LA CONVIVIALITA’ DELLE DIFFERENZE… A TAVOLA!

1 gennaio 2007 at 11:30 16 commenti

Molto spesso intendiamo il mettersi a tavola come momento che va oltre il nutrimento stretto, che può diventare una bella mensa conviviale. Con la scusa del cibo ci si può incontrare dopo tanto tempo, si può chiacchierare amabilmente, gustando cibi prelibati. Siamo appena usciti da pranzi luculliani, dove il mangiare è stato “il” rito ufficiale delle feste natalizie. Ingurgitiamo molto spesso senza riflettere e pensare a ciò che mangiamo. Ma il Natale avrebbe dovuto anche essere la convivialità e l’agape fraterna tra parenti, amici… ma anche invitando alla nostra tavola persone sole, depresse, introverse, problematiche, contemplando anche i vicini di casa, tenendo sempre la porta aperta.

Giotto, Le nozze di Cana, Padova, Cappella degli Scrovegni

Dunque cibo come occasione di socializzazione, consumato con gli altri membri della famiglia o del gruppo, come momento di aggregazione e di scambio di notizie e di emozioni, non introdotto da soli oppure con l’attenzione rivolta non a quello che si mangia, ma ad uno schermo che sta davanti a noi sia esso computer o televisione.Perché non è solo importante COSA si mangia ma COME si mangia.

Aggiungi un posto a tavola in nome della pace

20_tavolona.jpgCena di Natale 2006 al Centro umanista “Il Fannullone”, Monza (Mi)

Ed allora cerchiamo di riflettere insieme sul valore del cibo. Per esempio: può il cibo essere veicolo di pace? E’ possibile costruire un “menù per la pace”? Si può promuovere una sorta di “paniere” di prodotti e piatti tipici delle varie comunità umane che sono in conflitto tra loro?

Un esempio? Gli organizzatori di “Torino Spiritualità”, una rassegna legata alle religioni, assieme a Slow Food del Piemonte e Valle d’Aosta si sono inventati “Food for Peace”, con lo scopo di “mostrare l’assurdità della guerra e del conflitto – essi dicono – proprio a partire da una riflessione sul cibo”. Perché, affermano i promotori del progetto, “in tutte le società il modo di mangiare è un importante segno per differenziarsi tra individui, regioni e religioni, ma per fortuna, frequentemente, sono le analogie a prevalere sulle differenze e pertanto accade che anche le popolazioni in conflitto abbiano abitudini alimentari piuttosto simili”.

In quella occasione era stata messa in vendita a un prezzo simbolico una pietanziera (il baracchino della cultura operaia) contenente cibi comuni a diversi paesi del medio Oriente. Tra questi anche un piatto che ha unito cibi provenienti da due culture che oggi sono in conflitto: quella arabo-palestinese e quella israeliana: si sono dunque assaggiati falafel, polpettine di ceci e fave; tabulé, insalata fredda di burghul e Baba ghanoush, una crema di melanzane.

Inoltre erano stati coinvolti una decina di ristoranti della città di Torino che per il periodo della manifestazione hanno proposto un menù che hanno chiamato “Il sapore della pace” creato unendo gusti e sapori anche distanti tra loro, incrociando cibi apparentemente inconciliabili che, nel mescolarsi, hanno ritrovato la loro armonia ed equilibrio.

Il cibo dunque come metafora del significato della pace che contiene in sé punti di vista diversi che vengono armonizzati tra loro senza perderne ed annullarne le identità: tali abbinamenti opposti oggi non vogliono più solo rappresentare l’aspetto salutistico “ma prettamente di piacere fino a ritrovarsi nella ricerca di coniugazioni possibili quali nuove ed originali esperienze culturali”.

Chefs for Peace

Cinque grandi cuochi arabi ed ebrei, “uniti dall’amore del cibo al di sopra di ogni colore politico o accento religioso”, dice Carlo Petrini presidente di Slowfood internazionale, si sono ritrovati ai fornelli della cucina per la preparazione di cibi e ricette come il pollo musaknan con salsa tapina e frittelle con semi. In questa associazione, nata nel 2001, troviamo il palestinese cristiano, l’ebreo iracheno, il turco… Insieme operano in cucina condividendo esperienze, idee e conoscenze per costruire, fuori dai riflettori della notorietà, il dialogo e la pace.

