità per far accettare pezzi altrimenti poco fruibili. Con tutto ciò, come si può negare che p. es. Dal mare non sia dannatamente, potentemente sua? “Io non riesco a odiarti” è Renato, forse anche il miglior Renato. Non è certo al livello di Mio fratello che guardi il mondo; però è schietta, semplice, non superficiale.

Immi Ruah? L’immagine dei sandali e il sottofondo “etnico” sono scontatissimi, eppure quel che dice è ciò che Renato pensa: si può negarlo?

D’aria e di musica? Gran lavoro di limatura anche qui, però, che stoffa! E pur augurandomi di non ritrovarmi un altro Dono, pur non posso negarlo… mi fa piacere ascoltarlo (non tutto), in questo periodo sto ascoltandolo molto, perché di “donare” e “per-donare” abbiamo bisogno tutti, ed è bello che a dircelo sia stato, ancora una volta, Renato.

Daniela Tuscano

24 gennaio 2007 at 11:10 9 commenti

SHALOM, ABBE’ PIERRE!

Ha chiuso gli occhi in prossimità della Giornata della Memoria. Quegli occhi lenti, indagatori, semplici, soli, umidi: un’umidità di roccia, di boschi medievali. Eppure lui aveva operato nelle selve urbane, a fianco dei fratelli ebrei, dei senzatetto, degli immigrati, e in genere dei vecchi e nuovi poveri. Aveva 94 anni, l’Abbé: era vecchio, una parola che, oggi, la nostra generazione sterile e ferma – di un’innaturale gioventù delle cere – non usa più.

Era vecchio come chi segue i ritmi della natura immortale. Era pertanto antico, antico come le montagne, e quindi eterno e pietoso e materno. Un ponte, un tramite fra terra e cielo, d’una continuità benedettina, immerso nelle radici del mondo e già cittadino del cielo. Troppo celeste per non amare l’incanto dell’al di qua. Troppo niveo per non sporcarsi le mani con la guerra, coi perseguitati da salvare, coi reietti con cui condividere l’ultima cena.

Miracolo vivente, ancor di più ora che ci ha fisicamente lasciati, ci testimonia che la santità esiste ancora, che la beatitudine è possibile, proprio qui, proprio oggi, adesso, nelle caligini del nostro peccato metropolitano. Dove il Signore non è nel tuono, non è nel vento, non è nel mare, ma è nella brezza leggera e impalpabile, eterea come una carezza di vecchio. E allora, con tutto il cuore, shalom, Abbé Pierre.

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2005/11/01/in-margine-a-unintervista-dellabbe-pierre/)

22 gennaio 2007 at 13:46 5 commenti

CECITA’ E “TRISTIZIA”?