Un esempio in carne ed ossa è rappresentato da Moshe Basson (a sinistra), cuoco israeliano di origine irachena che ha lavorato per molti anni a Gerusalemme in un ristorante tra i più rinomati della capitale e specializzato in cucina biblica (la zuppa di lenticchie, per esempio, la associa al libro della Genesi 24, 34). In seguito ha aperto un ristorante dove si serve cibo a chi è meno fortunato, cioè colui che non è ricco, ma vuole mangiare con dignità, dove i clienti lasciano sul tavolo la somma che riescono a mettere secondo le loro possibilità. Ora Moshe ha avuto un’altra idea: aprire una fattoria didattica dove i ragazzi possano conoscere e coltivare direttamente le colture nei campi che poi aiuteranno a cucinare direttamente le colture nei campi che poi aiuteranno a cucinare e mangeranno, mentre i clienti saranno anziani non abbienti che potranno pagare i loro pasti mettendo a disposizione il loro tempo libero e le loro conoscenze. Un luogo cioè dove vecchie e nuove generazioni si incontreranno e dove queste ultime metteranno a disposizione dei bimbi e dei giovani la loro esperienza.

Non mancano poi riferimenti al cibo ed all’alimentazione, tavole rotonde, convegni e conferenze spesso collegate a temi quali guerra e pace, dialogo interreligioso e globalizzazione, con riferimento ai Paesi dove le popolazioni sono sottoalimentate a causa di conflitti più o meno permanenti.

“Sono venti anni che giro in paesi in conflitto – dice Phil Rees, giornalista della BBC che abbiamo incontrato ad ottobre a Terra Madre a Torino. Il mio libro A cena con i terroristi è provocatorio, ma voglio far capire che attraverso il cibo si capiscono culture diverse. Il cibo è un mezzo per capire le differenze”.

La guerra toglie il cibo

 

In Cambogia, durante la dittatura degli Khmer rossi, tutti i campi erano minati. Erano impossibili quindi tutte le coltivazioni, compresa quella del riso, alimento base della popolazione locale. Lo stesso vale per l’Afghanistan: con i russi, i frutteti avevano bisogno di acqua, ma i canali erano stati coperti e i frutteti erano abbandonati. Ora con la “liberazione” la situazione non è migliorata. Adesso sentiamo da chi ha vissuto in questi Paesi cosa significa l’assenza di cibo in guerra.

In quell’incontro il libanese Kamal ci ha parlato della guerra che ha vissuto in prima persona: “La prima cosa che tutti facevano era immagazzinare cibo, non si comprava benzina, ma si cercava cibo. Il cibo unisce tutti noi, qui a questo tavolo. Parliamo lingue diverse, ma tutti noi ci cibiamo. E’ il cibo che ci lega. Abbiamo lanciato il progetto Make food not war (www.makefoodnotwar.org)”.

E gli ha fatto eco Nassir, afgano, coltivatore di uvetta a Herat, dicendo che “l’impatto del conflitto sulle produzioni alimentari è nefasto. Le popolazioni migrano, le mine uccidono e rendono incoltivabile il terreno. In Afghanistan ci sono 8 milioni di mine, sparse in campi e pascoli, è questi che rende affamato il mio popolo. L’UNDP ha collocato l’Afghanistan al 171° posto si 173 paesi. Il 40% dei villaggi è distrutto. Il 4% della popolazione è disabile e non può quindi lavorare il poco terreno coltivabile in Afghanistan. L’insicurezza del cibo dura anche dopo il conflitto e aggiunge dolore a quello già presente per i ricordi della guerra. Occorre la pace, il rilancio dei mercati, non rifugiati che fuggono”.

Perdita di identità culturale anche nel cibo?

Oggi assistiamo sempre più ad una globalizzazione del cibo acquisendo modelli alimentari e culturali “alla moda”, espressioe di civiltà attualmente dominanti, in particolare quelle nord occidentali (si veda, ad esempio, il cibo omologato che importiamo dall’America tipo i Mc Donald’s). In questa maniera non ci alimentiamo più secondo le tradizioni e le opportunità della nostra terra: la valorizzazione del cibo semplice e delle tradizioni contadine e montanare sono pressoché scomparse.

Di conseguenza i cibi dei ricchi occidentali e della cosiddetta “modernità” (sempre più spesso ricchi in proteine e grassi di tipo animale) ci creano grossi problemi di salute e le patologie tipiche della civiltà occidentale quali l’obesità, il diabete, l’ipertensione, i tumori del tratto gastrointestinale aumentano. L’uomo occidentale, con i propri scorretti modelli di comportamento alimentare, porta con sé tutte le contraddizioni e gli eccessi della propria società.

Nei piatti tipici di una vita contadina, piatti fatti con cibi apparentemente semplici e cosiddetti “poveri”, c’era e c’è un nutrimento spesso ricco in fibre alimentari, vitamine e sali minerali, purtroppo persi nella alimentazione “moderna”: inconsciamente viene attuata la complementarietà tra i vari composti in modo che la somma dei vari nutrienti formi un piatto perfettamente adeguato alle esigenze nutrizionali ed organolettiche. Un esempio? La classica pasta e fagioli, riso e ceci, legumi e cereali, un’associazione formidabile perché completa: da un punto di vista nutrizionale, un buon piatto di pasta e ceci vale esattamente come un piatto di filetto.

E il cibo non è solo contentuo nutrizionale, ma anche ricupero di tempi di preparazione, di cottura più lenta e consapevole, non semplicemente di alimenti precotti riscaldati frettolosamente con il forno a microonde.

Davide Pelanda (“Tempi di Fraternità” – Vedi anche https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/23/acqua-fonte-di-vita-o-di-guadagno/ e https://danielatuscano.wordpress.com/2006/11/13/realta-senza-dio-oggi/ )

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Entry filed under: arte e cultura, flora, fauna e... cemento!, Italia, Europa, mondo, semi di speranza.

IL SORRISO CHE DISARMA UN’ANIMA ANTICA…

16 commenti Add your own

  • 1. gianluca  |  13 gennaio 2007 alle 0:13

    Quando l’anno scorso c’è stata la festa di fine anno a scuola dove insegna mia moglie, i genitori hanno organizzato le solite salamelle e torte.
    Accanto a loro si sono affiancati i genitori dei bimbi stranieri ed hanno anche preparato anche loro dolci e cibi deliziosi (di cui ho approffittato).
    E’ stato un successo ed è stato bello condividere.

    Gianluca

    PS: ho fatto da piccola cassa di risonanza, nel mio piccolo: http://aiellogianluca.wordpress.com/2007/01/13/un-modo-semplice/

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  • 2. danielatuscano  |  13 gennaio 2007 alle 8:48

    Sei stato davvero carino, Gianluca. Io ieri ho sottoposto lo stesso articolo (insieme con quello sull’acqua) ai miei studenti, contestualizzandolo (si può persino utilizzare per un commento al canto dei golosi danteschi). E poi si dice che la cultura non va d’accordo con le realtà “materiali” (ma non “materialistiche”!)…

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  • 3. Maria Teresa  |  13 gennaio 2007 alle 11:33

    Dany mi è piacuito tanto tua articolo.Idea di MAKE FOOD NON WAR,é grande ,mi ha svegliato,ho 50 eteri di terra insieme con mio nipote,percio`mio futuro progetto sara`agricoltura nome MAKE FOOD NON WAR.In nord Uganda abbiamo lo stesso problema di Nassir uguali e preciso.WAR é una grande uragano distrutiva del lÙMANITA.M.Teresa.