Sono triste ed attonito per quello che è successo a Pascarola (Napoli): un gruppo di persone omosessuali credenti, seguito e sostenuto dal parroco Padre Edoardo, è stato sciolto per intolleranza e scandalo da parte dei parrocchiani [la notizia è stata fornita da “Repubblica” e da gay.it; per i dettagli, cfr. commento n° 1].
“Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”. Così recita il Vangelo (Mt 18,6-7).
In questa situazione paradossalmente mi sa che il vero scandalo l’ha dato chi si è scandalizzato e, sentendosi totalmente giustificato, si è arrogato il diritto di far sentire la sua voce e di far valere la propria indignazione. Grottesco no? Mi vengono da fare alcune riflessioni.
In Italia esistono pochi gruppi di cattolici-omosessuali, meno ancora “sostenuti” dai parroci o dalla Chiesa.
“La Perla” era una piacevole eccezione, un apprezzabile tentativo di accoglienza e d’incontro con una realtà (quella omosessuale) che pare rappresentare, soprattutto per il magistero e chi gli va dietro, un terreno particolarmente scomodo.
Ebbene, l’eccezione di questa Chiesa accogliente è sorprendentemente stata cancellata per l’intervento di boriosi parrocchiani. Anche qui una sorpresa, perché i sondaggi ci descrivono una società più aperta rispetto alla “questione” omosessuale. Evidentemente non è così, o non lo è dappertutto. Se poi ci si sofferma sul fatto che la pietra di scandalo sono stati degli omosessuali credenti, che si ritrovavano per pregare e darsi un minimo di sostegno sotto l’insegna di un Dio che è Padre e Amore, c’è veramente da rimanere basiti di fronte alla tracotanza dei parrocchiani offesi.
Che “male” hanno commesso queste persone così velocemente allontanate? C’è qualcosa di non detto? Fa paura il gay o la lesbica che non si rinchiude nella propria solitudine? Che non sta nei luoghi bui e nascosti degli stereotipi in cui il benpensante lo confina? Fa paura chi con sofferenza ed umiltà cerca di conservare e vivere la propria fede integrandola con la propria affettività “diversa”? Fa paura e scandalo chi, alla fine della sofferenza, raggiunge una serena dignità e comincia a percepire la propria condizione di vita non più soltanto come una condanna o una croce ma come una possibilità, un dono? Per i parrocchiani di Pascarola (visto anche la modalità con cui sono inveiti contro l’altro gruppo fondato da don Edoardo, l’”Edith Stein” ) la risposta mi pare solo una: sì.
Al gruppo scacciato (non voglio pensare disperso ma seminato nel mondo, come un seme che morendo può portare frutto) va tutta la mia solidarietà e stima.
Al parroco va la mia comprensione ed ammirazione per essersi fatto interprete e testimone di Cristo ora, nel 2007 a Pascarola. Al vescovo la delusione di un esempio mancato per la protezione negata a questi fratelli, per essersi piegato apparentemente alla logica del male minore.
Pilato è ancora vivo in mezzo a noi se la Chiesa non sa proteggere i più deboli.

Cristiano

F. e P. A. Picenardi, Cristo risana il cieco nato , Cattedrale di Cremona

È d’uopo pubblicare i messaggi altrui con la formula “Riceviamo e volentieri pubblichiamo”. Formula cui, di norma, ricorro anch’io. In questo caso ho preferito evitare, per via di quell’avverbio. Non pubblico infatti questa lettera “volentieri”. Speravo, invece, di non esser più costretta a parlare di una Chiesa che rifiuta, scaccia e maledice. Speravo di mostrare il volto di una Chiesa accogliente, misericordiosa, lieta: una Chiesa insomma evangelica. E quando ciò è avvenuto, anche con gli omosessuali (ché sembra l’impresa più ardua per i cattolici, di questi tempi), non si è mai mancato di sottolinearlo https://danielatuscano.wordpress.com/2007/01/08/unanima-antica/. Sì, perché una delle caratteristiche della misericordia è la gioia, e chi sa amare, pur nelle difficoltà, è felice. Questo tipo di gioia, totalmente diversa dalla superficialità irenista, è quella trasfigurata e trasfigurante di Gesù, che amava gli uomini prima della conversione, per ciò che erano in quel momento, nella loro realtà concreta fatta di luci ed ombre. Si tratta di una gioia, per dir così, “seria”, perché il suo splendore viene dal di dentro. È un luogo comune associare la fede alla tristezza.

Ma i luoghi comuni li costruiamo noi. I parrocchiani di Pascarola, a quanto pare, si credono buoni cristiani, e anzi proprio in nome del cristianesimo si sentono in dovere di discriminare e di spingere i loro pastori a fare altrettanto (e quelli, guide cieche, si lasciano subito convincere). Però com’è triste, anzi tristo, questo cristianesimo degradato a moralismo. E il moralismo – non ci s’illuda – si scatena non solo contro i reietti omosessuali. Finisce per rifiutare tutti: sia gli ex-tossici (anch’essi infatti allontanati), e, possiamo immaginare, gli immigrati, specie quelli che “attentano” alla nostra civiltà e al nostro credo. I divorziati, le donne che abortiscono. I Welby che non riescono più a sopportare il martirio. Li si teme. La logica che anima i teo-con, gli strenui difensori della cittadella assediata, è esattamente la stessa. La loro fede è del tutto auto-referenziale. È la “fede atea” e senza amore dei fondamentalisti https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/03/fondamentalisti-gli-atei-doggi/ .