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  • 4. Massimo Trapani  |  13 gennaio 2007 alle 11:38

    Ogni anno e’ un’appuntamento a cui non mancare se si viene dalle parti di S.Vito Lo Capo (Trapani).
    E’ l’appuntamento con il Cous Cous Summer Festival, una manifestazione partita dieci anni fa’ circa in sordina e che adesso richiama visitatori, chef, operatori turistici e della ristorazione da tutto il mondo.
    Il principe di questa manifestazione e’ il Cous Cous piatto che esiste nella tradizione culinaria dei paesi del Mediterraneo e dell’Africa, nonche’ anche Israele, Iran, Iraq, Palestina o anche il lontano Brasile.
    L’avvicinarsi agli stand dove viene servito questo piatto e’ anche buona scusa per conoscere usi e tradizioni di quel luogo, le feste etniche organizzate sulla spiaggia sono buona scusa per l’avvicinarsi pacifico di etnie diverse e che nella loro normale esistenza non starebbero cosi a stretto contatto, come succede per Palestina ed Israele.
    Negli anni hanno sfilato sul palco principale della festa artisti della migliore Word Music Mondiale, si sono abbracciati chef di tutti i paesi a festeggiare sia l’apertura che la chiusura, nonche’ la premiazione per il miglior Cous Cous presentato davanti un’equipe di giornalisti specializzati in gastronomia.
    Il Cous Cous diventa quindi occasione di convivialita’ e di riallacciamento con le tradizioni, il cibo che viene dato a pochi euro viene consumato camminando per le vie di questa piccola cittadina di mare o sedendo sullo splendido bagnasciuga delle sue spiaggie.
    Gli spettacoli quasi tutti gratuiti rendono la piazza del paese uno spettacolo di umanita’ varia, una festa che si muove e abbraccia l’universo mondo di tutti i paesi.
    Il cibo quindi come mezzo non per soddisfare le proprie esigenze semplicemente materiali, ma come viaggio tra le etnie, una fatica deliziosa per chi organizza cio’, uno spettacolo per gli occhi e per il cuore per chi vi assiste partecipando alle varie attrattive. Per saperne di piu’ http://www.sanvitolocapo.it

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  • 5. donatella  |  13 gennaio 2007 alle 12:28

    Ormai in Italia si sono sviluppate molte tradizioni gastronomiche di Paesi stranieri, tra queste quelle messicane, cinesi, giapponesi e soprattutto americane. Ciò è dimostrato dalla grande presenza di ristoranti gestiti da immigrati che hanno ricevuto grande attenzione in questi ultimi decenni. Trovo una cosa positiva per scoprire altri gusti…è una forma di avvicinamento di nuove culture! Donatella

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  • 6. cristina ovvero zerocri  |  13 gennaio 2007 alle 15:49

    lavoro nel campo della ristorazione da ormai venti anni. attualmente lavoro in un grosso villaggio turistico di proprietà di una importante società svizzera in italia e frequentato per lo più da clienti provenienti proprio dalla svizzera.La richiesta si indirizza maggiormente sui piatti tipici della cucina italiana e mi piace pensare che il cliente che ordina un piatto della nostra cucina sia interessato anche alla storia di quel piatto, alle tradizioni che lo accompagnano. dopo aver letto questo articolo però, penso a quanto sarebbe utile non solo ai nostri corpi, ma anche ale nostre menti, proporre oltre che alla pietanza, la storia dei nostri piatti, la loro origine e provenienza, il contesto storico da cui deriva, come forma non solo di semplice informazione ma di aggregazione culturale.

    Rispondi
  • 7. Marcello Marani  |  13 gennaio 2007 alle 23:30

    In maniera anticonvenzionale mi piace inviare la poesia di Ottavio foschi, che si diletta a scrivere in dialetto romanesco, e ci illustra una classica cena della vigilia in casa di un pallazzinaro?!?‘N arbero de Natale illuminato!

    Sopra ar tappeto, un mucchio de pacchetti.
    Fra tutte le perzone, ch’ho invitato,
    se sprecheno l’abbracci e li bacetti.
    Pe cumincià, scartamo li regali,
    pe’ tanti amichi e tutta la famijia.
    Ne so passati tanti de Natali,
    che nisuno se fa più meravijia.
    Puro si butti via due o tre mijioni,
    oggi, de spese se ne fanno tante…,
    dovemo fa vedè, che semo boni.
    A mi mojie, ho comprato ‘n ber brillante:
    Ho accontentato puro er nipotino,
    j’ho arigalanto ‘m ber telefonino.
    Adesso: “Tutti a tavola! Se magna!
    Stappamo du bottijie de sciampagna,
    che come aperitivo, nun c’è male.
    Assaggia ‘ste tartine cor caviale!
    Oggi, purtroppo, sa da fa vigijia…
    È ‘na cena così…, fatta in famijia.
    Ma che sarebbe tutto ‘sto rumore!?
    Ninettaaa! Smorza quer televisore!
    Te pare giusto, che propio stasera,
    ce fanno vede li paesi ‘n guera?
    E nun poteveno aspettà domani
    a fa vede mori, quell’Africani?
    Senta commennatò, quanto so’ boni,
    li fravolini, co li gamberoni!
    De mazzancolle, ce ne stanno ancora…,
    fajie assaggià li scampi a la signora!
    Ce sta ‘r sorbetto appresso a la frittura,
    e pe’ sgrassa la bocca, la verdura.
    De seguito, ce stanno li formaggi,
    me pare brutto, si manco l’assaggi!
    Me sento la capoccia ‘m po’ pesante…
    Dajie, cor panettone e lo spumante!
    Brindamo ar Bambinello! Bon Natale!
    Speramo che domani, nun stò male! 15 Dicembre 2000

    E questo la dice chiara sul significato consumista del Natale per la stragrande maggioranza della popolazione, perchè alla fine tutto si riduce nella preoccupazione di non sentirsi male il giorno successivo.
    Marcello Marani

    Rispondi
  • 8. Maria Teresa  |  14 gennaio 2007 alle 9:06

    Perché non organizziamo una cena etnica ,si sono tanti
    negozi dove ci può comprare ingredienti e chiedere
    sulla cottura.Possiamo proporre al gruppo,poi diventa
    un gioco da ragazzi.Un bacio M.Teresa

    Rispondi
  • 9. danielatuscano  |  29 gennaio 2007 alle 23:40

    Una delle fortune di conoscere molte persone, e di provenienze geografiche differenti, consiste anche nello scoprire (e GUSTARE) piatti tipici della loro tradizione. Mi va di lusso perché i miei amici, sia italiani sia stranieri, sono in genere ottimi cuochi, anche più di me, che pure credo di non essere male. Ottima la cucina libanese, greca, UGANDESE, ma STASERA… QUELLA CUBANA LE HA SCONFITTE TUTTE…

    L’autrice (ma dovrei dire l’artista, non solo il sapore era sublime, ma il MODO con cui ha presentato le vivande in tavola… era degno di un grande chef…) si chiama Nonurca (o qualcosa del genere), ha 40 anni ed è già NONNA (il primo marito, a 15), è bella e balla divinamente, una gran casinista, e ci ha preparato un piattino a base di pollo e riso di nome SANGRI’. Non so se qualcuno lo conosca… è veramente delizioso…

    E un’insalata di contorno con pomodori, trevisana, cetrioli e melanzane sott’olio, servite come fossero fiori… Era il compleanno di un amico, penso non lo dimenticherò, anche se ora siamo gonfi come otri. Ma ne valeva la pena. Viva la convivialità delle differenze… a tavola!!! 😀

    Rispondi
  • 10. cristina ovvero zerocri  |  30 gennaio 2007 alle 12:07

    il mio attuale compagno è portoghese, e oltre alle diverse radici e culture ho scoperto una cucina povera e ricca allo stesso tempo…a parte i 365 modi di cucinare il baccalà(credo che sia il loro piatto nazionale), ho scoperto piatti e modi di cucinare che assomigliano molto alla cucina calabrese e siciliana e sarda…ma non è che nei secoli scorsi anche i portoghesi fecero qualche capatina nel nostro sud?