Ho pure faticato a trovare un’immagine che commentasse questa vicenda. Di primo acchito ho pensato a Cristo e l’adultera. Poi alla cena in casa di Levi. Poi ancora al fariseo e al pubblicano. Ma qualcosa non mi tornava. Gesù amava senza dubbio l’adultera e i pubblicani, ma non avallava il loro comportamento. E infatti essi si convertono. In questo caso, avrei ingenerato ambiguità d’interpretazione. Sarebbe cioè stato facile identificare l’adultera con gli omosessuali, poveri peccatori trattati forse un po’ troppo severamente, ma pur sempre peccatori.

Ma la faccenda è molto più seria. A meno che il gruppo della “Perla” non abbia compiuto qualcosa di oggettivamente grave, da quanto sappiamo gli omosessuali sono stati allontanati soltanto perché tali, e come tali si presentavano e pregavano. E questo smaschera l’ipocrisia di certa pastorale ufficiale, la quale da anni va ripetendo che non stigmatizza gli omosessuali per quel che sono, ma per quel che fanno. Se leggiamo bene i documenti dell’allora card. Ratzinger, le cose non stanno così: egli più volte ha scritto che è la stessa condizione omosessuale a essere intrinsecamente disordinata, e che, del resto, gli omosessuali più o meno dichiarati vogliono far accettare la loro inclinazione http://www.ratzinger.it/documenti/leggi_omosessuali.htm (sempre non a caso sono fioriti numerosi “studi” cattolici che promettono una  “guarigione” dall’omosessualità, e altri che ancora la classificano come vizio). Ne consegue pertanto che qualsiasi approccio pastorale che non sia di totale condanna e/o chiusura è di fatto impossibile e ritenuto sovversivo, si trattasse pure di recitare le litanie del Rosario. In altre parole: se questi lo fanno nascondendosi, passi; in caso contrario, no. Il vero cristiano non può che essere eterosessuale. Se i “fedeli” di Pascarola si sono mossi su questa linea, è stato del tutto logico perché questo è il messaggio che giunge ai fedeli. Se, invece, si è trattato di un equivoco, è giusto dare alla notizia la sua rilevanza, proprio perché i segnali recepiti vanno in direzione opposta.

A corredo di questa triste, o meglio, trista storia, mi è parso quindi giusto aggregare l’immagine del cieco nato: in quanto ciechi siamo tutti, coi nostri limiti e i nostri pregi, e tutti possiamo essere illuminati, se lo vogliamo: ma se diciamo “noi vediamo”, il nostro peccato rimane (Gv 9, 41). Da quel che risulta, i pii pascarolesi sono convinti di vedere. 

Daniela Tuscano (vedi anche: https://danielatuscano.wordpress.com/2007/02/05/i-pascarolesi-noi-non-discriminiamo-nessuno/  )

18 gennaio 2007 at 9:01 34 commenti

UN BEL GIOCO DURA POCO – Per scongiurare l’ampliamento della base Usa a Vicenza

Ma allora sono fissati. Anzi pugnaci. Caparbi. Ostinati. Cocciuti. Zucconi.

Hai voglia a lamentarti, a ripetergli che no, continuare a giocare alla guerra fa male, e forse ci scappa il morto. Che anzi ci è già scappato, e non uno: tanti. Ma non i loro, non di quelli che giocano. Dei nostri, che non volevano giocare. Viceversa si sarebbero divertiti, e magari sarebbero spirati cantando, come gli eroi di Metastasio. Invece, nulla: oltre il danno la beffa o, per dirla alla partenopea, cornuti e mazziati.