    Rispondi
  • 11. danielatuscano  |  30 gennaio 2007 alle 19:10

    Io per un po’ di tempo (e ragioni molto personali…) ho amato la cucina araba, specie siriana ed egiziana. Ieri, mentre illustravo ai miei studenti di quinta il pensiero di Proust, ho parlato delle famose “madeleines” e, giò che c’ero, ne ho fornito la ricetta… Stamattina uno di loro mi ha comunicato che le aveva preparate e gli erano riuscite benissimo, al punto che suo fratello le aveva divorate tutte! Ma ci riproverà, e le mangeremo noi. A scuola. 😛

    Rispondi
  • 12. mara  |  30 gennaio 2007 alle 23:19

    pure in Brasile c’è un piatto tipico che preparano con pollo,riso e cipolle…ma non ricordo come cavolo si chiama..a me nn piace molto xkè odio le cipolle e il riso brasiliano è diverso dal nostro,xò se calcoli che mi sono adattata alle banane fritte e pure alla pizza alle banane non sono niente male no?
    una cosa che mi tenta tantissimo e che ormai Bergamo e prov. (e pure tutta Italia mi sa) ne è piena,è di entrare in uno di quei chioschetti che fanno kebab…ci sono un paio di problemini xò…oltre ad odiare la cipolla son vegetariana…meglio se cambio genere eh?!

    Rispondi
  • 13. pato  |  31 gennaio 2007 alle 0:55

    si ha una cosa che mi da fame sempre ..e. sentire el aroma della cepolla
    quando e in frittura …
    e automatico…
    mi vieni fame ahahahah

    ho il mio piato favorito ….
    tipico Argentino …

    Asado Criollo

    lo faccio io stessa …( come me nessuna al mondo lo fa …modestia a parte ) (ma e vero ) hahahaha
    e miei amici rompe le scattole anche in estate per venire a mangiare questa follia di carne Argentina.

    questo se acompagna con PATATE FRITTA
    E ENSALATA VERDE un po amara ….
    come la RADICHETA … POMODORO ..E CEPOLLA

    Anche per il solito lo mangio con radicheta e aglio …
    un po di olio di oliva extra virgen … lemon e sale …

    un buon vino …e

    e basta
    poi un MATE ….
    E VIA

    a dormire….dopo di mangiare
    perche se diventa con la pancia che non te puo nemmeno movere

    mica che poi vuoi andare a fare la digestione camminando

    io vado diretto al letto ahahahah

    OPSSSSSSS
    LO SO …LO SOOOOOOOO
    muoro grossaaaaaaaaaa
    ma che buono mangiareeeeeee por favoreeeeeee !!!

    http://www.girandoilmondo.it/

    Rispondi
  • 14. mara  |  31 gennaio 2007 alle 22:24

    il 7 di gennaio a casa mia abbiam fatto festa con carne brasiliana(la famosa picanha..)e tantissima feijoada…..tra carne argentina e brasiliana è una dura lotta scegliere la + buona,anche se penso che quella brasiliana batta l’argentina per 1 a 0…so che detto da una che non mangia carne può sembrar ridicolo,ma proprio un vegetariano può dire quale sia la carne migliore dall’odore qnd la si cucina..e io preferisco qla brasiliana..

    Rispondi
  • 15. Andrea  |  19 novembre 2007 alle 16:16

    Siamo alle solite idee da comunisti: INTEGRARE le culture non significa dare origine a una sola cultura (una NON cultura quindi) frutto di assurdi incroci tra culture e senza alcun SENSO. Integrare le culture significa far sì che ogni cultura entri in contatto con l’altra e cerchi di interagire e di convivere, apprendendo sì dal diverso ma MANTENENDO la propria identità. Perchè distruggere il piatto di spaghetti solo perchè, cito a caso, i Cinesi lo condirebbero con lo zucchero? Ogni paese deve custodire GELOSAMENTE la propria tradizione!

    Rispondi
  • 16. danielatuscano  |  21 novembre 2007 alle 12:51

    …e c’hai raggione… è proprio quello che hanno scritto… condire gli spaghetti con lo zucchero…

    Tradizione e Distinzione… lo sostengono anche certi gruppi… Cosa vuoi… la prossima volta inserirò un post dal titolo “LA PUREZZA DELLA PASTA”, così sarai più contento. Mo’ vado a mangiarmi un piatto di maccheroni, rossi naturalmente, visto che sono comunista.

    Sta’ ben, fioeu… 😐 😡 😀

    Rispondi

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