 

Sono bambinoni, ogni tanto se ne escono con idee bislacche, la guerra lampo, l’esportazione della democrazia e dei diritti umani in Medio Oriente, le bombe “intelligenti” che colpiscono solo obiettivi militari e ai civili fanno al massimo il solletico. Ci provano, come tutti i bambini, e si sa, a volte i tentativi dei bambini falliscono. Nella fattispecie la guerra lampo si è rivelata una infinita e inutile strage, la democrazia irachena si è affermata con impiccagioni e decapitazioni (è toccata al fratellastro di Saddam, pare che la corda fosse troppo lunga, sono errori, anche questo succede), le bombe intelligenti hanno sterminato per la maggior parte la popolazione, senza dimenticare le donne e i bambini (quelli degli altri, perciò cattivi). Già nella metà degli anni ’60 don Milani ammoniva: le guerre contemporanee mietono soprattutto vittime civili. Ma i bambinoni, essendo tali, don Milani non lo conoscono di certo, e poi i pacifisti non vanno più di moda nemmeno nella Chiesa; oggi quest’ultima preferisce lanciare strali contro i peccatori della carne, e i bambinoni che giocano coi fucili in fondo sono meglio perché dicono di farlo anche in nome della croce di Gesù, minacciata dal feroce Saladino. Dio è con loro.

Così il gioco continua. A casa degli altri, si capisce, sennò non ci si diverte. E gli spazi non bastano mai. A Vicenza, per esempio, è da un po’ che ci provano. Ivi si trova una base militare per i prossimi, infiniti giochi di guerra, ma è troppo piccola, troppo obsoleta, troppo misera per il fulgido, eroico futuro che li aspetta. Quindi, perché non ampliarla?


E il bello è che anche i bimbi dell’Unione sono d’accordo. “Prodi da Bucarest ha dichiarato un sì per l’ampliamento alla base”, denunciano Massimo Aliprandini, Alfonso Navarra e Francesco Lo Cascio (Obiettori di Coscienza, Disarmo Unilaterale e Riconciliazione). Strani personaggi, questi obiettori, questi pacifisti. Che rompiscatole, però. Osano persino scrivere lettere dai toni perentori: “Il problema, a nostro parere, non è soltanto opporsi a un ampliamento delle servitù militari nefasto socialmente ed ambientalmente per la città veneta – affermano – ma contrastare un progetto funzionale per la ‘guerra unica’ al terrorismo dichiarata dagli USA in termini inaccettabili per lo stesso programma dell’Unione, per gli interessi del nostro Paese oltre che per la vocazione pacifista del patto fondativo della nostra Repubblica, sancito dalla Costituzione”. Decisamente, questi non vogliono giocare.

La base di Vicenza – essi proseguono – sarà il perno operativo del fronte Sud per le azioni militari decise unilateralmente dagli Stati Uniti.

Del resto, se l’Unione rifiutasse di ascoltarli, creerebbe una ulteriore incomprensione nel resto della popolazione, disorientata davanti alle missioni di “pace” in Afghanistan, Nigeria, Libano, Iraq: “Non siamo a conoscenza in esse dei ‘piani di pace’ da Voi dichiarati, mentre ogni giorno sui media vediamo in quegli scenari azioni di guerra, di violenza inaudita”. Già, ma chi glielo spiega, a questi, che ai bambinoni piace giocare non solo alla guerra, ma anche con le parole?

E mentre – continuano i “rompi” – l’aumento delle spese militari in Finanziaria è sottaciuto a fronte delle difficoltà economiche di molti settori sociali e culturali dell’Italia, la protesta popolare aumenta, e aumenterà a dismisura se le richieste non saranno discusse in Parlamento.

Anche in questo caso si parla di lotta; però, a differenza di quella dei bambinoni, è animata dal solo coraggio delle idee. Ed è seria. L’altra, purtroppo per tutti, è invece brutalmente, nudamente, scabramente tragica.

Daniela Tuscano (vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/02/la-pace-comincia-dentro-di-noi/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2006/12/30/alba-di-sangue-impiccato-saddam-hussein-vendetta-e-fatta/ , https://danielatuscano.wordpress.com/2006/10/29/nonviolenza-ancora-in-movimento-sempre-e-solo-no-alle-guerre/ )

ULTIM’ORA

Comunicato stampa: No alla base USA a Vicenza    

Il sì del governo italiano all’allargamento della base militare USA a Vicenza è l’ennesimo esempio di viltà e servilismo nei confronti della disastrosa politica degli Stati Uniti e di disprezzo della volontà espressa con chiarezza dalla popolazione coinvolta nel progetto.  

Non basta ospitare nel nostro territorio 90 bombe atomiche nelle basi di Aviano e Ghedi, in aperta violazione del Trattato di Nonproliferazione Nucleare. Non basta la presenza dei soldati italiani in Afghanistan travestita da “missione di pace”. Ora dobbiamo anche fare da portaerei alle future missioni di guerra che gli Stati Uniti lanceranno a partire dalla base di Vicenza.  

Denunciamo con indignazione la decisione del governo Prodi e appoggiamo la ribellione dei cittadini di Vicenza.  

Facciamo appello al movimento pacifista e nonviolento che si è sviluppato in questi anni, unendo persone diverse nel rifiuto della guerra e di ogni altra forma di violenza, perché impedisca con la mobilitazione questo ennesimo sopruso.      

Roma, 18 gennaio 2007

Partito Umanista
www.partitoumanista.it

Retescuole: La Scuola e la Pace parlano la stessa lingua

ReteScuole, coordinamento di genitori ed insegnanti delle scuole di Milano e provincia, in sintonia con il coordinamento delle scuole di Vicenza e provincia aderisce alla manifestazione di Vicenza del 17  febbraio, indetta dal Presidio Permanente e dal Coordinamento dei Comitati Cittadini contro il Dal Molin.

La Scuola e la Pace parlano la stessa lingua. Come genitori ed
insegnanti impegnati per una scuola improntata al dialogo e
all’incontro, alla convivenza civile e alla valorizzazione delle
diversità, portatrice di una cultura di pace tra i popoli, rifiutiamo totalmente qualsiasi scelta funzionale alle politiche di guerra e di servitù militari che contrastano con tali principi e con l’articolo 11 della nostra Costituzione, tanto bistrattato, che sancisce il ripudio alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Vorremmo che decisioni così importanti venissero prese dopo aver ascoltato le popolazioni sulle quali tali scelte ricadono.
Così, come per la base del Dal Molin non si vuole tener conto della volontà delle comunità locali, altrettanto, per la nostra esperienza e per la scuola in generale, non si vuole tener conto delle istanze e delle proposte per una buona scuola per la Repubblica che giungono da chi nella scuola vive e lavora.
In solidarietà con la stragrande maggioranza dei cittadini vicentini, rifiutiamo l’ampliamento della base di Vicenza anche perché questa nuova servitù militare deprimerebbe ulteriormente il territorio dal punto di vista ambientale e lo renderebbe più povero, sottraendo le risorse idriche ed energetiche necessarie ai bisogni delle popolazioni locali.

Nella Finanziaria il Governo ha deciso un aumento complessivo delle spese militari che ammontano a 20,354 miliardi di euro. Inoltre il 41% delle spese per il mantenimento della base statunitense in questione, come per tutte le altre sul territorio nazionale, sono a carico dello Stato italiano.
Riteniamo questo un incredibile spreco di risorse economiche che potrebbero essere destinare ad altri servizi essenziali per la collettività.
Tanto per rimanere solo nel campo della scuola, il settore della Pubblica istruzione viene sottoposto ad un taglio complessivo di 3 miliardi di euro in tre anni di cui 448 milioni nel 2007, che portano a peggiorare le già critiche condizioni della scuola pubblica di tutte e di tutti, per tutte e per tutti.

A chi ci chiede: ma cosa c’entrate voi di ReteScuole con la base di Vicenza noi diciamo: la scuola c’entra sempre con la pace e vorremmo che i soldi delle nostre tasse fossero impiegati più saggiamente nell’educazione e non nell’acquisto e nel mantenimento di macchine da guerra.

Milano, 08/02/2007

Elena Miglietta
 

16 gennaio 2007 at 15:09 28 commenti

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